La Religione e la Donna a Roma

Ruolo della donna durante l’epoca Romana

 

Durante il periodo romano, la donna aveva maggiori liberta rispetto alle epoche passate, anche se in ogni modo era sottomessa al marito. Secondo l’austero codice repubblicano, la donna aveva un ruolo ben definito. Oltre ad accudire la casa, i figli e a svolgere i normali compiti femminili, poteva ad esempio accompagnare il marito alle cerimonie, ai banchetti poteva liberamente recarsi alle terme, alle corse del circo, al teatro e in ogni modo non era più mal considerata e viene ridimensionata rispetto al passato. Con l’affermarsi dell’impero, le condizioni della donna continuarono a migliorare sia dal punto di vista giuridico che da quello pratico, cioè dai comportamenti quotidiani che la società giudicava leciti. Questi nuovi vantaggi della donna furono favoriti dall’assenza di molti uomini impegnati nelle guerre che fecero aumentare il numero delle vedove e di conseguenza, essendo ormai le donne, più numerose rispetto agli uomini, le misero in condizioni di primo piano rispetto alle famiglia e quindi verso la società. Raggiunti nuovi poteri, più ricchezze e più libertà, le donne arrivarono addirittura a svolgere attività prima esclusivamente riservate agli uomini che permisero loro di difendere personalmente le proprie cause nei processi come nel caso di Afrania e Ortenzia che organizzarono la protesta delle ricche ereditiere contro Augusto che le voleva obbligare a pagare le spese militari, al posto dei familiari fuggiti a Roma. Come testimoniano immagini di donne, ritratte con libri e attrezzature per la scrittura, molte di loro erano anche istruite tanto da diventare scrittrici. Tuttavia ci sono rimasti i testi di una sola poetessa, Sulpicia, che compose poesie d’amore e visse nell’epoca di Augusto. Col passare del tempo la donna è riuscita a conquistare ulteriori diritti come la possibilità, da parte delle ereditiere, di scegliersi da sole i propri tutori di fiducia, i qui le lasciavano libere di agire come volevano; oppure il diritto di divorziare dai mariti non graditi e quindi potersi risposare, insomma la donna era riuscita a conquistarsi quella relativa emancipazione che le ha permesso e le permetteva di vivere in maniera più agiata e naturalmente più felice. Varie, secondo i tempi ed i luoghi, sono state le condizioni Giuridiche, sociali e spirituali della donna. Si può sintatticamente affermare che nelle civiltà orientali la sua posizione fu relativamente elevata specie presso i Sumeri, Babilonesi, Assiri e Fenici, dove assistiamo a diversi esempi di donne raggianti. Nell’era romana la donna veniva presa in considerazione, veniva data letteralmente in potere al marito, questo succedeva nel matrimonio. Tuttavia la matrona, la donna sposata, era chiamata domina( signora) e aveva tra le mura domestiche una posizione di gran prestigio. La moglie veniva giuridicamente soggetta alla manus del marito in tre modi: attraverso la cerimonia religiosa della confarreatio (la spartizione delle focacce di farro, cereale d’antichissima coltivazione); Attraverso la cerimonia laica della coemptio (una vendita simulata); oppure attraverso l’usus (la coabitazione continua per un anno): in questo caso la donna era considerata simile a qualunque altro bene, il cui possesso continuato si trasformava per la legge romana in proprietà. Quando al moglie era particolarmente ricca, al sua famiglia preferiva un matrimonio senza manus, in modo che le sue proprietà rimanessero nella casa d’origine e non passassero al marito. La donna sposata senza manus, godeva di maggiore indipendenza. Il matrimonio era uno strumento fondamentale per stringere alleanze politiche. Nella tarda repubblica se ne fece un uso molto spregiudicato. Cosi, Cesare, per guadagnarsi il favore di Pompeo gli diede in sposa la figlia Giulia. Questa era stata gia promessa ad un altro aristocratico, Servillo Scipione. Per compensarlo Pompeo offrì a quest’ultimo la propria figlia, nonostante che essa fosse già stata promessa a Fausto, il figlio di Silla. Il divorzio era relativamente facile, ma solo poche donne di altissimo rango della tarda repubblica divorziavano di propria iniziativa. Il divorzio prevedeva la restituzione della propria dote. Ma se era causato dalla condotta immorale della moglie, il marito poteva trattenere una parte. Nella prima età repubblicana la donna era quella che meno faceva parlare di se: quella che allevava i figli e curava giudiziosamente la casa; che era sottomessa al marito e si distingueva per la modestia. Solo piche donne di grande casato ricevevano un’educazione superiore. Nell’ultimo secolo della repubblica invece, non era che le donne avessero un’elevata cultura e che i loro costumi fossero meno irreprensibile. Le donne vagheggiate dai poeti dell’età di Cesare non avevano solo che comuni attrattive degli amanti, ma esercitavano su di loro anche un fascino intellettuale. Alcune donne giunsero a svolgere un ruolo politico non secondario, un esempio ne è Fulvia, la prima moglie di Antonio.

Donne emancipate

Per indicare l’emancipazione di Fulvia basta dire che non si occupava della casa e non filava la lana; l’esatto contrario delle matrone del buon tempo antico. Fulvia era una donna molto istruita in letteratura greca e latina, sapeva suonare la lira e danzare meglio di qualunque altra, ed era versata in molte attività che sono parte integrante di una vita licenziosa. Ma qualunque altra cosa le era più cara della decenza e della moralità. Tuttavia possedeva capacità mentali da non disprezzare affatto: l’abilità di scrivere i versi, di raccontare le barzellette, di parlare castamente, teneramente e con vivacità, in una parola aveva molto spirito e un grande fascino

Severità di un tempo verso le donne

Le donne venivano rispettate, ma i mariti erano molto severi, in quanto, quando un uomo rimanda la propria, egli ne è giudice come se fosse un censore, a pieni poteri, se la donna ha commesso qualche atto vergognoso o infamante; viene multata se ha bevuto del vino; se ha commesso atti impuri con un altro uomo, è passibile di morte. Il diritto di uccidere di quel tempo: “Se scopri tua moglie in adulterio, senza giudizio impunemente la ucciderai, se tu hai commesso indecenze o adulterio, essa non osi toccarti con un dito: non ne ha diritto”. In questi casi la severità del marito assumeva forme eccessive: Caio Sulpcio Gallo ripudiò la moglie perché era venuto a sapere che si era mostrato al foro a capo scoperto; non diversamente pensava Quinto Antistio Veto quando ripudio la moglie perché l’aveva vista parlare segretamente con una liberta di dubbi costumi: erano per cosi dire, gli inizi e i primi progressi della colpa, non la stessa che lo turbarono; anticipò la punizione alla colpa, preferendo garantirsi da un’offesa che doveva punire. Va aggiunto un altro esempio: Publio Sempronio Sofo, che infisse alla propria moglie d’infamia del ripudio soltanto perché aveva osato assistere ai giochi senza che egli lo sapesse. Era cosi che una volta si prevenivano le colpe delle donne, allontanando dalle loro menti il pensiero del vizio.

La donna romana durante la repubblica

Le donne romane venivano considerate quasi alla pari degli uomini. Non svolgevano lavori servili ma filavano o tessevano con le proprie figlie o con le domestiche. Non rimanevano chiuse in casa ma erano libere di uscire ( questo non succedeva in Grecia dove le donne rimanevano nel gineceo) e potevano ricevere o far visite. Accompagnavano i mariti a feste, banchetti, ai giochi e ai teatri. Alle feste poteva partecipare solo seduta e non sdraiata e non poteva bere vino puro. Le donne partecipavano attivamente alla vita pubblica; i consigli dati venivano sempre ascoltati soprattutto in campo d’affari. Le donne romane erano molto istruite infatti la più pura lingua latina veniva parlata dalle matrone romane. In generale i compiti della donna romana si riassumevano in: cure della casa, dei figli e dei lavori femminili. Queste qualità si persero nell’epoca imperiale, ma le sfumatezze di talune donne celebri non vennero confuse con il comportamento della massa, che, sebbene allentato dalle trasformazioni sociali, fu in genere migliore di quanto si pensi.

La donna regina della casa

Nella vita quotidiana grande importanza aveva il lavoro della donna, che si poteva considerare senz’altro la regina della casa. Non è noto che i diritti sociali per gli uomini fossero gli stessi anche per le loro compagne; pur tuttavia, dai documenti rimasti, risulta evidente che la posizione della donna non doveva essere molto inferiore a quella del marito o dei fratelli. Soprattutto per quanto riguarda i monumenti funerari, i diversi casi, le statue che raffiguravano le mogli si trovavano accanto a quelle dei mariti, ed anche le iscrizioni funebri hanno lo steso tono di elogio sia per l’uomo che per la donna. Certo è, comunque, che le donne nella città erano più soggette a podestà maritale che non nelle campagne, dove il loro lavoro era maggiormente apprezzato perché contribuiva alla sopravvivenza e al benessere del nucleo familiare. Molto probabilmente esse ricoprivano anche cariche sociali e religiose, ma una certezza assoluta sull’importanza della donna nel mantenimento della casa e nella preparazione dei cibi.

Le Vestali

Alcune donne esercitavano l’attività di vestali, cioè custodivano il sacro fuoco di Vesta. Erano donne vergini e se veniva riconosciuta loro al colpa di adulterio venivano sepolte vive nel “Campus Sceleratus” posto nei pressi di porta collina in una fossa, dotata di un giaciglio, di una lanterna e di poco cibo. Chiusa la fossa, se ne pareggiava il terreno per far sparire ogni traccia delle colpevoli. Anche il seduttore era punito con una fustigazione cosi violenta che ne provocava la morte. Anche le donne che facevano parte delle famiglie normali possono essere considerate vestali.

Le Origini della Religione romana.

Gli studiosi della religione romana hanno due fondamentali, opposti orientamenti. Alcuni possono essere definiti “primitivisti”, altri “comparativisti”. Secondo i primitivisti i primi romani erano “primitivi”, paragonabili alle popolazioni più arretrate e selvagge: La religione fu quindi elementare, semplice, tutta avvolta di superstizioni, di paure, di magie; gli studiosi che sostengono questa tesi portano, essenzialmente, due prove. Prima prova: le popolazioni più selvagge indicano con la parola MANA ogni cosa che non conoscono o che non riescono a capire, ogni cosa che non riescono a controllare; anche presso i romani esiste una parola simile, NUMEN, che indica il dio. Seconda prova: presso i romani, accanto agli dei maggiori, vi erano moltissime divinità che raffiguravano le acque, i boschi, il temporale, i fulmini, ogni cosa, insomma, strana, o amica, o nemica, o incomprensibile, un segno, questo, dell’ingenuità, dello stato selvaggio dei primi romani. Secondo i comparativisti, invece, la religione romana va studiata “comparando”, cioè paragonandola con altre religioni indoeuropee, quali si incontrano in India, in Persia, nell’Europa del nord. Ebbene, da questi studi appaiono somiglianze sorprendenti. Ne elenchiamo alcune. Nelle antiche religioni indiane e persiane le divinità più importanti sono tre; ed ugual cosa si trova a Roma (triade capitolina:Giove, Giunone, Minerva). Nelle antiche religioni indiane vi è, ricorrente, il simbolo del fuoco, che va tenuto sempre acceso; e la stessa cosa di trova a Roma, con il culto della dea Vesta. Le tre maggiori divinità indoeuropee rappresentano la giustizia, la forza, il benessere; e la stessa cosa si ha Roma, ove Giove, marte, Quirino rappresentano quelle tre qualità. Molte leggende persiane, indiane e dell’Europa del Nord hanno notevoli punti i contatto con le leggende romane: ad esempio presso i popoli dell’Europa del Nord si narra che due dei, Odino e Try, abbiano salvato il loro popolo sacrificando un occhio e una mano; nelle leggende romane si trovano gli episodi di Orazio Coclite e di Muzio Scevola, i quali salvarono il loro popolo fulminando con lo sguardo il re avversario e ponendo su un braciere, sino a perderla, la mano destra.

La Religione a Roma

La religione romana arcaica era molto diversa dalle religioni asiatiche. Essa era una religione politeista senza avere le caratteristiche dell’antropofismo e del naturalismo cioè non credeva negli eventi naturali. I romani credevano che intorno a loro ci fossero delle forze oscure che agivano positivamente o negativamente sul popolo (queste venivano chiamate Numina). La religione romana fu una religione dello stato ma non fu una religione di fede e di sentimenti ma servi solo per far sentire l’uomo più legato allo stato. Questa religione non si basava sulla preghiera ma era fatta di cerimonie pubbliche, di processioni e di sacrifici che venivano svolti da gente comune. La religione romana consentiva di far diventare uno straniero cittadino romano ma se non se non riconosceva gli dei romani veniva perseguitato e ucciso. Gli dei romani venivano considerati, in un certo senso, cittadini romani perché: avevano una casa (il tempio) e avevano un territorio riservato, chiamato territorio sacro. Il culto era presieduto dai sacerdoti i quali erano divisi in due categorie: sacerdoti dei e sacerdoti addetti alle cerimonie. I sacerdoti dei erano considerati come un dio vivente e i più importanti erano: Giove, Marte, Quirino, Vesta. Il sacerdote Giove era vestito con delle vesti molto particolari che non dovevano avere nodi o legacci, sul capo portava un berretto bianco e tale berretto era ricavato dalla pelle di un animale sacrificato a Giove. Inoltre tale sacerdote non poteva vedere torture su un uomo ne poteva veder morire l’uomo perché giove rappresentava la vita. I sacerdoti addetti alle cerimonie erano divisi in: Pontefici, Auguri, Sacrificatori. I pontefici erano sedici persone e ne facevano parte il re e le sei vestali guidate dal pontefice massimo. Gli Auguri erano degli esperti nell’interpretare i segni inviati dalle divinità. I Sacrificatori erano quindici persone incaricate di custodire i Libri Sibbillini. Una pratica molto diffusa era la magia occulta che rappresentava una ricerca verso qualcosa di veramente spiritico visto che la religione dello stato non rappresentava lo spiritismo

La religione dell’antica Roma: Il Calendario Festivo

I luoghi e i tempi dell’azione divina erano fissati in templi e sacrari( aedes, templa, fana delubra, sacella) e in feste occasionali e periodiche, mobili e fisse; queste ultime componevano un calendario festivo che costituisce il più antico e più importante documento della religione romana. Il calendario festivo, legato alle origini, come ogni altro calendario, al ciclo agricolo, conservava dell’antica funzione soltanto un certo schema; come pure manteneva convenzionalmente nei mesi lo schema delle lunazioni con il rilievo, pure convenzionalmente, di due fasi, il novilunio e il plenilunio, nei giorni detti rispettivamente Calendae e Idi (il primo del mese e il 13 o il 15 secondo i mesi brevi o lunghi). Il calendario festivo, sottratto ai suoi concreti scopi originari, serviva soltanto per esigenze religiose, dividendo e organizzando il tempo in funzione delle feste. I vari mesi, poi, erano particolarmente dedicati a qualche dio, a parte le singole giornate festive messe sempre in relazione con una divinità. Un gruppo di sei mesi, da gennaio a giugno, costituiva una particolare festa dell’anno che cominciava con l’attiva presenza di Giano (il quale dava nome al primo mese, gennaio) e finiva con quella di Vesta (l’ultima festa di giugno), cosi come ogni azione sacrificale iniziava col nome di Giano e finiva col nome di Vesta. A giugno seguiva una seconda serie di sei mesi senza nome, che venivano indicati semplice,mente con un numerale (quintile, sestile, settembre ecc.). Si cominciava con un quintile (che si chiamerà poi luglio, Iulius, in onore di Giulio cesare) perché il computo era fatto a partire da marzo, considerato il primo mese dell’anno sacro. I mesi di febbraio e di dicembre, che rispettivamente precedevano il capodanno di marzo e quello di gennaio, erano caratterizzati da feste “caotiche” di fine anno. Vi era un terzo capodanno, il 21 aprile (i Parilia), natale di romano che non era certo uno strumento per computare il tempo a qualsiasi fine pratico, ma era una sapiente elaborazione religiosa per poter dare la migliore esecuzione al culto divino.

Il Culto Privato

Il culto privato non presenta rispetto agli altri popoli antichi caratteri originali. Il capofamiglia (pater familias) aveva la responsabilità dei riti, per lo più rivolte alle divinità domestiche (Lari, Penati). Ogni individuo, poi, coltivava il suo genio personale. Le idee sulla morte non espressero mai un’escatologica che improntasse a suo modo la religione. Bastava fornire al morto le dovute onoranze (Iusta). Il morto si trasformava in larva e andava a far parte dei Mani, gli dei dello stato di morte. Il sovvertimento di valori che porto alla fine della repubblica ebbe naturalmente un riflesso religioso. Indicativi al riguardo, so i casi di Venere e Fortuna. Queste due idee, che rappresentavano rispettivamente gli aspetti “gratuiti” e “fortuiti” della realtà, erano per l’innanzi contrapposte a Giove come elementi negativi di un ordine adeguato alla “volontà” del dio, in qui niente era lasciato al caso e all’arbitrio. Con l’enorme espansione della città risultava materialmente impossibile una partecipazione responsabile della massa dei cittadini alla vita politica, e cosi “gratuito” e il “fortuito” vennero acquistando un senso più adeguato al sentire comune, a spese della “responsabilità” civica sostenuta dalla antica tradizione. In questo cambiamento di prospettive sia Venere che Fortuna emersero a sostenere un nuovo e importante ruolo nell’attualità politico-religiosa, soprattutto Venere, che la leggenda faceva madre di Enea e pertanto la progenitrice della gens Iulia, discendente di un mitico Iulo, figlio di Enea e nipote di Venere. Roma non aveva più bisogno di un dio (Giove) romanizzato; ma aveva bisogno di un romano (l’imperatore) divinizzato; se prima, infatti, si voleva adeguare a Giove l’esistenza di Roma, adesso era necessario adeguare il mondo alla volontà di Roma. Su questa strada al culto dell’imperatore si affianco ben presto il culto di Roma, fatta dea. L’ingresso di Roma nei culti orientali segno la crisi della religione tradizionale, tanto più adeguata tanto più si consideri la tendenza a razionalizzare il culto, seguita dalla introduzione e diffusione, a Roma, del pensiero filosofico greco. I culti orientali si esprimevano nell’ambito domestico e privato nelle forme più variate di misticismo, che si trovano anche nelle loro manifestazioni collettive (misteri). La religione pubblica, invece, malgrado i ripetuti tentativi di augusto di ripristinare la tradizione, assumeva la forma della venerazione dei sovrani, iniziatasi con Tiberio come religione di stato.

 

Chiudi finestra

Notizie di rilievo:

Religione a Roma

Il Calendario

Il Culto Privato

 


 

SOMMARIO
Il ruolo della donna

Donne emancipate

Severità verso le donne

Donna romana durante la rep.

Donna regina della casa

Le vestali

Le origini della religione a Roma

 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Se scopri tua moglie in adulterio, senza giudizio impunemente la ucciderai, se tu hai commesso indecenze o adulterio, essa non osi toccarti con un dito: non ne ha diritto”

 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 

 

 

<<Roma è per ciascuno ciò che egli è per se stesso>>

 

 
 

 

 
 
 

 
 

“Magia che costringe: da recitarsi su mirra fumante”

 

 

 

“Ti prego demone Typhon Seth afferra, tieni stretto, annienta distruggi e consegna alla morte il figlio di Aselle”

 

 

 
 
 
 
 

 
 
 
 

 
 

Bianchi, Corsi, Di Pinto

classe 2 A

Liceo Scientifico Tecnologico

Fonti: enciclopedie Gedea, Il Iunedi, Motta, Treccani. Libri di testo siti attinenti alla ricerca.