Cap. 2
Il nome della rosa. Descrizione dell'opera
"Il
nome della rosa", di Umberto Eco, si apre con una prefazione
dell'autore in cui è premessa a epigrafe la frase "Naturalmente,
un manoscritto", con la quale l'autore sembra ammiccare ad un
lettore abbastanza scaltro da cogliere un topos letterario che ha
precedenti illustri ne "I Promessi Sposi" di Alessandro
Manzoni o nell'"Orlando furioso" di Ariosto .Umberto Eco
afferma, infatti, di aver ricevuto un manoscritto nel 1968 a Praga,
dall'Abate Vallet, sei giorni prima dell'invasione sovietica nella città,
di averlo perso e poi ritrovato dopo varie peripezie, e di accingersi ,
a dieci anni di distanza, a riscriverlo per il solo gusto di raccontare,
senza più l'ambizione, nutrita nel '68, di scrivere per cambiare il
mondo. La prefazione dell'autore è seguita dal Prologo in cui Adso da
Melk, io narrante del libro, ambienta storicamente gli avvenimenti che
seguiranno. Siamo nei primi anni del XIV secolo quando il papa Clemente
V trasferisce la sede pontificia ad Avignone, lasciando Roma in preda
alle ambizioni dei signori locali. Viene, inoltre, nominato imperatore
Ludovico di Baviera ma, nello stesso giorno, gli viene contrapposto
Federico d'Austria, che viene però sconfitto definitivamente nel 1322.
Nel frattempo, nel 1316 viene eletto ad Avignone un nuovo papa con il
nome di Giovanni XXII, contrario all'ideale di povertà proprio dei
francescani, che a Perugia accolgono la volontà degli spirituali
proclamando come verità di fede l'esempio di Cristo, che aveva
posseduto solo l'indispensabile per vivere. Ma il papa condanna ciò che
asseriscono i francescani, spingendo l'imperatore a vedere in loro dei
possibili alleati contro il pontefice. In questo contesto si colloca la
storia che sullo sfondo delle controversie teologiche del tempo, è un
giallo caratterizzato da un intreccio tipicamente medievale, legato a
problematiche di origine filosofica, in un luogo che rappresenta uno dei
perni culturali del periodo, un antico monastero benedettino. La
corruzione e la mondanizzazione della classe ecclesiastica, la cattività
avignonese, l'avvento della terza età dello Spirito Santo, annunciato
da Gioacchino da Fiore, la nascita di movimenti ereticali e le
conseguenti persecuzioni, arrivano addirittura a colpire la dura regola
benedettina in uno dei monasteri che ne era tra i maggiori conservatori. Il
manoscritto di Adso è diviso in sette giornate e ogni giornata è
suddivisa in ore liturgiche (Mattutino, Prima, Terza, Vespro, Compieta)
e dalla descrizione minuziosa e particolareggiata che l'autore fornisce
di ogni dettaglio di quel tipico mondo, Umberto Eco dimostra di
possedere un ampio insieme di nozioni, quindi un'erudizione, che gli
permette di ricostruire con precisione storica il mondo medievale. La
descrizione degli eventi ha inizio nel novembre del 1327, all'arrivo di
Adso da Melk, giovane novizio, e del suo maestro Guglielmo da
Baskerville, in un'abbazia, fulcro di misteriosi avvenimenti, conosciuta
nel periodo per la sua fornitissima biblioteca. Adso non rivela la
collocazione dell'abbazia che, comunque, si trovava lungo il dorsale
appenninico tra Piemonte, Liguria e Francia. I due protagonisti vi si
recano per sostenere, insieme ad altri frati minoriti, un incontro con
una delegazione di vescovi e clerici avignonesi che parteggiavano per il
papa. L'ordine francescano da sempre si ispirava, infatti, al voto di
povertà di Cristo, ed in particolare con il recente avvento del
capitolo di Perugia queste ideologie erano state riconfermate con
maggiore radicalismo, a tal punto, da essere considerate vicine ai
movimenti ereticali. Inoltre uno dei
maggiori protagonisti del dibattito religioso, Michele da Cesena, capo spirituale dei francescani, in base
all'esito finale dell'incontro dovrà decidere se recarsi o meno ad
Avignone per esporre al papa i propositi della sua comunità. In realtà
questo incontro passerà quasi in secondo piano a causa di una serie di
inspiegabili omicidi, il primo dei quali riguarda un giovane frate
ritrovato morto ai piedi dello strapiombo del monastero. Guglielmo, che
in passato era stato inquisitore, diventa l'unico personaggio,
all'interno della confraternita, in grado di risolvere i misteri celati
dall'abbazia e dagli stessi frati, spesso suscitando, con il suo modo di
indagare, controversie e tensioni: prendendo come esempio le teorie di
famosi filosofi, come Guglielmo da Ockham,
e Bacone cerca la spiegazione di ogni avvenimento con l'utilizzo
della ragione, che a volte diviene un vero e proprio oggetto di vanto.
Presto Guglielmo capirà che il motivo delle morti è da collegare con
il segreto che avvolge la biblioteca, impossibile da visitare ed
accessibile solo al bibliotecario ed all'aiuto bibliotecario.
L'inquisitore Bernardo Gui, che farà parte della delegazione di
Avignone, riterrà colpevoli, secondo una logica oltremodo scontata,
l'ex dolciniano Salvatore ed il cellario Remigio, suo complice, i quali
confesseranno sotto tortura il loro passato eretico. La sua affrettata
conclusione si rivelerà però errata. Il suicidio di Guglielmo da
Otranto, Venanzio trovato morto in una giara colma di sangue d'animale,
Berengario in condizioni simili in una vasca dei balnea, Severino
assassinato nell'ospedale, come pure il bibliotecario Malachia, morto
stramazzando al suolo, ed Abbone morto rinchiuso nella biblioteca, sono
legati ad un mistero molto più fitto. Al termine del racconto si
scoprirà infatti che il colpevole è Jorge, un frate anziano e non
vedente. Egli uccide i suoi fratelli mettendo del veleno su un libro
conservato in una zona della biblioteca chiamata FINIS AFRICAE. Il
manoscritto, in diverse lingue, nella libreria greca, contiene il
secondo libro della poetica di Aristotele dedicata alla commedia e al
riso, considerati da Jorge esclusivamente pagani e negativi per l'uomo,
in quanto anche Gesù non diede mai esempi di questo genere nei vangeli.
Il riso e la commedia sono considerati dall'integralismo del vecchio
frate pericolosi perché sovvertitori di ogni principio di autorità. I
caratteri ideologici dei vari personaggi del romanzo vengono delineati
grazie ad una lunga serie di dialoghi che si originano da dissidi
morali, religiosi e filosofici. La stessa rigidità della dottrina
concepita da Jorge da Burgos emerge in una discussione da lui affrontata
in presenza di Guglielmo, Adso ed altri fratelli nella biblioteca, e poi
continuata a Compieta durante la funzione che precede il pasto serale.
Altra figura fondamentale che emerge nel romanzo è quella di Ubertino
da Casale, che si presenta agli occhi del narratore con un aspetto
simile a quello di "una fanciulla colpita da morte precoce", a
causa del chiarore della sua pelle e del suo corpo fine e gracile.
Nonostante la descrizione di sé che Ubertino fa come di un uomo debole
e stanco, la successiva narrazione della sua vita e delle sue lotte ci
pone davanti un uomo dalla forte personalità. Egli era stato, insieme
ad altri frati, tra cui Angelo Clareno, tra gli iniziatori del movimento
francescano degli spirituali, nato per rinnovare l'ordine cluniacense in
preda alla corruzione ed al tradimento degli ideali di San Francesco, e
vicino alle predicazioni di Gioacchino da Fiore. Ovviamente i nuovi
predicatori, con la loro rigida dottrina, trovarono opposizioni ovunque,
anche nella stessa curia papale, e sfociarono nell'aperto conflitto con
il papa Bonifacio VIII, accanito persecutore degli spirituali. Ubertino
da Casale contribuirà molto con il suo bagaglio culturale, derivante da
decenni di peripezie, al chiarimento della realtà storica del periodo,
ed eserciterà anche una forte influenza sullo stesso Adso, che sarà
molto colpito dalle sue prediche. Il valore del personaggio ai fini
della trama si lega quindi anche al suo vero ruolo nella storia
dell'Italia agli inizi del 1300. Singolare è la figura di Salvatore,
effetto della fantasia creatrice dell'autore, che rispecchia nella sua
persona alcuni aspetti dell'eresia dell'epoca. Fuggito dal villaggio
natio in preda alle carestie ed alle epidemie, egli era entrato in
contatto con numerosi movimenti ereticali, che generalmente nelle
campagne avevano il loro epicentro: Salvatore aveva viaggiato con
patarini, valdesi, dolciniani, fino ad aggregarsi ad un gruppo di
minoriti. Gli
avvenimenti che interessano l'abbazia sono narrati su uno sfondo mistico
e interpretati dall'io narrante Adso come frutto del volere divino.
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