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Parte II

Postilla n. 1


Origini e cause della Rivoluzione Francese

Di Remigio  e Simone 

 


Introduzione



RIVOLUZIONE: o revoluzione [vc. Dotta, lat. Tardo revoluzione(m), revolutus, part. Pass. di revolvere 'rivolgere': nel sign. Politico, calco sul fr. Révoluzion; a. 1363] s.f. 1 Violento, profondo rivolgimento dell'ordine politico-sociale costituito, tendente a mutare radicalmente governi, istituzioni, rapporti economico-sociali e sim.:è scoppiata la rivoluzione.; bisogna fare la r .\ R.francese,( per anton.) la Rivoluzione, quella che, iniziata nel 1789, distrusse in Francia il regime feudale assolutista esprimendo i suoi principi ispiratori nella dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. \ R. d'ottobre, quella che, nell'ottobre del 1917, rovesciò il governo provvisorio di Kerenskij e portò al potere, in Russia, la frazione bolscevica del partito socialdemocratico guidata da Lenin, segnando la nascita del nuovo stato sovietico. 2 (est.,fig.) Rapida e radicale trasformazione economico-sociale, dovuta, all'applicazione sistemati e su scala sempre più vasta di nuove scoperte scientifiche e tecnologiche: la rivoluzione inglese; l'automazione è stata definita come la seconda r. industriale. 


Le rivoluzioni hanno luogo ogni qualvolta, in una nazione, si presenti un periodo di malcontento popolare per motivi economici, politici e sociali.
A volte i tumulti si configurano sotto forma di spontanea insurrezione popolare, come le jacquerie medievali, altre sono organizzate da un leader che le guida.
Il punto di partenza di ogni rivoluzione è sempre uno stato di crisi a cui l'ordine costituito non riesce a dare una risposta. Nell'89 la monarchia francese è incapace di affrontare la grave crisi economica con una riforma che limitasse i privilegi nobiliari. E' questa la molla che fa scattare prima lo scontro, all'interno degli stati generali, tra nobiltà e clero e borghesia, dando vita all'assemblea costituente, poi l'insurrezione popolare con la presa della Bastiglia. 
Allo stesso modo l'incapacità della monarchia borbonica di aprirsi al dialogo con gli illuministi napoletani genererà in questi un radicalismo che sfocerà nella rivoluzione partenopea del 1789. 
Ancora nell'17 in Russia la guerra mondiale travolge il già minato potere zarista, ma il governo che nasce sulle ceneri dell'impero non è in grado di sopravvivere affrontando la conclusione della guerra e prendendo la strada delle riforme, verrà così travolto dalla rivoluzione bolscevica.
Si possono a proposito citare le riflessioni di Vittorio Alfieri sui sovrani illuminati, deleteri perché attutivano con le riforme la volontà di rivolta nelle masse, l'assolutismo illuminato così gli appariva una forma di governo più perversa degli antichi regimi. La rivoluzione, infatti, esplode più facilmente dove non c'è mediazione tra potere costituito e istanze popolari.
Elemento fondamentale in ogni moto rivoluzionario è l'azione popolare. Ma il popolo è mosso da esigenze concrete, dal soddisfacimento prima di tutto di progresso socio-economico. Nel suo "Saggio storico sulla rivoluzione partenopea del 1789" Vincenzo Cuoco rifletteva sulle cause del fallimento di quell'insurrezione.
La repubblica partenopea aveva avuto ,infatti, vita breve ed era stata travolta dalla reazione austro-borbonica in concomitanza colle difficoltà di Napoleone nella campagna d'Egitto. Ma l'elemento da cui scaturisce la riflessione di Cuoco è il tradimento del popolo napoletano che abbandona i patrioti per appoggiare il ritorno dei Borboni. Che cosa causò il fallimento di quegli uomini che morirono da eroi sacrificandosi per la patria?
Secondo Cuoco fu la loro astrattezza, avevano parlato di libertà mentre il popolo conosce solo i propri bisogni, andavano dicendo "i vostri Tarquini sono fuggiti" ma era forse obbligato il popolo a conoscere la storia romana per capire cosa stava accadendo. Cuoco metteva così l'accendo su un nodo problematico essenziale di ogni rivoluzione: il coinvolgimento popolare, l'individuazione delle esigenze del popolo. Ma la sua formazione moderata gli impediva di arrivare fino al fondo della questione, individuava quindi l'errore di voler convogliare l'azione popolare intorno ad astratti ideali, ma quando poi passava all'analisi di quegli elementi intorno ai quali creare l'unità dell'azione rivoluzionaria opponeva al velleitarismo del voler tutto cambiare l'ottica moderata della mediazione per trovare un obbiettivo comune a tutto il popolo. Da un punto di vista marxista, invece, sarebbe bastato affrontare il tema della riforma agraria, a cui l'atavica fame di terra dei contadini avrebbe dato una risposta immediata. Ed ancora vale la pena di riflettere sulla polemica tra Mazzini e Pisacane che individua la causa del fallimento dei moti mazziniani nell'aver preteso di sollevare il popolo su temi politici, quali la creazione di una repubblica, il diritto alla sovranità popolare attraverso il voto, l'unità nazionale, dimenticando la questione agraria, l'unica capace di muovere le masse.
Veniamo, così, alla visione di Marx delle dinamiche storiche. Al contrario di Cuoco egli individua le esigenze popolari da un punto di vista prettamente materialistico, rifiutando le tesi idealistiche.
Tutte le azioni (rivoluzioni) sono spinte da bisogni materiali, afferma Marx, e dalla necessità di soddisfare aspirazioni da sempre inseguite e mai concretizzate. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono emanazione diretta del loro comportamento materiale. Nei suoi scritti Marx affronta la questione rivoluzionaria, mettendo l'accento sulle disparità sociali: come precedentemente la borghesia era stata capace di abbattere il sistema feudale, cosi, al suo tempo, la nascente classe proletaria debellerà le istituzioni borghesi fino ad arrivare ad un livellamento delle classi sociali. Quindi, spiega Marx, il movente che spinge l'uomo a "fare la storia" ha radici economiche, nel senso che noi, come individui, siamo spinti a compiere azioni per sublimare desideri materiali. 
In contrapposizione a Marx, il filosofo italiano Croce considera come movente delle azioni degli individui gli ideali, e non il soddisfacimento dei propri bisogni. Per Croce ogni rivoluzione è mossa dal pensiero, idee e ideali, quando l'idea si concretizza in azione che fa storia ridiventa pensiero che continuerà ad alimentare lo svolgimento storico si realizza così lo storicismo assoluto. Storia e conoscere storico sono sempre attuali perché rivivono nello spirito dell'uomo, solo così è possibile ottenere la vera conoscenza del reale. Partendo da questi presupposti, egli ribadisce la necessità della storia e del giudizio storico come "razionalità immanente", intesa però né in senso materialistico e nemmeno in senso trascendente. 



Le origini della rivoluzione francese



Il problema delle origini della rivoluzione francese può ricondursi ad un paradosso: quello dei rapporti fra la rivoluzione e l'antico regime. La rivoluzione rompe i ponti con l'antico regime, esprime la più totale volontà di rottura, e tuttavia essa deriva dall'antico regime. Come può dunque, al tempo stesso, rompere con l'antico regime ed esserne l'emanazione? E' un problema fondamentale, forse il problema maggiore della riflessione storica, quello che infatti si pone ogni volta che s'introduce un mutamento, siano rivoluzioni, quella del 1848 e del 1917, come nasce, la rivoluzione, dallo stato di cose anteriori? Che cosa conserva, e che cosa modifica della situazione? La rivoluzione francese è un avvenimento che pone questo problema con la maggiore intensità, nella misura in cui è il primo avvenimento di questo tipo (le altre rivoluzioni s'ispireranno tutte al modello del 1789) e nella misura in cui scoppia con una subitanea violenza che non ha paragoni, e arreca un cambiamento radicale. Storici e filosofi politici si sono sbizzarriti intorno ad essa, e il pensiero del XIX secolo, tutto dominato dal fatto rivoluzionario, s'interroga sulla sua legittimità, la sua necessità, le sue conseguenze, e non si capirebbe nulla del pensiero politico del XIX secolo se non si tenesse conto che tutto è rimesso in discussione.
Troppo spesso ogni sistema d'interpretazione privilegia in modo astratto e accademico un tipo di fatti. Noi ci sforzeremo quindi di porre in risalto l'interdipendenza di questi fatti e le loro articolazioni, di dimostrare in che modo la rivoluzione sia uscita dalla loro convergenza. 


I principi d'interpretazione e le serie di cause



Da un secolo e mezzo gli storici tornano ad esaminare l'evento rivoluzionario per indagarne le cause, il campo d'interpretazione non ha smesso d'allargarsi. Al principio, il ventaglio delle interpretazioni era ridotto, perché gli storici oscillavano fra una spiegazione di tipo propriamente politico (la crisi delle istituzioni), e quella che invece mette l'accento sul movimento delle idee, il risveglio spirituale, il fattore ideologico. In seguito, l'osservazione storica ha fatto emergere a poco a poco altri fenomeni, e l'attenzione s'è spostata dall'elemento istituzionale alle strutture della società e al ruolo dell'economia. Passo per passo, le interpretazioni si sono moltiplicate. Ma, come un secolo fa, è sempre viva la tentazione di ridurre questa pluralità d'interpretazioni a un principio unico. Per gli uni sarà la lotta di classe, per gli altri il movimento dei prezzi, mentre tutti gli altri fattori saranno ridotti a cause secondarie che si ricollegano, direttamente o indirettamente, al tipo d'interpretazioni privilegiato. Tuttavia questa tendenza presenta più rischi che vantaggi, e se una cosa bisogna imparato dopo un secolo e mezzo di storiografia rivoluzionaria, è proprio la diversità e la complessità di questa storia, troppo varia per lasciarsi ridurre a causa unica. 
Mi pare quindi più saggio prendere in considerazione la pluralità dei fattori. A dire il vero, il problema non è con questo completamente risolto, e resta da stabilire una gerarchia fra i diversi fattori, che non sono tutti della stessa importanza. Occorre perciò accordare a ciascuno di questi principi interpretativi l'importanza che gli spetta. Il compito dello storico è appunto quello di stimare la portata relativa, l'importanza rispettiva di diversi fatti, di stabilire una scala, tenendo conto che le stesse cause, nel 1792, non hanno probabilmente avuto la stessa importanza che nel 1789, di esaminare i principali tipi d'interpretazione andando dall'accidentale all'essenziale.


La rivoluzione, un semplice caso?



Un primo gruppo d'interpretazioni, che nella rivoluzione francese non vede altro che un evento accidentale, risolve il problema sopprimendo i dati. Secondo questa versione, la rivoluzione non era fatale, e se ne sarebbe potuto fare a meno. Essa non è stata voluta dal popolo, ma a malapena dai rivoluzionari, e solo un concorso imprevisto d'eventi, allo scoppio della rivoluzione. In questo caso, inutile cercare le ragioni profonde degli avvenimenti che avrebbero potuto prendere tutt'altra direzione. Non che da chiarire il concatenamento delle circostanze, dato che l'interpretazione della rivoluzione
Si disgrega in una serie di malintesi o di scandali, come il deficit del bilancio, le velleità di Luigi XVI e una quantità di fatterelli che, tutti insieme, sarebbero responsabili della rivoluzione.
Che cosa pensare di questo tipo di ragionamento, che s'incontra ancora in certe storie?
E' una tesi che spiega taluni aspetti della realtà. Essa sottolinea il carattere imprevisto, imprevedibile, dello scoppio rivoluzionario, che non era certo l'effetto della fatalità. Partendo da un resoconto circostanziale di episodi fortuiti, si può ritrovare ciò che vi fu veramente di contingente, di accidentale nello svolgersi degli avvenimenti da cui è scaturita la rivoluzione. Questa tesi mette anche in evidenza il ruolo delle individualità.
Ma questo non vuol dire che il concatenarsi dei fatti non abbia obbedito a nessuna logica. Resta da spiegare come mai circostanze del tutto fortuite abbiano potuto generare conseguenze di tale ampiezza. In un'altra situazione, le stesse occasioni non avrebbero prodotto gli stessi effetti. Se vogliamo andare più oltre nella comprensione dello svolgimento e nella valutazione della portata dell'evento, è dunque indispensabile scendere di un gradino nella scala delle interpretazioni e far intervenire altri fattori.



L'influenza occulta delle minoranze



Questo tipo di spiegazione, che trova facilmente credito presso un'opinione pubblica soddisfatta di pensare che la storia si riduca in definitiva a un intrigo di cabale, fa la fortuna di certe collane o di pubblicazioni. Lo schema (uno fra i più diffusi) non vale soltanto per la rivoluzione francese: in effetti può applicarsi a tutti i fenomeni storici, per esempio ai conflitti sociali, che saranno ridotti all'azione di alcuni sobillatori subito qualificati come cattivi pastori, ai quali si contrappone l'innocenza d'un gregge smarrito. E' la tesi di tutti i governi conservatori nel XIX secolo, quella che ispira la politica di Metternich; fra il 1815 e il 1840 egli pensa d'aver a che fare, in Germania, in Italia, solo con piccole minoranze di universitari o di militari. Inutile, quindi, intraprendere delle riforme: la colpa era tutta di un pugno di giacobini che traviano l'opinione pubblica. I governi li riducono al silenzio e li rendono incapaci di nuocere, allora non ci saranno più agitazioni né problemi. Quest'interpretazione è invocata anche per i movimenti nazionali in Europa nel XIX secolo, e fuori d'Europa nel XX: si crede sempre che si tratti di un pugno d'individui mossi dall'ambizione o stipendiati dallo straniero e che il resto della popolazione domandi solo di vivere in pace, soddisfatta dello statu quo.
Creato a proposito della rivoluzione, il principio dell'influenza occulta di piccoli gruppi che complottano contro l'ordine istituito trova la sua applicazione in una quantità di casi, che sia gli intrichi del duca d'Orléans, il ruolo svolto dalle società segrete e dalla massoneria, o l'oro che la diplomazia inglese avrebbe largamente dispensato in Francia.
Questa spiegazione ha il merito di mettere in luce l'importanza delle minoranze. Quelli che credono di poter spiegare tutto con il sollevamento spontaneo delle masse, peccano per esagerazione, perché, di fatto, si tratti di movimenti sociali; nazionali o di rivoluzioni politiche, l'esperienza storica rivela l'intervento di piccoli gruppi precursori che formano delle avanguardie. Ma l'influenza di queste minoranze, l'azione di queste avanguardie sarebbero quanto mai ristrette, se non trovassero nelle masse delle simpatie aperte o implicite. Non prendendo in considerazione questo fatto, la spiegazione cade nel vuoto. Se, per esempio, l'azione delle logga massoniche o degli amici del duca d'Orléans si fosse esercitata controcorrente rispetto al movimento generale, se l'insieme del paese avesse mantenuto un'adesione incondizionata alla monarchia e alla società dell'antico regime, il governo non avrebbe faticato a sventare i loro intrighi. Essi hanno potuto avere successo perché disponevano dell'appoggio popolare. La controprova ce ne è offerta, del resto, nel XIX, quando i controrivoluzionari falliscono non perché non abbiano complottato per rovesciare i reggimi fondati sui principi del 1789, ma perché sono isolati, perché non trovano nell'opinione pubblica quelle connivenze di cui i rivoluzionari avevano beneficiato nel 1789.
L'interpretazione che mette in primo piano le minoranze deve quindi essere apprezzata per il suo valore positivo, ma a condizione d'essere ricollocata in una prospettiva d'insieme che tenga conto dei legami fra le avanguardie e il resto delle società, perché è questa reciprocità di scambi, questa alleanza fra le minoranze e le masse che si trova all'origine di tutti i grandi movimenti storici.
Queste varie teorie, valorizzano le circostanze, gli eventi accidentali o l'opera delle minoranze, sottolineando il carattere inevitabile della rivoluzione francese, non basta a spiegare tutto; è dunque necessario fare appello ad altre teorie; il nesso di casualità, di necessità fra la situazione precedente e l'evolversi degli avvenimenti, sembra così stretto e così diretto che talvolta si è indotti a chiedersi come mai la rivoluzione non sia sorta prima. Siccome il nesso di causalità può riguardare una moltitudine di cause di natura assai diversa, bisogna scomporne il fascio.


I fattori d'ordine economico



Occorre stare attenti a non confondere economico- nel senso proprio del termine- e finanziario: possono interferire, ma rimangono distinti per natura.
Le cause finanziarie della rivoluzione riguardano il deficit del bilancio, che ha avuto certo una parte importante, dato che è all'origine della convocazione degli stati generali. Lo studio delle istituzioni dell'antico regime ci ha permesso di conoscere la situazione cronicamente difettosa delle finanze, dovuta alla mancanza di un'amministrazione finanziaria, cui si aggiunge l'impotenza della monarchia a sopprimere i privilegi.
La situazione è aggravata dalla guerra d'America, che obbliga a spese considerevoli e induce contrarre prestiti. Ecco un tipo di cause per metà strutturali e per metà contingenti, poiché le conseguenze finanziarie della guerra americana dipendono dalle congiuntura, e lo stato cronico delle finanze dalle strutture.
Le cause economiche sono di ben altra importanza e durata e concernono il regime stesso dell'economia francese, vale a dire il modo in cui sono organizzate la produzione e la distribuzione dei beni.
Alcune di queste cause dipendono dalla congiuntura, e questo elemento non può essere trascurato. L'economia francese, nel 1789, è in un momento difficile, e la responsabilità della crisi che attraversa è stata spesso imputata all'applicazione del trattato del libero scambio firmato nel 1786 tra la Francia e l'Inghilterra. Negli anni intorno al 1780 l'Europa tenta una specie di liberalizzazione delle relazioni economiche, una prima esperienza, ancora timida, di libero scambio. Vengono stipulati allora parecchi trattati di commercio e di navigazione tra la Francia e i giovani Stati Uniti, l'Inghilterra, la Svezia, vari paesi baltici. Questi trattati hanno in comune la caratteristica di allargare gli scambi e di abbassare le barriere doganali, aprendo così una breccia nel sistema mercantilista che regolava strettamente i rapporti fra le economie nazionali. Questo trattato, detto Eden, dal nome del negoziatore britannico, trova cattiva stampa in Francia, dove industriali e commercianti gli addossano la responsabilità del loro marasma. E' difficile oggi, a tanta distanza, dire se queste recriminazioni fossero fondate. Ogni volta che si abbassano le barriere doganali, commercianti e industriali levano alte grida: così dopo il trattato di libero scambio del 1860, che alienò al secondo impero le simpatie dei produttori; poi, dopo il 1950, a proposito del piano Schuma. Dopo la firma di questo trattato, la situazione economica era davvero così disastrosa come volevano far credere i manifatturieri? Pensiamo che il trattato e le conseguenze che gli si attribuivano abbiano potuto concorrere al sorgere di uno spirito rivoluzionario, perché l'amarezza dei produttori li alienava da un regime che difendeva così male la loro esistenza. più determinanti ,senza dubbio, sono gli elementi strutturali ,quelli che riguardano l'organizzazione dell'economia francese. Quest'economia è caratterizzata dagli impedimenti che le pesano addosso, alcuni d'ordine tecnico ed altri d'ordine giuridico. La minaccia cronica delle carestie fa della fame principale problema degli individui e dei governi; la Francia vive nell'incubo della penuria, nel ricordo della fame già sofferta e nel timore di riprovarla ancora. Si parlava, alla fine del regno di Luigi XVI, di un patto di affamatori: la popolazione immaginava che il governo fosse in combutta con gli accaparratori per diminuire la produzione e provocare il rincaro dei prezzi. La carestie sono tanto più temibili, in quanto la popolazione è cresciuta rapidamente, più in fretta della produzione di cereali. Fra il 1715 e il 1789, la popolazione della Francia è aumentata press'a poco della metà, passando da 18 o 19 milioni a 26 o 27, senza che l'agricoltura francese sia in grado di nutrire quest'eccedenza. La popolazione conta 8 o 9 milioni di bocche in più e lo squilibrio tende ad accentuarsi. 

Questa situazione s'inserisce in un movimento di lunga durata. Nella storia economica si parla della variazione dei prezzi e dei movimenti a breve e a lungo termine. All'incirca alla fine del regno di Luigi XVI, la tendenza è ascendente e l'economia europea è impegnata in un movimento di lento rialzo che produce una serie di conseguenze. Il rialzo, nell'insieme, favorisce l'espandersi della produzione, e per alcuni il XVIII secolo è un secolo di prosperità. Questo rialzo provoca il rincaro delle derrate; per chi si trova nella posizione di consumatore: l'operaio salariato, l'artigiano, costretti a comprare prodotti alimentari. Ciò significa un aumento delle spese e una diminuzione del proprio potere d'acquisto. L'unione di questi due fattori, la penuria intermittente e il continuo rincaro, spiega il malcontento e la formazione d'uno spirito rivoluzionario fra quella popolazione cittadina che dipende, per la sua sussistenza, dalla produzione agricola. Lo stesso fenomeno arricchisce gli altri gruppi che producono e vendono. In questo esempio si può cogliere il carattere ambivalente della maggior parte dei fatti, soprattutto economici, che è una delle costanti della realtà sociale. Lo stesso fenomeno produce miseria e produce prosperità, ed è impossibile dire se sia in se stesso benefico o nefasto, poiché il giudizio dipende dalle conseguenze che si vogliono esaminare e dalle categorie sociali considerate. 

Bisogna ancora aggiungere qualche parola sul sistema delle corporazioni, che partecipa all'organizzazione giuridica e istituzionale della società e contribuisce a creare altre costrizioni. In effetti, in numerosi campi d'attività, il lavoro non è libero, ma regolamentata, e si può esercitarlo solo a condizione d'appartenere ad una corporazione. Le quantità, le forme, le condizioni della produzione sono fissate, ed ogni infrazione è punita con un'ammenda , talvolta perfino con la revoca dell'autorizzazione a produrre o a vendere; una delle caratteristiche della corporazione, infatti, è che il potere pubblico le delega un'autorità coercitiva. L'insieme di questi vincoli che un tempo era giustificato da necessità sociali, politiche, spesso finanziarie, alla fine dell'antico regime ha perduto la sua ragion d'essere. Il progresso tecnico, il moltiplicarsi delle invenzioni, l'accumulo dei capitali, la nascita di nuove forme d'industria, la formazione d'una classe di commercianti, concorrono al superamento di quest'organizzazione. Sul piano dell'attività economica, è lo stesso contrasto che, dal punto di vista dell'organizzazione sociale, si verifica fra i quadri secolari ormai anacronistici e le forze nuove che tentano di abolirli. Non c'è dubbio che il desiderio d'innovazione, il bisogno d'iniziativa abbiano fatto schierare molti produttori, nel 1789, nel campo delle forze rivoluzionarie.



L'organizzazione sociale e la crisi della società



Dato che l'economia è condizionata e regolata dalle strutture giuridiche e dalle istituzioni, restano da determinare le cause che riguardano l'organizzazione stessa della società dell'antico regime. 
La crisi di questa società è provocata dall'antagonismo tra un'organizzazione tradizionale (fondatasulla gerarchia, l'ineguaglianza, l'esistenza degli ordini, la difesa dei privilegi) e le nuove aspirazioni delle classi in ascesa. Di anno in anno, il divario è sempre più accentuato dallo spostamento delle ricchezze, che impoverisce la nobiltà e arricchisce la borghesia, dall'evoluzione spirituale, dalla rimessa in discussione dei fondamenti giuridici e intellettuali nell'ordine tradizionale. L'irrigidimento delle classi privilegiate, la loro asprezza nel difendere le proprie posizioni contribuiscono ad esasperare gli antagonismi, a trasformare le tensioni esistenti in ogni società in tensioni propriamente rivoluzionarie, tanto più che il potere regio, fino allora arbitro nelle competizioni d'amor proprio e nelle concorrenze d'interessi, non è più in grado di dirimerle. 
A partire dal momento in cui l'opinione pubblica comincia a prospettarsi altre possibilità e a dare un giudizio critico sullo stato delle cose esistenti, la situazione non è più soltanto obiettivamente rivoluzionaria, comincia a diventarlo anche politicamente. 


Le cause politiche



Le Cause politiche sono forse le più determinanti, perché la rivoluzione attaccherà la forma stessa del regime e l'organizzazione del potere.
Importa però dissipare un equivoco. Tutta un'interpretazione della rivoluzione francese- quella che spesso ispira ancora i manuali scolastici- presenta la rivoluzione del 1789 come una reazione liberale contro una monarchia il cui giogo sarebbe divenuto troppo pesante, contro l'autorità e l'assolutismo. In questo c'è senz'altro del vero, e la presa della Bastiglia è il simbolo del rovesciamento da parte di un popolo che spezza le sue catene. Ma a guardar più da vicino, al di là del simbolismo di avvenimenti spettacolari, si arriva a chiedersi se la monarchia non perì per un eccesso di debolezza, più che d'autorità: per non aver saputo imporre ai privilegiati il rispetto dell'interesse generale. Un potere più forte, più rispettato avrebbe forse saputo prevenire una crisi rivoluzionaria. Si potrebbe dire della monarchia francese alla fine dell'antico regime ciò che Bainville ha detto del trattato di Versailles: troppo rigoroso per la debolezza dell'organizzazione che lo creava, e troppo debole per la severità delle clausole che imponeva la Germania. E' lo stesso per la monarchia, che pretende d'essere assoluta ma cui mancano spesso i mezzi tecnici per raggiungere i suoi obiettivi. Male attrezzata dal punto di vista amministrativo, provvista di finanze regolari, non è in grado di frenare le pretese dei privilegiati. Così, sotto Luigi XVI, la lotta plurisecolare fra la corona e i privilegiati si ridesta, gli organismi moltiplicano le loro rivendicazioni, gli ufficiali del re si emancipano: è la rivolta dei Parlamenti, la cattiva volontà dell'Assemblea dei notabili, l'insubordinazione a tutti i livelli della piramide sociale.
La rivoluzione ha cominciato con l'essere una rivolta dei privilegiati, prima di diventare la rivolta del terzo stato contro la società privilegiata. Sono stati loro a dare il segnale della disobbedienza e ad aprire, a loro insaputa, la strada al processo rivoluzionario. Se la monarchia fosse stata più forte, se avesse avuto i mezzi per realizzare le sue ambizioni, avrebbe richiamato all'ordine i privilegiati, e imposto le riforme che un ben intenso senso della ragion di Stato le avrebbe dettato. Tale non era il caso, e tutti i tentativi di riforma, quelle di Maupeou alla fine del regno di LuigiXV, di Turgot e di Nickel, urtarono contro la resistenza degli organismi privilegiati. Il capovolgimento va ancor più in là: non solo la monarchia non ha potuto tenere testa ai privilegiati, ma si è lasciata accaparrare da loro e ne ha abbracciato la causa. Facendo questo, si è allontanata dalla linea di condotta tradizionale, di cui i sovrani avevano fatto un principio fondamentale della loro politica: l'alleanza con gli elementi più evoluti del terzo stato contro la feudalità. La collusione che si manifesta alla vigilia della rivoluzione tra il potere regio e i privilegiati, spingerà la borghesia tra le file dell'opposizione rivoluzionaria. Così si spiega la deviazione di un movimento, che da antinobiliare diventerà antimonarchico, perché includerà l'istituzione monarchica nell'ostilità che nutre contro gli ordini privilegiati.
In questo rapporto triangolare fra la monarchia, i privilegiati e il terzo stato, il processo porterà all'estendersi della rivoluzione. Rivolta dei privilegiati, rivoluzione antinobiliare, rivoluzione antimonarchica: questi sono i tre stadi successivi di un movimento che distruggerà fino alle radici l'ordine politico dell'antico regime.


Il movimento delle idee, la loro diffusione nell'opinione pubblica



I fattori d'ordine intellettuali e ideologico, il movimento delle idee del XVIII secolo hanno largamente contribuito alla genesi della rivoluzione. In effetti, le teorie politiche non sono concepite soltanto da pensatori isolati nella quiete del loro studio, ma alimentano i movimenti d'opinione. Tuttavia, fra il contenuto originale e la diffusione, le teorie subiscono un'alterazione. Quel che l'opinione pubblica assimila degli scritti di Voltaire o di Montesquieu, per esempio, è abbastanza lontano da ciò che essi hanno scritto o pensato. Ma questo contenuto così snaturato, se non è fra i più ricchi dal punto di vista intellettuale, dal punto di vista storico è invece il più importante, il più decisivo per la storia in movimento. Così, alla fine dell'antico regime, si costituisce una specie di vulgata ispirata un po' a tutti i filosofi, che si diffonde ben al di là della cerchia dei lettori. In realtà, con quelli che avevano letto Montesquieu e Rosseau o con gli abbonati all'Enciclopedia, non c'era di che mettere insieme una rivoluzione: l'Enciclopedia non aveva più di 4000 o 5000 abbonati, meno delle nostre riviste d'interesse generale. Ma sarebbe un grande errore misurare l'importanza storica dell'Enciclopedia solo da questa cifra, perché bisogna tener conto della diffusione sotterranea che trasmette le idee e le fa penetrare per osmosi in più larghi strati.
Accanto agli scritti, c'è anche la forza degli esempi, l'apporto dei precedenti e delle esperienze. L'esempio della rivoluzione americana propone una soluzione di ricambio a una parte dell'opinione pubblica, che desidera confusamente un rinnovamento profondo, e alla quale delle semplici riforme non paiono più sufficienti. Essa vagheggia una trasformazione che dovrebbe avvenire nell'ordine dell'armonia, con il consenso e addirittura l'iniziativa del potere regio. Lo spirito della rivoluzione è caratterizzato da questa volontà di razionalismo che va contro il rispetto della tradizione, tipico dell'antico regime, e da questo sogno di un'unificazione che dovrebbe far tabula rasa delle diverse istituzioni accumulate da secoli.
Ecco i principali fattori che convergono per determinare la rivoluzione; è in questa convergenza che risiede l'interpretazione più valida: quella che unisce la congiuntura e i fatti strutturali, che associa il politico al sociale e che spiega come, partendo da una situazione di crisi, dei movimenti di idee abbiamo potuto scatenare un processo irreversibile. E' l'unione di tutte queste cause che crea la potenza esplosiva della rivoluzione, impedendo di considerarla come un semplice evento accidentale sopravvenuto all'improvviso nel divenire d'una particolare società.


Appendice
Cronologia e analisi della Rivoluzione Francese



I) Durante il lungo regno di Luigi XV (1723-74) la situazione economica della Francia era andata progressivamente peggiorando: la guerra e i crescenti bisogni della vita di corte (Versailles) richiedevano l'imposizione di continue tasse. Per accrescere il gettito delle imposte e contenere il deficit di bilancio, il governo era ricorso a manovre finanziarie assai pericolose: concessione di alti tassi d'interesse sui prestiti dei cittadini, indiscriminata vendita di uffici pubblici, alterazioni del valore della moneta, riduzione arbitraria dei debiti dello Stato (bancarotta). Tutto questo perché le classi privilegiate (nobiltà e clero) erano riuscite, per interi decenni, a bloccare ogni provvedimento fiscale che estendesse anche a loro il peso tributario.

II) Le tasse erano prevalentemente pagate dai contadini e dalla borghesia. Nelle campagne il diritto di proprietà spettava ancora quasi interamente alla Corona, alla nobiltà e al clero. I contadini non erano più servi della gleba, come nel Medioevo, perché disponevano della libertà personale, però, non essendo proprietari di nulla, erano costretti a versare al clero le decime (cioè una parte dei prodotti dei campi), pagavano imposte e gabelle regie, erano obbligati dallo Stato a prestazioni di lavoro gratuite (corvées) per la costruzione di strade e caserme, ecc. Gli stessi nobili li obbligavano a pagare tasse sul commercio al minuto, pedaggi per l'uso di strade e ponti, tributi in natura, in denaro, in corvées.

III) La borghesia si era arricchita notevolmente, ma non aveva alcun potere politico. Solo una piccola parte s'era procurata titoli nobiliari ereditari mediante l'acquisto degli uffici pubblici. Le piccole aziende manifatturiere si erano trasformate in opifici di vaste dimensioni. La ricchezza dovuta ai commerci, all'industria, alle società per azioni e agli istituti bancari aveva indotto la borghesia a chiedere la fine del regime del privilegio di clero e nobiltà, la libera disponibilità della terra, la piena libertà dei commerci (senza vincoli doganali e corporativi).
IV) L'incapacità della monarchia (Luigi XVI) a dirigere dall'alto le istanze di rinnovamento dei ceti borghesi (dispotismo illuminato) rese inevitabile la convocazione degli Stati Generali, non convocati dal 1614 (non avevano potere legislativo ma solo consultivo). Il ministro delle finanze Necker si batté perché la borghesia (Terzo stato) mandasse all'Assemblea più delegati di quanti non potessero disporre nobiltà e clero messi insieme, di contro alla consuetudine che prevedeva invece, per ogni circoscrizione elettorale, la designazione di un candidato per ciascun ordine sociale. Nell'Assemblea la borghesia propose che il voto non fosse dato per ordine ma per testa (per avere la maggioranza) e che i lavori non si svolgessero in camere separate secondo gli ordini, ma in un'unica assemblea (per affermare la parità sociale dei delegati). Di fronte al rifiuto di nobiltà e clero, la borghesia si costituì in Assemblea Nazionale, proclamandosi rappresentante della volontà nazionale (giugno 1789).

V) La maggioranza dei delegati del clero, che provenivano da parrocchie rurali, decise di unirsi alla borghesia. Il re fece chiudere la Camera delle riunioni, ma il Terzo stato si trasferì in una sala adibita dalla Corte al gioco della pallacorda, giurando di riunirsi finché la Costituzione non fosse stabilita (Giuramento della Pallacorda). Il re ingiunse agli eletti di sciogliersi e di tornare a riunirsi l'indomani separatamente nelle sale assegnate a ciascun ordine. La borghesia non obbedì. Evitando di usare la forza, il re invitò clero e nobiltà a unirsi alla borghesia: l'assemblea così si proclamò Assemblea Nazionale Costituente.

VI) Sospinto dagli aristocratici, Luigi XVI licenziò il Necker e ammassò truppe mercenarie svizzere e tedesche nei pressi di Parigi. Il popolo di Parigi rispose occupando la Bastiglia, cioè la prigione per i condannati politici, simbolo dell'autorità assoluta del monarca. Il popolo creò nuovi organi di governo (a Parigi) e di difesa (la Guardia Nazionale, capeggiata da La Fayette, che già aveva combattuto a fianco degli insorti americani). Compaiono diversi clubs politici (giacobini, cordiglieri, girondini...) e il tricolore. I nobili più intransigenti emigrano all'estero. L'esempio di Parigi viene seguito da altre città, che considerano la Costituente come l'unica vera fonte d'autorità. Nelle campagne si diffonde la "Grande Paura" dei nobili, che vedono le loro proprietà saccheggiate o espropriate dai contadini. Nell'agosto '89 l'Assemblea dichiara abolito il sistema feudale (corvées, decime...), anche se vincola questa abolizione all'indennità che i contadini devono pagare ai nobili per le proprietà requisite.

VII) L'atto di morte dell'ancien régime viene ratificato con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Principi fondamentali: sovranità popolare, diritti di libertà (opinione, stampa, religione, riunione), uguaglianza giuridica, tutela della sicurezza personale e della proprietà individuale. La Costituente si preoccupò non solo di convogliare le forze popolari contro i ceti privilegiati, ma anche d'impedire che queste forze potessero dirigere il corso della rivoluzione. Venne perciò introdotto il principio della separazione dei poteri dello Stato: quello esecutivo spettava al re, che aveva il diritto di veto, col quale poteva bloccare per 4 anni le decisioni dei rappresentanti eletti; la borghesia inoltre si riservava l'assoluta preminenza nella funzione legislativa. Fu approvato il sistema monocamerale (cioè senza una Camera Alta da riservare alla nobiltà) e viene sancito il criterio censitario come condizione per l'esercizio dei diritti politici (solo i cittadini, cioè i maschi con almeno 25 anni di età, che pagassero un'imposta diretta pari a 3 giornate lavorative, potevano votare ed essere eletti). Il re rifiutò l'abolizione dei diritti feudali, la suddetta Dichiarazione e la Monarchia costituzionale, ma una folla affamata si recò a Versailles per costringerlo ad approvvigionare la capitale, a ratificare le decisioni della Costituente e a trasferire la corte a Parigi. Questa parte di popolazione venne sempre più definendosi come Quarto Stato o Sanculotti, e i due circoli politici che esprimevano di più le sue esigenze erano i giacobini e i cordiglieri.

VIII) Intanto, la Costituente, per fronteggiare la grave situazione finanziaria, prese la decisione d'incamerare i beni degli ordini religiosi a favore del demanio statale. L'esecuzione della vendita dei latifondi ecclesiastici fu affidata ai Comuni, ma, siccome l'operazione era lunga e complessa, e l'erario aveva bisogno di soldi, l'Assemblea autorizzò il Tesoro ad emettere dei titoli di stato (assegnati) col valore di cartamoneta, garantiti dai beni espropriati. In tal modo chi comprava gli assegnati si sentiva strettamente legato agli esiti della rivoluzione. L'Assemblea inoltre abolì il clero regolare, trasformò quello secolare in funzionari stipendiati dallo Stato mediante la Costituzione civile del clero, la quale prevedeva il principio elettivo per tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, senza diritto di conferma canonica da parte del papa. Il clero si divise in due parti: costituzionali e refrattari (quest'ultimi favorevoli al papa, che condannò sia la Dichiarazione che la Costituzione del clero).

IX) Luigi XVI, dopo essere stato costretto a ratificare la Costituzione del clero, decide di fuggire dalla Francia, ma alla frontiera belga viene riconosciuto e arrestato. Il sistema della monarchia costituzionale entra in crisi: il re passa per un traditore della nazione, fomentatore di guerra civile e alleato delle potenze straniere antifrancesi. Cordiglieri e giacobini ne approfittano per rivendicare maggiori poteri in seno all'Assemblea, la quale però al Campo di Marte (Parigi) fa sparare sulla folla, sospende la libertà di stampa e di riunione. L'Assemblea (ove dominano i girondini) cerca di superare la paralisi del movimento democratico in 3 modi: 1) fa credere all'opinione pubblica che la fuga del re era un rapimento tramato da controrivoluzionari; 2) si scioglie, trasformandosi in Assemblea Legislativa, eletta a suffragio censitario (impedisce a tutti quanti avevano fatto parte della Costituente di poter partecipare anche alla Legislativa); 3) dichiara una guerra preventiva all'imperatore d'Austria e Prussia.

X) Alla guerra contro Austria-Prussia si giunse per una serie di ragioni: 1) fame e disoccupazione dilagavano nel Paese; 2) gli ambienti di corte erano convinti che la Francia rivoluzionaria ne sarebbe uscita sconfitta; 3) gli ambienti rivoluzionari volevano esportare all'estero i loro principi politici. Solo Robespierre e pochi giacobini erano contrari, temendo che la guerra segnasse la fine della rivoluzione. All'inizio, in effetti, il conflitto fu disastroso per la Francia: esercito male organizzato, ufficiali aristocratici non disposti a combattere con impegno, tradimenti continui della corte che complottava col nemico... La prima grande sconfitta fu quella di Verdun, che ebbe come effetto le stragi di settembre nelle carceri parigine: almeno 1300 detenuti politici conservatori vennero uccisi dalla folla in tumulto.

XI) Intanto la Comune insurrezionale di Parigi obbliga la Legislativa ad arrestare il re. La stessa Legislativa convoca una nuova Assemblea, la Convenzione Nazionale, che avrebbe dovuto trasformare il Paese in una Repubblica. La monarchia era finita. La Fayette si era consegnato agli austriaci. Pochi giorni dopo il massacro di settembre vi fu la grande vittoria francese a Valmy e la conquista del Belgio. Nella Convenzione, i girondini, che rappresentavano la medio-alta borghesia progressista, conservano il governo del Paese (sostenevano la tesi federalista); a sinistra erano i giacobini (detti montagnardi), rappresentanti della piccola borghesia: essi riusciranno a far proclamare la Repubblica una e indivisibile, ed anche a far condannare a morte il re.

XII) Nel '93 la Convenzione votò la Costituzione dell'Anno I della Repubblica: per la prima volta in Europa s'introdusse il principio del suffragio universale, sopprimendo la discriminazione censitaria dei cittadini in attivi e passivi, e attribuì il diritto' di voto (segreto e diretto) a tutti i francesi maschi maggiorenni; prevede anche l'intervento assistenziale dello Stato a favore dei ceti indigenti. Questi principi non furono però applicati perché gli eventi internazionali favorirono l'avvento di una dittatura politica. Infatti, avendo occupato Belgio, Olanda, Savoia e altri territori, la Francia si vide coalizzare contro moltissimi paesi europei: Austria, Prussia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo, Russia, Piemonte, Stato Pontificio, ecc. La Francia deve ritirarsi un po' ovunque. All'interno scoppia la guerra civile in Vandea: alla miseria si era aggiunta la coscrizione obbligatoria che colpiva soprattutto i contadini più poveri.

XIII) Nella Convenzione i montagnardi imposero ai girondini leggi di emergenza: 1) attribuire alla Convenzione tutti i poteri; 2) dittatura rivoluzionaria; 3) organo collegiale di controllo sul governo (Comitato di salute pubblica); 4) Tribunale rivoluzionario; 5) politica economica rigidamente centralizzata (blocco dei salari e dei prezzi). I giacobini, con un colpo di stato, s'impadroniscono del potere e condannano a morte 21 deputati girondini. Cala il prestigio di Danton e sale quello di Robespierre e Saint-Just. I girondini rispondono scatenando varie insurrezioni nei dipartimenti e nelle grandi città; uccidono Marat. I giacobini rispondono con la politica del Terrore: 1) contro gli accaparratori di derrate; per il controllo della distribuzione dei generi alimentari di largo consumo; legge del Maximum, cioè un calmiere dei prezzi; imposto il corso forzoso degli assegnati, la cui continua emissione li aveva fortemente svalutati; 2) soppressa stampa dissidente, chiusi i club antigiacobini, promulgata la legge dei sospetti, giustiziati la regina, repressa rivolta vandeana e tutte le rivolte girondine.

XIV) Il governo giacobino eliminò il gruppo di Danton, accusato di eccessivo moderatismo, e il gruppo di Hébert, accusato di eccessivo estremismo; impose come religione di stato il culto dell'Essere Supremo; non riuscì a impedire il mercato nero né a garantire sufficienti salari al proletariato delle città. Le vittorie militari francesi fecero capire alla borghesia che non c'era più bisogno di una dittatura rivoluzionaria. La borghesia approfittò del fatto che i giacobini, eliminando i seguaci di Danton ed Hébert, si erano inimicati le masse popolari, per compiere un colpo di stato e rovesciare Robespierre e Saint-Just, accusati di voler imporre una tirannia personale (reazione termidoriana). La Convenzione Termidoriana abolì subito il calmiere dei prezzi e scatenò il terrore bianco contro i giacobini. Per evitare che i realisti riprendessero il potere, la Convenzione affida il governo a un Direttorio, dal quale emergerà la dittatura militare di Napoleone Bonaparte. L'ultima battaglia della sinistra rivoluzionaria fu quella di Babeuf e Buonarroti, che però ebbe esito fallimentare.

XV) Il ritorno dei Borboni in Francia aveva scontentato molte classi sociali; era aumentata la disoccupazione; gli aristocratici miravano a vendicarsi; ufficiali e soldati napoleonici erano stati smobilitati senza essere reimpiegati... Napoleone. rientrò a Parigi cacciando Luigi XVIII. Le grandi potenze costituirono la VIIa coalizione e sconfissero Napoleone. a Waterloo (1815), relegandolo a Sant'Elena, isola sperduta dell'Atlantico. Vi morirà nel 1821. Murat non riuscirà a sollevare i meridionali contro il governo borbonico: morirà fucilato.


 

 

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