Cap. 3
Interpretazione del testo
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Ne
"Il nome della rosa" di Umberto Eco si intrecciano diverse
forme narrative: il romanzo storico, il thriller il romanzo gotico, il
romanzo di formazione. Indubbiamente il libro ricostruisce un contesto
storico ben preciso, gli inizi del XIV secolo, in cui si intrecciano
ansia di rinnovamento spirituale, attesa di giustizia delle masse rurali
sullo sfondo della crisi del papato avignonese per la corruzione
dilagante e degli ultimi tentativi imperiali di riconquista dell'Italia.
Riproponendo questo sfondo storico ideologico con una precisa
ricostruzione, non priva di erudizione, Eco si mette sulla scia del
romanzo storico manzoniano, concepito come misto di storia e di
invenzione. La storia narrata è infatti frutto della creatività del
narratore, ma ha il sapore della verità per l'ambientazione tipicamente
medievale in cui si inseriscono anche personaggi storici come Umbertino
da Casale. Figure, invece, come l'ex dolciniano Salvatore, non sono
storiche ma rispecchiano fedelmente lo spirito dell'ambiente a cui si
riferiscono. Lo stesso movente della serie degli omicidi verificatasi
nel monastero è il frutto del particolare rapporto che il medioevo
instaura con la classicità, considerata espressione di valori contrari
al cristianesimo e, quindi, da tenere lontana dal "volgo" che
avrebbe potuto essere traviato. Parafrasando Manzoni potremmo dire che
l'autore è riuscito a cogliere lo spirito dell'epoca in cui ha situato
la storia creando personaggi e intreccio che paiono tratti realmente da
un manoscritto medioevale e non frutto di invenzione. "Il
nome della rosa" , comunque, può essere anche considerato un
romanzo gotico, il testo, infatti, genera un intreccio che mette in
relazione i vari elementi della narrazione in modo da suscitare nel
lettore una reazione di suspense e, a volte, di paura. Molte vicende
chiave del libro, infatti ,avvengono di notte o in presenza di una fitta
nebbia, all'interno di un monastero abitato da monaci che cercano di
celare i loro segreti. Anche
la presenza della biblioteca inaccessibile ai più, piena di passaggi
segreti, e organizzata in un labirinto, aiuta a delineare un'atmosfera
angosciante tipica di un testo gotico, grazie anche al timore della
morte causato dai cadaveri dei monaci trovati all'interno del monastero.
Ciò
introduce un'altra possibilità di intendere il testo: il libro inizia
come se fosse un giallo, un thriller e sarà questo il filo
conduttore dell'intera storia, all'interno del quale possiamo trovare
tutti gli elementi del romanzo. Se
leggiamo il testo secondo questo punto di vista, colui che narra la
vicenda, Adso, non è altro che l'aiutante di un detective, il suo
maestro, che riesce a scoprire chi è il colpevole della serie di
omicidi all'interno dell'abbazia, solo dopo giorni di ricerca e continui
tentativi, supportati da deduzioni scaturite grazie alle più diverse
congetture dettate dalla logica. D'altra
parte Adso compie, guidato al suo maestro frate Guglielmo, un percosso
di maturazione e di crescita, ed in questo senso il romanzo può essere
considerato di formazione. Non
è, però, da trascurare che "Il nome della rosa" può anche
essere letto come l'espressione di un raggiunto controllo di significati
e significanti in campo letterario, frutto di un'accurata analisi
semiotica da parte di Umberto Eco. Il segno, da lui definito funzione
segnica, nasce dal rapporto tra il processo di comunicazione e il
processo di significazione, il primo legato ai contenuti di una
trasmissione di informazioni, il secondo ai significanti stabiliti da
regole e codici. Una delle problematiche che più affligge il campo
della semiotica (o semiologia), è la cosiddetta semiosi illimitata, a
causa della quale ad una stessa significazione possono essere associate
comunicazioni differenti. Da tale ambiguità deriva la necessità di
definire un rapporto ben preciso tra il piano del segno e quello della
realtà, e quindi del contesto. È proprio con il genere romanzesco, di
cui "Il nome della rosa" è il massimo esempio, che Eco riesce
a circoscrivere una serie di segni nell'ambito di una particolare trama
narrativa o di particolari personaggi, quindi all'interno di una
specifica unità culturale. Nella stesura delle sue opere l'autore tiene
anche in grande considerazione la figura del lettore, considerato non
come elemento a parte ma come elemento costitutivo del romanzo stesso.
Tale attenzione trova dimostrazione nelle continue sollecitazioni ad
esso rivolte, legate nel caso de "Il nome della rosa",
in particolare agli enigmi che gli vengono posti a prova della
sua intelligenza. Per ogni romanzo esiste un lettore modello che deve
porre in essere con la massima approssimazione possibile le potenzialità
del testo. L'utilizzo di una fabula chiusa implica quindi l'idea di un
destinatario predisposto nei confronti di una trama prevedibile, al
contrario la fabula aperta implica il riferimento ad un lettore in grado
di "produrre da sé una fabula", in nome di quel modello
cooperativo scrittore - lettore che è alla base della teoria di Eco. Ma
proprio questi enigmi che sono alla base della ricerca da parte del
protagonista indagatore di una verità, mostrano i loro limiti ed i
limiti della mente umana. Questa conclusione è probabilmente il frutto
di anni di studi da parte di Umberto Eco nel campo della semiotica, una
scienza precisa che, analizzando un settore così ampio quale è quello
della significazione, cade spesso in forti contraddizioni. Sono tali
contraddizioni che mostrano l'effettiva comicità della condizione
umana, l'inesistenza di certezze alle quali affidarsi. Se da un lato la
struttura del romanzo mostra quindi una grande rigidità
(nell'organizzazione temporale, in quella spaziale, nel tentativo di
unire assieme le varie forme romanzesche esistenti e le regole che le
governano), dall'altro la mente razionale di Guglielmo da Baskerville si
mostra insufficiente ai fini della scoperta della verità, che è solo
ed esclusivamente frutto di paradossi. Tra i vari fini che Umberto Eco
si pone con "Il nome della rosa" grande rilevanza ha
sicuramente quello pedagogico: a tale riguardo è evidente una sorta di
parallelismo che si instaura tra lo stesso Guglielmo da Baskerville e
l'autore, il primo con l'intento di iniziare l'allievo alla vita
religiosa ed alla complessità della "vita reale", il secondo
con quello di risolvere la grande confusione contemporanea che vede
protagoniste l'Italia e l'Europa. E' proprio la funzione iniziatoria a
rappresentare il punto di coesione tra irrazionalità, mistero e
ragione: in un primo momento il lettore è rassicurato da un controllo
severo del romanzo, con precise scansioni temporali e spaziali, che però
con l'evolversi della narrazione si mostrano insufficienti a mantenere
tale fiducia, "abbandonando" lo stesso lettore all'enigmacità
dell'opera. Da tale punto di vista è rilevante l'utilizzo del giovane
Adso come io narrante (anche se si instaura una duplicità tra io
narrante ed io narrato
poiché il protagonista racconta la sua esperienza molti anni dopo gli
eventi accaduti), che come il lettore è ancora estraneo ai misteri del
suo tempo e nel quale lo stesso lettore si può immedesimare. Dalla
consapevolezza che "ogni storia racconta un'altra storia"
scaturisce inoltre quel topos letterario della doppia cornice, cioè di
un'opera che riproduce un antico manoscritto casualmente giunto nelle
mani dell'autore, che è possibile riscontrare anche in autori come
Cervantes e Manzoni, motivati però dal tentativo di rendere
maggiormente realistici i loro lavori.
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