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Cap. 7

Il caso Silone nei suoi ultimi sviluppi

 

Nel numero di maggio- giugno 1998 della rivista nuova Storia contemporanea, un articolo di Dario Biocca intitolato, " Ignazio Silone e la polizia politica. Storia di un informatore", ha dato inizio  ad una nuova stagione del già controverso "caso Silone".

La tesi del noto docente universitario di Storia contemporanea si fonda sul ritrovamento presso l'archivio centrale dello stato di una lettera datata 13-4-1930, a firma Silvestri, indirizzata ad una certa signorina Emilia Bellone, dietro cui si nasconderebbe presumibilmente l'allora commissario di pubblica sicurezza a Roma, Guido Bellone. Da numerosi elementi si può, infatti, evincere che la lettera era indirizzata proprio a questo funzionario che all'epoca divideva un appartamento in via Nomentana con una sorella più giovane, di nome Emilia. Il Silvestri manifesta in questa lettera la volontà di interrompere i rapporti col suo destinatario per "eliminare dalla sua vita tutto ciò che è falsità, doppiezza, equivoco, mistero". Fa riferimento, poi, ad una serie di dati personali facilmente riconducibili al personaggio Silone: è un militante comunista disgustato dall'orientamento che il partito va assumendo, le sue condizioni di salute sono pessime, sente una nuova attrazione per la religione anche se non per la chiesa, è alla ricerca di una nuova occupazione intellettuale. Anche la calligrafia, secondo Biocca, corrisponderebbe "fin nei particolari della punteggiatura, alle caratteristiche individuate in numerose lettere inviate da Silone a Gabriella Seidenfeld negli anni 1928-1931". Dall'esame dei fascicoli della polizia politica, presi in esame dal Biocca risultano, inoltre, due relazioni sulle vicende interna del partito comunista, datate novembre '27, inoltrate dal commissario Belloni, di un certo fiduciario T.. Considerato che  la loro datazione è anteriore all'uso di sigle numeriche e pseudonimi per denominare gli informatori della polizia, è facile , secondo il Biocca, desumere che il "fiduciario T." fosse Severino Tranquilli, cioè Ignazio Silone. Il primo documento illustrava i risultati di un'ispezione compiuta sulle strutture organizzative del partito comunista, il secondo relazionava sulla formazione di due gruppi al suo interno, il primo ( Tranquilli, Camilla Revera ecc. ) che, partendo da un'analisi della crisi economica, sosteneva la necessità di abbandonare ogni piano di offensiva contro il fascismo per i prossimi mesi, il secondo ( Togliatti, Grieco, ecc.) che sosteneva che il partito dovesse continuare a lavorare secondo due prospettive, quella di uno sviluppo lento della crisi economica e quello di un aggravamento catastrofico di essa. La relazione si soffermava, poi, sul tema della difesa interna del partito ed anche su questo punto sottolineava i dissensi alla tesi di Tranquilli, favorevole alla tattica prudente.

Nella primavera del '29 Silone improvvisamente si ammalò forse per il sopraggiungere dei disturbi respiratori che lo avrebbero tormentato a lungo, o forse per il ripetersi di profonde crisi depressive che lo persuasero a riprendere la terapia psicanalitica già cominciata l'anno prima. La segreteria del partito gli accordò un permesso e si ricoverò in Svizzera. Il Biocca, nel citato articolo, riporta un documento conservato nel fascicolo personale della Polizia politica intestato a Silone in cui si legge:

5 luglio 1929

Egregia signorina,

Tranquilli è arrivato qui, dove si trova in una clinica privata; non esce mai, dato che il suo stato di salute è ancora delicato. Nella clinica è difficile visitarlo, perché tra il personale vi sono dei conoscenti. Sembra che resterà nella clinica ancora 2 - 3 settimane e poi andrà in una pensione. Allora sarà possibile avvicinarlo.

Le scriverò nuovamente fra giorni. Lei giustamente si lagna della rarità delle mie lettere: i nostri rapporti potranno essere più regolari e frequenti se cambieranno natura e carattere. Al punto in cui sono nella mia formazione morale e intellettuale mi è fisicamente impossibile restare con lei negli stessi rapporti di 10 anni fa. Suppongo che in una sistemazione diversa dei nostri rapporti potrebbe pure lei avere interesse. La prima cosa da eliminare , perché mi lascia indifferente o umiliato, è il denaro. Ma di ciò parleremo a voce con maggiore comodità.

Saluti cordiali,

Silvestri

Su questo documento si è molto polemizzato, alcuni lo ritengano falso mentre il Biocca sostiene che se " si fosse trattato di un falso, i funzionari avrebbero presumibilmente trascritto il testo o imitato la grafia di Silone, che appariva, invece, questa volta, diversa o deliberatamente alterata. Il documento, quindi, poteva essere stato conservato, come la lettera del 1930, allo scopo di definire la natura e la durata della collaborazione di "Silvestri" colla polizia. Esso non conteneva informazioni relative ad indagini in corso ma segnalava che il fiduciario non intendeva percepire denaro. Se si fosse trattato di un falso, i funzionari avrebbero testimoniato il contrario e archiviato altrove il documento." Il Biocca continua, poi, notando come tra il 29 e il 30 Silone abbia più volte scritto alla compagna Gabriella Sedeinfeld parlando di se' in terza persona, come nella sopra citata lettera firmata Silvestri. Quanto all'allusione al denaro percepito per la sua attività di informatore, il Biocca sostiene che sarebbe stato utilizzato da Silone per sostenere le spese legali per il fratello, accusato di strage.. Nel !928, infatti, il fratello Romolo, allora ventiquattrenne, era stato accusato dalla polizia fascista di aver fatto esplodere una bomba alla fiera campionaria di Milano per attentare alla vita del re. Silone, come risulta da quanto afferma in "Uscita di sicurezza", all'epoca era consapevole della degenerazione del partito comunista russo sotto la guida di Stalin e, quindi, si doveva sentire responsabile dell'avvicinamento del fratello ad un partito del quale lui stesso cominciava a dubitare.

Quanto, poi, al riferimento contenuto nella lettera alla data di inizio dell'attività di informatore risalente a dieci anni prima, Dario Biocca ipotizza che Silone abbia conosciuto il commissario Bellone durante un'operazione di polizia condotta a Roma nel '19 risultante dai fascicoli del casellario politico. Ammette, però, che, non essendo disponibili le carte della questura di Roma relative al primo dopoguerra, solo il tono estremamente franco e diretto con cui Silone si rivolgeva al suo interlocutore può far pensare ad un rapporto di molto antecedente agli anni 28-30.

L'articolo del professor Dario Biocca si conclude col riferimento a "Vino e pane", uno dei più famosi romanzi di Silone, in cui si racconta di un giovane arrestato che, dopo essere stato coperto di ingiurie dalla polizia, incontra un commissario comprensivo che gli spiega "La gioventù è per sua natura generosa e sognatrice, guai se così non fosse. La polizia ha però il ruolo, forse ingrato ma socialmente necessario di controllare da vicino gli istinti generosi e sognatori della gioventù". Il giovane accetta così il ruolo di confidente della polizia, senza rendersi conto di quello che accade., in cambio di alcune somme di denaro, tradendo i suoi compagni. La vita in seguito gli diventa impossibile: "La paura di essere scoperto" dirà "era più forte del rimorso". Troverà pace in fine confessando tutto ad un sacerdote. Ed ancora in un racconto, "La volpe", il protagonista è un esule antifascista che accoglie nel suo nascondiglio un ferito e scopre, poi, che è un funzionario di polizia, inviato all'estero per carpire segreti agli oppositori del governo. E', però, colpito dalla sua intelligenza e mitezza e con lui finisce col parlare dei suoi compagni di partito tra cui non ha trovato amici. Nella finzione letteraria, conclude così, il Biocca sembra riprodursi la storia di Silone.

 

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