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Le risposte di Angelo Boezi

1)       Che cosa significa e quale senso ha la parola Storia?

Ragazze, fate domande difficilissime. Ci provo. Ma dovete leggere fino alla fine. Sennò non vale. Questa parola “storia” si usa per il solito con due accezioni molto diverse:

a)     la vicenda degli uomini, come costituita e ricostruita dalla tradizione degli studi, dalla invenzione della scrittura in poi; non è ben chiaro il termine più vicino a noi: quella contemporanea può essere assunta come “storia”? O, fin quando alcun “tempo” (qua una domanda la faccio io, e mi piacerebbe avere una risposta da voi: che cos’è il tempo, in cui si dispiega la storia? E che significa, questo dispiegarsi? Il “tempo” è il motore della storia? Un elemento sostanziale (che esiste veramente da qualche parte), che esercita una azione di causa (o concausa), della quale la storia è effetto? In questo senso, si può dire che il “tempo” agisce la storia? Se è così, agisce anche gli individui. Ma: se gli individui vengono agiti dal tempo, e il tempo li modifica, chi ci garantisce del nostro persistere nel tempo che ci trascorre? Chi sono io, che dico questo io adesso, rispetto alla persona che pronunciava questo medesimo io dieci anni fa, o appena ieri? La stessa persona? Perché? Non certo perché mi chiamo alla stessa maniera. Il nome non è un attributo sostanziale di un individuo. Dunque? Possiamo metterla come Aristotele? “O esiste il tempo o esiste l’individuo”… è un bel pasticcio… perché nessuno di noi, suppongo, è mai giunto a dubitare di esistere. A revocare in questione il proprio statuto di essente. Allora, non possiamo predicarlo del tempo, questo statuto di essente? Se vogliamo dire “io esisto” siamo costretti ad affermare che non esiste il tempo. E, se non c’è questo che chiamiamo “tempo”, fuori della nostra mente almeno, da che cosa è agita la storia? Che cosa la muove? Oppure: ferma tutto. Mettiamola così: il “tempo” è semplicemente il luogo della storia. L’estensione attraverso la quale la storia si dispiega, ma che non esercita sulla storia alcuna azione causale. Ma: cos’è questo essente all’interno del quale accade la storia, ma che non esercita alcuna azione su ciò che accade al suo interno? Secondo me, potremo dare una definizione soddisfacente di “storia”, in sede teorica, quando avremo capito come rispondere a questa domanda su cosa è il tempo; c’è un’altra ipotesi possibile: di un grande saggio, che Aristotele ha tentato di distruggere con tutte le forze,e non erano poche, ma invano: non esiste il tempo, e tutto accade per caso e per necessità – avete letto il libro, bellissimo, di Jacques Monod, che è un biologo, sulle origini della vita? Vale la pena di darci un’occhiata, per cercare di definire questo che chiamiamo “la storia” -; c’è un’altra ipotesi possibile ancora: tutto quel che accade non è che fenomeno di una sostanza suprema e soggiacente, che non ci è dato conoscere – alla fine, la pensano così tutti coloro che leggono la storia muovendo da convinzioni religiose, o idealistiche in senso tecnico. 2500 anni di pensiero occidentale – o di storia del pensiero occidentale? – hanno messo insieme, in estrema sintesi, tutto questo, e questo soltanto; non ci aiuta moltissimo) alcun tempo, dicevo, non sarà trascorso, quel che sta accadendo adesso non potrà che essere chiamato “cronaca”?

b)     la tradizione degli studi che ha definito quel che chiamiamo usualmente “storia”. Non c’è sempre stata una “storia”. Una cronaca ed una antiquaria, sì, ma la storia (nel senso di “studi storici” o, più correttamente di “storiografia”) come la intendiamo di solito è stata messa a punto poco più che 150 anni fa, e non è detto che esisterà per sempre. Tutto è cominciato con un libro di Hegel, L’introduzione alla storia della filosofia, cui vi consiglio di dare un’occhiata. I libri di storia si scrivono ancora dentro quel quadro teorico lì.

c)     ora: questo è un po’ il mio mestiere. Ho lavorato su queste domande a tempo pieno per un anno all’Istituto italiano di Studi Storici insieme a Gennaro Sasso e a molti storici professionisti. Se mi chiedete se c’è una entità sostanziale che si trovi fuori della nostra mente e si possa definire storia, vi rispondo: “No”. La storia, per come la intendiamo, è uno degli strumenti che la civiltà occidentale si è data per raccontare sé a se stessa e per affermare la propria superiorità su altre culture. La storia è storia di una particolare vicenda umana, quella della cultura (non saprei come dire meglio, ma non va bene neppure questo “cultura”; assumetelo nel senso di Weltanschaung, che va già un po’ meglio) occidentale, ma non di tutta l’umanità. E, all’interno della vicenda degli uomini d’Occidente, di una parte di essi. Quella che lascia maggior traccia di sé. Che dispone della ricchezza e del potere sufficienti per produrre una sedimentazione di materiali tale che gli storici l’assumano a base documentale della propria ricostruzione.

d)     due corollari: a) questa sedimentazione di materiali è campionata in modo casuale. Non è rappresentativa della cultura materiale e mentale che l’ha prodotta. Immaginate un incidente stradale; potete ricostruirlo, guardando i rottami che se ne sono prodotti, ma con molta difficoltà. Di solito, non ci riesce neppure chi stava là a guardare mentre è successo. Infatti, nei tribunali le assicurazioni ci impazziscono e gli avvocati ci fanno i salti di gioia. Adesso, immaginate di avere sul tavolo un pezzetto di vetro del fanalino posteriore sinistro di una delle automobili coinvolta nell’incidente e di voler provare a ricostruire tutto quel che è accaduto soltanto con quel pezzetto di vetro lì. Gli storici lavorano così. b) gli storici si pongono e pongono alle loro basi documentali le domande cui vengono sollecitati dalle circostanze politiche, economiche e culturali personali e generali in cui si trovano a vivere. Potrei mostrarvi, con i libri di Polany alla mano, che prima e dopo essere emigrato negli Stati Uniti, prima e dopo essere stato assunto in una università, prima e dopo essersi guadagnato una gran reputazione come uno degli storici più importanti di questo secolo, non scriveva la medesima storia, e non produceva le medesime ricostruzioni. Facciamo un altro esempio: le campagne galliche di Giulio Cesare. Se guardate un libro qualsiasi di storia romana, ci trovate scritto che si tratta di un evento “positivo” (perché nei libri di storia ci sono giudizi di valore, e molto forti). Provate a pensare come la vedeva un contadino gallico. Per lui, le campagne galliche di Cesare significavano soltanto distuzione, saccheggio, ruberie, miseria, tasse, carestia… Ora, la domanda è: perché gli storici si mettono dal punto di vista di Giulio Cesare? Perché se fai lo storico professionista sei più vicino ai centri di potere di quanto lo sia un contadino. E capisci meglio il punto di vista dei potenti che quello dei contadini. Di solito. Ma non sempre. Ci sono stati storici che hanno provato a ribaltare questo punto di vista. A mettersi dalla parte dei contadini. Dico gli annalisti francesi. Marc Bloch, prima di tutti. Se non lo conoscete, guardate questo libro: M. Foucault, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, Torino (Einaudi) 1976. Vale la pena. Ma: nei libri di storia che studiate voi questo modello di Bloch non è passato. Voi studiate ancora la storia dei potenti. E basta. Con qualche capitolo qua e là sulle “condizioni sociali”. Il punto di vista, però, è sempre quello di Giulio Cesare. Provate a fare lo stesso esperimento mentale riguardo la caduta dell’impero romano. Tutti i libri di storia dicono o fanno capire che è una cosa brutta. Come tutti i giornalisti fanno la faccia brutta e triste in TV quando cade il governo. Qualsiasi governo. Perché? Da quale punto di vista? Che ne avranno pensato i contadini, della caduta dell’impero romano? Niente tasse, niente eserciti da approvvigionare, niente leve militari…

Ancora una riflessione: ci sono culture senza storia. Non nel senso che non sono state in grado di elaborare una “storia”, ma in quello che l’hanno proprio rifiutata. Qui nell’hard disk di questo computer c’è un ipertesto bellissimo che è stato sviluppato da uno studioso australiano che è nato e vive in una tribù aborigena. Purtroppo, non ve lo posso mostrare. Lui non vuole. E, alla sua morte, dovrà essere distrutto. Nella sua cultura, nessuna traccia del passaggio sulla terra di un uomo deve sopravvivere alla sua morte. E, perciò, nessuna memoria. Perché ne verrebbe turbato l’equilibrio dell’esistente. Si introdurrebbe nel cosmo una disarmonia capace di dissolverlo. Oppure: gli indiani Nambikwara di cui ci ha raccontato Levi-Strauss, che risolvono la propria memoria del passato nell’elencazione dei nomi dei propri antenati per decine di generazioni e complicatissimi sistemi memoriali delle relazioni di parentela. Questa, secondo voi, è “storia”? E se no, come la definireste?

 

2) A quali condizioni un evento può essere definito storico?

  Questo lo decidono gli storici. Di solito, gli storici decidono che un evento è storico quando è accaduto vicino ai centri di potere o li ha riguardati direttamente. Anche gli storici hanno le loro convenzioni, e tradizioni, e idola tribus, e gabbie mentali, e condizionamenti economici. Che ne condizionano il lavoro. Che li spingono ad interessarsi ad alcuni “eventi”, e ad altri no. Che li inducono a considerare più o meno significativi questi o quei sedimenti che il passato ha lasciato sulla superficie della terra. Anche il desiderio di uno storico di far carriera può pesare sulle decisioni che, giorno per giorno, assume. Provate a pensare ad una archeologo. Per lui, esistono grandi scoperte e scoperte meno grandi. Se studio le punte di freccia del calcolitico, e sono bravo, magari do un contributo importante a questo settore di studio, ma importa a venti persone al massimo. Se scavo una tomba reale sumerica, e tiro fuori un corredo funerario che da solo è sufficiente a riempire un museo, lo dicono al telegiornale, lo scrivono sui giornali e divento famoso. Perciò, è preferibile occuparsi di tombe reali. Di conseguenza, le tombe reali assumono un peso ed un rilievo storici maggiori. Se guardate nel vostro manuale di storia, ci trovate pagine intere sulle piramidi, ma neppure una parola sulle punte di freccia del calcolitico o sulle civiltà seminomadiche del Sahara libico nel neolitico. Dunque, le piramidi sono un evento più “storico” delle punte di freccia o degli allevatori/cacciatori del Sahara, che nei libri di storia non ci stanno proprio. Di conseguenza, più o meno tutti hanno sentito parlare del prof. Paolo Matthiae, che ha scoperto Ebla e l’hanno intervistato mille volte al telegiornale, e nessuno della prof. Barbara Barich, che studia le civiltà sahariane antiche. Ebla è un avvenimento più “storico” delle civiltà sahariane.

3) Il fluire della Storia, è legato unicamente agli eventi umani, oppure a qualsiasi altro evento naturale?

Questa è un’altra domanda difficilissima. Naturalmente, quel che accade agli uomini (oppure: viene fatto accadere dagli uomini?) è condizionato dalle circostanze ambientali e materiali in cui capita. Anche dalle circostanze culturali, però, e perfino dalle linguistiche, metti (avete presente il concetto di gabbie linguistiche come l’ha elaborato Wittgenstein? Nessuno può pensare fuori delle proprie gabbie linguistiche. Perciò, ognuno è condizionato dalle proprie gabbie linguistiche nel proprio agire pratico e materiale). Mettiamola così: il complesso delle cause (e concause) possibili è così alto (e, potenzialmente, infinito), che l’unica proposizione ragionevole è la meno definita possibile: “tutto accade per caso e per necessità”. Se conoscete un po’ la teoria del caos come l’ha elaborata la matematica moderna, vedete che dice esattamente la stessa cosa.  Con un corollario piuttosto angoscioso: la capacità di caos potenziale è praticamente infinita.

 

4) In che modo e in che misura il singolo uomo "fa la storia"? E l'intera umanità?

  Immaginate un sistema caotico di concause. Alcune hanno una capacità maggiore di determinare gli eventi, altre minore. L’eruzione del vesuvio del 78 d. C. ha avuto una efficacia piuttosto grande. Il mestolo di legno con cui una donna di Pompei quel giorno stava girando una minestra di ceci perché sennò s’attacca molto minore, anche se 1900 anni dopo l’abbiamo ritrovato esattamente dove lei l’ha lasciato prima di scappare (è andata poco lontano…). Allo stesso modo, alcuni individui possono esercitare una ruolo maggiore nel farsi degli eventi, altri minore (ma, in linea di teoria, mai prossimo a zero, perché in un sistema di concause nessuna è priva di effetti per definizione). Questo accade perché, in un dato sistema di eventi, le caratteristiche di un individuo, per come l’hanno determinate la natura e la cultura, possono essere capaci di esercitare un ruolo concausale maggiore che quelle di altre persone. Se Marx fosse nato a Roma nel primo secolo a. C. avrebbe fatto al massimo e probabilmente il gramaticus (il professore, insomma: parecchi erano schiavi o liberti, anche allora). Per muovere decine di migliaia di reietti c’era bisogno di un gladiatore analfabeta, non di un filosofo ponderoso e raffinato.

 

5) Possono gli uomini "sfuggire alla storia"?

No. Perché ne sono parte. Possono illudere se stessi di trovare vie del rifugio, o perfino  di uscita, da ciò che chiamano storia e che, se siete d’accordo con me, meglio potremmo definire un coagulo di realtò determinato dal caso e dalla necessità: nella religione, nell’arte, nei sentimenti più forti, nell’alcool. Possono illudersi di precedere la storia. Ma: questo stesso illudersi è parte di quel coagulo di realtà che diverrà “storia” se uno o più storici decideranno, prima o poi, di occuparsene.

6) Esisterebbe una Storia senza l'uomo?

  No. Dato che la storia è il prodotto di alcuni uomini di cultura hegheliana vissuti nel XIX e del XX secolo. Viceversa, esistono uomini senza storia perché la rifiutano o non ne hanno bisogno (o pure perché vivono in condizioni materiali così estreme che occuparsi del passato è un lusso che non possono permettersi; e neppure del futuro). Attenzione: sto cercando di dirvi che questo vostro assumere gli studi storici a categoria sostanziale assoluta, a essente, e chiamarli “Storia” con la maiuscola addirittura è una operazione culturale che pone al centro dell’universo uno degli strumenti che noi europei ci siamo dati per guardare il mondo e piazzare noi stessi esattamente al centro dell’universo. O provarci, in qualche maniera…

7) E’ possibile affermare senza contraddizione che l’uomo è un prodotto della storia e che egli fa la storia?

  L’uomo è una delle concause di coaguli di realtà così complessi che nessuno degli strumenti che ha a disposizione è in grado di descriverli interamente. Quanti sono gli elementi del nodo di realtà in cui state vivendo in questo momento? Cominciamo a contarli? Da cosa cominciamo? Dai capelli che avete in testa? Chi ci dice che non svolgeranno un ruolo concasale determinante, non solo per le vostre esistenze individuali? Sareste in grado di escluderlo a priori? Di costruire un sistema capace di dimostrare che si può escludere con ogni certezza che i vostri capelli saranno importanti, nel corso successivo di questo nodo di realtà? Se passa di lì un automobilista, e si distrae per i capelli di una di voi, e si spiaccica contro un palo, e quell’automobilista è anche l’autista di un grande scienziato, che muore pure lui, ecco che di botto (proprio il caso di dirlo) i vostri capelli assumono un ruolo concausale altissimo.

Sicché, siccome la vedo così, la vostra mi pare una domanda mal posta.

8) Lo svolgimento della storia dimostra un progresso dell’umanità?

  Assolutamente no. Provate a pensare ad un marziano che arrivi sulla terra e veda un neonato, poi un bambino, poi un adolescente, poi un giovane, puoi un essere umano nel fiore dell’età e nello splendore degli anni, e ne concluda che la vicenda degli esseri umani è sempre progressiva e procede dal meno al più. Se gli mettiamo davanti una persona anziana e malata, ecco che la sua teoria si riduce a meno di niente. In altre parole: l’osservazione di una parte della vicenda umana non ci autorizza a supporre che la vicenda intera sia progressiva. E, per quel che mi riguarda, non trovo particolarmente entusiasmante quel che la cuviltà occidentale si è lasciata alle spalle. I 60.000.000 milioni di morti della seconda guerra mondiale, o gli arsenali atomici, o i bambini che muoiono di fame e di malattia, uno al minuto (quanti, da quando state leggendo questo foglio? Quanti da quando lo sto scrivendo? Non sarebbe un agire migliore, dal punto di vista etico, se invece di star qui ad occuparmi dell’idea di storia facessi quel che posso per alleviare le loro sofferenze? Sicuro che l’astrazione intellettuale, la sublimazione teoretica, sia un più, nella vicenda degli uomini?) nei paesi poveri (che sono tali perché altri vogliono essere ricchi: le risorse del pianeta sono disponibili in quantità finita; se ne consumi troppe da una parte, ne rimangono troppo poche da un’altra) non sono esattamente buoni argomenti a favore della progressività della vicenda delle comunità umane occidentali.

Accidenti. Sto scrivendo da quattro ore. Speriamo di non essere troppo palloccoso. Speriamo che tutta sta chiacchierata sia un po’ interessante. In cambio, mi scrivete due righe o duemila come volete per dirmi che ne pensate? Ve ne sarei moltissimo grato.

Questo testo è in “licenza GPL”, come direbbe un informatico di quelli tosti. Fateci quello che volete, compreso pulirci per terra,  ma, quale che sia il suo valore, per cortesia non lo modificate e conservate l’attribuzione d’autore. Il quale è talmente vanitoso da essere molto affezionato ai broccoli che gli tirano, qualche volta, a seguito (o a causa?) di quel che scrive.

Grazie

Angelo Boezi

www.docenti.org

 

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