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La storia dell'uomo è caratterizzata da una costante mobilità: gli spostamenti di singoli, gruppi o interi popoli alla ricerca di migliori condizioni di vita sono stati da sempre attivati da cause di tipo economico, ma anche da guerre, conflitti sociali o intolleranza religiosa. Ciò ha comportato il mescolarsi di culture, giacché la cultura d'origine del migrante interagisce e spesso influenza la cultura della popolazione che lo accoglie. Tutto ciò non avviene facilmente: il nuovo arrivato spesso deve faticare per sopravvivere in un ambiente nuovo e spesso ostile. Nella realtà contemporanea i flussi migratori vanno da realtà rurali molto popolate ad aree urbane ad intenso sviluppo tecnologico, ma con un’alta domanda di manodopera. Ad esempio, un massiccio movimento migratorio si ebbe nel XIX secolo dall'Europa all'America: dal 1820 al 1914 circa 40 milioni di europei sbarcarono negli Stati Uniti d'America. Negli ultimi anni sono in aumento anche le migrazioni da aree sviluppate ad altre analoghe, soprattutto per figure professionali molto qualificate, ma la stragrande maggioranza delle popolazioni migranti provengono soprattutto dall'Africa (Marocco, Senegal), dalle Americhe (America Latina e USA), dall'Europa (Albania, ex-Jugoslavia, Romania, Germania), e dall’Asia (Cina, Sri Lanka, India, Filippine). Nel gennaio 1997 gli stranieri legalmente presenti nel nostro paese erano quasi 1.100.000, il 75% proveniente da paesi del sud del mondo. Una stima realistica valuta in circa 150.000 gli stranieri presenti illegalmente nel paese (14% circa). Gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia all'inizio del 1999 sono stimati in 1.250.214. Circa 95.000 (8%) sono immigrati provenienti da paesi a sviluppo avanzato. Gli stranieri regolarmente soggiornanti al 31 dicembre 1996 erano circa l’1,9% della popolazione totale, mentre un anno prima erano l’1,7%. I motivi di ingresso riscontrati nei nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 1998 sono per la maggior parte per ricongiungimenti familiari (45.537), per lavoro (23.194), per turismo (8.651), per richieste di asilo politico (~9.000) e per studio (11.238). Quest’ultimo dato è uno dei dati più interessanti, poiché inizia ad essere visibile la presenza di figli di immigrati nelle scuole italiane, anche per il consistente calo degli studenti italiani che si attesta sull'1% annuo. La presenza di alunni stranieri è passata da 13.600 all'inizio del decennio a 56.109 nell'anno scolastico 1996-97. Gli studenti stranieri nella scuola pubblica sono concentrati soprattutto nella fascia della scuola primaria; si risente dell'aumento dei ricongiungimenti familiari e della natalità di popolazioni provenienti da realtà culturali in cui i figli numerosi sono una "ricchezza", sta quindi rapidamente crescendo l'incidenza di alunni stranieri rispetto a quelli italiani, dato anche il fortissimo calo della natalità nel nostro paese. Nelle scuole elementari la presenza più numerosa è degli alunni europei extracomunitari, seguiti dagli africani, nell'anno scolastico 1996-97 sono stati in totale 23.568. Nella scuola media inferiore gli alunni stranieri sono poco meno di 9.500, mentre in quella superiore si attestano intorno ai 7.800, ed infine all'Università sono circa 22.300.

Da questi dati si desume facilmente che il numero di immigrati in Italia sta aumentando, sia pur in modo modesto. La maggior parte degli immigrati in regola è andata ad accrescere la forza lavoro italiana, ricoprendo da molto tempo i ruoli lavorativi che gli italiani non sono più disposti a svolgere, perciò la presenza degli immigrati è fondamentale per la continuità nello sviluppo delle imprese italiane, soprattutto nell’Italia settentrionale, essendo venuta a mancare quasi del tutto la figura dell’emigrante. Un impatto positivo sul benessere dell’economia Italiana è dovuto al fatto che la presenza degli extracomunitari allarga la base contributiva, trovatasi in grave deficit a causa del calo demografico, e rappresenta quindi uno strumento importante di riequilibrio dei nostri conti. Ipotizzando l’assenza degli extracomunitari dal territorio nazionale, si andrebbe certamente incontro ad una crisi del settore lavorativo - occupazionale, e, a lungo termine, si assisterebbe al crollo del sistema previdenziale nazionale. Secondo l'Istituto Giovanni Battista Scalabrini, che ha effettuato una ricerca sull’immigrazione e sviluppo socio-economico, l'1,5%~1,8% del valore aggiunto prodotto in Italia (per un totale di 24-25 mila miliardi), deve essere attribuito ai lavoratori immigrati. In base alle precedenti argomentazioni, si può quindi affermare con sicurezza che gli immigrati costituiscono, più che una minaccia o peggio un pericolo da cui difendersi chiudendo le frontiere, una vera e propria risorsa per l’Italia. Sembra quasi un nonsenso che proprio l’Italia del Nord, che è quella che ha più bisogno della forza lavorativa degli extracomunitari, sia anche quella più razzista verso di loro, cosa che si evince dalle frequenti dichiarazioni dei movimenti federalisti dell’Italia settentrionale. In particolare, questi gruppi politici portano come argomenti alle loro tesi il consistente aumento della criminalità in Italia e i dissidi che si verrebbero a formare fra la comunità italiana cattolica e le comunità extracomunitarie di altre dottrine.

Riguardo al primo punto è effettivamente attendibile l’aumento della criminalità provocato dagli extracomunitari: basti pensare che nel gennaio 2000 i detenuti extracomunitari sono stati 14.037 su 51.862, cioè il 27% circa, la stragrande maggioranza dei quali incriminata però per reati minori. È però anche vero che la chiusura delle frontiere non impedisce l'immigrazione e favorisce, al contrario, la complicità tra gli immigrati e chi specula sul loro lavoro e sul traffico di manodopera, incrementando la criminalità organizzata. Non va comunque ignorato come sia più facile innescare episodi di criminalità fra persone esposte allo sradicamento, all'abbandono e all'emarginazione quali sono appunto molte fasce di immigrati che più facilmente possono cedere alle lusinghe del guadagno facile proposte dalla criminalità organizzata italiana, a volte consorziata con quella straniera, ma operante in ambiti (ad es. droga, prostituzione) che soddisfano richieste di clienti italiani. Riguardo la questione religiosa, invece, dai dati raccolti dalla Fondazione Migrantes, all'inizio del 1999 la provenienza religiosa vede una netta maggioranza dei seguaci della dottrina cristiana con il 57,5% rispetto ai musulmani con il 34,9%. Questo sdrammatizza i timori di un’"invasione islamica", anzi può incentivare il dialogo fra espressioni diverse. In conclusione si dovrebbe affrontare questa emergenza in modo razionale e senza xenofobia, ma cercando un punto di equilibrio: fornire agli extracomunitari abitazioni decenti, assistenza socio-sanitaria, libertà di culto e un lavoro che garantisca un’esistenza libera e dignitosa, cosa che ci qualificherebbe come il grande Paese in cui ognuno di noi auspica di abitare.

Alessio II° L.S.T.

Se si guarda l’esperienza italiana degli ultimi decenni si può affermare che gli immigrati costituiscono una vera risorsa per l’Italia sia sul piano economico, sia sul piano culturale.

I dati confermano che la presenza degli immigrati è fondamentale nell’economia italiana, soprattutto nell’Italia settentrionale, dove c’è mancanza di manodopera e gli immigrati rappresentano una realtà concreta del mondo produttivo. L’economia italiana trae benefici dal lavoro degli extracomunitari che pagano le tasse e, quindi, aumentano le entrate che lo Stato percepisce e producono ricchezza. Inoltre, per gli Italiani la loro presenza costituisce una risorsa culturale effettiva, perché il contatto con loro significa conoscere le loro tradizioni, le loro idee e i loro valori.

Però soprattutto negli ultimi tempi molti Italiani, e stranamente proprio nel nord Italia, pensano che gli immigrati costituiscono un problema sociale e di ordine pubblico, perché è aumentata la criminalità e la disoccupazione.

Per quanto riguarda la disoccupazione, l’idea che gli immigrati tolgano lavoro agli Italiani è falsa perché la stragrande maggioranza degli immigrati dotati di regolare permesso di soggiorno va ad  aumentare la forza lavoro italiana, ricoprendo i mestieri che gli italiani non sono disposti a eseguire.

Se andassimo a guadare la nostra recente storia, scopriremmo che all’inizio del XX secolo anche l’Italia è stata un paese di emigranti verso l’America, i quali hanno potuto costruire un futuro in quel paese. È, quindi, inconcepibile pensare di chiudere le frontiere per xenofobia, anche se è giusto regolamentare gli ingressi, rinunciando alla possibilità di questo scambio con persone di culture diverse, che è una ricchezza. Inoltre, accogliere gli immigrati garantendo loro un’esistenza libera e dignitosa, qualificherebbe il nostro Paese come un paese veramente civile.

XAN  II L.S.T.

 

L'immigrazione oggi è un fenomeno che si verifica frequentemente, infatti in Italia come negli altri paese industrializzati, il tasso degli extracomunitari si è alzato e si sta alzando molto rapidamente. Tutto questo è dovuto dal fatto che nei paesi del terzo mondo il lavoro è molto scarso, e le condizioni di vita non sono delle migliori. Oggi, in Italia si conoscono circa un milione e mezzo di extracomunitari provenienti da tutto il mondo, e la popolazione italiana si è divisa nettamente alla domanda: "accetti gli extracomunitari nel tuo paese?". Molti vedeno queste persone come dei potenziali delinquenti che portano nel nostro paese droga, prositituzione ecc… Molti si sentono minacciati dalla diversità esteriore e culturale degli extracomunitari: il loro colore, la loro lingua, la loro religione sono per molta gente motivo di razzismo. Altri ritengono che gli extracomunitari rapresentano una minaccia per la popolazione disoccupata italiana, ma questo non è affatto vero, infatti tutti i lavori svolti dagli extracomunitari sono molto pesanti e riguardano solo ed esclusivamente i settori dell'edilizia, dell'agricoltura, della pesca, e sono proprio questi lavori molto umili che gli italiani non vogliono svolgere. L'altra parte della popolazione accetta pienamente gli extracomunitari e ritiene che i lavori rifiutati dagli italiani per motivi economici, sociali e demografici, ed accettatti da loro, consentano il mantenimento in vita di attività produttive, condannate all'estinzione e di attivare servizi che altrimenti sarebbero più carenti e costosi. Io ritengo gli extracomunitari siano diventati ormai troppi per l'Italia, anche se li accetto e li rispetto pienamente. Io penso che la società comtemporanea sia diretta verso la multirazionalità, e ritengo che sia opportuno, attrezzarsi fin d'ora per rendere l'inevitabile fenomeno culturale e sociale accettabile, anche se ancora l'arretratezza razzista purtroppo persiste nel nostro paese.

Riccardo II L.S.T.

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Le assemblee d'Istituto

 

 

L'Assemblea d'Istituto 1

Il 1974, in seguito alle proteste studentesche, è stato un anno di grandi riforme per la scuola, infatti l’approvazione dei decreti delegati da parte del governo ne ha rappresentato una vera e propria riforma. Questi decreti istituiscono e riordinano gli organi collegiali della scuola a livello di circolo, a livello distrettuale, a livello provinciale ed a livello nazionale. La novità di questi organi consiste nella partecipazione ad essi di forze estranee al mondo della scuola per imprimere “il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica”. Per quanto riguarda lo stato giuridico del personale sono state riformulate le funzioni del corpo docente, direttivo e ispettivo e sono stati definiti i diritti e i doveri anche per il personale non docente. L’iter parlamentare di approvazione della legge delega è stato lento, laborioso e non privo di contrasti, per i quali più volte il progetto fu bloccato alle camere e solo l’accordo stipulato tra Sindacati e Governo consentì l’approvazione della legge.

I decreti delegati riportano che le assemblee studentesche rappresentano l’occasione per la partecipazione democratica alla gestione scolastica da parte degli studenti, ma al giorno d’oggi le assemblee hanno perso questo valore e assumono una funzione minima, di socializzazione tra gli alunni, mentre dovrebbe essere il momento per discutere e per fare proposte sui problemi della scuola e della società. Infatti, secondo i decreti può essere richiesta la partecipazione di esperti del campo sociale, artistico e scientifico; inoltre può essere destinata allo svolgimento di attività di ricerca. In realtà, le assemblee si sono ridotte in un momento in cui gli studenti si riuniscono in piccoli gruppi e parlano tra di loro di questioni personali e non delle problematiche inerenti alla scuola. Mai, da quando frequento le scuole superiori, si è discusso i punti all’ordine del giorno anche se per ottenere l’assemblea è necessario proporre questioni da dibattere. A riprova che l’assemblea è sentita come un giorno di vacanza, c’è il fatto che gli alunni abbandonavano l’aula magna dopo pochi minuti dall’inizio e che la preside ha dovuto mettere un orario minimo di svolgimento per evitare questa fuga.

Però alcuni potrebbero obiettare che l’assemblea d’istituto è un diritto e, pertanto, la scuola deve concederla, ma questa posizione, secondo me, nasconde solo la voglia di fare un giorno di vacanza.

Si dovrebbe, però, considerare che questo diritto è nato perché gli studenti credevano veramente di poter cambiare qualcosa all’interno della scuola. Oggi sembra che gli studenti non vogliano più partecipare alla gestione della vita scolastica, quindi, per logica si può dire che abbiano rinunciato a questo diritto.

Ritengo che l’assemblea d’istituto dovrebbe tornare ad avere un valore di partecipazione e potrebbe essere così se gli studenti vedessero che le idee discusse poi fossero prese in considerazione.

Xan


L'Assemblea d'Istituto 2

Durante gli ultimi anni, la scuola ha subito una serie di cambiamenti che ne hanno rivoluzionato profondamente la struttura e le competenze. Una tappa fondamentale che ha visto finalmente riconosciuti alcuni diritti degli studenti, tra cui quello di assemblea, è stato l’anno 1968, anno in cui sono nate le assemblee studentesche grazie alle proteste di numerosi giovani. Il diritto di assemblea è regolato dal recente decreto legislativo numero 297 del 16 aprile 1994, in particolare dagli articoli 12, 13 e 14. L’articolo 12 del suddetto DLG sancisce il diritto di riunirsi in assemblea sia da parte degli alunni delle scuole superiori, sia da parte dei genitori, mentre gli articoli 13 e 14 prevedono le norme dello svolgimento delle assemblee rispettivamente per gli alunni e per i genitori. Il primo comma dell’articolo 13 reputa le assemblee studentesche molto importanti per l’alunno, poiché costituiscono occasione di partecipazione democratica per l’approfondimento dei problemi della scuola e della società. Molto spesso, tuttavia, esse perdono questi valori, rappresentando non più un momento di partecipazione attiva e responsabile alla vita scolastica e sociale, in cui ogni studente è libero di esercitare la propria democrazia, ma, molto più banalmente, un modo per sottrarsi ad una giornata di lezione o per svagarsi. Ai sensi del quinto e sesto comma dell’art. 13, alle assemblee d’istituto può essere richiesta la partecipazione di esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, ed a richiesta degli studenti, le ore destinate alle assemblee possono essere utilizzate per lo svolgimento di attività di ricerca, di seminario e per lavori di gruppo, possibilità queste che durante il mio periodo di frequenza in quest’istituto non è mai stata esercitata. Durante le assemblee d’istituto cui ho partecipato, si è assistito, più o meno frequentemente, ad un momento in cui gli studenti si raggruppano e conversano tra loro di argomenti personali. Limita l’insorgere di questi giorni di stravizio il settimo comma dell’articolo 13, che vieta qualsiasi assemblea nel mese conclusivo delle lezioni, e che sancisce il diritto che hanno i docenti e il preside di assistere alle assemblee. Secondo la stragrande maggioranza degli studenti, l’assemblea d’istituto è realmente un momento durante il quale si affrontano e si cercano di risolvere dei problemi comuni,  e ciò potrebbe essere valido se le assemblee d’istituto fossero svolte con una parvenza di serietà, ma oggi come oggi ciò accade molto raramente. Negli anni passati questo problema non sussisteva, poiché nelle scuole erano realmente presenti i problemi che oggi dovrebbero essere discussi nelle assemblee, pertanto gli studenti avevano necessità di dibattere insieme per trovare insieme una soluzione: non per niente in quegli anni si sono verificati i più grandi movimenti studenteschi. Si evince quindi il fatto che gli studenti abbiano rinunciato in maniera tacita a questo diritto per cui hanno lottato tanto, e si può quindi affermare che le assemblee d’istituto riguadagneranno un’effettiva utilità solo quando gli studenti termineranno di considerarle non più un giorno di stravizi, ma piuttosto un modo per far sentire la propria voce all’interno della scuola.

Cyfra+

 

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