Home Cannizzaro

collaborative projects  | download | e-mail  |album | copyrightlinks | bibliography 

 

ARTICLES AND ASSIGNMENTS

Daniela's Home Page

Abstract: personal considerations and memories from the world of real experience. Class activities built on the potentials of Informationa and Communication Technologies during three decades.

   

Un po’ di storia personale di didattica sul campo

 Inglese e TIC  in classe in questi ultimi 3 decenni

 

Da molti anni gran parte della mia programmazione di insegnante di lingua inglese si basa  su attività che richiedono l’uso delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione ed è stata in continua evoluzione visto che, anno dopo anno,  il computer ha assunto nuove e impreviste funzioni.

Negli anni ’80 avevo cominciato con qualche programmino di esercizi di grammatica, poi, ricordo, un collega che sapeva programmare in Basic  aveva inventato degli esercizi di comprensione a scelta multipla che si adattavano al video che usavo con la mia terza classe. Alla fine degli anni ’80-primi anni ‘90 usavo anche i programmi di videoscrittura (si chiamavano così allora) per le attività di writing in inglese (correzione ortografica, editing, ecc.) e in italiano per i miei documenti e il giornale della scuola.

Alla metà degli anni 90 ci siamo appassionati agli ipertesti, nuovo e potente modo per organizzare le informazioni. Il concetto di ipertesto si poteva spiegare solo attraverso l’utilizzo di metafore affascinanti ed evocative di viaggi fantastici nel mare della conoscenza e della mente umana ( la rete, i nodi, i collegamenti, le connessioni, la navigazione, il percorso, la mappa…..). Credo sia stato difficile capire questa forma di comunicazione più per noi adulti che per i ragazzi, visto che mentre noi partorivamo schematizzazioni di una complessità mostruosa per rappresentare l’organizzazione delle informazioni in un ipertesto, i fanciulli in breve tempo l’hanno acquisita e ben accomodata nelle loro giovani menti. Diciamo che era loro sufficiente un mesetto dopo che in famiglia arrivava la connessione Internet.

Internet è entrato prima nelle case di un numero limitato di lungimiranti, istruiti e benestanti o di insegnanti incoscienti che non si rendevano conto della brevità delle cifre scritte sul cedolino dello stipendio, la cultura prima di tutto.

Con Internet e la marea di materiali autentici in inglese che potevo portare in classe ogni giorno e, insieme a Internet, la svolta della posta elettronica (da casa mia ovviamente) e i newsgroup: mezzi di comunicazione incredibili sia per me che potevo comunicare con altri colleghi-pionieri delle TIC a scuola, che per i miei studenti per cui ricercavo classi partner su siti ovviamente americani. Portavo fasci di fogli stampati con le mail per gli studenti e quello della distribuzione dei messaggi era sempre un momento di grande eccitazione: comunicazione vera perché non sapevamo che cosa avremmo letto, e poi subito a lavorare sulle mail di risposta, e tutto il lavoro linguistico di conseguenza, bello, ancorato al compito comunicativo da svolgere e le strutture grammaticali da studiare erano quelle che ci sarebbero servite per comunicare meglio, per capire bene i messaggi degli e-friends e per scrivere i nostri in modo comprensibile. E quante cose abbiamo imparato (io e loro), per esempio che i ragazzi americani facevano un sacco di errori di ortografia che assomigliavano a quelli che correggevo ogni giorno ai miei, e che usavano un sacco di acronimi incomprensibili, e praticavano sport che non conoscevamo, e ci invidiavano perché non usavamo uniformi. E poi la scoperta di quello che ancora adesso mi sembra l’elemento più rilevante della collaborazione con realtà lontane: per presentare la tua realtà a chi non la conosce il primo che deve conoscerla molto bene sei proprio tu e scopri che tante cose che fai e che reputi normali, quando le devi definire e far capire a uno estraneo alle tue consuetudini, tanto normali non ti sembrano più. E’ come se le stessi osservando per la prima volta. A una classe di un paese che non mi ricordo più, dovevamo spiegare l’autogestione; ai miei studenti sembrava una cosa ovvia e quelli invece non riuscivano proprio a capire di cosa si trattasse. O la settimana di “didattica alternativa”, “…e come glielo spieghiamo professorè’?”. Veramente lo dovevamo prima spiegare a noi stessi in italiano, perché i “riti” diventano abitudini i cui significati sono sempre sottintesi e mai più esplicitati, poi quando passano tanti anni quelli che continuano la tradizione non se li ricordano più quei significati e rinnovano il rito più per affermare la propria appartenenza al gruppo che per convinta adesione alle motivazioni originali dell’atto. Beh, quelli sono stati anche momenti in cui, proprio perché ci capitava di spiegare avvenimenti dal significato “sottinteso”, eravamo obbligati a riandare nei posti della memoria collettiva in cui quei significati erano stati riposti da chi li aveva espressi per primo e spesso abbiamo constatato che erano anni luce lontani da noi, roba vecchia. Osservare la propria realtà attraverso gli occhi di chi la vede per la prima volta è davvero illuminante, un impulso formidabile a distruggere il rifugio comodo e rassicurante delle abitudini, e passare a un giudizio il più possibile obiettivo e documentato di fatti, azioni e opinioni. Concludendo: la comunicazione con paesi stranieri ci portava a conoscere realtà lontane e a ri-conoscere la nostra.

E poi c’erano gli scambi di email con i colleghi stranieri, tutta gente che mi assomigliava, che condivideva con me l’idea di lingua come mezzo di comunicazione, di scuola come comunità di apprendimento in cui tutti i protagonisti sono coinvolti e in cui le direzioni della trasmissione di informazioni sono molteplici, non più solo insegnante-studente. L’insegnante è il facilitatore dei processi, consapevole che da questi uscirà cambiato anche lui.

Con il computer=mezzo di comunicazione era possibile fare quello che la tecnologia dei decenni precedenti non ci consentiva: comunicare velocemente e in tempo reale col mondo intero alla ricerca di persone con i nostri stessi interessi, e a costo zero, o quasi. Internet e l’inglese diventavano le chiavi per la comunicazione globale, allora un privilegio di pochi, oggi una possibilità e una necessità per tutti.

Dal 2000 in poi ci sono stati i progetti collaborativi online e la costruzione di siti web, prima, e i social network del Web 2.0 poi,  che sono diventati i luoghi degli scambi comunicativi in tutte le forme possibili …ma questa è un’altra storia.

Se volete vedere qualcosa degli anni precedenti il 2000 (archeologia del computer a scuola!) date un’occhiata al mio sito dell’epoca.

Top of the page

Home Daniela

Home Cannizzaro