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Cap. 6

Itinerario culturale di Silone

 

Ignazio Silone nasce a Pescina dei Marsi, in provincia dell'Aquila, da un padre piccolo proprietario terriero ed una madre tessitrice. Anche se poche, queste notizie sono sufficienti non solo a delineare l'ambiente in cui quest'autore ha trascorso la sua infanzia ed ha avuto i primi contatti con il mondo degli adulti, ma riescono anche ad inquadrare le sue origini e le attese di un'intera generazione. Da questa povera realtà provinciale nasce in Silone un grande interesse per i problemi che affliggevano la sua terra e la sua gente.

Silone, che già a 17 anni aveva capeggiato le prime "leghe rosse" dei contadini abruzzesi, aderisce, nel 1921, al Partito Comunista Italiano e durante il fascismo dirige la Federazione Giovanile Comunista. Improvvisamente però si dimette dal partito e abbandona la sua terra: non sente con questa decisione, di aver tradito i suoi compaesani, ma occorreva dimostrarlo in qualche modo. Cosi si accinge a proseguire autonomamente, come scrittore, la propria battaglia. E' in questo stato d'animo che nel 1930 in una casa di cura svizzera scrive "Fontamara". In quest'opera Silone cerca di denunciare lo stato d'avvilimento in cui si trovava la provincia italiana sotto il regime fascista, senza escludersi dalle responsabilità, cercando però di indicare agli intellettuali italiani un primo passo per porre rimedio all'attuale stato di cose: rompere con il linguaggio prettamente "letterario", espressione di una borghesia più retriva e di una letteratura estranea alla realtà storica. La vicenda di Fontamara è ambientata nella Marsica. Dopo l'assestamento del regime si ha la violenta eliminazione d'ogni libertà, con il contemporaneo ritorno del potere dei proprietari. La vicenda narrata è semplice: un proprietario cerca di strappare ai paesani le acque di un ruscello, una delle poche risorse della loro terra. I fontamaresi, che sulle prime avevano tentato di opporsi a tale sopruso con suppliche e proteste, finirono col soccombere, vittime di un raggiro che riesce perfettamente grazie alla complicità di Don Circostanza, notabile del luogo che gode della loro fiducia. A guida dei cafoni è il giovane Berardo Viola che indica nella rivolta la sola maniera valida per sottrarsi al sopruso di cui sta per essere vittima la contrada. Quando Berardo Viola s'accorgerà di non avere seguaci in questo sua proposta, anziché abbandonarsi con gli altri ad una passiva rassegnazione preferirà emigrare in città per proseguire la battaglia in difesa della causa dei suoi compagni. La sua adesione clandestina al movimento d'opposizione al regime è talmente spontanea da spingerlo a dichiararsi autore di un attentato politico e farsi arrestare senza conoscere i veri colpevoli. E' in questa figura di Viola che si riflettono gli echi della crisi che stava attraversando Silone, soprattutto dal punto di vista politico. La sua intenzione qui non è certo quella di offrire un documento e nemmeno di costruire una narrazione, né realistica ne tantomeno "epica", delle sofferenze di una classe diseredata e oppressa ma lo scopo reale e quello di raccontare una "parabola" della violenza del potere sull'ignoranza e sulla miseria (intento che caratterizza gli scritti siloniani da "Fontamara" sino a "L'avventura di un povero cristiano").  Nel 1931 è espulso dal PCI ed aderisce alla nuova militanza politica nel PCIUP fino al 1950, anno in cui rinuncia a qualsiasi distintivo di partito. Una serie di deludenti circostanze, ma soprattutto disillusioni sofferte nel constatare dall'interno l'evolversi in forme tiranniche dell'apparato comunista, evidenziano in Silone "il bisogno di riflettere e di raccontare", bisogno che da sempre nutriva istintivamente e che si precisa in "bisogno di capire, di rendermi conto, di confrontare il senso dell'azione, in cui mi trovavo impegnato, con i motivi iniziali dell'adesione al movimento".

Questo fu uno dei periodi più duri della sua vita, da lui ricordato in "Uscita di Sicurezza" da cui affiora l'atteggiamento dell'autore nei riguardi del partito e la sua repulsione delle regole della lotta politica che la clandestinità e la battaglia fascista a volte rendevano spietate. Silone racconta in uscita di sicurezza che per motivi di salute fu assente dal partito per più di un anno ma che comunque era a conoscenza della crisi interna che il partito stesso stava attraversando. Alcuni tra i più importanti esponenti del partito comunista, come Alfonso Lanetti, Paolo Ravazzoli e Pietro Tasso, criticarono l'operato dell'Internazionale nei confronti dell'Italia ma questo loro eccessiva audacia gli costò l'immediata espulsione dal partito che li presentò come capri espiatori a Mosca per il passato politico            di Togliatti. Silone racconta, inoltre, di aver ricevuto una visita dello stesso Togliatti che gli espose le proprie riflessioni sulla sua personale linea di condotta. Ammise che le condizione dell'Internazionale non erano né piacevoli né soddisfacenti, ma non dipendeva dalla loro volontà di cambiarle: esse erano strettamente legate alla situazione storica. Togliatti non vedeva altra soluzione mentre Silone si chiedeva se per il successo di una lotta si potesse dimenticare i motivi per cui si è intrapresa la lotta stessa e se, in fondo, le inesorabili condizioni storiche cui si doveva sottostare non fossero l'immagine di quella realtà inumana contro cui i socialisti volevano combattere.

Il tema della crisi dell'intellettuale di sinistra in crisi per il dissidio che lo separa dai suoi compagni di lotta diventa centrale nel suo secondo romanzo  "Pane e vino". scritto nel '37 e revisionato nel '55. Il romanzo costituisce insieme al suo proseguo, "Il seme nella neve", il documento di una voce isolata anche tra gli intellettuali antifascisti esuli e del coraggio di una netta presa di posizione etica dell'esame del rapporto individuo società. C'è, inoltre, il tendere ad un'utopia di sapore evangelico, i cui temi si accentueranno nelle opere successive,  "Una manciata di more" del '52 e "L'avventura di un povero cristiano" del 68.

 

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