Da Van Gogh all'Espressionismo

 

 

Il fenomeno dell’impressionismo si diffonde nei primi anni settanta dell’Ottocento come frutto dell’esigenza di autori come Degas, Monet, Renoir e Manet di «fissare un momento del tempo e della vita, con la consapevolezza che esso è solo un frammento di un continuo variare, ma che è anche la sola realtà che ci appartiene perché è quella alla quale, in quell’attimo di percezione, siamo dentro» (Giuliano Briganti). L’elemento fondamentale sul quale viene posta l’attenzione è la resa della luce, l’unica in grado di “catturare” l’istante, come d’altronde si era dimostrato anche nella tecnica fotografica da poco introdotta (la prima fotografia risale al 1826), della quale il primo impressionismo vuole quasi essere l’imitazione. Vengono quindi eliminati i colori scuri, con l’esclusione di terre e toni grigi. Il ritratto perde il suo valore con il tentativo di cogliere essenzialmente un gesto o un’espressione, come pure nel paesaggio è il particolare del “momento” che deve essere rappresentato. Già nei primi anni della sua nascita si dimostra come una corrente piuttosto varia, caratterizzata dalla stessa contrapposizione esistente in passato tra sostenitori del disegno, considerato più “fecondo” da Degas, e del colore. Differenti approcci alla pittura si riscontrano anche negli ambienti rappresentati: tipicamente l’impressionismo si affida all’utilizzo del plein air, cioè delle ambientazioni esterne, dove maggiore è la resa della luce, anche se in realtà nel primo periodo pittori come Renoir sono ancora in parte legati alla rappresentazione degli interni, influenzati dalla pittura passata. Monet è l’autore che maggiormente si pone in evidenza e si distacca dal “gruppo” nell’esaltazione delle pitture paesaggistiche o delle vedute urbane, impostando la sua pittura sull’utilizzo del colore durante tutta la sua attività artistica. Il linguaggio dei primi impressionisti, definito sulla base di una tecnica a rapidi e brevi tocchi di pennello, si tramuta nel neoimpressionismo in pointillisme (puntinismo), del quale Seurat è uno dei massimi esponenti. Ancora più rivoluzionarie sono però le opere di artisti come Gauguin, Moreau e Redon, a tal punto da essere considerati come i rappresentanti di una seconda generazione del simbolismo. Appartenente alla stessa corrente, ma di tendenza differente, è il gruppo costituito da Ensor, Munch e Van Gogh, che nonostante preluda all’espressionismo ha ancora la nomina di postimpressionista. Nel simbolismo di tali autori non sono più di importanza fondamentale le impressioni che la realtà esterna genera nell’animo umano, ma quegli aspetti non percepibili attraverso i sensi e che possono però essere intuiti, in quanto ogni oggetto rimanda a dei significati ben precisi. In Van Gogh il colore è il simbolo delle passioni, mentre il tratto contorto e dinamico è il simbolo della sua tensione esistenziale. Grande influenza esercitano su di lui le opere di Seurat ed il puntinismo, che lo portano a ritrarre i soggetti tramite brevi pennellate e punti, ottenendo effetti di dinamismo e vibrazione, che diventano ancora più evidenti negli ultimi anni di vita con l’aggravarsi del suo disagio interiore ed il ricovero in un ospedale psichiatrico (preceduto dall’amputazione di un orecchio probabilmente in seguito ad una crisi nevrotica dovuta alla rottura dei legami con Gauguin). In Van Gogh i colori sono mentali, mentre la distorsione della natura è tutta affidata ai sensi. Il tormento che si scorge in essa è il riflesso di un tormento interiore, che mostra come non sia più la realtà a cambiare l’uomo, ma l’uomo a cambiare la realtà e la sua percezione sulla base dei propri sentimenti. Le prime opere di Van Gogh guardano al mondo degli umili, con ispirazione ai modelli dei cosiddetti pittori sociali, tra i quali spicca Millet. Grande influenza è esercitata su di lui dall’ambiente parigino (essendo Van Gogh originariamente olandese) e dalla pittura eseguita en plein air, oltre che dalla tecnica di Gauguin di utilizzare ampi campi di colore. Altre caratteristiche delle sue opere rimandano al linearismo giapponese. I suoi lavori di derivazione impressionista e postimpressionista francese mostrano grandi differenze rispetto a quelli della sua prima fase artistica. Il quadro che riassume il senso dei primi anni della sua attività è I mangiatori di patate, in cui non solo è presente una maggiore intonazione realistica rispetto alle sue successive opere, ma è anche evidente l’intenso utilizzo di toni scuri e il forte contrasto tra le zone di luce e di ombra tipico della pittura olandese del periodo. La notte stellata e La camera da letto di Van Gogh ad Arles rappresentano un primo livello di evoluzione artistica del pittore. Ne La notte stellata emerge una struttura compositiva ancora tradizionale, nonostante l’opera rappresenti una sintesi tra lo sguardo interiore e la percezione dell’ambiente esterno, il cui realismo viene meno. Il senso di dinamismo e vibrazione che emergono dal quadro sono analoghi a quelli che caratterizzano un’altra opera poco successiva, l’Autoritratto, molto simile però non solo per l’utilizzo della tecnica puntinista e delle brevi pennellate di colore, ma anche per la tensione interiore dalla quale esso scaturisce: questa è visibile tanto nell’espressione del soggetto quanto nel singolare utilizzo di uno sfondo non uniforme, caratterizzato da brevi tratti circolari di colore che sembrano “imprigionare” l’autore. Allo stesso periodo appartiene La camera da letto di Van Gogh, nella quale il pittore fa un uso esclusivo dei colori fondamentali e dei loro complementari (il rosso e il verde, il giallo e il viola, il blu e l’arancione). Sempre dello stesso periodo, quindi durante la permanenza ad Arles, fa parte La berceuse, che grande interesse ha suscitato tra i critici non solo da un punto di vista pittorico, ma anche per l’introduzione di un elemento prima sconosciuto nell’analisi psicologica dell’autore, e che coincide con l’esperienza biografica di Van Gogh ad Arles. La berceuse è Madame Roulin, moglie di Joseph Roulin, responsabile dello smistamento della posta che giungeva per ferrovia ad Arles, e che nello stesso periodo Van Gogh ritrae nella divisa blu. Il quadro doveva costituire il pannello centrale di un trittico, con ai lati due nature morte con girasoli. I fiori che si trovano sullo sfondo dell’opera rappresentano la gratitudine nei confronti dell’archetipo femminile simboleggiato da Madame Roulin, colei che culla. Van Gogh è ispirato nella sua rappresentazione dall’opera dello storico Jules Michelet, che ne La femme, esprime un’idea molto vicina ai punti di vista del pittore, e cioè la relatività dell’uomo rispetto alla figura della donna, alla quale egli è subordinato: ne sono una prova le stesse arti e civiltà che l’uomo ha creato spinto dal desiderio nei suoi confronti, ragione per cui ella è considerata come unica creatrice. Il senso di solitudine in cui è costretto a vivere Van Gogh lo porta a dipingere una figura femminile che è un’immagine sacra di consolazione, una figura materna che è in grado di calmare le sue sofferenze grazie al “potere consolatorio e pacificatore della ninna-nanna” («Se ho cantato una ninna-nanna a colori saranno i critici a deciderlo»). Tale interpretazione trova conferma in altre rappresentazioni femminili tra cui L’italiana. Il ritratto è fortemente stilizzato, con l’accentuazione delle linee nere di contorno, mentre il colore piatto ed ampio è tipico della pittura giapponese, che grande interesse suscita in questo periodo grazie all’apertura delle frontiere nipponiche. Sono completamente assenti il chiaroscuro e le sfumature, mentre la luminosità è ottenuta tramite l’accostamento di colori complementari, elemento questo caratteristico di Van Gogh. La piattezza della raffigurazione, nella quale lo sfondo sembra trovarsi sullo stesso piano della donna, è esplicitamente definito dall’artista come elemento derivante dall’influenza di Gauguin, motivo per cui viene successivamente abbandonato. La “rozzezza formale” dell’opera coincide secondo Van Gogh con il soggetto della rappresentazione: la berceuse ha lo sguardo fisso e malinconico tipico della madre e della moglie che ha sacrificato tutto di sé. Allo stesso periodo appartiene la Chiesa di Auvers, caratterizzata da un netto contrasto tra i colori chiari del prato in primo piano e quelli scuri dello sfondo notturno. Tale arbitrarietà nell’uso dei colori e le evidenti forzature prospettiche che interessano l’edificio rappresentato sono elementi che saranno ricorrenti nel movimento espressionista.

L’espressionismo

 

«Un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo… L’occhio dell’impressionista sente soltanto, non parla: accoglie la domanda, non risponde. Invece degli occhi gli impressionisti hanno due paia di orecchi, ma non hanno bocca… Ed ecco l’espressionista riaprire all’uomo la bocca. Fin troppo ha ascoltato tacendo, l’uomo: ora vuole che lo spirito risponda» (Hermann Bahr). L’espressionismo si diffonde durante i primi tre decenni del XX secolo in particolar modo in Germania, con paralleli comunque anche in Francia, Austria e Belgio, e si basa sull’esplosione di un’intensa emotività, sull’uso di tratti aggressivi, di colori antinaturalistici e di deformazioni dei soggetti rappresentati: non è più la realtà oggettiva al centro dell’attenzione, ma è la soggettività dei sentimenti e delle passioni. La sua denominazione deriva dal bisogno espressivo che si riflette nella prepotente accentuazione del soggetto, delle sue emozioni, della sua interiorità. L’origine del movimento, che coinvolge la cultura del periodo nel suo complesso, dall’arte alla letteratura, è legata alla situazione sociale e politica che interessa l’Europa, e in particolare la Germania, nella prima metà del 900: gli artisti vogliono combattere l’involgarimento della classe borghese, il venire meno dell’individualità umana a causa del processo di industrializzazione che investe il continente, e percepiscono inoltre le tensioni che poi sfoceranno nella Prima Guerra Mondiale. Di tale predisposizione a dar vita a correnti estreme in risposta alla crisi sociale l’ambiente artistico e letterario tedesco aveva già dato prova in passato con la nascita dello Sturm und Drang. Con l’espressionismo si torna all’utilizzo delle arti figurative primitive, in quanto lo stato di natura è considerato la condizione ideale dell’uomo, e il processo di formazione spontanea come qualcosa di autofinalizzato (la rappresentazione delle stesse passioni umane non è altro che la rappresentazione dell’aspetto più istintivo dell’uomo, non soggetto a manipolazioni culturali). Nasce così una poetica fondata sull’Urschrei, cioè sul “grido primordiale”, termine coniato dallo storico W. Worringer che nel 1911 sulla rivista “Der Sturm” lo usa con riferimento proprio all’arte di Van Gogh, Munch, Gauguin (i cui soggiorni a Tahiti erano da ricondursi alla ricerca del primitivo, dell’incontaminato, dell’esotico) ed altri. Cronologicamente il primo gruppo espressionista è quello dei fauves (belve), che espone a Parigi al Salon d’Automne nel 1905 (anno di nascita dell’espressionismo). È allora che il critico Vauxcelles, scorgendo una scultura tradizionale in mezzo alle opere di Matisse, Marquet, Van Dongen, Dufy, Derain, Friesz, Braque, Manguin e Vlaminck, pare esclami: «Ecco Donatello fra le belve». Li accomuna il rifiuto delle leggi prospettiche (già evidente nella Chiesa di Auvers di Van Gogh), del volume e del chiaroscuro tradizionali, l’utopia di una “natura pulsante e febbrile”, individuata come luogo dell’istinto e della felicità. Oltre al gruppo dei fauves nello stesso anno si forma a Dresda il Gruppo del Ponte (Die Brücke), che ha in Kirchner la sua figura carismatica. Il termine “ponte” è riferito al fatto che il gruppo si pone come obiettivo quello di «attirare a sé tutti gli elementi rivoluzionari e in fermento», di matrice antimpressionistica. I componenti del Die Brücke riconoscono come compagni di percorso tutti quegli artisti che dichiarano il loro impegno per una pittura che restituisca lo slancio e la violenza di una visione derivata dalla tragica condizione umana, ma legata anche ai vari aspetti della vita moderna: per questo l’arte espressionista è spesso considerata come “eccessiva”, a tal punto da giustificare la denominazione del gruppo dei fauves. A differenza di quest’ultimo, il Die Brücke è di derivazione quasi romantica, e rappresenta dei soggetti tipicamente tragici: ne risulta quindi l’utilizzo di forti contrasti tra luce ed ombra, ma in particolare un elemento importante è l’attenzione che i pittori tedeschi mostrano nei confronti delle tecniche grafiche, tra cui la xilografia (tecnica di incisione a rilievo su legni duri, generalmente a scopo di riproduzione a stampa), che permette una scrittura angolosa e tormentata. Proprio per il valore che Kirchner ripone in tali elementi egli può essere considerato come il massimo esponente di questo movimento. I pittori che lo influenzano maggiormente sono Van Gogh, con le sue tecniche di stilizzazione e gli insoliti accostamenti di colore, Gauguin, Seurat, ma in particolar modo Munch. Un tipico esempio della sua arte è rappresentato da Marcella, tela eseguita nel 1910, nella quale evidente è l’utilizzo dei ricorrenti colori complementari, in particolare il viola del panno sul quale ella posa ed il giallo della parete di fondo. Tra i fauve Matisse è considerato come la guida spirituale. Nelle sue opere prevale la forza evocativa ed emotiva del colore, come è evidente nella tela Lusso, calma e voluttà (1904), che nonostante sia antecedente alla nascita dell’espressionismo (1905), già mostra il divenire della tecnica puntinista più fitta e corposa, con colori accesi e solari. Nei suoi quadri emerge una dimensione del sogno (che grande interesse suscita in questo periodo grazie anche agli studi di Freud ed alla pubblicazione de L’interpretazione dei sogni) al quale è aggiunto il vagheggiamento di una natura felice ed edenica, elemento per cui differiscono dalla tragicità di gran parte dei lavori contemporanei.

Federico Rea

IV A Liceo Scientifico Tecnologico

 

Chiudi finestra