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Cap. 8

L'avventura di un povero cristiano- descrizione dell'opera

 

 

"L'avventura di un povero cristiano" di Ignazio Silone è un dramma incentrato sulla figura di Pietro Angelerio, semplice monaco in cui si incarna l'ideale di una religiosità pura ed ascetica, che dal suo eremitaggio sul monte Morrone è sbalzato inaspettatamente sul soglio pontificio dai maneggi delle famiglie romane, dopo un lungo conclave durato ventisette mesi. La sua avventura è quella di un uomo di grande fede e animo umile, saggio, che vive e parla con la natura, capace di commuoversi per le gemme che nascono sugli alberi, lontano dalla tentazione del potere, schiacciato da un compito che sente troppo alto e va letta alla luce dei capitoli che precedono il dramma in cui Silone si dimostra consapevole che le orme di fra Pietro non si trovano negli archivi o nelle biblioteche, ma tra i cafoni abruzzesi, che nella loro grandezza d'animo custodiscono il "seme" della speranza. Le vicende del "povero cristiano" si ripetono, quindi, nella storia degli umili che è costellata di esempi di perseveranza cristiana.

Il dramma si apre a Sulmona nel maggio 1294 con l'apparizione di una popolana, Concetta, figlia di un tessitore, Matteo, che narra una confusa storia di uomini di chiesa in lite tra loro per il modo di intendere il Vangelo e la regola di San Francesco. Tutta la prima scena è dominata dall'arrivo dei fraticelli francescani alla ricerca di fra Pietro del Morrone, ricevuti con affetto da Matteo. Sono stanchi perché hanno affrontato un lungo viaggio, ma la loro fede e la gioia di ricevere notizie di fra Pietro li fa apparire allegri e vivaci. Il parroco del paese cerca di porsi come intermediario fra loro e il gendarme che li guarda con sospetto, fino all'arrivo di fra Pietro.

La seconda scena si svolge sul monte Morrone presso l'eremo di S. Onofrio dopo l'elezione all'unanimità di fra Pietro papa. Il futuro Celestino V è chiuso in preghiera mentre giungono i  messi vescovili a sollecitarlo perché raggiunga la cattedrale dove sarà incoronato. Dopo aver rifiutato una cavalcatura bardata per un umile asino, ribadendo la sua volontà di rimanere fedele alla regola della povertà, si avvia verso l'Aquila tra l'entusiasmo generale e l'attesa degli spirituali, fino ad allora semiclandestini.

La scena si sposta a Napoli dove il nuovo Papa è ospite del re Carlo d'Angiò, suo protettore. I luoghi tetri e oscuri dove Celestino è costretto a vivere diventano metafora della crisi dell'istituzione soffocante che genera nell'umile frate un senso di claustrofobia. E' su questo sfondo che si delinea l'opposizione tra la concezione della fede e del ruolo pontificio di Celestino e quella del suo antagonista, il cardinale Caetani, futuro Bonifacio VIII: ai sentimenti evangelici e pauperistici del primo fa riscontro la visione teocratica della Chiesa del secondo, desideroso di ridare al papato prestigio politico e potenza terrena. Gli incarichi burocratici soffocano Celestino che sente di diventare uno strumento nelle mani altrui e vive drammaticamente le responsabilità del potere, sente la sua carica inconciliabile con le sue concezioni mistiche. Vorrebbe condividere le responsabilità di potere collegialmente, ma lì, accanto a lui, c'è il cardinale Caetani pronto a ribadire l'immodificabilità della struttura monarchica della Chiesa. Matura , quindi, nel papa, la decisione di abdicare aprendo così la strada del pontificato al cardinale Caetani, che verrà incoronato col nome di Bonifacio VIII. Il sogno di Celestino di tornare alla solitudine del suo eremo si infrange per i timori del nuovo papa che vede in lui un possibile punto di riferimento per i suoi detrattori. Comincia , così, la lunga fuga di Celestino e dei suoi amici, prima fra le montagne abruzzesi poi verso la Puglia dove, dopo un fallito tentativo di raggiungere la Grecia per mare, si consegnerà spontaneamente alle autorità civili. L'ultima scena del dramma si sposta ad Anagni, nel palazzo Bonifacio. Di fronte sono il nuovo Papa e Celestino, ormai stanco e rassegnato, che rifiuta l'ultima possibilità di salvezza: condannare tutte le opinioni e gli atti di quegli ordini definiti eretici e soprattutto di Ubertino da Casale e Pietro da Fossonbrone (A. Clareno). Lo attende la tragica clausura la morte a Monte Fumone.

 

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