L’ECONOMIA ROMANA

 

Durante il dominio di Roma si mise in risalto l’abilità dei romani di far fiorire come potenza economica un così vasto territorio. Ci furono quattro elementi fondamentali che roma utilizzo a suo favore:

IL COMMERCIO,L’ALLEVAMENTO,L’ARTIGIANATO e L’AGRICOLTURA.

                                               

ARTIGIANATO E COMMERCIO  

 

Alle origini il Lazio era una regione essenzialmente agricola; i rapporti con l'Etruria, paese di largo sviluppo industriale, e in seguito l'aumentata penetrazione commerciale dei popoli greci stanziatisi sulle coste meridionali dell'Italia provocarono nel Lazio un risveglio economico, e favorirono una produzione industriale indigena. I vasi importati dalla Campania e gli oggetti di bronzo di fabbrica etrusca fecero sorgere in Roma e nelle città latine l'industria delle ceramiche e della lavorazione dei metalli. Il primo centro laziale di industria metallurgica fu Preneste, dove si producevano specchi di bronzo incisi, fibule, ciste, oggetti vari di uso domestico e anche gioielli d'oro.

La conquista dell'Italia da parte di Roma non soltanto non soffocò le industrie nelle città, ma, al contrario, ne rese più intensa la produzione, perché i diversi prodotti dell'industria italica confluivano a Roma come nel loro maggior mercato; e se anche avveniva di continuo che artigiani italici si trapiantassero a Roma, dando origine a un'industria locale, questa non fece mai una concorrenza pericolosa all'industria delle altre città.

Via via che Roma veniva estendendo le sue conquiste e allargando il suo impero, l'aumento della popolazione, il raffinamento del lusso, la costruzione di grandi opere pubbliche e private, fecero sì che fiorissero in Roma molte industrie rese necessarie dalle esigenze della città metropoli e dell'Italia. Ma Roma, anche se importante centro industriale, fu città prevalentemente di consumo, poiché destinava ai propri bisogni la maggior parte di quel che produceva; e molto altro ancora. Le importazioni superavano le esportazioni, che furono sempre molto limitate, fatta eccezione per i manufatti di bronzo che si sono trovati in gran numero anche nei centri più lontani. Alcuni mercati secondari dell'industria romana, costituiti da regioni di basso livello economico, si sottrassero a questa dipendenza da Roma, in virtù della stessa conquista romana che, innalzandone il livello di civiltà, rese possibile il sorgere di industrie locali. Roma ha un primato assoluto nella fabbricazione degli oggetti di lusso,

specie oggetti di metallo prezioso, gioielli, coppe cesellate. L'alto tenore della vita che si vive in una metropoli ne fa la capitale della moda e la produttrice incontrastata degli oggetti di lusso. Orefici forestieri, nelle loro botteghe eseguivano dei piccoli capolavori. Ispirandosi a modelli antichi e famosi, ornavano fiale e coppe di motivi floreali, di figure umane, di animali che parevano vivi. E' poi naturale che l'industria edilizia e le industrie con quella connesse avessero in Roma uno sviluppo incomparabilmente maggiore che altrove.

Ma le industrie in Italia ebbero incremento anche fuori di Roma. Anzitutto nelle città che rifornivano di navi la regina dei mari: Genova, Ostia, Ravenna. A Como, a Sulmona, a Salerno, a Pozzuoli fioriva l'industria del ferro, che le miniere dell'Elba producevano in abbondanza e veniva estratto dal minerale con mezzi primitivi, ma accorti. La Campania, terra operosa e ricca, si segnalava in questa età, oltre che per un intensa produzione agricola (soprattutto vini generosi), per prodotti industriali di ogni genere: manufatti, come bronzi (Capua), vasi di terracotta (Pozzuoli, Ischia, Cuma), di vetro (Cuma, Sorrento, Pompei); o generi alimentari, come il garum (Pompei). La Puglia produceva lana ricercatissima (Taranto, Canosa).

Molti ed attivi erano i centri industriali dell'Italia settentrionale: a Bergamo si fabbricavano oggetti di bronzo, a Modena embrici, a Pola anfore; celebri erano le lanerie dell'Istria, di Padova e di Parma, le tintorie di Aquileia. Aquileia era una città di grande movimento commerciale e ricca di industrie (tessuti, vetro, ecc.). Vi affluivano i prodotti dell'Europa settentrionale, particolarmente l'ambra, che proveniva dalle regioni del Baltico, e veniva lavorata nelle officine locali.

Nell'età imperiale le industrie si moltiplicarono e si svilupparono. Roma ne favorì l'incremento, sia facilitando coi numerosi contatti, resi possibili dal suo impero, i perfezionamenti tecnici delle industrie, sia agevolando con la pace sui mari e con le migliorate comunicazioni terrestri il commercio fra paesi lontani, sia, infine, offrendo con l'esigenza delle forniture militari e con l'immenso consumo della metropoli uno sbocco larghissimo alle merci di tutti i paesi.

Le province orientali inviavano a Roma merci rare e ricercate, prodotte nelle fabbriche locali o giunte ai loro porti dalle regioni più interne:

seta dalla Cina, bellissimi smeraldi dalla Scozia, aromi dall'Arabia, cristalli e papiri dall'Egitto

L'Egitto fu la prima terra mediterranea in cui sorgesse l'industria del vetro; di là venivano a Roma quelle preziosissime coppe di cristallo lavorate al tornio di cui si faceva pompa nei banchetti dei ricchi; splendore delle mense e preoccupazione dei coppieri. Ma l'industria del vetro si diffuse anche in Italia, rimanendo, in genere, ristretta ai lavori più dozzinali. Fra i vari usi del vetro vanno segnalati i tasselli per pavimenti a mosaico, nei quali il vetro si alternava al marmo, all'onice, anche all'oro, e le lastre di vetro da adattare alle finestre. Perché sino dai primi tempi dell'età imperiale si era trovato il modo di chiudere l'apertura delle finestre con un materiale che non impedisse il passaggio della luce, cioè sottilissime lastre di talco (lapis specularis) dette specularia, o grosse lastre di vetro. Fra la gente ricca l'uso degli specularia era così diffuso, che venivano applicati anche alle pareti delle lettighe chiuse.

Di lastre di vetro per finestre si hanno solo tarde menzioni negli scrittori, ma se ne sono trovati alcuni frammenti negli scavi di Pompei e nelle Gallie; hanno uno spessore di circa mezzo centimetro e sono fissate nel muro, ovvero adattate in cornici di legno o di bronzo che si aprivano girando verticalmente su due perni infissi in alto e in basso a metà della cornice. Quei grossi vetri opachi facevano entrare nelle stanze la luce e il sole.

Anche nelle province dell'Occidente e del Nord le industrie erano molto sviluppate e, con quelle orientali, facevano una grave, spesso vittoriosa concorrenza ai prodotti delle industrie italiche. Dalla Spagna, l'acciaio ben temprato, lana e il garum; la Gallia, ricca di minerali, si afferma nell'arte del bronzo, nella lavorazione dei metalli preziosi, nella fabbricazione dei vasi d'argilla a rilievo (vasa sigillata), diffuse dovunque erano le sue calzature (Gallicae), i prodotti della sua industria laniera, stoffe, mantelli, materassi. Il Norico produceva ottime armi, la regione del Reno vasellami, la Batavia certe particolari tinture per i capelli (spuma Batava), composte di sego e cenere, insuperabili nel dare ai capelli un bel colore fiammante.

L'imperialismo romano non fu imperialismo industriale; i Romani avevano altri modi di sfruttare le province. Ciò che soprattutto faceva affluire oro a Roma erano i pubblici uffici, in particolare nella riscossione delle tasse dalle province. Le province arricchivano i Romani, i Romani ricchi facevano ricca Roma, ma con il commercio e le innumerevoli importazioni vi era un enorme flusso di denaro di ritorno alle province stesse, e Roma non impose mai sistematicamente la penetrazione nelle province delle merci prodotte nella metropoli.

La produzione dell'industria a Roma non fu mai mirata all'esportazione, al contrario era di tipo artigianale e la grande industria non soffocò mai la piccola.

Allo sviluppo della produzione industriale in Roma contribuì in massima parte il forte aumento degli schiavi, che venivano importati in Italia da varie regioni. Quelli adibiti a scopo industriale erano divisi in squadre (collegia, classes, decuriae) sotto la direzione e agli ordini di un capotecnico (praepositus). Criterio per la distribuzione del lavoro era la capacità individuale di ciascuno; le maestranze erano gruppi chiusi di lavoratori specializzati, il cui lavoro si combinava in modo che ogni gruppo veniva a costituire un'unità e poteva conservare immutata la sua composizione per anni.

Chi possedeva schiavi specializzati aveva due modi di sfruttarli, o servendosi della loro opera direttamente, o dandoli a nolo. La locazione di maestranze di questo tipo è largamente attestata in Grecia e in Italia.

Chi voleva fare eseguire un lavoro che richiedesse molta mano d'opera, di solito ne dava l'incarico a un appaltatore (redemptor), il quale vi provvedeva coi suoi operai. Le grandi opere pubbliche e private dei Romani sono state costruite da appaltatori, ed è interessante vedere nell'epistolario di Cicerone che, come nei tempi nostri, padrone e appaltatore, d'accordo sul piano generale della costruzione, quando si veniva all'esecuzione erano in perpetua contesa non riuscendo ad intendersi circa i loro obblighi reciproci.

La concorrenza della mano d'opera servile impacciò l'attività e l'iniziativa dell'operaio libero, ma non nell'attività artigianale che in una città di così vasto consumo, e con una produzione industriale relativamente limitata, era richiestissima.

A Roma vi erano artigiani indipendenti, che attendevano al lavoro nella propria bottega aiutati da apprendisti o da garzoni; ma vi era anche un'organizzazione tecnica dell'artigianato, in quei campi dell'industria che richiedono una più complessa distribuzione di lavoro. Il lavoro era distribuito fra gli operai tenendo conto della loro abilità; nell'apprendimento dell'arte si passava per vari gradi. L'operaio libero alle dipendenze di un industriale lavorava per una paga fissata liberamente, a cottimo o a giornata. Quanto alla giornata di lavoro, essa durava sinché il sole era nel cielo; generalmente si fissava un minimo di lavoro obbligatorio per ogni giornata. Anche fra gli artigiani liberi, indipendenti o no, si formavano gruppi di specializzati.

Fra le forme dell'artigianato quelle che hanno in comune i procedimenti tecnici, le materie prime e il tipo della clientela tendeva a creare corporazioni. Chi lavora il ferro, fabbrichi aratri, spade, coltelli o pinzette, ricorre allo stesso grossista e applica in parte gli stessi metodi di lavorazione. Dal naturale raggruppamento dei mestieri affini si formarono le corporazioni operaie. Queste corporazioni in Roma sono antichissime, la tradizione faceva risalire le prime a Numa Pompilio, il quale ne avrebbe istituite otto: flautisti, orefici, legnaiuoli, tintori, calzolai, cuoiai, ramai, pentolai. L'arte degli orefici (aurifices, labri aurarii) era già fiorente nell'antica Roma. Dalle officine degli orefici uscivano ornamenti di vario genere, e anche le capsule per i denti guasti e otturati, di cui si ha la prima menzione in una delle leggi delle XII tavole; l'oro dei denti, vi si stabiliva, era il solo oro che poteva accompagnare l'uomo nel sepolcro. Dei metalli meno nobili, i primi a esser lavorati furono il bronzo e il rame; in seguito il ferro e l'argento; ai labri aerarii si aggiunsero i fabri ferrarii e i fabri argentarii. Ugualmente antica è l'arte dell'argilla. Le terrecotte italiche erano di tutti i tipi: si andava da modeste terraglie, roba dozzinale, ai vasa Arretina ornati a rilievo mediante stampi, di bellissimo aspetto, e alle statue di terracotta e agli ornamenti fittili degli edifici; opere fini, le quali continuavano un'arte che fu grandissima nell'antica Etruria. A numerose categorie di artigiani dette origine l'arte del legno; la costruzione delle case esigeva la fabbricazione di travi a cui attendevano i fabri tignari, di porte, di scale di legno, di intelaiature di tetti; vi erano inoltre i costruttori di mobili, particolarmente di letti. Grande sviluppo fra le industrie romane ebbe anche l'antica arte dei tintori (tinctores, infectores), specie dopo che si fu trapiantata in Italia l'industria della porpora, già da tempo fiorente nella Fenicia (il primo centro di tale industria, e il più rinomato anche nell'età romana e medioevale), nella Laconia (in Grecia), e nell'isola Meninx (nell'Africa settentrionale); nell'Europa Occidentale sorsero rinomate tintorie nelle Gallie, nella Spagna e in molte città d'Italia (Ancona, Aquino, Pozzuoli, Taranto, Siracusa). La porpora si otteneva estraendo il succo di un mollusco mediante un processo che esigeva grande abilità. Le tintorie italiche producevano una porpora di qualità secondaria, ma erano molto attive; per conseguenza i tessuti di porpora divennero in Italia d'uso abbastanza comune. Se ne facevano vesti, tappezzerie, coperte per letti. Non tutti i tessuti di porpora erano ugualmente costosi; quelli scadenti avevano un prezzo modesto; più ricche erano le stoffe la cui lana era stata passata per due bagni consecutivi (dibapha). Il colore della porpora era vario; prevaleva il bruno, il livido, il violaceo e il rosso; falsa è l'opinione che nell'antichità il color purpureo fosse solo il rosso; la " porpora " di quei tempi è un tipo pregiato di tintura, non è un colore; i colori più chiari si ottenevano diluendo il succo con acqua e con orina (acido urico, in uso anche oggi) . Questo procedimento, che può giustificare l'eventuale smorfia di chi legge, dà ragione del cattivo odore delle vesti tinte con porpora. Male odorante e bellissima, con riflessi cangianti, la porpora in Roma era anche segno di dignità. Una balza di porpora (clavus) sovrapposta alla tunica indicava, se stretta (angusticlavium), l'appartenenza all'ordine dei cavalieri, se larga (laticlavium), all'ordine dei senatori. In una grande tintoria vi erano vari reparti; le famiglie vi mandavano anche gli abiti e i tessuti da rimettere a nuovo con procedimenti meno sommari di quelli offerti dal bucato domestico.

La concia delle pelli e del cuoio avveniva nella villa rustica, o in botteghe di coriarii; nell'antichità il modo di conciare le pelli non differiva gran che dal nostro, come appare da figurazioni egiziane, nelle quali sono rappresentati i vari aspetti di tale industria. Le botteghe di cuoio e di pelli rifornivano i numerosi calzolai e ciabattini di Roma (sutores), e anche i librai.

L'arredamento della casa, il vestire, la cura del corpo davano lavoro a vari altri artigiani, il cui numero crebbe col diffondersi in Roma di un tenore di vita più raffinato. Abili operai erano richiesti per abbellire i pavimenti (pavimentarii), per eseguire mosaici (tessellarii, musivarii), per applicare vetri e lastre di talco alle pareti (vitrarii, speculariarii), per variare di motivi ornamentali gli stucchi delle pareti (pictores parietani).

E fra tanti operai e tante botteghe pullulavano dappertutto i barbieri (tonsores), di cui tutti avevano bisogno, perché l'uso di radersi da sé nell'antichità era scarsamente praticato.

In generale l'ordinamento dell'Impero romano consentì il più ampio sviluppo industriale del mondo antico.

                                       

BOTTEGHE E MERCATI

 

Oltre ai mercati al coperto e quelli all'aperto, che si tenevano in grandi piazze circondate da portici, molte botteghe di ogni tipo si aprivano sulle strade e sui vicoli riversando sui marciapiedi l'ingombro delle mercanzie esposte.

Durante il giorno, il viavai era caotico, i pedoni si facevano largo a gomitate tra la folla, attratti dalle grida dei venditori ambulanti che vantavano le loro merci. Di notte, poiché il traffico dei veicoli e delle bestie da soma era vietato dall'alba fino a metà pomeriggio, risuonava nelle vie il frastuono dei carri che portavano i rifornimenti.

L'attività delle botteghe e dei laboratori

Nei primi secoli, agricoltori e allevatori scendevano in città per vendere direttamente i loro prodotti. In età imperiale, i bottegai si affidavano a mediatori che, a loro volta, si rifornivano dai grossisti del Foro Boario per la carne, e del Foro Olitorio per la frutta e la verdura.

Questi ed altri generi di consumo erano venduti al pubblico nei mercati rionali o nelle botteghe, dove si poteva trovare di tutto, dall'olio e dal vino, importati o di produzione locale, alle albicocche dell'Armenia, ai datteri dell'Africa, ai pesci di fiume o di mare. Fornai e pasticceri confezionavano pane e dolciumi.

Chiunque avesse un po d'iniziativa poteva aprire una bottega che, di solito, era a conduzione familiare. In certe zone le botteghe, tutte dello stesso tipo, davano il nome alle strade, come il Vicolo dei Sandalai o la Via delle Spezie.

In città si riversava un flusso di materie prime che giungevano alle botteghe degli artigiani, dove erano trasformate in prodotti finiti. Oltre agli argentieri, ai gioiellieri e ai vetrai, c'erano fabbri, candelai, maniscalchi e falegnami; i conciatori fornivano pelli ai cuoiai che ne ricavavano selle, borse, scarpe; i vasai producevano ceramiche per uso domestico, tegole, mattoni; i vestiarii vendevano tessuti e abiti di lana, lino, seta o cotone, i tintori e i lavandai trattavano stoffe e abiti, li tingevano, li lavavano con acqua e soda, li candeggiavano e li stiravano.

Tabernae e tonsores

Tra le botteghe e i laboratori, non mancavano le taverne, dove si beveva e non di rado si giocava d'azzardo; vi si poteva anche mangiare qualche vivanda preparata li per lì, oppure tenuta in caldo in appositi contenitori, incassati nel bancone.

Mentre mancavano del tutto i parrucchieri per signora (perché le matrone romane si facevano acconciare dalle schiave di casa), numerosi erano i barbieri (tonsores), com'era naturale in una società che aveva adottato per gli uomini l'uso di tenere i capelli corti e il viso rasato.

 

L’AGRICOLTURA

 

Nonostante l'importanza, e l'ampiezza, del commercio romano, soprattutto in età imperiale, l'agricoltura fu ( e rimase in ogni epoca) la base produttiva principale della società. Naturalmente subì trasformazioni continue con il cambiare delle condizioni dei prodotti e delle tecniche di lavorazione.
Alle origini, il piccolo podere coltivato dal proprietario era la struttura agricola fondamentale. Essi costitutivano i soldati dell'esercito e rappresentano la casta più della popolazione della Repubblica. Dalle guerre puniche in poi, si diffuse il latifondo che, coltivato da schiavi, divenne l'unità agricola tipica dell'Impero. Con il crescere della pressione fiscale sugli agricoltori, un numero sempre maggiore di contadini liberi fu spinto, o costretto, a cedere la propria terra ai grandi proprietari in cambio di aiuto o protezione.
Questa evoluzione non favorì il progresso della tecnica agricola. L'aratro era spesso rudimentale, la rotazione delle colture non sempre applicata e il latifondo stimolava più alla produzione estensiva che intensiva.
Un grande impulso all'agricoltura si ebbe verso la fine del primo secolo, quando l'allevamento, per secoli il più redditizio degli usi cui poteva essere destinato un latifondo, perse la sua redditività e ci fu una riconversione alla coltivazione dei campi sotto l'opera di energici e preparati coloni, cui l'agricoltura romana fu debitrice di molti innovazioni o perfezionamenti.

 

IL SISTEMA MONETARIO

 

Il sistema monetario romano si basava su una libbra divisibile in 12 once o 288 scrupoli:

1 libbra = 12 once = 288 scrupoli

1 oncia = 24 scrupoli.

Sulla base del peso teorico di g 327,45 attribuito alla libbra romana sono stati calcolati i seguenti rapporti con il nostro sistema ponderale:

1 libbra = g 327,45

1 oncia = g 27,287

1 scrupolo = g 1,137 ca.

La moneta in bronzo

A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. i romani iniziarono a coniare monete in bronzo tagliate secondo un sistema avente come unità l'asse divisibile in 12 once e articolato nei seguenti multipli e sottomultipli:

decussis 10 assi

tripondius 3 assi

dupondius 2 assi

as 1 asse  12 once

semis ½ asse 6 once

triens 1/3 asse 4 once

quadrans ¼ asse 3 once

sextans 1/6 asse 2 once

uncia 1/12 asse 1 oncia

semuncia 1/12 asse 1/2 oncia

quartuncia 1/48 asse ¼ oncia

In teoria il peso di 1 asse di 12 once doveva, secondo quanto affermato dalle fonti antiche, corrispondere in origine esattamente ad una libbra di bronzo di 288 scrupoli.

Nella realtà però questa parità teorica era già venuta meno al momento delle prime emissioni di moneta in bronzo, alla fine del IV secolo a.C.

All'epoca della prima guerra punica, ci riferisce Plinio nella Naturalis Historia, il peso della moneta di bronzo, originariamente di una libbra, venne ridotto, poiché la moneta non bastava più a fronteggiare le spese dello Stato, e si stabilì che gli assi fossero coniati secondo il peso sestantale (Plinio, Naturalis Historia 33, 42-46). Il passo, di controversa interpretazione, sembrerebbe a prima vista riferire il provvedimento che riduceva il peso dell'asse a 2 once (pari a 48 scrupoli) all'epoca della prima guerra punica. Ma tale interpretazione è stata da molti messa in discussione "Successivamente, sotto la pressione di Annibale, scrive ancora Plinio, durante la dittatura di Quinto Fabio Massimo, gli assi furono ridotti al peso di un'oncia", pari cioè a 24 scrupoli di metallo. "Da ultimo, con la legge Papiria - dell'89 a.C. - gli assi divennero semiunciarii".

La riduzione del peso dell'asse a mezza oncia di metallo, pari a 12 scrupoli, sancita dalla legge dell'89 a.C., segnò l'ultima tappa della svalutazione subita in età repubblicana dalla moneta enea; essa cadeva comunque in un'epoca in cui la coniazione regolare del bronzo era da tempo cessata, sostituita da quella del denario d'argento.

La moneta in argento

Sempre Plinio riferisce che i Romani "nell'anno 485 dalla fondazione della città, durante il consolato di Quinto Oguinio e Gaio Fabio, cinque anni prima che avesse inizio la prima guerra punica" diedero inizio all'emissione di monete in argento con impronta propria e secondo un sistema articolato in tre nominali: un denario, del valore di 10 libbre di bronzo, un quinario da 5 libbre ed un sesterzio, del valore di un dupondio più un semisse (Plinio, NH, cit.).

La data della prima emissione di monete in argento da parte dei romani, tagliate secondo un sistema proprio e legate da un rapporto di valore fisso con le coeve serie di bronzo, andrebbe quindi fissata, in base alla testimonianza pliniana, al 269 a.C. (o al 268 a.C. secondo un passo di Livio) e si articolerebbe secondo lo schema seguente:

 

Nominale

Valore in assi

Taglio libbra di AR

per Peso in scrupoli di AR

Peso in g

Denario

10

1/72

4

4,524

Quinario

5

1/144

2

2,26

Sesterzio

2 1/2

1/288

1

1,13

 

Il rapporto di valore tra i tre nominali in argento era pertanto il seguente:

1 denario = 2 quinari = 4 sesterzi

mentre il rapporto di valore tra l'argento e il bronzo monetati è stato calcolato a 1:120, sulla base di una ipotizzata coincidenza tra la riduzione sestantale dell'asse, il cui peso sarebbe sceso quindi a 48 scrupoli di bronzo, e la creazione del primo denario del peso di 4 scrupoli di argento e del valore di 10 assi di bronzo.

La moneta in argento mantenne, sempre secondo Plinio, il valore di 10 assi fino al 217 a.C., quando, durante la dittatura di Quinto Fabio Massimo, sotto la minaccia dell'esercito di Annibale, si procedette ad una sua ritariffazione, in conseguenza della quale un denario doveva essere cambiato con 16 assi (anziché con 10), un quinario con 8 e un sesterzio con 4. Solo nei pagamenti degli stipendi ai militari il rapporto di 1 a 10 sarebbe rimasto invariato (Plinio, NH, cit.). Contemporaneamente anche la moneta in bronzo aveva subito una nuova riduzione del peso, che era sceso ad un'oncia per asse (=24 scrupoli). Il nuovo rapporto di valore tra le varie monete era quindi il seguente:

Valore In:

Quinari

Sesterzi

Assi

Denario

2

4

16

Quinario

-

2

8

Sesterzio

-

-

4

 

Confrontando i rapporti di valore che intercorrevano tra denari e sesterzi in argento e assi in bronzo antecedentemente alla riforma del denario, con quelli intercorrenti fra gli stessi nominali dopo la ritariffazione del denario, si ottiene il seguente prospetto:

 

Aregento

Aregento

Bronzo

 

Denario

Sesterzio

Asse

Ante riforma

 

 

 

Denario

1

4

10

Sesterzio

-

1

2 1/2

Asse

-

-

1

Post riforma

 

 

 

Denario

1

4

16

Sesterzio

-

1

4

Asse

-

-

1

 

La ricostruzione fornita da Plinio delle prime tappe della politica monetaria di Roma, così come è stata fin qui esposta, presenta però alcune incongruenze, che hanno indotto molti specialisti del settore a metterne in discussione alcuni dei punti fondamentali.

La coincidenza infatti tra riduzione onciale dell'asse e ritariffazione del denario non poteva, da sola, mantenere inalterato il rapporto di valore tra argento e bronzo, che doveva risultare, dopo i provvedimenti del 217 a.C.,notevolmente squilibrato a tutto svantaggio dell'argento, a meno che ad essi non si fosse accompagnata anche una riduzione del peso o del fino della moneta in argento.

Secondo M .H. Crawford il denario doveva aver perso peso già fin dai primi tempi della propria esistenza, che egli comunque colloca molto in basso nel III sec. a.C., mentre la ritariffazione a 16 assi andrebbe, sempre secondo lo studioso inglese, spostata addirittura alla metà del secolo successivo (141 a.C.). Ma le difficoltà permangono irrisolte anche in studi che, dopo aver rimesso in discussione la struttura tradizionale delle prime emissioni romane, tentano di legare tra loro le stesse sulla base di nuovi, ipotizzati, rapporti di valore.

Di una riduzione del contenuto di argento del denario parla comunque esplicitamente anche Plinio nei passo della Naturalis Historia sopra ricordato: "Livio Druso - egli scrive - durante il suo tribunato della plebe, unì un ottavo di rame all'argento". Pertanto il contenuto di fino in una libbra di pasta d'argento scendeva a scrupoli 252. L'anno del provvedimento era, molto probabilmente, il 91 a.C. Esso cadeva, anche questa volta, in un momento particolarmente difficile per la Repubblica.

Incerta è anche la data della riduzione del peso del denario a scrupoli 3 e 3/7, corrispondente ad un taglio di 84 pezzi per libbra di argento, che, secondo una delle ipotesi avanzate, era già avvenuta nel 187 a.C.

La riforma augustea

Dopo le oscillazioni di peso e di titolo subite dalle monete nell'ultimo secolo della repubblica, che aveva visto anche la penetrazione sempre più massiccia dell'oro nel sistema monetario romano, con le riforme attuate da Augusto si arrivò, per gradi, alla creazione di un sistema organico di monete coniate nei quattro metalli (oro, argento, oricalco, rame), legate tra loro da rapporti fissi di valore.

 

Metallo

 

Valore in

 

Taglio per

Peso in

Nominale

Denari

Sesterzi

Assi

Libbra

scupol

Oro Aureo

25

100

400

1/42

6,875

Oro Quinario

12 1/2

50

200

1/48

3,428

Argento Denario

1

4

16

1/48

3,428

Aregento Quinario

1/2

2

8

1/168

1,714

Oricalco Sesterzio

-

1

4

1/12

24

Oricalco Dupondio

-

-

2

1/24

12

Rame Asse

-

-

1

1/30

9,6 ca

Rame semisse

-

-

1/2

-

-

Rame Quadrante

-

-

1/4

-

-

 

Il sesterzio, che in età repubblicana era la più piccola frazione dell'argento monetato, divenne con Augusto una moneta in oricalco (lega di rame e zinco) del peso di un'oncia (24 scrupoli). Esso già dalla fine del Il sec. a.C., comunque, aveva sostituito l'asse come unità di conto presso i Romani.

Il rapporto di valore tra i principali nominali coniati nei tre metalli, su cui si imperniava tutto il sistema monetario augusteo, era pertanto il seguente:

1 aureo = 25 denari = 100 sesterzi.

Restava invece immutato il cambio tra denario e sesterzio: i denario (di AR) = 4 sesterzi (di AE).

I giulio-claudi e la riforma del 64 d. C.

Sotto i sucessori di Augusto, per tutta l'età giulio-claudia e fino alla riforma neroniana del 64 d.C., il denarius mantenne sostanzialmente invariata la propria bontà intrinseca, che si aggirava, in media, su un contenuto di argento del 97-98%, manifestando però, al tempo stesso, una continua, irreversibile tendenza alla perdita di peso, che, da un valore teorico iniziale di ca. 3,90 g dell'età augustea, doveva giungere a toccare, alla vigilia della riforma del 64 d.C., il peso reale medio di ca. 3,57 grammi.

Il calo ponderale portava, come conseguenza diretta, ad una proporzionale riduzione della quantità di fino contenuta in ciascuna moneta, pur nella sostanziale stabilità della lega metallica adoperata.

Le analisi di recente eseguite sulle leghe metalliche di un buon numero di denari della prima età imperiale hanno permesso di valutare meglio tali riduzioni, che, sulla base dell'evidenza fornita da materiali, possono essere così riassunte:

 

Peso medio

Percentuale media

Peso medio del

Autonà emittente

in g

del contenuto di AR

contenuto di AR in g

Tiberio

3,72

98,07%

3,64

Caligola

3,68

97,69%

3,59

Claudio

3,56

90%

3,59

Nerone

 

 

 

pre riforma

3,57

97,35%

3,47

post riforma

3,18

93,48%

2,97

 

Solo verso la fine del 64 d.C., l'anno dell'incendio di Roma, sotto il principato di Nerone, ebbe inizio la coniazione delle nuove monete riformate: si trattava di denari ridotti, emessi al taglio di 96 pezzi per libbra di argento, del peso di 3 scrupoli ciascuno, e di aurei emessi al taglio di 45 pezzi per libbra d'oro (= scrupoli 6,4).

Più complesse appaiono invece, sempre per l'età neroniana, le problematiche sollevate dalle emissioni in bronzo, che sembrerebbero fornire il seguente quadro dei provvedimenti adottati: inizio della monetazione in bronzo a nome di Nerone nel 62 d.C.; emissione di assi e quadranti in oricalco nel 63 d.C.; prosecuzione della emissione dell'asse e delle sue frazioni in oricalco per tutto il 64 d . C.; ritorno al rame per gli assi e frazioni di assi nel 65 d.C. I due nominali maggiori della serie bronzea, sesterzi e dupondi, continuavano invece ad essere coniati in oricalco, su uno standard invariato rispetto a quello usato da Claudio e secondo il seguente andamento ponderale medio:

Nominale Metallo Peso medio in g

Sesterzio oricalco 26-30

Dupondio oricalco 15-17

mentre per l'asse e i suoi sottomultipli l'andamento ponderale medio manifesta, sempre secondo il Mac Dowall, una tendenza al ribasso:

 

 

 

Peso medio

Nominale

Metallo

n. emissione

in g.

Asse

Rame

I (62 d.C)

10,5-12,5

 

Oricalco

II (62 d.C)

8,5

 

Oricalco

III (62 d.C)

7,5

 

Rame

IV (62 d.C)

10,5-11,5

 

Rame

V (62 d.C)

9,5-11,5

 

Rame

VI (62 d.C)

11

 

 Chiudi finestra