Prigionieri dell'Oceano

di Donatello Bellomo

    

Nelle foto Bellomo con Alvaro Mutis e Bellomo nella sua barca

-Storia vera di mare-

Edizione Sperling & Kupfer

costo 15,00 €

Donatello Bellomo mi ha scritto apprezzando la recensione

Una storia ripescata da Donatello Bellomo, una storia vera, raccontata da un testimone incontrato per caso, forse una storia di guerra come tante. Questa storia, però, parla anche di uomini che, ancor prima di appartenere ad una nazione, ad un fronte di guerra, il mare ha reso liberi. Principalmente ad una cosa fa bene questo racconto, fa bene all'animo di chi si è chiesto se le guerre facciano scatenare sempre e solo la peggior porzione dell'animo umano, ebbene questo racconto conferma di quali atrocità l'uomo sia capace ma, fortunatamente, dimostra anche il contrario.

Nel 1942, il 12 settembre, il sommergibile tedesco U156 affonda il transatlantico inglese Laconia. Inaspettatamente Werner  Hartestein, comandante del sommergibile, si accorge che lo smisurato  transatlantico da 20.000 tonnellate nella sua pancia contiene più di 1800 prigionieri italiani. Hartenstein, contrariamente a quanto ci si possa aspettare da lui, accollandosi la responsabilità di tutti i rischi che l'operazione comporta, raccoglie 200 superstiti tra italiani e inglesi. Ma un U-Boat non può contenere 200 persone, oltre l'equipaggio, e così l'U156 deve rimanere in superficie, non potersi immergere può voler dire la fine per il comandante e per il suo equipaggio. Hartenstein fa diramare un messaggio in chiaro, chiedendo l'intervento di navi, mettendo, così, anche i nemici, a conoscenza della sua posizione. Può essere colpito da aerei nemici, come infatti accadrà, può essere intercettato e affondato. Hartestein chiede al suo comando una cosa impossibile, la neutralizzazione dell'area per avere la possibilità di portare in salvo quegli uomini così malconci e affamati. La storia è citata in altri libri che parlano della seconda guerra mondiale, "Uomini sul fondo" di Giorgio Giorgerini (Oscar Mondadori cap. VIII pagg.529,530) ed altri precedenti, oramai introvabili sul mercato. Bellomo, in questo suo, giustamente, mette in risalto le atrocità vissute dagli italiani, a proposito delle quali, gli altri testi, fanno solo un velato accenno. Bellomo, a tratti, ne fa un racconto dell'orrore, pescicani e barracuda sui naufraghi, inglesi e polacchi che mozzano le mani, con le loro baionette, agli italiani che tentano di salire sulle scialuppe di salvataggio. Il racconto di Bellomo ti sconvolge, ti uccide le vecchie convinzioni, inglesi e polacchi come macellai e tedeschi come salvatori. Non riconosci più i popoli, ora a te vicini, che pensavi di conoscere e ti poni un interrogativo inquietante, si trasformano così tanto gli uomini in guerra? La risposta la conosci e sai che è così, è la storia, recente e passata, di ogni guerra, ma ogni volta stenti a crederci, fino a che qualcuno ti rinfresca la memoria.

Questa vicenda parla di uomini, semplici uomini che la guerra ha la forza di trasformare in eroi o macellai. Bellomo è bravo a non enfatizzare gli eroi, così come fa bene a dare nuova vita ad una storia che riaccende interrogativi sulla natura dell'animo umano e che riesce a ricordarci, soprattutto in questo momento, quanto la guerra, tutte le guerre, siano disumane e raccapriccianti.

 

Antonio De Leo

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