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27 Gennaio del 2004, insieme per ricordare
Vogliamo riflettere sul valore della memoria dell’olocausto sulla scorta di una bellissima pagina di prosa letteraria, il Prologo al romanzo di Bassani “IL giardino dei Finzi Contini”. La rievocazione malinconica, struggente di una famiglia ebraica, i Finzi Contini, assume in questo romanzo un significato particolare alla luce del Prologo. Da tempo, dice l’autore, aveva pensato di ricordarli ma la spinta a scrivere di loro gli viene da una gita invernale in comitiva sulla costa tirrenica al nord di Roma che sfocerà in una non preventivata visita alle tombe etrusche. E’ una tenera bambina di nove anni, Giannina, ad impartire agli adulti un’importante lezione morale che tutti noi dovremmo tenere presente nel guardare alle grandi tragedie della storia umana. L’idea che gli etruschi tanto lontani nel tempo possano quasi considerarsi come morti da sempre, come mai esistiti suscita la pietà della bambina nei loro confronti: “anche gli Etruschi sono vissuti e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri” conclude Giannina. Il bisogno di ricordare si sposta, così, in una sfera esistenziale incentrata sul rapporto tra i vivi e i morti. Si fa avanti la concezione foscoliana dell’estinto che continua a vivere solo nei ricordi dei parenti e amici con i quali si era istaurata una “corrispondenza di amorosi sensi” ma soprattutto il sentimento di pietà verso i defunti grazie al quale l’uomo ha imparato ad essere civile. Le civiltà passate hanno rappresentato giganti sulle cui spalle i moderni hanno costruito il loro mondo. Esse hanno quindi tutto il diritto di essere rispettate perché sul loro rispetto si fonda la nostra civiltà. Giannina, una bambina di nove anni, si domanda rivolgendosi al padre perché non prova malinconia per le tombe degli etruschi. Il padre le risponde che i sentimenti per costoro si sono smorzati per il lungo tempo che li separa dal presente, gli affetti cadono sulle persone care, vicine. Questa constatazione suscita un moto d’affetto nella bimba verso quei morti. E’ sulla scia dell’emozione creata da questo sentimento del tutto spontaneo e immediato che sgorga nell’autore il triste ricordo della monumentale tomba dei Finzi-Contini, che sembrava costruita per accogliere generazioni innumerevoli dando loro l’eternità del ricordo, invece, fra tutti i membri della famiglia conosciuti dall'autore, ne ospita solo uno, Alberto, il figlio maggiore, morto nel '42 di un linfogranuloma prima della deportazione che disperderà nel nulla tutti gli altri. Una cinquantina di anni fa gli ebrei, privati della loro dignità delle loro case e delle loro cose, uccisi senza un perché valido, gettati in fosse comuni sparse chissà dove venivano annientati; solo la nostra pietà nel ricordare sconfigge questo terribile piano. G. Proia A. Lorenzi V Liceo scientifico tecnologico
Il 27 Gennaio, giornata della memoria dell’olocausto, ha visto noi studenti di Colleferro riuniti per un momento di riflessione attraverso la lettura di versi, testimonianze della sofferenza umana per le violenze che a volte la storia infligge. A dare un significato particolare a questa manifestazione è stata, in apertura del recital, la lettura della lettera ai suoi insegnanti di un preside americano che visse sulla propria pelle gli orrori dei campi di concentramento. Egli si rivolgeva a coloro che trasmettono il sapere perché non dimenticassero che il loro compito era anche di comunicare valori. Durante la sua terribile esperienza in una “fabbrica di morte”, infatti, egli aveva visto preparatissimi medici, provetti infermieri impiegare le loro competenze per uccidere e torturare, lavorare come parti di quel meccanismo “perfetto” che fu il tentato genocidio ebreo. La formazione di quei medici, quindi, era incompleta, parziale, non avevano ricevuto l' insegnamento più importante, e cioè il rispetto per la vita umana, valore che in nessuna occasione deve venir meno, valore che nessuna evenienza può far crollare e che dovrebbe accomunare ogni essere umano che si consideri tale. Momenti intensi di emozione ci ha donato la lettura di testi in cui coralmente il dolore, l’ansia di pace di oppressi, di vittime dell’olocausto e di altri momenti di violenza si sono fusi. Così accanto alla straziante denuncia di Primo Levi della sofferenza fisica e morale vissuta nei lager, accanto al suo disperato appello perché non si dimentichi, perché il loro dolore rimanga come monito per le generazioni future, altre voci si inseriscono provenienti da realtà diverse a gridare il loro bisogno di pace. Particolarmente commovente è la lettera del poeta turco Nazim Hikmet al figlio Mehme che il governo turco gli impedì di vedere prima con la prigionia poi con l’esilio, in seguito alla sua posizione filo-comunista. Gravemente ammalato, i suoi frequenti attacchi di cuore, segnali di morte, gli fanno sentire ancora più lontana la possibilità di rivedere suo figlio, con questa lirica egli dichiara accoratamente il suo amore verso la moglie, ma anche verso il suo paese. Il suo è un invito alla vita, un’esortazione ad apprezzarne (ed a “viverne”) anche i lati più normali e “quotidiani”, guai a banalizzarli, o quelli più tristi, sperando che anche questi portino gioia. Chi parla è un uomo logorato dall' impotenza nei confronti della situazione che vive, che non può far altro che augurare a suo figlio di godere della normalità che a lui è preclusa, che accetta la sua condizione di costrizione e morte imminente (in realtà morirà dopo 8 anni), che nonostante le sue vicissitudini consiglia al figlio di credere nell' uomo e nel popolo turco, e di credere nel paese che tanto lo fece tribolare ma nel quale egli vorrebbe lasciare le sue spoglie. Nonostante esprima una condizione di frustrazione, la lirica non è veramente triste, ma solo velata di malinconia (come gli occhi di Mehmet), è espressione di un sentimento di immortale, eterna speranza in un mondo (ed in una Turchia) migliore, vista con gli occhi di chi sa che non godrà mai di questo miglioramento. Non c' è traccia di rancori ,risentimenti o desideri di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito e gli hanno imposto la pena più atroce. E' solo lo speranzoso augurio di un uomo che, giunto al termine della sua vita, non può far altro che augurare ai suoi cari il bene che a lui è stato negato. Ed ancora a questa voce si affianca quella di Pablo Neruda con la sua Ode alla pace. Tra le tante cose di questo mondo, belle e brutte che siano, cosa c’è di peggio della guerra e dei suoi frutti, morte e disperazione. Tante sono le cose belle che ci danno un’emozione piacevole da percepire, tutte le piccole cose quotidiane, di cui non teniamo conto fin quando non ce ne separiamo, ma sono anche poche come le voci che rendono dolce la melodia di una canzone, o che danno vita alle strofe di una poesia, o che rendono sensato uno dei tanti discorsi che mai ci stanchiamo di fare e di ascoltare. L’Ode alla pace di Pablo Neruda è un disperato grido di pace di un uomo che vede la sua terra dilaniata dalla violenza ed esprime uno struggente bisogno di vita attraverso l’amore di tutte quelle piccole cose quotidiane che conservano un qualcosa di speciale, che ci fanno sentire parte di questo mondo come lo sono loro; quelle piccole cose che la guerra, il più orrendo parto dell’odio umano, distrugge senza rimorso, senza pietà. Non vuole che godersi tutte le meraviglie che la sua terra, ormai lontana, ha da offrire; vuole tornare alla sua terra e ai suoi sogni rimasti lì, dove nonostante tutte le tremende sfaccettature di una realtà degradata, sono gettate le sue radici, lì nell’unico posto in cui vorrebbe nascere e morire, anche mille volte. Egli non vuole cambiare il mondo, non vuole risolvere nulla, non vuole nemmeno che il sangue torni ad inondare l’esistenza della gente inerme, vuole solo ricordarsi quanto può essere bella la vita, e con essa tutti i piccoli mondi e i loro piccoli abitanti; egli vuole solo cantare e far cantare con lui il fortunato lettore di questi versi. E, in fine, la preghiera di Emilio Isgrò che egli recitò alla biennale di Venezia del 1993, in cui l'autore si fa portavoce dell' umanità, e chiede a Dio di ascoltarlo, anche se non esiste, di ascoltare un’umanità moderna che molto spesso crede di non aver bisogno di lui (proprio per questo egli Gli chiede di non nascondersi e di “dare segnali”). E Isgrò continua parlando delle persone che stanno mandando alla deriva il mondo, chiede a Dio non di perdonarli ma di “pregare per la loro rovina”, (evidentemente non si riferisce ad un Dio necessariamente cristiano, ma dà un' accezione più ampia del termine) e di chiedere pietà per tutte le forme d' arte non sincere, che sono la fonte di ogni sofferenza o intolleranza. E' la preghiera di un uomo ormai stufo di soffrire e di vedere il mondo peggiorare, di vedere la distanza tra ricchi (spesso disonesti e criminali) e poveri aumentare sempre di più, un uomo che non ripone molta fiducia in un genere umano che ha rubato e usurpato anche la mela di Newton (che sta a simboleggiare la scienza) , il valore della storia, e addirittura l' amore, che chiede a Dio di pregare perchè ciò non avvenga più. L’uomo che il poeta osserva non ha costruito, non ha saputo capire il mondo prima di far danno, non ha aspettato prima di agire. E' uno sguardo pessimistico su un' umanità ormai in rovina (ma che forse lo è sempre stata), ma molta speranza è riposta in un Dio, sebbene “fragile”, “più debole e malandato” dell' umanità; che creda in noi anche se non crediamo in lui e che cerchi noi anche se non lo cerchiamo più. E' importante leggere un testo simile alla luce degli avvenimenti ricordati in questa ricorrenza; anche chi non crede dovrebbe pregare che situazioni simili non si ripetano più, anche se sappiamo che nel mondo sono in molti a soffrire ingiustamente ( e in molti sono a godere senza meritare tanto).Una preghiera molto particolare, a tratti senza pietà per coloro che fanno del male; forse non una preghiera a Dio (la cui esistenza non è certa né probabile) ma una preghiera al genere umano, perchè non ricada nuovamente negli errori già commessi, perchè non dimentichi, a noi tutti, quindi, che non dobbiamo dimenticare l' olocausto.
Giacomo Cirillo Riccardo Frattolillo III A Liceo scientifico tecnologico |