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Parte I

Parte II

 

Jean


di


Quelle Esseti





IL PESO PIU' GRANDE - Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: "Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e ogni sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?", graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

[F. Nietzsche, La gaia scienza]


Prendete il sentimento più semplice, supponetelo costante, e assorbitevi la personalità tutta intera: la coscienza che accompagna tale sentimento non potrà restare identica a se stessa per due momenti di seguito, perché il momento successivo contiene sempre, in più del precedente, il ricordo che quest'ultimo ha lasciato di sé. Una coscienza che avesse due momenti identici sarebbe una coscienza senza memoria: perirebbe e rinascerebbe, dunque, senza posa. Come rappresentarsi altrimenti l'incoscienza?


[H. Bergson, Introduzione alla metafisica]

 

Dieppe, 4 Aprile 1760 - mattino.



Mi chiamo Jean, ho ventisette anni, muoio di dolore.
Il mare è calmo, adesso. Il cielo è limpido, non c'è vento. Questo sole maledetto sembra deridermi…Lo guardo e vedo solo nubi nere e minacciose, sento il vento che mi urla nelle orecchie, le onde che scuotono la barca, Angélique che cade in acqua…Mi odio, mi odio.
Di nuovo, l'ho vista di nuovo. Ogni volta che chiudo gli occhi torna l'immagine di lei trascinata dalla corrente, il suo sguardo che implora il mio aiuto…Dio! Questo mare mi ha rubato tutto. Perché sono qui?
Ieri ho incontrato Luis, mi ha accompagnato fino a casa. E' arrivata la lettera, non l'ho aperta, cosa cambierebbe ormai? La mia musica è nata con Angélique…lei era la mia musica, la mia vita…ora la mia musica è morta, io sono morto. Qualcosa dentro di me si è spezzato…per sempre, perduto. Ho provato a comporre qualcosa, un brano che raccontasse il dolore e la disperazione, ma è inutile, ho perso la voce e il senso. Non riesco quasi a suonare, mi muovo senza armonia, rigido (ieri ho rotto due corde del violino). Mio Dio, mio Dio, aiutami! Avrei voglia di rannicchiarmi in un angolo e urlare, urlare, urlare…non esiste musica per questo - chi potrebbe capirla, chi potrebbe ascoltarla?
Luis mi ha convinto a mangiare a casa sua. Parole, sorrisi, ipocrisia…perché ho accettato? Ero nauseato, odiavo la loro finzione, i loro squallidi tentativi di consolarmi…"mi dispiace tanto, Jean"…"so cosa provi, Jean"…"non è stata colpa tua, Jean"…idioti! Lasciatemi in pace, voglio rimanere solo…che tu sia maledetto, Jean, maledetta la tua debolezza, la tua distrazione. Dovevo remare più forte, dovevo tuffarmi, morire con lei. Ecco di nuovo la tempesta, il vento gelido, improvviso, soffocante, il cielo nero…rivedo tutto…il suo cappello che vola via, le onde, la barca che ondeggia…ho paura, ho paura. La paura di essere solo, al buio…come da bambino dopo la buonanotte della mamma…la candela che si spegne. Solo, solo, solo…
Ieri ho comprato dei fiori gialli per Angélique. Li ho dati al mare, che almeno conceda a questo regalo di raggiungerla.
Luis e sua moglie avranno un figlio, la notizia è di ieri. Dovrei essere felice, è il mio amico più caro. E invece sento quasi di odiare quel bambino…è come un ciclo infinito, una vita ne ruba un'altra!
Cosa dico? Sto male, diventerò pazzo? Stormi di gabbiani solcano il cielo. Forse ora sei libera come loro, dolce Angélique, libera dal destino che mi tiene incatenato a questo mondo che non sento più mio. Ho caldo, sto male, sto male.



Parigi, 5 aprile 1760 - notte tardi.



Impazzisco davvero? Stasera in biblioteca…come posso credere a quello che scriverò? Leggevo da ore ormai - cercavo di stordirmi, di perdermi nelle storie degli altri - poi ho visto quella cosa…quella figura…quell'uomo? Cos'era? Chi era? 
Non avevo paura (di cosa dovrei avere paura adesso?). Quel vecchio parlava, parlava…ed io ero attratto, curioso. E' il diavolo forse? La ragione mi dice che quello che ho visto e sentito è assurdo, impossibile. E perché dovrei seguire la ragione, perché non dovrei aggrapparmi all'impossibile? Se anche fosse il diavolo venuto a propormi un patto? Non ho paura, non ho paura. 
Quell'apparizione, quella figura animata mi ha detto che sono stato scelto per cambiare la storia e salvare l'umanità da una catastrofe imminente. Devo uccidere un bambino, un neonato quasi, il figlio di un certo Robespierre, un magistrato di Arras. Quel bambino sarà altrimenti un rivoluzionario, un pazzo che distruggerà tutto, il nostro mondo, la nostra società…Perché io, chiedevo, e di cosa parli? Il vecchio, l'immagine, diceva di conoscere il futuro, di sapere cosa accadrà a tutti noi…è tutto così assurdo…eppure era così reale, così convincente. Gli ho chiesto chi era e come sapeva quelle cose. Ha detto di non appartenere a questa epoca ma al futuro (all'anno duemila) e che una macchina speciale, una "macchina del tempo", gli permette di spostarsi nello spazio e negli anni a suo piacimento. Mi sentivo un bambino preso in giro, ma continuavo ad ascoltarlo. E' uscito dal suo mondo, è entrato nel mio, per cercarmi, per parlarmi e affidarmi quel compito (mostruoso). Ha provato anche a spiegarmi come funziona quella macchina delle meraviglie. Gli uomini del suo mondo, gli uomini come lui, possono volare, alzarsi al livello delle stelle, prenderle ed avvicinarle, creandone una enorme e immensamente luminosa. E poi, ha detto il vecchio, le stelle si muovono, ruotano e nascono e muoiono…e quando muoiono si trasformano in immensi, spaventosi buchi invisibili che ingoiano tutto ciò che hanno intorno (mi fa paura questa immagine, pensare che il cielo nasconde esseri terribili in cui tutto scomparirà…è lo stesso cielo che guardavo con Angélique?). Questi buchi, il vecchio continuava a parlare, questi buchi "distorcono il tempo"…ormai non capivo, non riuscivo più a seguirlo…e questo rende possibili i suoi viaggi fantastici. Dovrei pensare al tempo, ha detto, come a una linea che scorre, come a una corda che posso avvolgere per raggiungere l'epoca in cui voglio arrivare (ripeto le sue parole, ma non sono più capace di dare un senso a quello che scrivo). 
Poi l'immagine è scomparsa, all'improvviso, senza darmi il tempo di rispondere, di fare altre domande, di capire meglio. Ho sognato? E' un'allucinazione? 
Ora torna il ricordo di chi sono, torna il dolore. Cosa devo fare?



Parigi, 6 Aprile 1760 - mattino.



Solo, al tavolo di una taverna del quartiere latino. Molti mi riconoscono, ma non si avvicinano. Devo avere un aspetto terribile. Sono stanco di pensare, di soffrire, di camminare. Notte lunghissima, infinita…
Dopo l'incontro con la "cosa" ho provato a dormire, ma è stato inutile, avevo la mente elettrica, il cuore stremato. Allora sono uscito. Le parole del vecchio mi perseguitavano, assurde, insensate. Ho camminato nella notte di Parigi, così brulicante di vita, di persone che lavorano, la ronda, i fornai…come è possibile che tutto prosegua così indifferente? Ho camminato ore, senza davvero vedere, senza rendermi conto del tragitto, senza una meta. Qualcosa, il caso o il cuore, mi ha portato fino a Place de la Concorde e poi ai giardini degli Champs-Elysées, così vicino al luogo del nostro primo incontro…lì dove Angélique mi è apparsa la prima volta…passeggiavo, pensavo alla musica tra gli alberi e quel bellissimo intreccio di classi sociali che solo qui è possibile incontrare, ero giovane ero vivo…e poi lei in un gruppo di ragazze, bellissima…rideva…Dio mio…il dolore è insopportabile. Mi sono sdraiato su una panchina, non sentivo il freddo, piangevo. 
Poi un pensiero, assurdo…forse, ma non è assurda anche l'apparizione di quel vecchio? La macchina, il viaggio nel tempo…tornare indietro, salvarla…forse…Mi sono addormentato sulla panchina, mi ha svegliato il lampionaio. 




Parigi, 6 Aprile 1760 - sera.



Nella mia stanza. Sono stanco, ma non posso riposare. Sono tornato da poco, ho acceso la candela, penso ad Angélique, penso al vecchio, a quell'idea…
E' un tormento…non ha senso…sono pazzo, pazzo!
E' assurdo, la testa mi scoppia…la voce di quell'immagine mi perseguita. Cambiare la storia! Cosa posso fare io, insignificante individuo, un niente…come posso cambiare il cammino dell'umanità? La storia è il risultato dell'azione di tanti, il compimento di un piano provvidenziale, scorre indifferente ai nostri destini individuali, incontrastata, travolge ogni vita…è già tutto stabilito, tutto scritto nel grande libro del destino. Che l'uomo possa sfuggire alla storia…è inconcepibile…come pensare che il protagonista di un romanzo possa uscire di sua volontà dalla storia. Siamo personaggi, strumenti di un disegno superiore. Ma il vecchio insisteva…nessun disegno, il futuro non è già stabilito, nessun Dio, nessuna provvidenza, solo la forza dell'uomo, la volontà, la volontà.
Non ci credo, non è possibile. 
Eppure il caso, la fatalità…Angélique…quale provvidenza dietro al mio dolore? Non riesco a pensare, non capisco, non so cosa devo fare.
Rivedrò quel vecchio, tornerà quella voce?




Parigi, 7 Aprile 1760 - all'alba.



E' tornato, ieri sera. Un rumore, come una candela che sfrigola, e l'immagine è apparsa di nuovo. Ha ripreso subito a parlare, a spiegare il suo progetto. Parlava e ad ogni sua parola mi sentivo venire meno, sprofondavo in un baratro buio, dove la ragione era solo uno spiraglio di luce sempre più lontano…una forza misteriosa mi trascinava nelle spire tortuose di un enorme gorgo…sempre più velocemente verso l'oblio, o la follia. La follia del patto che ho stretto con quell'allucinazione, la follia di un accordo col diavolo, la mia dannazione: ucciderò un bambino innocente, strapperò all'amore dei genitori la vita di un essere ignaro di tutto per tornare indietro, per riavere Angélique, per salvarla.
Ma devo andare con ordine, devo spiegare, raccontare. Chi leggerà queste parole deve sapere, capire, testimoniare la mia innocenza.
Provo a riportare le parole del vecchio, una parte del suo monologo delirante.
"Tra alcuni anni" - parlava a voce bassa il vecchio, lo sguardo fisso su un punto dietro le mie spalle, immobile - "tra alcuni anni il tuo paese sarà travolto da una terribile e sanguinosa ondata di violenza rivoluzionaria. Un evento tragico, spaventoso, che causerà la morte di migliaia di anime innocenti, donne, bambini…e che, soprattutto, avrà conseguenze drammatiche in campo sociale, conseguenze che travolgeranno l'intera Europa. Prova ad immaginare un mondo in cui le tue idee non contano nulla, in cui le tue decisioni e le tue scelte sono inutili perché dovranno confrontarsi con le idee e le scelte del popolo e dei suoi rappresentanti. Chiunque, anche il più ignorante e rozzo dei cittadini, potrà discutere leggi e provvedimenti economici e, in pratica, governare l'intero paese. E' concepibile forse che la parte più misera e inadeguata della società abbia nelle proprie mani il controllo totale della vita del resto della popolazione senza che niente e nessuno abbia la possibilità di porre ostacoli alle loro decisioni? Persino il Re, l'erede del tuo amato Re, dovrà sottostare al "potere del popolo" e sarà ucciso, assassinato senza pietà. E dopo di lui, tutti i sovrani cadranno, l'equilibrio del mondo andrà perduto, un nuovo medioevo attende l'umanità…e noi adesso, nell'anno duemila, siamo condannati alla clandestinità… noi, gli ultimi discendenti dell'età d'oro dell'umanità costretti a nasconderci…ora basta…abbiamo deciso di agire, abbiamo i mezzi, abbiamo domato le stelle e l'universo, abbiamo la macchina…tu sei stato scelto, Jean…non puoi sottrarti. 
Devi uccidere il piccolo Robespierre, devi impedire che la rivoluzione distrugga tutto. Devi farlo, Jean."

Io ascoltavo e, intanto, dentro di me maturava quell'idea folle e disperata…non capivo molto delle parole del vecchio, ma due cose mi erano chiare: il vecchio e i suoi amici avevano bisogno di me e, rivelazione preziosa per il mio cuore, sanno come viaggiare nel tempo…
Certo, forse tutto quello che stava succedendo era solo un'allucinazione, forse stavo impazzendo, forse il dolore che non mi lascia da quel giorno, il dolore che segue ogni mia parola, ogni mia azione, ogni mio gesto, forse quel dolore ha vinto, mi ha sopraffatto. Eppure so, sento che non è così…tutto è assurdo, innaturale, la sua voce, i suoi movimenti…eppure, allo stesso tempo, così reale, così vero…
La figura non aveva ombra, stava davanti alla candela poggiata sulla scrivania e la luce riusciva ad attraversarla, senza trovare ostacoli…il diavolo! Un demone infernale venuto per la mia anima, venuto a propormi un patto che non potevo rifiutare. Solo questo poteva spiegare quegli eventi così strani e inspiegabili. Una vita per una vita, la vita di un bambino che non conoscevo per la vita di Angélique…per te…per te io affronterò qualsiasi orrore, qualsiasi inferno…una volta o mille…per te…per tornare a quel giorno…per fare quello che non sono riuscito a fare…per salvarti.
Un giorno ti ho promesso la mia anima, ora devo sottrarmi a quella promessa. La mia anima è il prezzo da pagare per riaverti, per cancellare la mia colpa…vivremo insieme la vita che ci siamo promessi…poi sarò dannato.
Ucciderò Robespierre, ho detto al vecchio, farò quello che mi chiedi se, prima, mi date l'occasione di tornare a quella mattina maledetta per rivivere quelle ore e salvare Angélique.
A quel punto le sue parole e i suoi monologhi non avevano più nessuna importanza. Non capivo…parlava di un futuro lontano, di persone non ancora nate, di guerre non ancora combattute…non capivo come io potessi cambiare tutto, come la morte di un bambino fosse in grado di modificare il corso della storia…com'è possibile che da una singola vita dipendano le azioni e le vite delle generazioni future? Ma questo non è più nulla ora…i miei dubbi e le mie paure, i deliri del vecchio, l'assurdità degli eventi che vivo, nulla è più importante adesso…Ora ciò che conta è la vita di Angélique, il nostro amore, l'occasione che mi viene concessa…delle generazioni future non mi preoccupo…per te dovrò uccidere un innocente, macchiarmi del più terribile dei delitti…ma non è forse innocente Angélique? Per te ucciderò, perderò la mia anima, chiederò di piegare lo scorrere inesorabile del tempo, lo farò…farò tutto questo per te…perdonami, perdonatemi tutti.


Parigi, 27 Marzo 1760 - notte.



Ce l'ho fatta! La mia musica è nata, la nuova musica ha visto la luce nella mia stanza!
L'ho provata e riprovata, senza mai fermarmi, la sentivo scorrere nelle vene e pulsare nel cuore, bellissima e semplice. Ho dato tutto me stesso in questo lavoro, tutta la mia passione, il mio amore, la mia felicità, il ricordo dei miei dolori. Giorni e notti sul pentagramma, tra la mia stanza e la biblioteca di mio padre, senza dormire, senza mangiare e finalmente…l'Armonia. L'ho catturata, imprigionata tra le note e la pause.
Ora un senso di pace, di serenità, come oggi nel giardino di Angélique.
Questa musica è solo per lei, è il suono dolce del suo nome. Ho voglia di vederla…anche in sogno. La sposerò, ha accettato. Una cerimonia semplice, lontana dalla città…lei sarà stupenda.
Parigi è più bella stanotte, ha qualcosa di magico. L'aria è leggera, profuma di pane fresco. C'è silenzio nelle strade, sento solo un gatto che miagola lontano. E' bello il cortile di notte, presto tutte le lanterne saranno spente.
Un'altra gioia mi aspetta. La prossima settimana arriverà la lettera che aspetto…la risposta alla mia richiesta per il posto di musicista di corte…tutto sarebbe perfetto allora, che altro potrei desiderare?
Domani parto con Angélique: al mare! Chissà se dorme o se anche lei mi pensa e aspetta domani. Oggi le ho regalato dei fiori, dei tulipani gialli, i suoi preferiti. E' bellissima la luce dei suoi occhi quando ride, quando ama…
Il mondo è ai miei piedi, la felicità mi travolge!


Parigi, 28 Marzo 1760 - mattina.



La sto aspettando, arriverà tra poco.
Ho voglia di vederla, di abbracciarla.
E' tutto pronto, la carrozza, i bagagli. Ho una sensazione strana però, qualcosa di strano, come se…non so spiegare. Stamattina al risveglio ho ricordato improvvisamente un sogno terribile…mostruoso…non posso pensarci.
…Eravamo al mare. Da un vecchio barcaiolo prendevamo a noleggio una piccola barca, lei era felice, eccitata al pensiero della gita in mare. C'era un vento leggero che portava l'odore della salsedine, qualche nuvola bianca sul cielo azzurro. Giocavamo, parlavamo, le dicevo del posto di musicista a corte…scherzavamo con l'acqua, lei cantava le canzoni che aveva imparato da bambina…Un bacio dolcissimo…Poi quel vento gelido, improvviso, soffocante, nuvole nere che si addensano nel cielo, il temporale, i fulmini… Afferro i remi per cercare di riportare la barca a riva, il suo cappello vola via e…improvvisamente il vuoto. Il buio più nero…una voce sconosciuta che parla…invisibile…"un solo uomo è la causa di questo disastro…Robespierre…un bambino…a morte…uccidilo". Sprofondo in un vortice senza fine…la testa che sembra esplodere…poi il nulla. Non ricordo altro.
Meglio così forse, non voglio ricordare, non voglio pensare a quelle immagini. Perché un sogno del genere. Così reale, così…vicino.
Basta ora. Eccola, arriva.



Dieppe, 4 Aprile 1760 - mattino.



Mi chiamo Jean, ho ventisette anni, muoio di dolore.
Il mare è calmo, adesso. Il cielo è limpido, non c'è vento. Questo sole maledetto sembra deridermi…Lo guardo e vedo solo nubi nere e minacciose, sento il vento che mi urla nelle orecchie, le onde che scuotono la barca, Angélique che cade in acqua…Mi odio, mi odio.
Di nuovo, l'ho vista di nuovo. Ogni volta che chiudo gli occhi torna l'immagine di lei trascinata dalla corrente, il suo sguardo che implora il mio aiuto…Dio! Questo mare mi ha rubato tutto. Perché sono qui?
Ieri ho incontrato Luis, mi ha accompagnato fino a casa. E' arrivata la lettera, non l'ho aperta, cosa cambierebbe ormai? La mia musica è nata con Angélique…lei era la mia musica, la mia vita…ora la mia musica è morta, io sono morto. Qualcosa dentro di me si è spezzato…per sempre, perduto. Ho provato a comporre qualcosa, un brano che raccontasse il dolore e la disperazione, ma è inutile, ho perso la voce e il senso. Non riesco quasi a suonare, mi muovo senza armonia, rigido (ieri ho rotto due corde del violino). Mio Dio, mio Dio, aiutami! Avrei voglia di rannicchiarmi in un angolo e urlare, urlare, urlare…non esiste musica per questo - chi potrebbe capirla, chi potrebbe ascoltarla?
Luis mi ha convinto a mangiare a casa sua. Parole, sorrisi, ipocrisia…perché ho accettato? Ero nauseato, odiavo la loro finzione, i loro squallidi tentativi di consolarmi…"mi dispiace tanto, Jean"…"so cosa provi, Jean"…"non è stata colpa tua, Jean"…idioti! Lasciatemi in pace, voglio rimanere solo…che tu sia maledetto, Jean, maledetta la tua debolezza, la tua distrazione. Dovevo remare più forte, dovevo tuffarmi, morire con lei. Ecco di nuovo la tempesta, il vento gelido, improvviso, soffocante, il cielo nero…rivedo tutto…il suo cappello che vola via, le onde, la barca che ondeggia…ho paura, ho paura. La paura di essere solo, al buio…come da bambino dopo la buonanotte della mamma…la candela che si spegne. Solo, solo, solo…
Ieri ho comprato dei fiori gialli per Angélique. Li ho dati al mare, che almeno conceda a questo regalo di raggiungerla.
Luis e sua moglie avranno un figlio, la notizia è di ieri. Dovrei essere felice, è il mio amico più caro. E invece sento quasi di odiare quel bambino…è come un ciclo infinito, una vita ne ruba un'altra!
Cosa dico? Sto male, diventerò pazzo? Stormi di gabbiani solcano il cielo. Forse ora sei libera come loro, dolce Angélique, libera dal destino che mi tiene incatenato a questo mondo che non sento più mio. Ho caldo, sto male, sto male.


F I N E

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Intervista a Quelle Esseti



"Jean" è il tuo primo racconto a sfondo fantascientifico. A cosa è dovuta la scelta di questo genere letterario?
Ho sempre letto con piacere e ammirazione i romanzi di fantascienza. E' un genere molto duttile, pieno di potenzialità. Può includere situazioni, personaggi e temi molto diversi fra loro. La scelta del racconto fantascientifico mi ha permesso di "nascondere" dietro l'aspetto rassicurante di un genere molto consolidato gli argomenti che mi stanno a cuore da sempre. Mi sono divertita molto.


Anche in Jean la riflessione sulla storia ha un ruolo di primo piano. Cosa ti affascina di questo tema e quale importanza ha per il tuo lavoro?

La storia e i suoi meccanismi sono quasi un'ossessione per me. Leggo tutto quello che in qualche modo ha a che fare con la storia…non mi stanco mai…e non capisco…Siamo così presi dai nostri impegni quotidiani e dalle distrazioni offerte dalla società che, a volte, quasi non ci rendiamo conto di vivere…il tempo scorre implacabile, ci travolge e non ce ne accorgiamo. Non so…è difficile spiegare bene…è come se facessimo la storia, ognuno di noi dico, senza saperlo, senza percepirlo. E' una cosa per me importantissima, a cui tengo molto.
Quando pensiamo alla Storia, la grande storia, pensiamo a un passato lontano, guerre, eroi leggendari…non riusciamo mai a sentirci parte di questo, a proiettare la nostra storia quotidiana nella storia dei libri e delle grandi imprese…Credo, desidero, che il compito di ognuno sia quello di sentirsi protagonista, di essere elemento partecipe e cosciente del proprio ruolo all'interno della società e della Storia Universale.


Sembra che tu abbia studiato a fondo la possibilità di costruire la macchina del tempo. Puoi dirci qualcosa a questo proposito?
Sì, è vero, ho studiato molto. Non sono certo esperta di fisica e…è stata molto dura. Interessante certo, ma dura. Ho subito pensato che sarebbe stata vitale una metodologia, anche se in effetti non è stata in fin dei conti indispensabile…forse per organizzare il lavoro. In primo luogo, ho letto alcune riviste di cosmologia e ho capito subito che, per dare un fondamento scientifico al mio progetto, occorreva partire dai fondamenti: ho studiato i principi di fisica e chimica che mi sembravano più utili, cercando di collegarli fra loro secondo un ordine logico che avrebbe dovuto fornirmi gli strumenti per capire come è fatto l'universo - o meglio, come si pensa che sia fatto. In realtà, quando cominci a capire quanto è piccolo il mondo che conosci rispetto all'immensità del cosmo…hai come un senso di inadeguatezza che ti allontana dal progetto a cui stai lavorando. Poi torni ad avere fiducia, superi le difficoltà e…ce la fai. E' stato un lavoro nuovo per me, faticoso e affascinante.


Nonostante la rapidità abituale della tua narrazione, si percepisce molto bene il lavoro di ricostruzione degli ambienti e delle abitudini dell'epoca. Come hai lavorato su questo punto?
Come prima cosa ho raccolto una grande quantità di informazioni leggendo tutto quello che ho trovato sulla storia e sull'arte del periodo. In seguito, quando mi è stato più chiaro ciò di cui avevo bisogno, ho selezionato e rielaborato le informazioni, concentrandomi soprattutto sulla Francia e su Parigi. 


La rivoluzione è un tema che percorre tutte le tue opere. E' possibile oggi immaginare la rivoluzione? Esiste un potenziale soggetto rivoluzionario?
Che domanda! Che posso dire? Il vocabolario dà per rivoluzione il significato di "azione sovversiva tendente a cambiare in poco tempo il complesso istituzionale esistente. Ecco…non so…io credo che oggi sia rivoluzionario anche il voler rimanere fedeli ai propri principi, anche quando questi sono contrari al comune modo di sentire e di comportarsi…insomma ognuno di noi è un potenziale soggetto rivoluzionario…mah non lo so…ogni tanto ho la sensazione che nessuna rivoluzione sia più possibile.


I tuoi racconti colpiscono sempre per la perfezione del meccanismo narrativo. Come procedi nella scrittura? Fai degli schemi di preparazione o improvvisi? Ti ispiri a qualche modello? Perché hai scelto il diario questa volta?
Per me è impossibile cominciare a scrivere con uno schema già chiaro e definito, non ce la faccio, non ci riesco. Scrivere, parlo della mia esperienza ovviamente, è soprattutto improvvisazione. Dopo la prima stesura rivede tutto, cercando in un certo senso di individuare e perfezionare la struttura utilizzata. E' come se, in qualche modo, mi accorgessi soltanto dopo aver scritto dello stile e del genere di cui ho avuto bisogno. Questa storia, la storia di Jean, ha trovato la sua forma, la sua realizzazione naturale nel diario. I sentimenti, il dolore, la confusione, la felicità…hanno un profilo più netto, più intenso.


Alcuni critici hanno suggerito la possibilità di una lettura simbolica a sfondo psicoanalitico del tuo racconto. Jean sarebbe incapace di elaborare il lutto e dunque bloccato in un meccanismo ripetitivo che gli impedisce di restituire una direzione e un senso alla propria vita. Sei d'accordo, ci hai pensato?
Davvero hanno detto questo? Sono sorpresa. Non so, sa bene che spesso alcuni aspetti delle opere sfuggono all'autore. Mah…può darsi…non me ne intendo…lascio agli esperti la risposta

 

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