Passaggio in Alaska

da Seattle a Juneau

di Jonathan Raban

-Cronaca di un viaggio-

Einaudi editore collana Supercoralli

Costo 19,00 €

Raban non è nuovo a imprese di questo tipo, ha preceduto questo libro un altro su un viaggio nel Montana dal quale è scaturito il famoso "Bad Land".

Quello che Raban va a cercare nei suoi viaggi è l'america, quella reale e lo fa col disincanto di chi cerca la verità senza compromessi. Questo viaggio nasce sulle orme di un esploratore del XVII secolo, il capitano Vancouver, che nel proprio diario riporta minuziosamente il viaggio compiuto in questo tratto di costa. Il racconto di Raban si impernia sul passaggio da un'epoca all'altra e questo gioco da "macchina del tempo" è funzionale per mettere in risalto le contraddizioni di una terra aspra e desolata,  crudele con gli uomini da un lato, ricchissima di risorse dall'altro, sottoposta ad uno spietato saccheggio ma che non si lascia mai sottomettere pienamente. Una terra di confine in cui si compiono gli ultimi scampoli del mito americano della conquista. Terra che affascina e attira ma che al tempo stesso infrange i sogni di chi cerca in questi luoghi la svolta della propria vita. Questo viaggio Raban lo compie in barca, quello di cui stiamo parlando è un tratto di mare interno nel nord della costa occidentale statunitense e canadese, posto tra Seattle e Juneau. infido per la navigazione, dove ci si deve districare tra una miriade di isolotti, dove fondali bassi si alternano a veri e propri baratri oceanici e dove si naviga tra nebbie, gorghi, rapide e correnti infernali.

Questa costa un tempo era abitata dagli indiani del Nord Owest e Raban, nella sua ricerca, vuole capire lo spirito con cui si deve affrontare questa terra e lo fa scavando in fondo ai miti, alle leggende, e al rapporto degli antichi nativi con la natura.

Alcune intuizioni nell'interpretazione dello spirito con cui gli indiani si muovevano in queste terre fanno di questo libro un sicuro punto di riferimento. Noi conosciamo gli indiani dai racconti dei primi colonizzatori e dei primi missionari, mai da fonte diretta. Quello che Raban intuisce è che la mediazione dei bianchi nel riferire le storie, le abitudini, i costumi di questo popolo ci restituisce un quadro parziale e distorto. La sua ricerca è proprio nel tentare di eliminare quanto di tutto questo sia arrivato fino a noi e che ci mostra gli indiani come i bianchi hanno voluto farceli conoscere e non come fossero realmente.

Il libro si srotola in una visione cruda di questa terra agli estremi della civiltà, cosparsa di monumenti alla memoria della stupidità umana, tra Capannoni per la lavorazione del salmone arrugginiti e abbandonati, vecchie costruzioni per lo sfruttamento delle foreste e la lavorazione del legname, totem in miniatura di brutta fattura venduti negli empori di paesi desolati e privi di vita, pionieri che si raccontano in locali squallidi e maleodoranti e individui che cercano scampo lontano dal mondo fuggendo dai propri fantasmi. Questi luoghi mezzo abbandonati si rivestono di immagini fasulle, trasformandosi in una rabberciata Disneyland, per regalare l'avventura a gruppi di gitanti, che vestiti di colori assurdi, nella buona stagione vanno alla ricerca di una terra che non esiste più. Le impressioni trasmesse da Raban fanno del racconto un grande quadro di desolazione alla Hopper, che ci restituisce una sensazione di sconfitta e squallore di una America ai confini del possibile. Quando l'uomo incontra la natura cerca di farne lo specchio della propria anima e qui sembra proprio che non ci sia nulla di edificante in come le cicatrici che segnano questi posti meravigliosi raccontino i tentativi fatti per domarla.

Un viaggio-documentario che lascia con un senso di vuoto, di inutilità e di sconfitta.

Questo libro non si lascia leggere facilmente, a tratti noioso e prolisso rimane pur sempre, per l'appassionato del genere, un'occasione di profonda riflessione.

Antonio De Leo

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