Appendice
Uno sguardo al dibattito religioso
L'ascesa
della Chiesa in Italia come elemento di potere e di salvaguardia del
patrimonio culturale della civiltà classica ha inizio nel IV-V secolo
d.C., quando nell'occidente devastato dalle incursioni barbariche solo
le strutture ecclesiastiche sono all'altezza dei compiti amministrativi,
ai quali si dedicheranno con continuità fino al XV secolo. Tappe
fondamentali di questa dominazione incontrastata o quasi sono: la
"donazione di Costantino", addotta nel IX secolo da Niccolò I
a difesa del potere temporale e smentita nel periodo
umanistico-rinascimentale, la chiara affermazione da parte di Innocenzo
III del ruolo subordinato alla Chiesa dell'autorità laica, le crociate
contro gli Arabi per l'affermazione del ruolo centrale della Cristianità
nel mondo, la bolla "Unam Sanctam" di Bonifacio VIII.
L'eccessiva interferenza della Chiesa con il potere politico e la sua
conseguente mondanizzazione ha come conseguenze principali da una parte
il tentativo del papato di liberarsi dalle ipoteche imperiali,
dall'altra la nascita tra l'XI ed il XIII secolo di fermenti religiosi
alla ricerca di un rinnovamento. Inoltre con il dissolversi
dell'economia curtense la plebe rurale non si trova più vincolata da
obblighi feudali, ma è sottomessa dagli indebitamenti con la borghesia
cittadina, dalla pressione fiscale dei comuni e dalle pretese della
Chiesa. Scaturiscono, quindi, una miriade di moti che legano ideali
religiosi a speranze egualitaristiche, più o meno riconosciuti dal
papato, e che finiscono spesso con il legarsi a forme ereticali, diffuse
in maniera più intensa nelle campagne tra la popolazione più umile.
Una delle correnti che maggiormente si distacca dall'ortodossia
cattolica è quella "valdese", alla ricerca del raggiungimento
dei propri obiettivi riformistici senza l'impiego di metodi estremi e
rivoluzionari. I seguaci del movimento, derivante da Pietro Valdo, si
vantano di essere gli unici ad imitare realmente l'esempio di Cristo e a
vivere la dottrina evangelica degli Apostoli, in pieno contrasto con il
clero mondanizzato, che vive nell'abbondanza. I valdesi diventano,
quindi, presto
soggetto della scomunica di papa Lucio III. Considerati degli
"idioti illetterati", li caratterizza proprio il disprezzo per
la cultura contemporanea, un patrimonio intellettuale che non appartiene
loro. Analoga origine ha il movimento degli Umiliati, che per sfuggire
alla Milano "corrotta" si dedica alla vita monastica chiudendo
i rapporti con il mondo esterno. La loro fede nel Cattolicesimo è
pressoché completa, anche se il papa, riconoscendo loro la decisione di
vivere in comunità, gli impedisce la predicazione in pubblico. Più
fortunata sarà la loro sorte, rispetto a quella dei valdesi, quando
papa Innocenzo III ufficializzerà l'esistenza di tre loro ordini
monastici. Proprio Giovanni Lotario di Segni, eletto papa col nome di
Innocenzo III, sarà,
infatti, deciso nella persecuzione delle sette ereticali, ma nello
stesso tempo anche disposto
, là dove possibile, ad integrare nell'ortodossia i nuovi movimenti
riformatori. Da una parte egli bandirà, quindi, due crociate, una delle
quali diretta a colpire l'eresia degli albigesi nella Francia
meridionale, dall'altra approverà nei primi anni del 1200 l'ordine
religioso fondato da San Francesco, mosso come tanti altri da ideali di
povertà, carità, rifiuto dei privilegi. Il disprezzo per l'ozio guida
la comunità francescana ad una vita di fatiche, lavoro e rigidi
regolamenti. Ma anche l'impenetrabile assiduità dei Francescani è
percossa dalla morte del loro ministro, una delle fasi più incerte
della vita di San Francesco, ma anche di maggior rilevanza per
comprendere il destino dell'ordine. In particolare un alone di mistero
circonda la sua ultima decisione inerente al suo successore. Le
informazioni, derivanti da fonti più o meno vicine al Santo, mostrano
infatti numerosi elementi discordi. Tommaso da Celano, primo biografo di
San Francesco, si mostra propenso a credere che frate Elia sarebbe stato
chiaramente indicato come nuovo ministro dell'ordine. Gli "Actus",
volgarizzati nei "Fioretti", sono favorevoli ad una visione
contraria alla nomina di Elia, a vantaggio di frate Bernardo. Infine una
delle maggiori fonti è rappresentata da Angelo Clareno, dai cui dati
non emerge affatto la presenza di frate Elia durante l'ultima
benedizione di San Francesco. Sotto un certo aspetto le tre fonti
sarebbero tutte inattendibili, Tommaso da Celano per la sua
responsabilità nella stesura di un documento ufficiale riguardante un
ordine già in decadimento, gli "Actus" perché originari
delle Marche dove maggiore è l'opposizione a frate Elia, Angelo Clareno
perché è impossibile l'assenza negli ultimi istanti del santo di Elia,
autore della prima lettera al mondo nella quale si descrivono le
stigmati di San Francesco in punto di morte. Si giunge quindi alla
conclusione che egli avrebbe destinato frate Elia a far rispettare la
"Regola" dell'ordine, mentre avrebbe indicato fra Bernardo
come successore spirituale e depositario del suo "Testamento
spirituale", convinto che non bastasse la Regola ma che fosse
necessaria l'eredità di un esempio di vita. Il suo tentativo, però, di
risolvere i dubbi sul futuro della confraternita non ha successo, e
genera la nascita di due tendenze: i conventuali con il loro lassismo,
gli spirituali con il loro eccessivo rigore. Come parte dei Valdesi e
degli Umiliati, anche gli spirituali entrano presto in contrasto con il
papa, predicando ideali pauperistici ponendo la Regola ad un livello più
alto dell'obbedienza alla Chiesa di Roma. Essi vengono prima considerati
scismatici, poi eretici e condannati al rogo. Sono questi i cosiddetti
"Fraticelli", che assumono all'interno dell'ordine una
posizione di dissenso e di difesa dei valori originari della povertà e
dell'ascetismo. Proclamatisi gli unici eredi di San Francesco e modello
dei veri cattolici, considerano eretica l'intera Chiesa e ne rifiutano i
decreti, con la conseguente persecuzione da parte di Giovanni XXII agli
inizi del 1300. Tra questi vi sono i Fraticelli marchigiani di Angelo
Clareno, di Pietro Giovanni Olivi e di Ubertino da Casale, citato da
Dante Alighieri nel canto della "Divina Commedia" dedicato a
San Francesco, ed identificato come colui che "coarta" la
Regola, in contrapposizione con Matteo d'Acquasparta che la
"fugge". Dante è uno dei pochi personaggi in grado di
comprendere, con la sua apertura mentale, il suo amore per la giustizia
e la sua opposizione alla corruzione della Chiesa, il sentimento che
muove San Francesco. Se Dante condannava la confusione tra potere
spirituale e temporale difendendo l'autonomia del potere imperiale
rispetto a quello papale, altri teorici politici interverranno a
condannare l'ingerenza della Chiesa nella vita politica non in difesa
dell'impero, ma degli stati nazionali. Nel caso del XIII secolo nasce,
infatti, una forte tendenza da parte degli stati a limitare i poteri
della Chiesa, non tanto per ideali religiosi in opposizione alla
mondanizzazione ecclesiastica, quanto per puro interesse politico e del
laicato: tali tentativi hanno la loro conseguenza estrema nella lotta
tra il sovrano francese Filippo il Bello e Bonifacio VIII. L'analogia
tra il pensiero dei monarchi europei e quello degli spirituali dà
origine ad un'alleanza che vede legati Filippo di Maiorca ed Angelo
Clareno, Ludovico il Bavaro e Guglielmo da Occam, Roberto d'Angiò ed
altri Fraticelli. Le questioni fratesche diventano questioni sullo
stato, sulla Chiesa e sui loro rapporti.
D'altra
parte viene introdotta dal papato una concezione teocratica che gli
permette di intromettersi nelle contese feudali, ingrandendo a tal punto
la concezione del potere spirituale da inglobare anche quella del potere
temporale, questa è la risposta di una Chiesa intimorita da continue
minacce politiche e religiose. Oltre alle confraternite di primo piano,
come quella francescana, che hanno un ruolo di rilevante importanza nel
quadro generale della situazione socio-politica del periodo, si
diffondono nella seconda metà del 1200 movimenti ereticali che prendono
spunto dalla corrente valdese e catara. Il gioacchinismo si basa sulle
teorie elaborate dall'abbate Gioacchino da Fiore riguardanti l'avvento
di una nuova era nel 1260, "l'età dello Spirito Santo", che
avrebbe segnato il termine del caos generale degli elementi. La sua
attesa è manifestata da una serie di pratiche religiose alternative, a
cui prendono parte i "saccati" nella Provenza, i "giambonitani"
e i "britti" nelle Marche, i "flagellanti"
nell'Italia centro-settentrionale, gli "apostolici" seguaci di
Gherardo Segalelli. In particolare questi ultimi lasciano la propria
terra per vivere senza disciplina, senza capi né maestri. A questi
stessi valori si ispirano i "dolciniani", al seguito di fra
Dolcino, le cui prediche vanno dal Trentino alla Valsesia. L'azione dei
dolciniani è però estremamente violenta, consistente nell'eliminazione
fisica dei preti, dei frati, e dei pontefici romani e la comunità,
forte di circa 4000 fedeli, viene quindi presto colpita dalla crociata
bandita dal papa Clemente V. "Nel nome della rosa" di Umberto
Eco fra Guglielmo descrive la Chiesa del periodo degli umiliati, degli
albigesi, di San Francesco, di Dante ed Innocenzo III, come un fiume che
trascina con sé le scorie della società che rispecchia, e quando si
appresta a raggiungere il mare, il giudizio finale, si ramifica
nell'ampio delta delle eresie: gli accapponi, i lotori, i protomedici, i
pauperes verecundi, i morghigeri, gli affamiglioli, i crociarii, gli
alacerbati, i reliquiari, gli affarinati, i falpatori, gli iucchi, gli
spectini, i cochini, gli appezzenti e gli attarantati, gli acconi e gli
admiracti, i mutuatori, gli attremanti, , i cagnabaldi, i falsibordoni,
gli accadenti, gli alacrimanti e gli affarfanti... Tutti in attesa del momento della purificazione, che solo alcuni raggiungeranno, mentre altri saranno interrati dall'uomo o ricondotti attraverso argini nel corso originario, perché "è giusto che il fiume rimanga integro e mantenga un corso riconoscibile". |