Considera la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso di Michelangelo come la rappresentazione di un tema molto più profondo che parta dalla concezione biblica analizzando Antico Testamento, le scritture ebraiche e nel corano quindi, ricavando la simbologia dell’Eden nelle tre concezioni religiose, quello dell’albero della vita e dell’albero della conoscenza e il significato attribuibile ad Adamo ad Adamo secondo Freud e Jung come Adamo rappresentazione del cosciente ed Eva del subconscio.  Attribuendo dopo tutte queste considerazioni il significato che secondo te hanno: l’albero, il frutto, la natura, Adamo, Eva, il serpente in forma di uomo, l’angelo armato e il deserto nell’affresco di Michelangelo.


Una pura rappresentazione dello spirito della totalità di un evento. È questo il principio che da origine alle grandiose opere di Michelangelo.
Un’opera, un significato…. Un rapporto indissolubile che l’artista si prefigge di raggiungere nel passaggio dalla potenza all’atto, dalla ponderazione alla creazione.
L’artista crea il vero, ma non dal vero. È la parafrasi personale di eventi e concetti che costituiscono il fondamento del pensiero stesso.
Una rielaborazione che deve palesarsi attraverso una rappresentazione reale dell’ideale, ed è qui che si rivela la bravura intrinseca di un’artista.
L’uso del simbolo acquista importanza e domina nell’atto della creazione. Il quadro diventa quindi un libro, una storia raccontata con un’immagine, ed è lì, pronta per essere interpretata. L’interpretare diventa quindi il dialogare con l’artista stesso.
La difficoltà è nella scelta del codice, la serie di ‘consonanti’ e ‘vocali’ con le loro relative regole con i quali codificare il messaggio e comprenderlo nella sua completezza, ed è questo che cercherò di compiere: la ricerca dei tasselli che compongono il puzzle del significato della Cacciata dal Paradiso di Michelangelo.
Un cammino difficile, perché facile è cadere nell’occulto e nelle false verità…
Da un primo studio ottico dell’opera, osserviamo quindi una scena distinta in due momenti: la condizione di Adamo ed Eva prima e dopo del peccato. Nel primo caso le due figure sono “belle” e perfettamente integrate nella natura; nel secondo, quest’ultime sono “brutte” e integrate in un paesaggio scarno, il deserto. L’albero della conoscenza è l’elemento di divisione della scena.
Tuttavia ci sono degli elementi che differiscono dalla concezione cristiana: la strana creatura ( un misto tra uomo e serpente ), l’angelo ( e non Dio ) che scaccia Adamo ed Eva e, per concludere, le nudità lasciate scoperte dopo la cacciata.
“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio.”
Genesi 3,1
“Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì”
Genesi 3,21
“Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo dove era stato tratto.”
Genesi 3,23
Sono quindi questi i tre simboli che velano la concezione di Michelangelo e che cercherò d’interpretare nel corso della riflessione…
Consideriamo ora il significato dell’Eden. Un termine che deriva probabilmente da Edinn, il nome sumero dell’antica pianura di Babilonia. Nella concezione cristiana viene convenzionalmente dato il significato di pianura, steppa, “la cui immagine evoca una pienezza di delizia”.
L’Eden, nell’antico testamento, viene descritto come una distesa ricca di germogli, alberi da frutto “gradevoli alla vista e buoni da mangiare”. L’abbondanza d’acqua e la vegetazione rigogliosa non può non richiamare alla mente l’idea della vita. Quindi Eden è sinonimo di spirito vitale.
“Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male”
Genesi 3,9
Ecco dunque che entrano in gioco i due elementi contrastanti: l’albero della vita, e l’albero della conoscenza. Sempre secondo la concezione cattolica, il primo simboleggia l’immortalità mentre il secondo “concerne una competenza che spetta solo a Dio”.
Quest’ultimo, infatti, rappresenta l’unione della conoscenza del bene e del male: il suo frutto dona all’uomo la consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Una cognizione che permette all’uomo l’evoluzione da uno stato di istintività ad uno di coscienza. “L’uomo diventa cosciente di quello che fa”.
Quindi il peccato originale può essere considerato, oltre che un atto di superbia, un evolversi. Parlo anche di superbia perché, così facendo, l’uomo dimostra la sua arroganza e la sua presunzione di paragonarsi a Dio.
L’essere umano, di conseguenza, attraverso questo atto, perde di bellezza interiore. Michelangelo, pertanto, potrebbe partire da questo presupposto e ridisegnare i due personaggi molto più “imbruttiti”, ed è questo quello che fa.
Ritorniamo quindi al concetto precedente: se l’uomo prendendo il frutto dall’albero della conoscenza acquista conoscenza, e quindi coscienza, ciò significa che l’albero è, di per se, conoscenza assoluta. In virtù di ciò possiamo riconsiderare l’atto del cogliere come un atto del sottrarre: il sottrarre la conoscenza divina.
“Il Signore Dio disse allora: "Ecco l'uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva sempre!”
Genesi 3,22
Adesso consideriamo il frutto come qualcosa di astratto, in quanto esso è, per stabilito, conoscenza allo stato puro, come lo disegnereste?
La risposta è nel quadro… né Eva né il Serpente stringono alcun frutto.
Passiamo, per tanto, all’analisi della figura del serpente.
Da una prima visone emerge una figura del tutto particolare, quasi mitologica, dove predominante è il gioco tra essere umano e animale. La forma, infatti, è divisa tra le fattezze di una donna (e non uomo) e quelle di serpente.
Se Michelangelo fosse stato un ebreo questa “particolarità” si spiegherebbe secondo l’antica leggenda ebraica di Lilith: la probabile prima donna di Adamo, le cui fattezze coincidono con quelle trattate. Una mitologia nata da una interpretazione incorretta della genesi, il tutto considerando il seguente versetto:
“Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.”
Genesi 1,27
Tuttavia continuando la lettura è possibile pervenire alla falsità di una tale concezione…
“Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, 5 nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata - perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo 6 e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo - 7 allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.”
Genesi 2,4-7
Il termine “quando” è la parola che chiarisce tutto, il dubbio si risolve: la Bibbia, da questo passo in poi si avvale dell’uso di un flashback onde narrare quegli eventi già introdotti in precedenza. Ed è quindi impossibile che Michelangelo abbia disegnato il serpente secondo questa concezione. Allora perché una simile scelta?
Per trovare una risposta è necessario analizzare nei minimi dettagli l’atto del cogliere.
Il serpente entra in relazione con Eva, cerca di esplorare il suo io così da trovare un punto debole nella sua persona. Ciononostante, Eva è consapevole di non poter cogliere del frutto.
Cos’è allora l’elemento che fa sì che la potenza del cogliere si traduca in atto?
“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò.”
Genesi 4,1-7
La risposta è nell’io subconscio di Eva: il serpente, entrando nel suo intimo, rivela quello che è il desiderio più profondo, celato nella personalità più intrinseca e subconscia della donna. La bestia, nella sua analisi, non fa altro che svelare l’Eva nascosta.. La contesa si sposta: non è più tra Eva ed il serpente bensì tra Eva e l’Eva, tra il non potere ed il desiderare. L’atto del cogliere si traduce in una riflessione introspettiva di quella che è la vera natura dell’essere umano: un essere imperfetto ma allo stesso modo perfetto perché epilogo di un equilibrio di un infinità di varianti che ne caratterizzano l’essenza.
Michelangelo, probabilmente, partendo da questo presupposto, ha deliberato la scelta di rappresentare un serpente diviso tra donna e animale, Eva subconscia e tentatrice.
Ciò attesta, quindi, come il dipinto nasca da un’attenta analisi personale dei temi rappresentati, un punto fermo che dimostra la sua genialità e l’interiorità nelle sue opere.
Rimangono così altre due eccezioni da codificare: quella della nudità dopo il peccato, e l’angelo…
Proviamo ad analizzare quindi, l’elemento naturale: nel primo caso la natura è presente ed è partecipe nella vita di Adamo ed Eva.
Ma cos’è la natura? La natura è simbolo di perfezione, della creazione divina. Si pensi alla stessa geometria che si genera e si sviluppa nella natura, così com’è stata la stessa natura ad applicare in molte sue “manifestazioni” il rapporto aureo.
L’uomo vive in una profonda relazione con la natura e ne diventa parte integrante. Non esiste la vergogna; tutto si compie secondo i cicli naturali.
Un esempio pratico potrebbe essere la scelta di porre i genitali d’Adamo alla stessa altezza e nelle vicinanze del volto di Eva. La naturalezza della situazione esclude la presenza del sentimento di vergogna avvalorando quindi il senso della sintonia uomo-natura.
Una sintonia a livello naturale che si traduce quindi in sintonia divina; Dio diventa quindi l’eterno presente nell’umana esistenza.
Passiamo ora all’analisi della seconda parte del quadro.
L’uomo si trova in una realtà spoglia, arida; non esiste l’elemento naturale.
La raffigurazione dell’uomo in una simile condizione rivela ciò che è la vita umana, la sopravvivenza è legata all’opera umana che lavorando la terra e in grado di produrre i frutti necessari alla sussistenza.
La totale assenza d’elementi naturali evoca alla mente un senso di non-completo, di abbandono.
L’incompleto è la chiave che rivela la scelta dell’angelo: l’uomo, dopo la cacciata dal paradiso, nella sua dimensione spirituale è incompleto perché privo della presenza divina. L’uomo si trova ad affrontare da solo la realtà della vita.
Per tanto non può esservi Dio nella sua nuova realtà, ma solo manifestazioni di quest’ultimo.
È questo il motivo per il quale Michelangelo pone l’angelo e non Dio.
L’uomo, con il suo atto superbo, ha allontanato Dio perché convinto di poter essere egli stesso un Dio. L’uomo quindi non è più degno della presenza divina.
Ecco dunque che Michelangelo raffigura la drammaticità di questa nuova condizione, l’importante non è la pura rappresentazione biblica ma la raffigurazione della rielaborazione personale della vicenda biblica. È questo che probabilmente ha portato Michelangelo ad ignorare le pelli che avrebbero dovuto coprire le nudità così come la scelta di porre un angelo al posto di Dio.
L’importante era focalizzare l’attenzione nella nuova e drammatica condizione umana. Ciò è possibile solo rappresentando la pura espressione umana che figura, non solo dai volti, ma anche dalla contorsione dei corpi di quest’ultimi.


Stefano Lamelza IV ALST
 

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