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I Libri
recensiti per voi
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Einstein: scienza e
società
di Angelo
Genovesi

Angelo Genovesi, laureato in filosofia all’Università degli studi di
Pisa e docente presso la cattedra di Epistemologia a Milano, è autore di
un libro che si pone come obiettivo quello di ripercorrere le tappe
della vita del più grande scienziato del XX secolo.
Così l’autore si presta a descriverci la vita di Einstein tra
l’elaborazione di nuove teorie e la descrizione delle sue idee in campo
religioso, culturale e sociale.
Nel libro vengono enunciati gli interessi del fisico tedesco, tra i
quali prevaleva quello di conoscere la natura, ma anche e soprattutto la
sua vita che determinò le sue ricerche indiscutibilmente.
Albert Einstein, nasce nel 1879 ad Ulma (Württemberg) e già all’età di 5
anni compie la sua prima esperienza. Il suo cammino in campo scientifico
è dettato proprio dalle “cruciali” esperienze intraprese nell’età
giovanile. Come molti Einstein, voleva diventare un ingegnere, ma egli
trovava “intollerabile l’idea di applicare il genio creativo a problemi
che non fanno che complicare la vita quotidiana – e tutto ciò al triste
scopo di guadagnare denaro”. Per lo scienziato, le decisioni prese in
età adolescenziale sono molto importanti ai fini del suo futuro. Per il
giovane Albert, infatti, gli studi ginnasiali poteva addirittura essere
paragonati all’esercito prussiano perché lo studio della grammatica
greca e latina si basava sulla ripetizione ossessiva e meccanica delle
regole. Così all’età di quindici anni, decise di lasciare gli studi
ginnasiali per dedicarsi allo studio della matematica e della fisica
pura; nel 1986, nonostante le difficoltà, entrò nel corso di matematica
e fisica al Politecnico di Zurigo. Li fece conoscenza con gli altri
studenti del corso con i quali passò parte del suo tempo durante gli
studi; tra essi, si trovava anche la futura prima moglie dello
scienziato: Mileva Maric.
Conclusi gli studi al Politecnico, dopo alcuni tentativi di accaparrarsi
un posto da assistente di uno dei docenti del policlinico, fu assunto
come impiegato all’ufficio brevetti di Berna grazie all’amico di studi
Marcel Grossman. Nel frattanto ottiene la cittadinanza svizzera, formula
diverse teorie e si dedica allo studio dell’etere in relazione al
magnetismo e all’elettromagnetismo. Risale, invece, al 1901, la nascità
dell’Akademie Olympia che fornisce al Nostro un’importante sbocco di
conversazione e confronto di idee con gli studenti Maurice Solovine e
Conrad Habict.
Il 1902 e il 1903 sono anni importantissimi della sua vita,
rispettivamente per la nascità di una figlia femmina e per la morte di
suo padre.
Più tardi si occupa proprio della relatività, prende in considerazione
le ipotesi di Lorentz e dà luogo ad attente valutazioni proprio sulla
massa e sull’energia.
Attraverso una memoria pubblicata nel 1905, annus mirabilis della
fisica, Einstein espone la teoria della relatività generale prendendo in
considerazione anche gli studi di Planck: Prende piede la fisica
quantistica. Più tardi, invece, presenta la teoria della gravitazione e
il principio di equivalenza delle forze inerziali e gravitazionali.
Nel 1919 lascia la moglie Mileva e proprio nel 1920 sua madre muore di
cancro. Ormai all’apice della carriera sposa la cugina Elsa Einstein
Lowenthal. In questi anni Einstein pubblica una memoria molto importante
per la cosmologia moderna e introduce quella che chiamiamo costante
cosmologica.
La teoria della relatività, inoltre, ha delle ripercussioni anche sullo
studio degli atomi in relazione con gli studi di Bohr e Planck.
L’ultima parte del libro è imperniata sulle concezioni di Einstein
riguardanti la nozione di “trascendentale”, ma soprattutto su un
interrogativo: Albert Einstein, scienziato o filosofo?
A questo interrogativo risponde Pais secondo il quale “Einstein amava la
saggezza”, ma “la risposta è una questione più di gusti che di fatto.
Personalmente ritengo che il meglio di sé l’abbia dato alla filosofia”.
Egli stesso si riteneva “più un filosofo che un fisico”, forse per i
risvolti che la teoria della relatività ebbe su intellettuali e
scienziati.
Degna di essere enunciata è anche la parte del libro che osserva
attentamente le azioni dello scienziato come pacifista mettendo in
evidenza il duro attacco al militarismo e alla mancanza di mezzi per
imporre con forza le decisioni da parte della Società delle Nazioni e
della Corte arbitrale. Sono interessanti, inoltre, le considerazioni del
rapporto tra scienza e religione di un uomo del calibro di Einstein,
secondo il quale “la scienza senza religione è zoppa”.
Il libro è quindi indicato per tutti coloro che intendono conoscere sia
la vita del fisico tedesco che lo sviluppo della teoria della
relatività, nonché a studenti che intendono valutare opinioni di un
grande scienziato nell’ambito delle due grandi guerre del Novecento.
di Emiliano Sola
L’esclusa
di Luigi Pirandello

Marta Ajala, la protagonista di questo romanzo, viene scacciata di casa
dal marito dietro il sospetto d’un tradimento, che si riduce invece a
qualche lettera appassionata e filosofeggiante che le indirizza un
raffinato intellettuale del luogo, Gregorio Alvignani, deputato al
Parlamento.
Creduta colpevole da tutti e perfino dal padre, Francesco Ajala,
che,quando la figlia si rifugia presso di lui, si chiude in un
isolamento ostinato mandando in rovina i suoi affari e morendo all’
improvviso d’un colpo al cuore, Marta, dopo aver cercato invano di
guadagnare in pace la vita nel paese per sé e per la madre, accetta un
posto di maestra a Palermo.
Ma qui, giovane, bella, circondata dall’ammirazione e dalle galanterie
dei suoi colleghi, diventa davvero la facile vittima dell’Alvignani,
incontrato di nuovo per caso.
Così quando Rocco, il marito, convintosi alla fine dell’innocenza della
moglie, corre a richiamarla presso di sé e trova anzi nell’Alvignani un
inaspettato patrocinatore della riconciliazione, Marta, in un momento di
disperazione, deve confessargli la verità.
Ora Rocco, pur sentendo un improvviso ribrezzo per la donna tanto
desiderata, non ha la forza di allontanarla ancora da sé e di fronte al
cadavere della madre, morta nella miseria e nell’abbandono perché suo
padre ha compiuto verso di lei lo stesso gesto che egli ha compiuto nei
riguardi di Marta, le chiede perdono, con vergogna e violenza, e la
supplica di rimanere con lui.
Alla fine, dunque, Marta si rassegna ad essere di nuovo succube del
marito per quella assurda legge che decide il destino degli esseri umani
senza tenere conto della loro volontà.
L’esclusa è il primo romanzo di Luigi Pirandello: venne composto nel
1893 a Monte Cavo e pubblicato nel 1908.
L’autore usa la parola chiave “ esclusa” proprio in apertura della
seconda parte del romanzo dove, in un’atmosfera di ridente primavera,
avviene la rinascita di Marta.
La sua tenace lotta contro tutti le ha fatto conquistare quel tanto
desiderato posto di maestra che le ha consentito di togliere dalla
miseria la madre e la sorella.
Marta Ajala, tuttavia, è un personaggio complesso, apparentemente decisa
e combattiva ma che alla fine si rassegna e ritorna da suo marito.
di Valentina Ravaglia VA
CH.
Il ritratto di Dorian
Grey
di Oscar Wilde

Il romanzo ha per protagonista il giovane e bellissimo Dorian Grey, la
cui singolare bellezza ispira il pittore Basil Hallward, che decide di
fargli un ritratto.
Un amico dell’artista, Lord Henry Wotton, sentendo parlare così bene di
Dorian, decide di conoscerlo.
Lord Wotton, che, cinico e smaliziato, ha sempre ricercato il piacere,
corrompe a poco a poco Dorian e, grazie alle sue teorie e alle sue buone
doti oratorie, riesce a cambiare, o meglio a far cominciare la vita di
Dorian.
Egli prende coraggio e fiducia in sé stesso e si innamora di una brava
attrice, Sybil Vane, che però lavora in un teatro di “serie B”.
Quando ella comunica a Dorian di voler lasciare il teatro per amor suo,
egli le risponde che l’avrebbe lasciata e la caccia in malo modo.
Per la disperazione la ragazza si uccide e Dorian, a cui il pittore
aveva donato il quadro, si accorge di un lieve cambiamento di quest’ultimo,
che pensa dovuto alla sua sconsiderata reazione nei confronti
dell’amata.
Infatti Dorian, aveva espresso un desiderio al momento della donazione
dell’opera dicendo: “Vorrei che il quadro invecchiasse al posto mio”.
Per una sorta di magia demoniaca, il desiderio si era realizzato: i
segni dell’invecchiamento e del suo degrado morale si imprimono sul
ritratto mentre lui rimane meravigliosamente bello e giovane.
L’ apoteosi della sua sadica malvagità d’animo però, coincide con la
morte di Basil: Dorian giunge ad ucciderlo rimanendo del tutto
indifferente fino a quando, preso dalla paura di essere incriminato,
chiede aiuto ad un suo amico Alan Campbell, un chimico, per disfarsi del
corpo.
Un giorno, Dorian, ormai stanco e nauseato della sua vita, decide di
sfregiare con un coltello il suo ritratto che oramai è diventato sempre
più spaventoso.
Egli crede così di uccidere il passato, mentre invece colpisce a morte
sé stesso.
Infatti i servi accorsi nella stanza troveranno un vecchio orrendo, dal
volto ripugnante, con un coltello piantato nel cuore e accanto a lui il
quadro, che ha riacquistato l’originaria bellezza.
Il ritratto di Dorian Grey è considerato il romanzo simbolo del
decadentismo e dell’estetismo in quanto l’arte e il “Bello” sono
considerati gli unici valori autentici della vita. Questo libro fu un
successo di scandalo in quanto i lettori erano sconvolti da quelle
continue allusioni a indicibili peccati, e per questo motivo venne
citato, in sede di processo, come prova delle tendenze omosessuali di
Oscar Wilde.
di Valentina Ravaglia VA
CH.
Einstein: scienza e
società
di Angelo Genovesi

Il libro, scritto da Angelo Genovesi, vincitore del premio”Mario di
Nola” nel 2001, ripercorre il cammino che ha caratterizzato e
determinato la vita del più grande scienziato e filosofo del’900: Albert
Einstein.
Il libro si presenta, sostanzialmente, suddiviso in tre parti.
La prima parte è dedicata alla biografia del fisico tedesco. Nato ad Ulm
(Germania) nel 1879, in seguito a dissesti economici della sua famiglia,
si trasferì dapprima in Italia, e, in seguito, in Svizzera, dove
frequentò il Politecnico di Zurigo.
Tra il 1902 e il 1909, quando lavorava come impiegato presso l’ufficio
Brevetti di Berna, Einstein raggiunse il culmine della sua produzione
scientifica. Grazie alla scoperta della teoria della relatività
speciale, nel 1912 fu nominato professore ordinario al Politecnico di
Zurigo.
Nel 1933 le persecuzioni politiche e razziste indussero Einstein a
lasciare l’Europa e ad emigrare negli Stati Uniti ,dove entrò a far
parte dell’Institute for Advanced Studes di Princeton.
Albert Einstein morì il 18 aprile 1955, in seguito alla rottura
dell’aneurisma dell’aorta addominale.
La seconda parte invece, è dedicata agli studi che Einstein compì
durante la sua vita.
Per esempio nel 1905 pubblicò tre articoli, sulla natura quantistica
della luce, sul moto molecolare e sulla teoria della relatività
ristretta, destinati a rivoluzionare la conoscenza scientifica e tutta
la cultura occidentale.
Per il resto della sua vita Einstein si dedicò alla ricerca di
un’ulteriore generalizzazione della teoria dei campi che fornisse una
descrizione dei diversi tipi di interazioni nucleari ed
elettromagnetiche.
La terza e ultima parte è dedicata alle riflessioni di carattere
scientifico e sociale del fisico.
Einstein in poche decine di pagine ci propone la sua visione del mondo e
non manca di criticare il denaro considerato dannoso nei confronti della
libera evoluzione della scienza.
Le riflessioni del fisico tedesco affrontano anche temi come la
felicità, la guerra e in maniera più ampia il rapporto con la scienza.
La sua autorevolezza si fece sentire, oltre che nel campo della fisica,
anche in ambito sociale, politico e religioso.
Infatti, al termine della seconda guerra mondiale, Einstein si impegnò
attivamente nella causa per il disarmo internazionale e più volte ribadì
la necessità che gli intellettuali di ogni paese dovessero impiegare le
conoscenze scientifiche a scopi pacifici.
Questo libro mi è piaciuto particolarmente, perché attraverso un
linguaggio semplice e conciso, l’autore è riuscito a far conoscere al
mondo la figura del più grande scienziato del XX secolo, un uomo capace
di spaziare fra i settori più disparati della fisica.
Quindi, per tale motivo, consiglio a tutti gli studenti, e non solo, la
lettura di questo libro affinché anche loro possano conoscere la
magnificenza di Albert Einstein.
di Valentina
Ravaglia VA CH.
Tutti i sognatori
di Filippo Tuena.
Durante la Seconda guerra
mondiale, nell’imperversare della violenza, si snoda a Roma la storia di
Maria e Luca, i due protagonisti del romanzo.
Il racconto parte dalla
caduta del fascismo del 1943, per concludersi con la fine del conflitto.
Luca, giovane vedovo e abile
antiquario, che fa fortuna grazie a principi indebitati dal gioco
d’azzardo, inizialmente sembra quasi disinteressarsi alla guerra,
dedicandosi unicamente alla sua grande passione, l’arte. Ma quando il
conflitto comincia a minacciare il suo mondo formato da quadri e statue,
egli non esita a schierarsi contro l’invasore e la guerra, diventando
un dinamitardo appartenente alla Resistenza.
Maria, figlia
dell’antiquario svizzero Fritz (un amico di Luca) e di Ada Americi,
reagisce alla realtà crudele che le si manifesta dinanzi, mostrando il
suo amore non corrisposto per Luca.
Filippo Tuena, narratore
della vicenda, divide il libro in cinque sezioni, di cui le prime tre
risultano essere le principali: nella prima intitolata “Un villino ai
Parioli”, l’autore ci presenta i personaggi, li caratterizza
psicologicamente, introducendoli gradualmente nel duro teatro della
guerra che pian piano coinvolge tutti: è qui che Tuena ci elenca i pregi
e i difetti delle sorelle Ada, Magda ed Elisabetta Americi; è qui che
compaiono figure caratteristiche dell’epoca come il disertore Bruno o
come Luigi, il soldato della Folgore disperso in Africa, figlio di Magda
e del fascista Antonio; ed è sempre in questo primo settore del romanzo
che compare la tragedia degli Ebrei, i quali cercano di sfuggire dai
rastrellamenti tedeschi del ghetto. Il tentativo riuscito dell’autore è
quello di immergere il lettore nell’atmosfera della guerra.
Nella seconda sezione del
libro, tutta la storia ruota attorno a Luca, protagonista assoluto che
viene perseguitato dai sospetti che nutre per lui il maresciallo
fascista Archimede Businco, il quale va alla ricerca della prova certa
per schiacciarlo. E’in questo punto del racconto che riaffiora la figura
di Bruno, che entrato nella Resistenza decide di aiutare Luca uccidendo
Businco: tale azione, di cui Luca non sa nulla, si rivela per
l’antiquario come un’arma a doppio taglio: infatti, la Gestapo ritrova
nelle tasche di Businco degli appunti, in cui figura tra gli indagati
Luca. A ciò si aggiungono delle testimonianze che incastrano il ragazzo,
il quale viene arrestato e rinchiuso a via Tasso con l’accusa di
partecipare alle attività clandestine della Resistenza.
Nella terza sezione del
libro, quando ormai sembra immediato l’arrivo degli Americani, i
partigiani fanno un attentato uccidendo soldati tedeschi. A questa
azione, i Tedeschi rispondono con una rappresaglia, attraverso la quale
vengono uccisi nelle fosse ardeatine alcuni appartenenti alla
Resistenza, tra i quali Luca.
E’ in questa parte del
romanzo, che l’autore ci inquadra Maria, la quale di fronte
all’interminabile odio dell’uomo, che continua ad alimentare il
conflitto e che gli ha portato via Luca, non rinuncia al suo amore, ma
lo cerca e lo trova in un’altra dimensione, il sogno, dove la guerra e
la morte non possono arrivare.
Filippo Tuena racconta nella
sua opera una realtà vissuta, raccontatagli dai genitori da bambino,
arricchendola di particolari storici che non rendono la narrazione mai
pesante: in particolare, l’autore presenta un catalogo dei giorni alla
fine di ognuno dei tre settori principali del racconto, nel quale viene
fatto un elenco dei fatti storici che avvennero in quegli anni.
Davide Pasquini
EINSTEIN: SCIENZA E
SOCIETÀ
di Angelo Genovesi
Albert Einstein nasce a Ulm
in Germania il 14 marzo 1879 da genitori di origine ebraiche.
La famiglia si trasferisce a
un anno dalla sua nascita a Monaco, in Baviera, dove il padre e lo zio
avevano dato vita ad una piccola azienda che produceva macchinari
elettrici.
All’età di 5 anni fu
affascinato dalla bussola, mentre a 12 anni imparò la geometria euclidea
da solo, leggendo un libro di scuola. Queste due occasioni
giustificarono le scelte future, infatti pochi anni dopo in un compito
in classe intitolato “I miei progetti per il futuro” scrisse che se
avesse avuto la fortuna di superare gli esami sarebbe andato
all’Istituto federale di Tecnologia di Zurigo, dove sarebbe rimasto per
4 anni a studiare matematica e fisica e sarebbe poi diventato
professore, specializzandosi nel campo teorico. Inoltre, affermò che si
divertiva a ricostruire prove di teoremi matematici e fisici già noti
solo per il piacere di pensare.
Dopo il fallimento
dell’azienda di famiglia, gli Einstein si trasferirono a Milano
stabilendosi in una lussuosa casa appartenuta a Ugo Foscolo, poi nel
palazzo della contessa Maffei.
In questo periodo Albert
Einstein pensò di rinunciare alla cittadinanza tedesca e lasciare il
paese per non prestare il servizio militare obbligatorio.
Einstein ricorda che da
bambino a una parata militare scoppiò a piangere e si fece promettere
dai genitori che non gli sarebbe toccata la sorte di quelle persone che
marciavano a comando.
Dopo aver risolto quest’ultimo
problema, concluse le scuole superiori ad Aarau in Svizzera.
Nel 1896 si iscrisse al
Politecnico di Zurigo dove si laureò nel 1900. Mileva Moric, la ragazza
della sua sezione al politecnico sarà il 6 gennaio 1903 la signora
Einstein.
Aspettando un lavoro
dall’ufficio brevetti di Berna, Einstein iniziò a dare lezioni private
di matematica e fisica agli studenti universitari. Un anno prima del
matrimonio diventò padre di una bambina: Lieserl; dopo il matrimonio la
bambina viene registrata all’anagrafe. Quando Lieserl fu affetta da
scarlattina si trovava con la madre a Budapest, dopo questo evento della
piccola si perse ogni traccia. Un anno dopo Einstein diventò di nuovo
padre di Hans Albert e nel 1910 di Eduard, affetto da disturbi mentali.
Dal 1905 pubblicò 3 studi teorici importanti per lo sviluppo della
fisica nel ventesimo secolo:
-
Il primo è relativo al moto
molecolare browniano, fece importanti previsioni sul moto di agitazione
termica delle molecole.
-
Il secondo riguardava
l’effetto fotoelettrico che contiene l’ipotesi sulla natura della luce.
Einstein affermava che la teoria della luce, eccellente per la
descrizione di fenomeni ottici, avrebbe portato a contraddizioni nelle
applicazioni al contrario di teorie come la diffrazione, riflessione,
rifrazione e dispersione che erano sperimentalmente confermate.
-
Il terzo studio teorico
riguardava la teoria della relatività ristretta che si basa sul
principio della costanza della velocità della luce e su quello
galileiano-newtoniano.
Einstein fu criticato perché
le sue teorie non erano dimostrate ed erano quindi difficilmente
comprensibili. Nel 1911 si trasferì all’università tedesca di Praga e
l’anno dopo tornò al Politecnico di Zurigo. Planck e Nernst volevano che
andasse a Berlino e dopo varie richieste accettò, così la famiglia
Einstein si trasferì a Berlino. Pochi mesi dopo Mileva e i figli
tornarono a Zurigo.
Divorziarono nel 1919 e in
quello stesso anno si sposò con la seconda cugina Elsa, divorziata con
due figlie: Ilse e Margot. Einstein iniziò a lavorare sulla teoria della
relatività generale in base alla quale il campo gravitazionale è
equivalente a una accelerazione costante.
Sulla base di questa teoria
spiegò le variazioni del moto orbitale dei pianeti. La teoria della
relatività generale è per lui ricca di idee da dedicarne il resto della
sua vita.
Nel 1919 ricevette il premio
Nobel per la fisica. Nei suoi scritti si nota che riserva attenzione
alla religione e dice che, al contrario dei suoi genitori atei, lui era
religiosissimo, ma smise di esserlo a 12 anni. Einstein afferma inoltre
che tutte le religioni, le arti e le scienze sono rami dello stesso
albero e che come la scienza senza la religione è zoppa, la religione
senza scienza è cieca.
Nel 1921 fu inviato alla
Princeton University per tenere quattro conferenze sulla teoria della
relatività e per ritirare una laurea in fisica.
Nel 1925 decise di firmare
insieme a Gandhi contro il servizio militare perché era dell’idea che
era la prima causa della decadenza morale della razza bianca, che
minacciava la loro civiltà e la loro esistenza. Afferma infine che lo
Stato è fatto per l’uomo e non il contrario.
Con l’avvento al potere di
Adolf Hitler, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti.
Dopo un viaggio ad Oxford
fece una breve sosta in Svizzera, dove incontra per l’ultima volta il
figlio Eduard, poi sbarcò a New York, dove gli venne offerto un posto
presso l’Institute for Advanced Study di Princeton in New Jersey.
Intanto il marito di Ilse
riesce a spedire miracolosamente ad Einstein l’archivio e tutte le sue
carte prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Nel 1939 di fronte alla
minaccia del regime nazista rinunciò alla sua posizione pacifista e
scrisse una lettera a Roosvelt nella quale dava informazioni delle
ricerche tedesche condotte al livello atomico e sottolineò la
possibilità di realizzare una bomba atomica. Questa lettera segnò
l’avvio del progetto alla costruzione dell’arma nucleare.
Alla fine della seconda
guerra mondiale si impegnò nella causa per il disarmo internazionale. A
causa della rottura dell’aorta addominale Albert Einstein morì nel New
Jersey il 18 aprile 1955 all’età di 76 anni.
Esprimendo un giudizio sul
libro scritto da Angelo Genovesi, posso affermare che le teorie di
Einstein e la vita stessa vengono esposte in modo comprensibile,
considerata la mole tematica trattata. Nell’insieme il libro è
interessante per le sollecitazioni che suscita e per le curiosità
biografiche su cui si sofferma; agile risulta la lettura per il
linguaggio piano ma rigoroso.
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Alessandra Giuliano
V A Chimica
La grande ombra
di Filippo Tuena
“Ogni opera compiuta è il tradimento di quella immaginata”. È così che
Filippo Tuena descrive la disillusione dal sogno supremo, il fallimento
di un Rinascimento che aveva visto brillare i grandi artisti del
Quattrocento, ma solo su uno di questi ferma la sua attenzione. Lo
scrittore è nato a Roma nel 1953, ha pubblicato “Tutti i sognatori“, “Le
variazioni Reinach” e “La grande ombra”, romanzo corale riguardante la
triste vecchiaia del genio di Michelangelo, perchè lo sfacelo non
colpisce solo l’artista stesso: anche la luce di cui è padrone durante
gli anni vigorosi si spegne a poco a poco.
Il libro è strutturato come se fosse una raccolta di interviste dirette
dall’autore a tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscere
Michelangelo o di osservarlo da vicino, pertanto, i narratori di questa
storia sono multipli, e prendono voce raccontando episodi che descrivono
il suo travaglio; l’insieme delle testimonianze focalizza l’immagine
sbiadita dello scultore e gli ultimi anni di vita appaiano tristi, cupi:
l’ammirazione conquistata nella giovinezza diventa la compassione di un
vecchio burbero e stizzoso. Questo non è romanzo sulla meritata gloria
di un genio, bensì della sua caduta.
Nella situazione iniziale l’autore cerca di scoprire i motivi di
Michelangelo di non tornare a Firenze, il trattenimento a Roma è,
infatti, molto strano visto che aveva sempre desiderato confondere le
sue ceneri con la terra della patria e vedere ancora una volta le
colline e i pascoli verdeggianti nei quali si confondevano gli
scalpellini sudati e polverosi.
Michelangelo non è più il giovane sognatore di una volta: se la mente è
ancora ricca e attiva il fisico risente degli anni che passano, i ritmi
a cui era abituato diventano stremanti. La mano tremante non gli
permette neanche reggere una matita, lui che con la matita e un pezzo di
carta aveva delineato l’universalità dei sentimenti umani; lui che dalla
pietra fredda e dura aveva creato opere vive che contenevano un’anima.
Ai malori della vecchiaia, alle preoccupazioni familiari si aggiunge un
altro fattore ad influire sul suo stato pietoso: la paura della morte.
Le cure del medico né l’affetto degli amici possono alleviare questo
male che si insidia nel profondo del suo cuore, nel quale la pazzia
prende il posto della razionalità. Michelangelo inizia ad avere le crisi
deliranti solita nell’età avanzata alle quali si alternano momenti di
lucidità e ragionevolezza. Fino a che punto, però, può essere
ragionevole un uomo consapevole dell’agguato in cui sta per coglierlo la
morte? L’agonia dura per qualche settimana e finalmente cessa il
travaglio, il vuoto viene colmato, la ferita rimarginata. Muore così,
silenziosamente, ascoltando i passi della Bibbia che lo commuovevano tra
amici sinceri, in un letto che aveva conosciuto le sue sofferenze; si
spegne in pace con Dio, con il mondo, con sé stesso. Termina la vita di
un uomo che aveva vissuto esclusivamente per l’arte di cui era stato
maestro e protettore.
Le testimonianze dei suoi conoscenti continuavano in quella nebbia
leggera e decisa che lascia ogni morte, che ritroviamo ancora oggi
quando sentiamo parlare di Michelangelo, un uomo diventato eterno
nonostante il fluttuare del tempo… ed eterne sono le opere nate
dall’ingegno di quella mano che in età avanzata, per crudeltà del
Destino, iniziò a tremare preannunciando il compimento dell’unica opera
che riuscì a terminare definitivamente: la vita.
PERSONAGGI: Leonardo Buonarroti, l’Urbino, Cosimo I de’Medici, Vittoria
Colonna, Tommaso de’Cavalieri, Daniele da Volterra,Giorgio Vasari,
Benvenuto Cellini, Iacopo Meleghino.
NARRATORE: interno ed esterno alla vicenda.
LUOGHI: Roma, Palazzo de’Medici.
TEMPO: approssimativamente 1554-1564.
Laura Lapalorcia
II A LST
L’ultima legione
di V. M. Manfredi
Il romanzo è un misto di realtà e di finzione, di storia e di mito, di
personaggi reali e inventati. L’autore vuole mettere in evidenza i
valori umani quali la lealtà, l’onore e l’amore che oggi non sono più
così importanti e a volte sono considerati morti e sepolti nelle tombe
dei grandi condottieri dell’antichità.
La storia parla di un soldato, Aurelio, che fa parte dell’ultima legione
romana, La Nova Invicta, l’ultimo focolare di romanità, l’unico luogo in
cui ci sono ancora persone che credono nella possibilità di rivedere
l’antico splendore dell’impero romano.
Purtroppo questa legione viene attaccata dai barbari e Aurelio viene
incaricato di cercare rinforzi.
Arriva alla villa del comandante Oreste, padre del giovane imperatore
Romolo, e trova una carneficina. Il comandante, oramai in fin di vita,
lo chiama e gli dice di salvare l’imperatore, suo figlio.
Aurelio trova nelle ultime parole di Oreste, l’ideale, l’obiettivo della
sua vita da quel giorno in poi.
Scopre che l’imperatore era stato portato a Ravenna e tenta di salvarlo
ma senza riuscirci. Nella fuga incontra Livia che gli salva la vita.
Insieme liberano alcuni amici di Aurelio, compagni della Nova Invicta,
Baciato, gigante africano dalla forza smisurata, Vatreno, valoroso
stratega, Orozio e Demetrio, due compagni di sventura dei primi. Insieme
liberano Romolo e Ambrosinus, precettore dell’imperatore, dalla
prigionia a Capri e da qui inizia una fuga infinita dai barbari di
Wulfila, che voleva vendicarsi di uno sfregio subito da Aurelio.
Decidono di fuggire in Britannia, patria di Ambrosinus, dove quest’ultimo
sperava di trovare la legione XII Draco ultimo baluardo per contrastare
i barbari, che aveva giurato di combattere fino all’ultimo. Purtroppo al
loro arrivo scoprono che la legione si era sciolta. Si accampano al suo
interno e innalzano lo stendardo della legione in segno di sfida ai
barbari. La guerra è sanguinosa ma quando tutto sembra finito gli ex
legionari britannici tornano e aiutano Aurelio e gli altri. Durante la
battaglia Romolo uccide Wulfila con la spada di Cesare ma alla fine
della guerra la pianta in una roccia al centro di un lago ripudiando le
guerre e la violenza.
Il romanzo è molto complesso, dalla storia principale, la fuga di
Romolo, s’intrecciano tante altre storie secondarie come l’amore tra
Aurelio e Livia, la sfida tra il protagonista e Wulfila, l’amore paterno
dello stesso Aurelio verso Romolo che poi si conclude con l’adozione.
Il romanzo è coinvolgente e appassionante, le descrizioni sono precise e
particolareggiate, forse un po’ troppo, questo, infatti, è l’unico
aspetto negativo che ho rilevato nel libro.
Le lunghe descrizioni rischiano di far cadere l’attenzione del lettore
pur se sono indispensabili per farlo entrare nella storia. Grazie
all’abilità dell’autore, chi legge può volare con la fantasia fino alla
fredda, cupa e piovosa Britannia, può visitare le sue foreste e vivere
da vicino le peripezie dei personaggi. Si possono osservare le battaglie
e i duelli personali degli eroi fantastici e si riescono a capire
perfettamente gli stati d’animo dei personaggi.
Il linguaggio è abbastanza crudo e l’autore, senza giri di parole, cerca
di andare diritto al punto anche descrivendo i soprusi e le violenze
subiti dai personaggi. Per esempio nella descrizione della carneficina
della villa, l’autore usa termini poco adatti a dei bambini, quindi non
sarebbe consigliabile la lettura da parte di quest’ultimi.
La storia non è di difficile comprensione quindi può essere letto da
chiunque.
Il libro mi è piaciuto molto soprattutto perché non si riesce a smettere
di leggere, visto che ci si chiede sempre “come andrà a finire?”,
inoltre leggendolo si torna indietro nel tempo e si rimane intrappolati
in quell’epoca straordinaria.
Bernardini Federico II° B LST
It di Stephen King
Un libro che vale la pena
di leggere sia perché la trama è avvincente sia per il fascino della
scrittura è “It” di Stephen King.
A prima vista può sembrare
il solito “librone” noioso di oltre mille e trecento pagine, ma in
realtà è scritto in modo che il lettore rimane “intrappolato” nella
lettura, incuriosito ed affascinato dalla ragnatela di intrecci
narrativi, salti temporali nei momenti più inaspettati, anticipazioni e
tagli nella narrazione e situazioni presentate e interpretate da diversi
punti di vista contemporaneamente.
L’intreccio di questo
romanzo ha dell’incredibile, non segue una regola precisa, ma è come se
l’autore avesse scritto prima il romanzo in modo cronologico e poi
avesse fatto letteralmente a pezzi la fabula per disporre in modo
disordinato gli eventi non risparmiando neanche i dialoghi dei
personaggi che si intrecciano con discorsi indiretti, flussi di
coscienza e monologhi interiori, che iniziano nel presente (o nel
passato) in una determinata situazione e si concludono nel passato (o
nel presente) in un conteso completamente diverso.
Per quanto riguarda la
trama del libro, (bisogna sempre ricordare che Stephen King è
considerato dalla critica come il maestro del terrore) essa ha la
consistenza di un sogno, anzi di un incubo: situazioni surreali che si
contrappongono a situazioni che sembrano reali perché caratterizzate da
documentazioni prese dai giornali datate negli anni in cui è ambientato
il libro.
Il libro è caratterizzato
da situazioni calme e tranquille che mutano in situazioni paranoiche,
cariche di tensione e da situazioni irreali e veloci nella narrazione
nelle quali sono inserite lunghe analessi che si soffermano sui pensieri
dei personaggi, sulle azioni degli stessi e sui dettagli più macabri
delle varie scene.
Le scene finali del
romanzo presentano luoghi, situazioni e scene che il lettore a volte
riesce ad immaginare con fatica, ma che sono chiare nella mente
dell’autore e sono cose come queste che testimoniano la superiorità dei
libri sui film che non lasciano spazio alla fantasia.
Il libro descrive l’eterna
lotta tra il bene e il male e insegna che niente è più potente e più
misterioso dell’immaginazione con la quale tutti possono immaginare
storie ed ogni tipo di avventure.
Non riassumerò in modo
dettagliato la trama per non far morire la probabile curiosità nascente
in un lettore di questa recensione.
La storia si può dividere
faticosamente in due parti: una ambientata negli anni settanta e l’altra
ambientata venticinque anni dopo; il tutto arricchito da flashback
ambientati in tempi più remoti e con persone totalmente diverse ma
importanti per la storia.
Si svolge in una città
americana nello stato del Maine: Derry.
In questa città si trova
un essere che è l’incarnazione del male e che ogni venticinque anni si
sveglia dal suo letargo per nutrirsi, in un periodo di tre mesi, di
carne umana.
Il libro è la storia di u
gruppo di adolescenti con i loro problemi famigliari e con i problemi
che tutti gli adolescenti hanno.
Questo gruppo, per
vendetta, tenterà di uccidere l’essere ma non ci riuscirà.
Venticinque anni dopo ci
riproveranno e per questo dovranno abbandonare le loro famiglie.
Riusciranno nella loro
impresa, ma ne usciranno dopo molti sacrifici sconfitti sul piano morale
e psichico.
Ci vogliono poche parole
per descrivere questo libro dove la creatività dell’autore supera i
confini dell’immaginazione dei lettori: bellissimo, intrigante,
affascinante, superbo, un capolavoro.
Alfonso Simone III LST
Le
mosche del capitale di Paolo Volponi
Lo
scrittore Paolo Volponi nei suoi romanzi si impegna a decifrare i rapporti
del neocapitalismo con l’individuo nei primi anni ’70. In questo, in
particolare, “Le mosche del capitale” descrive la vita del dirigente
industriale Bruto Saraccini, umanista e poeta tradito nel culmine della
sua carriera dal suo stesso amore per l’industria. Lo stesso Saraccini
nell’inizio del romanzo conosce quasi per puro caso il massimo dirigente
della MFM (la fabbrica dove prestava servizio) il professor Nasapeti. La
loro amicizia si fa sempre più intensa, fino a quando Saraccini viene
nominato amministratore delegato, dallo stesso Ugo Nasapeti, che però
finisce per ripensarci ed accusarlo di terrorismo. Il protagonista cade in
depressione e presta attenzione ad un gruppo industriale emergente guidato
da donna Fulgenzia. Dopo poco tempo si accorge però che tale gruppo è
solo interessato alle proprie capacità e non alle sue doti umane. Non è
difficile riconoscere il libro come autobiografico, in cui riconosciamo
l’autore nel protagonista Bruto Saraccini e gli altri personaggi in
uomini di spicco nell’industria moderna, come Bruno Visentini, Gianni e
Umberto Agnelli. Paolo Volponi imposta il proprio romanzi su numerose
sequenze riflessive e descrittive, che sono essenziali per far capire i
diversi stati d’animo del protagonista.
Del Monte 2
LST
La
chimera di
Sebastiano Vassalli, romanzo
“La
chimera” può essere classificata tra le prime opere della maturità
di Sebastiano Vassalli, uno dei personaggi di maggior rilievo nel
panorama letterario italiano della seconda metà del ‘900. Le origini
del romanzo si riscontrano nel “Gruppo 63”, al quale appartenevano
numerosi letterati italiani del nostro secolo, che si distinguevano per
la ricerca di originali forme linguistiche e strutturali. Con “La
chimera” Vassalli mostra di aver concluso questa fase di studio
sicuramente in favore di forme più tradizionali, per dedicarsi alla
produzione di romanzi storici frutto di accurate ricerche. Egli offre in
essa un quadro nichilistico della realtà storica, una visione
pessimistica, quindi, che emerge anche in altre sue opere contemporanee.
Rumore, violenza ed egoismo sono gli aspetti del nostro vivere moderno,
alimentati dalla cultura dei media che matura la convinzione di un mondo
che si incammina irreversibilmente verso il degrado. Il migliore
atteggiamento con il quale l’uomo può porsi nei confronti di una
società satura di falsi valori è quello di non averne. E’ questo in
parte l’approccio di Sebastiano Vassalli con il suo romanzo, che
rappresenta un filo conduttore tra il presente e il passato, in questo
caso quello di una giovane ragazza che in nome di estremi ideali
religiosi si trasforma nella mitologica chimera che sputa fuoco, con
testa di leone, corpo di capra e coda di serpente, capro espiatorio di
una società in crisi. Ma la chimera è anche un sogno fantastico,
l’illusione di perdersi in un mondo antico, di vagheggiare un luogo
ancora inalterato dalla negatività dell’uomo, e scoprire però che
questo non esiste e non è mai esistito, perché l’uomo era, è, e
sempre sarà uomo. E sempre esisteranno anche persone come Antonia,
colpevole solo di essere un’esposta in un mondo in cui gli esposti non
sono uomini degni di tale nome, di essere bella in un mondo in cui la
bellezza è sintomo di un intervento diabolico, di essere sensibile
davanti alla terribile visione della povertà e della sofferenza umana.
Cresciuta in un convento insieme ad altre esposte, il suo destino sembra
essere già segnato a partire da tutta una serie di brevi ma
significativi eventi che la accompagnano fino al giorno della sua
esecuzione. Già il suo primo incontro con il vescovo Bascapè, quando
ella è ancora esposta e viene scelta grazie alla sua bellezza per
recitare una poesia di benvenuto al “grande” personaggio
ecclesiastico, termina con un deludente svenimento di Antonia. Per
quanto riguarda il suo vivere quotidiano nulla fa pensare però che
possa essere diversa da tutte le altre esposte, se non fosse per il
fatto che la sua “eccessiva” bellezza la rende poco predisposta alla
benevolenza di coloro che si recano presso il convento alla ricerca di
una compagna, una figlia, o semplicemente un’aiutante. Ma arriva anche
il suo momento, e viene adottata da una famiglia di contadini, i Nidasio,
che vivono in un piccolo paesino alle porte di Novara, Zardino, oggi
scomparso forse a causa di una delle continue piene del fiume Sesia. E'
Zardino la chimera, il sogno di Dino Campana, il poeta che, descritto da
Vassalli ne “la notte della cometa”, la cerca con lo sguardo dalle
inferriate del carcere, tra la nebbia del Monte Bianco, non sapendo che
a Zardino Antonia fu invidiata, odiata, accusata e condannata. La trama
del romanzo è affiancata anche da una dettagliata analisi del periodo
storico in cui essa si svolge, dei contrasti tra papato e signorie, o
all’interno della stessa gerarchia ecclesiastica. Emergono personaggi
storici di grande rilevanza come il vescovo Bascapè, Clemente VIII,
Paolo V, il cardinale Borromeo e di meno importanti come l’inquisitore
Manini, che grazie al processo ed alla condanna di Antonia raggiunge il
culmine della sua carriera, e il canonico Cavagna. Ma il personaggio più
accuratamente descritto è il popolo, con le sue paure, la sua povertà,
ma anche la crudeltà di fondo che lo anima, la sua parte bestiale. Essa
emerge in uno dei momenti più significativi della intera vicenda, nella
processione alla quale partecipa una moltitudine di contadini, servi,
camminanti esultanti, e che porterà Antonia al “dosso
dell’albera”, dove si ritiene che ella abbia consumato i suoi atti
peccaminosi, ma dove in realtà visse solamente una sfortunata storia
d’amore, che pagherà con la vita. La chimera non esiste, e l’intero
romanzo è un’argomentazione a favore di questa tesi: l’uomo la
cerca quando ha paura del presente che lo circonda, trovandola solo
nella sua immaginazione. Solo al termine del congedo Vassalli svela
effettivamente il vero volto della chimera, “Colui che conosce il
prima e il dopo e le ragioni del tutto”, ma che secondo una visione
alquanto atea dell’autore non può esistere che nella mente di un uomo
impaurito.
Federico
Rea V° Liceo Scientifico Tecnologico
Costo
L. 15.000 Einaudi tascabili
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