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Biografia
Da Genova a Palermo
(Testo tratto dal volume curato da L.Paoloni: Lettere a Stanislao Cannizzaro, scritti e carteggi, 1857-1862, Palermo: Facoltà di Scienze, 1992, alle pp. 7-38)
La storiografia sul
decennio palermitano 1862-1871 dell'attività di Stanislao Cannizzaro
ha un carattere sommario per ragioni che si possono riassumere
dicendo che si trattò di un periodo comparativamente meno importante
nel quadro complessivo della sua carriera professionale e politica.
Gli scritti di natura celebrativa pubblicati in occasione della sua
morte (10 maggio 1910) e del centenario della sua nascita (1926)
hanno enfatizzato quelle parti dell'attività scientifica che furono
di maggior rilevanza, come per esempio la pubblicazione del Sunto
di un corso di filosofìa chimica (1858) e la fondazione a Roma
della prima scuola chimica moderna in Italia. Nelle stesse occasioni
sono state ricordate, come circostanze salienti del suo impegno
politico e civile, la partecipazione alle vicende del 1848-49 in
Sicilia, gli undici anni d'esilio, ed alcuni notevoli contributi
dati, quale senatore, tra cui la istituzione del Laboratorio Chimico
delle Gabelle, poi Laboratorio Chimico delle Dogane, nel 1886, e la
elaborazione della legge Crispi-Pagliani sulla igiene e la sanità
pubblica nel 1888.
Una più approfondita
analisi storica è stata fatta in epoca recente da Luigi Cerruti. Qui
il periodo palermitano ha trovato una sua collocazione nel quadro
complessivo dell'opera di Cannizzaro come studioso, come didatta e
come riformatore. Merito di Cerruti è l'aver sottolineato
l'unitarietà e la coerenza tra il pensiero scientifico e quello
politico. Punti salienti di tale periodo sono l'innovazione
didattica, l'attività di Rettore, la competizione con Vito D'Ondes
Reggio per l'elezione a Deputato di un collegio di Palermo, varie
iniziative in ambito culturale e la promozione degli studi tecnici a
livello secondario, la fondazione del Giornale di Scienze
Naturali ed Economiche (1865) e della Gazzetta Chimica
Italiana (1871), l'impegno nell'amministrazione comunale.
I materiali riuniti nel
presente Quaderno intendono documentare le vicende del
periodo 1857-1862 e contribuire a chiarire con quali motivazioni ed
in quale contesto Cannizzaro scelse nel 1861 di venire a Palermo pur
avendo avutola possibilità di scelte diverse. Ciò è necessario per
capire da un lato l'intero arco della sua attività professionale e
politica nel decennio successivo (ma non solo in questo), e
dall'altro certi aspetti propri della realtà culturale e sociale
palermitana che sono stati determinanti allora e negli anni
successivi. È sembrato utile avviare questa presentazione con le notizie autobiogra-fiche, pubblicate in apertura del volume celebrativo del 1926. Esse si arrestano dopo il trasferimento da Palermo a Roma, al 1872, e perciò debbono essere state redatte in quel periodo.
Cannizzaro nella politica durante il governo Mordini
L'istruzione
pubblica era un settore di primaria importanza per consolidare
il consenso del groppo sociale siciliano, ed in particolare di
quello palermitano, intorno al progetto unitario temperato
dall'autonomia nella gestione politica ed amministrativa. Questo
groppo aveva dato un sostegno decisivo all'impresa garibaldina,
ed ambiva a riforme profonde nei settori considerati crociali
per far recuperare alla Sicilia un ritardo socio-economico di
cui i maggiori esponenti della cultura progressista avevano
avuto percezione diretta e piena misura negli anni
dell'emigrazione. Su questo obbiettivo si aveva in quel momento
una naturale convergenza di interessi tra governo centrale e
governo delle province siciliane in vista del plebiscito di
annessione fissato per la domenica 21 ottobre.
L'attuazione di
riforme incisive ha come strumento essenziale un apparato
amministrativo competente ed affidabile. Il governo Mordini si
rese conto di tale necessità e provvide subito destituendo e
sostituendo un certo numero di alti funzionali che erano stati
nominati durante la gestione Depretis. Le loro proteste,
raccolte dalla Gazzetta di Genova del 1 ottobre, al
momento dello sbarco degli espulsi da Palermo, prendono la forma
di gravi accuse al nuovo governo siciliano:
«Le destituzioni si
succedono le une alle altre ... Si esercita da quella polizia un
vero terrore. La popolazione aspetta con somma impazienza
l'assistenza armata del Governo di Vittorio Emmanuele. Nessuno è
più sicuro di poter dormire nella propria casa. L'opinione
pubblica in Palermo comincia a recriminare contro il Piemonte
pel ritardo dei suoi soccorsi....». Il nuovo governo risponde
pubblicando queste gravi accuse sul Giornale Officiale
del 4 ottobre, facendole seguire da un commento nel quale si
legge: «La scelta di buoni Impiegati è sempre difficile, ma
sopratutto in tempi come quelli che corrono di presente per la
Sicilia. Il governo lo sa e pone ogni suo studio dell'adempiere
rettamente a questa parte delicatissima del suo compito. ...
Quindi la moralità, la capacità, le opinioni schiettamente
liberali, i servigi veri resi alla Patria, sono i requisiti che
il Governo richiede negli uomini, i quali ambiscono l'onore
delle pubbliche funzioni retribuite dallo Stato. ... Tali sono
nella materia le regole direttrici degli uomini che amministrano
oggi la cosa pubblica in Sicilia. Quanto alla applicazione essi
credono soddisfare ad un preciso dovere a rispondere a un
legittimo desiderio di tutti gli onesti cittadini circondandosi
di cautele e chiamando in ausilio altrettante commissioni di
scrutinio per gl'impiegati quanti sono i rami del pubblico
servizio. Queste commissioni sono l'ottima delle garentie quando
i tempi anormali non consentono le savie lentezze dei concorsi.
E niun cittadino, il quale desideri percorrere l'aringo dei
pubblici impieghi può alle medesime sottrarsi. ... ».
Il quadro delle
intenzioni politiche del governo era chiarito, nella stessa
pagina, dal decreto Mordini-Scrofani-Peranni-Ugdulena che
aboliva le decime e dichiarava redimibili al 5 per cento «le
ottene, le decime, le vigesime, i censi, i canoni, e tutte le
altre prestazioni variabili e invariabili, che sino al presente
si riscotono dagli enti morali ecclesiastici». Le norme che
attuavano tale decisione appaiono ispirate al criterio di non
recare danno economico immediato agli enti religiosi, ma di
privarli degli strumenti con i quali esercitavano il loro
influente potere. Sulla stessa linea venne realizzato, di lì a
poco, l'affrancamento dell'università dai vincoli religiosi
imposti sin dalla sua fondazione.
I decreti
Mordini-Ugdulena, che modificavano in maniera sostanziale il
quadro dell'istruzione pubblica in Sicilia, si susseguirono dai
primi giorni di ottobre con un ritmo che presuppone la struttura
amministrativa attivamente impegnata e solidale con la dirczione
politica. L'elencazione dei decreti nell'ordine in cui vennero
pubblicati sul Giornale Officiale è sufficiente a
sostenere questa valutazione. Essi sono stati riepilogati
nell'Appendice 2 di questo Quaderno. Non è possibile
documentare un diretto intervento di Cannizzaro nella
preparazione di almeno parte di essi, anche se le sue relazioni
personali con alcuni dei protagonisti ed il confronto con le
opinioni che egli aveva espresso sulla legge Casati (si vedano
al Cap.3 gli articoli pubblicati sul Corriere Mercantile
nel gennaio 1860) ne danno la quasi certezza. Per una
valutazione di questa influenza è stata ripubblicata (Appendice
3) la relazione della Commissione sulla istituzione dei licei.
Tra i decreti
predetti quello emanato il 17 ottobre estendeva alla Sicilia
l'applicazione della legge Casati, istituendo un Consiglio
Superiore di Istruzione Pubblica per la Sicilia, del quale fu
chiamato a far parte anche Cannizzaro. Il più importante
tuttavia fu quello del 19 ottobre, che provvide i mezzi
finanziari per l'ammodernamento delle università siciliane: «un
fondo straordinario di lire sei milioni per la fondazione ed
ingrandimento dei gabinetti, laboratori ed altri stabilimenti
dipendenti dalle università di Sicilia; cioè tre milioni per
l'università di Palermo, un milione e cinquecentomila per
Catania ed altrettanto per Messina». Esso non venne mai negato
dai governi del regno, ma la sua attuazione si diluì su un arco
di circa sessant'anni!
Vanno ancora
ricordati, per chiarezza del nostro discorso, alcuni altri
decreti. Quello del 20 ottobre che modificò l'assetto delle
cattedre nell'università di Palermo, provvedendone 14 per nuovi
insegnamenti, e sdoppiando 4 delle antiche cattedre con
cambiamento di denominazione. Tale provvedimento evitava di
creare malcontento allontanando alcuni dei professori, pur
modificando in modo notevole il quadro complessivo. Tra le
cattedre sdoppiate era quella di chimica fìlosofica e
farmaceutica, che veniva trasformata in una di Chimica
inorganica, affidata a Filippo Casoria titolare della
precedente, ed in una di Chimica organica, alla quale con
decreto in pari data veniva nominato lo stesso Cannizzaro. Un
decreto del 22 ottobre laicizzava l'università di Palermo,
restituendo «al Corpo accademico d'essa i diritti e le
prerogative che godono per legge le altre Università del Regno
d'Italia». Con altro decreto nella stessa data veniva nominato
Rettore il Professor Filippo Casoria. Questi, il 27 ottobre
scrisse a Cannizzaro di aver «destinato il giorno ventinove
ottobre alle ore dodici antimeridiane per la prestazione del di
lei giuramento», ma non risulta che ciò sia avvenuto.
La domenica 21
ottobre ebbe luogo il plebiscito di annessione, il cui risultato
ufficiale registrò 432053 consensi su 432720 votanti. Possiamo
presumere che tra questi vi sia stato anche Cannizzaro. In
ordine a tale evento egli ebbe un ruolo come componente del
Consiglio di Stato straordinario istituito da Mordini con un
decreto del 19 ottobre. Lo scopo di questo Consiglio, presieduto
da Gregorio Ugdulena, è testualmente ricordato da Cannizzaro nei
suoi «appunti autobiografici». Poiché i componenti erano
«uomini prescelti tra i più capaci del paese», se ne può
concludere che l'inclusione di Cannizzaro in quel ristretto
gruppo conferma la presunzione espressa sopra che egli fosse di
fatto persona il cui parere sulle materie attinenti alla
pubblica istruzione era tenuto in grande considerazione.
A questo ruolo di
consulente-consigliere Cannizzaro aggiunse il coinvolgimento
nelle elezioni per l'assemblea dei rappresentanti che il governo
Mordini avrebbe voluto far svolgere unitamente al plebiscito per
l'annessione. Di ciò resta traccia in due lettere a lui dirette.
Quella di Vincenzo Cordova, da Aidone in data 10 ottobre, lo
informa che per la rappresentanza locale (Aidone è la città di
origine della famiglia Cordova) vi sono già le candidature di
due parenti (zio e cugino) ed «avversarli sarebbe indegna
ostilità»; perciò avverte Cannizzaro di aver scritto a
Caltagirone per cercare «collegi disponibili per me e per lei».
La seconda lettera, scritta da Messina 1'8 novembre, è di
Achille Varvessis e si riferisce al collegio di Francavilla
(dove Cannizzaro era stato eletto deputato al Parlamento
siciliano nel marzo del 1848): gli suggerisce di scrivere al
Dott. Vincenzo Amodeo per ringraziarlo di quanto aveva fatto,
perché «se si fosse dovuta fare l'elezione voi sareste riescilo
rappresentante. ... Ciò, mi credo, potrà giovarvi un'altra
volta». La sua candidatura a Francavilla sarà infatti
riproposta, senza successo, nelle elezioni del gennaio 1861. Cannizzaro ha quindi delineato un programma per rientrare a Palermo in una posizione professionale e politica eminente, che fa passare in secondo piano anche la prospettiva pisana o fiorentina. Tuttavia la imminente riapertura dell'anno accademico lo richiamava ai suoi obblighi di docente a Genova. Diversamente da come è sommariamente detto negli appunti autobiografici, Cannizzaro rimase a Palermo ancora nei mesi di novembre e dicembre. Da una lettera di Michele Lessona del 6 novembre sappiamo che egli chiese, o fece chiedere, l'intervento del deputato piemontese Vincenzo Capriolo per ottenere un permesso dal Ministro. Questa via politica si rivelò poco agevole. Scrive Lessona: «Capriolo non aveva chiesto per voi nessun permesso; ho parlato col Demaria, ed egli mi disse di scrivervi che il permesso era accordato pel mese corrente: egli mi incaricò di parlarne qui col rettore, ciò che farò domani... ». Delle lezioni fu incaricato l'aiuto Giacomo Finollo e delle esercitazioni il preparatore Antonio Rossi. Lessona, in una successiva lettera del 12, riprende il discorso politico e critica Cannizzaro: «mi fate un elogio di Mordini cosi violento che mi fa temere che voi stesso sentiate che il vostro prodittatore ha bisogno di essere difeso. Caro mio, chi è ben sicuro di aver ragione non grida così forte». Dopo una diffusa discussione sui nascosti sentimenti repubblicani di Mordini, Lessona si rivolge così a Cannizzaro: «Quanto a voi, il miglior consiglio che io vi possa dare è di lasciar la Sicilia: se rimanete là perdete il frutto della pratica di mondo guadagnata in Francia e qui, vi farete ridere alla spalle come politico quanto vi fate ammirar come chimico».
Il dicembre palermitano e la nomina alla cattedra di Napoli
A Palermo, dopo la
proclamazione dei risultati del plebiscito, si attendeva la
visita del Re. L'annuncio era stato dato con un ordine del
giorno pubblicato nel Giornale Officiale il 22 novembre.
La data non era precisata, ed i dispacci da Napoli, dove il Re
era in visita, informavano di vari rinvii della partenza
determinati dalle cattive condizioni del mare. Il 27 il
Giornale Officiale pubblicava il messaggio che Mordini
aveva ricevuto da Caserta dal Generale Garibaldi:
«...ho deposto i
miei poteri di Dittatore nelle mani del Re...». Era la fine del
governo che Cannizzaro aveva sostenuto con tanto entusiasmo.
L'atteso arrivo del Rè avvenne sabato 1 dicembre ed il
Giornale Officiale del 2 annunciava la decisione reale di
affidare il governo della Sicilia ad un Luogotenente Generale,
scelto nella persona del marchese Massimo Corderò di Montezemolo.
Tre giorni dopo questi istituiva il Consiglio di Luogotenenza,
cioè il nuovo governo siciliano, composto di Consiglieri
incaricati dei vari dicasteri, e procedeva alle seguenti nomine:
Interno e Sicurezza
pubblica: Giuseppe La Farina
Finanze, Agricoltura
e Commercio: Filippo Cordova
Istruzione
pubblica: barone Casimiro
Pisani
Lavori
pubblici: principe
Romualdo Trigona di Sant'Elia
Segretario
generale: barone Giacinto
Tholosano
II Re partì da
Palermo nel pomeriggio del 6 dicembre. Erano tornati al governo
i gruppi moderati che Garibaldi aveva messo da parte scegliendo
come Pro-dittatore Antonio Mordini. Tuttavia alcune modifiche
nella composizione del governo luogotenenziale si resero
necessario circa un mese dopo. All'Interno venne nominato
Emerico Amari, alla Sicurezza pubblica il barone Niccolo Turrisi
Colonna, all'Istruzione pubblica il marchese Vincenzo Fardella
di Torrearsa mentre per qualche tempo rimase vacante il
dicastero della Finanze, una posizione che la difficile
situazione economica rendeva poco ambita.
Nel mattino dello
stesso 6 dicembre il rettore Filippo Casoria riapriva
l'università di Palermo, che riprendeva ufficialmente la sua
attività per il nuovo anno scolastico dopo una interruzione che
durava dalle battaglie di maggio. La situazione era critica,
anche perché da allora impiegati e professori dell'università (e
di tutte le altre scuole) avevano ricevuto solo modesti acconti
sul loro stipendio. Il Consigliere Pisani inviò in proposito una
circolare al Consiglio Superiore, a nome del Luogotenente,
ordinando «che si continui a pagare l'antico soldo a tutti
coloro, tra i Professori e gli Impiegati, ...che si trovano in
percezione di averi;
e che tutti gli
altri Professori e Impiegati nuovamente eletti, dovendosi sino
alla conferma riguardare come provvisoriamente eletti, proponga
il Consiglio Superiore quale retribuzione mensuale possa a'
medesimi assegnarsi». Ma di fatto solo alla fine del gennaio
1861 (Consigliere Salvatore Marchese) il governo sarà in grado
di garantire loro il pagamento dei due terzi dello stipendio,
impegnandosi al saldo in un prossimo futuro.
Questo è il contesto
nel quale Cannizzaro si trovava a Palermo. Era stato intanto
contattato da Raffaele Piria, dal 9 novembre titolare del
Dicastero dell'Istruzione pubblica nel governo di Napoli
(Luogotenente Luigi Carlo Farini), affinchè assumesse l'incarico
provvisorio della cattedra di Chimica organica in quella
università ed aveva dato il suo consenso. Non possiamo
documentare come tale contatto sia avvenuto, e non si può
escludere che Cannizzaro si sia recato di persona a Napoli per
un incontro. Le ragioni per le quali decise di accettare
l'invito non sono documentate, ma ci sembra ragionevole supporre
che alla difficoltà di dare una risposta negativa al proprio
maestro, si sia aggiunta la prospettiva di un sostanziale
incremento delle entrate personali che per quell'anno sarebbero
passate a £ 8000, risultanti dal cumulo dello stipendio di
professore con quello di direttore e con una speciale indennità
prevista per la sede napoletana.
Della nomina a
Palermo e dei contatti napoletani certamente era giunta notizia
a Torino perché, in data 20 novembre, il ministro incaricò il
Segretario generale di scrivere a Cannizzaro una lettera di tono
alquanto perentorio: «II Ministro sottoscritto ...sarebbe ben
tenuto alla di Lei cortesia se volesse fargli conoscere con
qualche sollecitudine se Ella intenda o no di far ritomo a
Genova per continuarvi l'insegnamento ...». La risposta non
venne con la sollecitudine auspicata ed il Ministro, in data 17
dicembre, fece scrivere dall'ispettore Demaria al rettore
dell'università di Genova per sapere se Cannizzaro avesse
ripreso servizio o se lo avesse informato delle sue intenzioni.
La risposta del rettore è immediata, con una velata protesta per
decisioni ministeriali delle quali nulla aveva saputo:
Cannizzaro «non si è restituito al suo posto, ed il
sottoscritto, mentre provvide onde fosse dal Prof. Sost. Sig.
Finollo supplito alla scuola, non fece alcuna parte presso il
titolare non essendo stato informato della Superiore
determinazione presa sulla domanda del medesimo». Su questa
lettera si legge la decisione del ministro annotata di mano
dell'ispettore Demaria: «Si risponderà al Sig. Rettore di Genova
che il prof. Cannizzaro ebbe dal ministero facoltà di differire
il suo ritomo...». Questa risposta partì da Torino il 26
dicembre. Dobbiamo quindi ritenere che nel tempo intercorso il ministro abbia ricevuto una spiegazione che lo indusse a mutar parere, e che la spiegazione sia venuta dagli interlocutori politici di Cannizzaro. Sicuramente egli restò a Palermo tutto il mese di dicembre, trascorrendo in famiglia le festività natalizie e forse il capo d'anno, e ritornò a Genova all'inizio di gennaio. Qui gli fu spedita il 9 gennaio la copia del decreto Piria-Farini-Pisanelli che, in data 31 dicembre 1860, gli conferiva l'incarico di insegnamento della Chimica organica nella università di Napoli per l'anno 1861.
La rinuncia alla cattedra di Napoli e l'insuccesso politico
La decisione del
direttore del dicastero napoletano, Gaetano Cammarata, di
inviare all'interessato a Genova la copia del decreto, in
conformità alle norme di buona amministrazione, mise fuori gioco
Piria, che il 19 gennaio scrisse a Cannizzaro una lettera
piuttosto risentita: «Caro Cannizzaro, Per Dio perché indugiate
tanto a venire? Qui si mormora e con ragione. Si mormora di voi,
si mormora di me. Io non sono più nulla [dal 1 gennaio era
cessato dalla carica, sostituito da Ruggero Bonghi]. Sono
dolente di questa vostra spensieratezza così poco opportuna in
momenti come gli attuali. ...Ho ritenuto presso di me il vostro
decreto di nomina e la lettera di partecipazione, che nella
certezza di vedervi arrivare da un momento all'altro, ho stimato
inutile spedirvi ;a Genova». Piria ignorava che il 13 gennaio
Cannizzaro aveva scritto al dicastero della Pubblica Istruzione
del governo luogotenenziale napoletano, spiegando di dover
rinunciare all'incarico perché «la salute di mia famiglia non mi
permette di staccarmi per ora da essa, recandomi solo in
Napoli».
La motivazione aveva
un qualche fondamento, perché dalla successiva corrispondenza
con Pavesi risulta che la moglie ebbe disturbi alla vista. Ma
nelle. settimane precedenti il Pavesi era rimasto privo di
notizie ed il 10 gennaio aveva scritto a Genova indirizzandosi
ad un comune amico (certamente Lessona) per averne. Da questa
lettera Cannizzaro apprese che Piria, tramite Tommasi, due mesi
prima aveva invitato Pavesi a recarsi a Napoli senza poi dar
seguito a tale invito.
Gli strascichi di
questa vicenda napoletana coinvolsero Cannizzaro ancora per
qualche tempo. Il ministro Mamiani, dovendo provvedere quanto
meno a dare una indicazione per la copertura del posto vacante,
il 22 gennaio interpellò Tommasi e Cannizzaro per avere
informazioni su un aspirante, «... il Signor Raffaele Napoli ...
il quale in una lettera scritta dalla capitale delle province
Napoletane viene rappresentato come egregio cultore e professore
della scienza chimica». Gli appunti di Cannizzaro sul merito dei
lavori del Signor Napoli sembrano concordare con il parere poco
favorevole che Tommasi trasmise al ministro, inviandone copia a
Cannizzaro stesso il 26 gennaio. Anche Tommasi nulla sapeva
ancora della rinuncia. Infatti a conclusione della lettera «di
risposta alla tua ricevuta oggi» chiedeva: «Vai a Palermo o a
Napoli? Se io avessi a tornare a Napoli l'anno venturo sarei
proprio lieto di averti dappresso».
Dalle lettere di
questo periodo si rileva che Cannizzaro per circa tre settimane
tenne all'oscuro della decisione di rinunciare alla cattedra
napoletana anche i familiari di Palermo ed i suoi amici Michele
Amari, Federico Napoli e Carlo Matteucci. Forse ritenne che tale
notizia potesse essere usata per influenzare negativamente
l'elettorato di uno dei collegi della provincia di Messina al
quale era stato presentato dal Comitato Patriottico presieduto
da Mariano Stabile. L'esito delle votazioni gli fu comunque
sfavorevole e le diverse giustificazioni addotte dai suoi
sostenitori sono tutte valide: non era andato di presenza; le
sue lettere erano arrivate troppo tardi; l'elettorato ricordava
poco gli eventi del 1848; vi era una grande confusione di idee
che favoriva gli intrighi degli avversali. La cugina Vittoria De
Spuches gli scrisse il 4 febbraio (ancora chiedendo «se è vero
che vai a Napoli») per dare i risultati elettorali dei sei
comuni più grandi del collegio: a Francavilla Cannizzaro aveva
avuto 16 voti su un totale di 51, a Taormina 1 su 50, nulla
negli altri. Prevalse Giovanni Interdonato proposto dal Comitato
elettorale presieduto da Francesco Crispi e che risultò
tuttavia ineleggibile perché impiegato governativo. Un mese dopo
Giovan Battista Fardella sollecitò Cannizzaro a presentarsi per
la tornata delle elezioni supplettive, ma dobbiamo ritenere,
mancando ogni altro riferimento nelle carte esaminate, che egli
vi abbia rinunciato. Forse l'insuccesso lo indusse a restringere il campo degli obbiettivi immediati ed a sondare la consistenza delle sollecitazioni che riceveva affinchè si trasferisse a Palermo. La più documentata è una lettera di Federico Napoli, Segretario generale al Dicastero dei Lavori pubblici del governo siciliano, databile al principio di febbraio, dalla quale emerge uno stretto rapporto tra la possibile realizzazione di un laboratorio chimico moderno a Palermo e le vicende politiche siciliane e nazionali. Il contesto di questa lettera è analogo a quella di Giuseppe Inzenga in data 5 febbraio. Ambedue descrivono le stesse difficoltà ed insistono affinché Cannizzaro prenda una decisione e intervenga di persona assicurando le autorità politiche sulla propria disponibilità a trasferirsi a Palermo, concludendo contatti esplorativi che sicuramente andavano avanti dall'epoca della sua nomina durante la gestione Mordini-Ugdulena.
La programmazione del trasferimento a Palermo
II corso degli
eventi che portarono Cannizzaro a programmare il proprio
trasferimento a Palermo è quindi legato alle vicende del governo
luogotenenziale a Palermo ed a quelle del governo nazionale a
Torino, che fino al febbraio 1861 non erano state tali da
rassicurarlo sulla fattibilità del suo progetto. Concomitante è
anche una circostanza certamente non prevista, la morte di
Filippo Casoria, avvenuta il 17 maggio. Tuttavia almeno dal 4
febbraio egli era impedito, presumibilmente dalla malattia che
lo condurrà a morte, a tenere l'ufficio di rettore essendo
sostituito negli atti ufficiali dal preside anziano Gregorio
Ugdulena.
Federico Napoli
nella sopracitata lettera del febbraio, aveva suggerito a
Cannizzaro di collaborare ai contatti politici necessari per
modificare «lo stato presente della finanza siciliana». Non
possiamo documentare se ciò sia avvenuto, ma non vi è dubbio che
un evento favorevole fu la nomina di Francesco De Sanctis alla
Istruzione pubblica nel governo formato da Cavour il 23 marzo
1861, dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Morto Cavour
all'inizio di giugno, Filippo Cordova, sostenitore della causa
siciliana, entrava nel governo Ricasoli come titolare del
ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio. Appariva
perciò fondata la prospettiva che il governo acconsentisse a
spendere una quota dei tre milioni di contributo straordinario
assegnati all'università di Palermo dal decreto prodittatoriale
del 19 ottobre 1860.1 primi contatti dettero un risultato, del
quale Federico Napoli il 6 giugno informava Cannizzaro: «De
Sanctis mi scrive approvando la mia idea di farvi venire a
Palermo e che da parte sua farà del tutto per contentarvi.
Autorizzatemi dunque a proporre che voi, già eletto per la
cattedra di Chimica organica, siate intanto destinato per la
Chimica inorganica. Scriverò intanto pei fondi del laboratorio,
e se voi ci metterete un poco di buona volontà parlandone a
Torino, potrete far cosa utile al nostro paese».
La successiva nota
ministeriale del 17 agosto informò Cannizzaro degli impegni
assunti dal ministero nel pieno rispetto dell'autonomia
propositiva del Consiglio Superiore della pubblica Istruzione
delle Province siciliane, e delle prerogative del governo
luogotenenziale. Infatti, riconosciuta l'urgenza di provvedere
secondo la relazione ed il progetto di massima che Cannizzaro
aveva presentato al Consiglio Superiore delle Province siciliane
«il Ministro sottoscritto ha oggi stesso conferta facoltà alla
Segreteria Generale delle Province stesse d'iniziare tutte le
pratiche ed i lavori occorrenti a tal uopo, riservandosi di
impostare sul bilancio 1862 la somma necessaria da prelevarsi
sul fondo cospicuo assegnato dal Prodittatore con Decreto 19
ottobre 1860». Dopo aver specificato che la Segreteria Generale
era autorizzata a far allestire una perizia dei lavori necessari
per l'adattamento dei locali, il ministro riteneva che per tali
lavori e per il corredo scientifico del laboratorio occorresse
la guida di un esperto e «perciò fa preghiera [a Cannizzaro] di
recarsi a Palermo per dare i necessari suggerimenti, e prendere
quei provvedimenti che saranno più acconci d'accordo con il
Signor Segretario Generale al quale vennero impartite le
necessarie istruzioni». Il Segretario Generale della pubblica Istruzione del nuovo governo siciliano (luogotenente Alessandro Della Rovere) era, dalla fine di giugno, Federico Napoli. Egli il 23 luglio aveva preavvisato Cannizzaro di quanto predisposto (sicché la lettera ministeriale del 17 agosto fu per lui una conferma di decisioni attese), rassicurandolo su due punti importanti. Primo, rispetto ad opposizioni che dovevano esser note ad entrambi diceva: «resisterò per ciò che riguarda lo stabilimento di un laboratorio chimico sulle basi da voi tracciate e spero di venirne a capo con un poco di pazienza; persuaso che sarà questo uno dei progressi più veri e pratici che possano farsi in Sicilia». Secondo, sulla sede, per la quale dovevano esserci state intese preliminari, aggiungeva: «quanto al locale esso è sempre a nostra disposizione e non sarà adoperato ad alcun altro uso». La conclusione era incoraggiante: «Qui le cose vanno molto bene, e se continuano di questo piede fra un tempo non lungo, sarà la Sicilia una delle province più utili per l'intera Nazione».
Il contesto in cui avviene il trasferimento a Palermo
La conclusione
ottimista della lettera di Federico Napoli aveva una sua
giustificazione sia nel quadro generale, sia nelle prospettive
sembravano aprirsi nel momento del rientro di Cannizzaro in
Sicilia.
Nel gennaio 1861 un
decreto luogotenenziale dava vita al Reale Istituto
d'Incoraggiamento di Agricoltura, Arti e Manifatture per la
Sicilia, nominandone presidente Emerico Amari. Al pari di
istituzioni analoghe sorte in varie città italiane, esso doveva
coordinare strumenti educativi e mezzi finanziari, pubblici e
privati, al fine di promuovere lo sviluppo di attività
produttive basate sulle nuove conoscenze scientifiche. Nei mesi
successivi ne veniva definita l'organizzazione interna con la
nomina del vice-presidente Ferdinando Gaudiano, del Segretario
generale Francesco Dotto Scribani (anch'egli chimico), di un
direttore per la classe rurale ed uno per la classe civile, e di
vari soci, corrispondenti ed onorari, con funzioni di consulenza
e di rappresentanza. Tra questi erano stati via via inclusi,
oltre a Cannizzaro, Gaetano Giorgio Gemmellaro, Ascanio Sobrero,
Francesco Selmi. In giugno l'Istituto si fece carico della
scelta e delle spese per la rappresentanza siciliana alla
Esposizione Italiana che si sarebbe aperta a Firenze nel mese di
settembre.
Nello stesso periodo
il Consiglio Provinciale, presieduto da Mariano Stabile, aveva
deliberato, su proposta della propria commissione di Istruzione
Pubblica, una serie di provvedimenti a favore dei comuni per
stipendi e premi destinati a promuovere attività educative e
formative per adulti, con lo scopo agevolare lo sviluppo di
nuove produzioni agricole ed artigianali. In questa prospettiva
il Consiglio aveva chiesto, con voto unanime, che venisse
istituita nell'università di Palermo una cattedra di
veterinaria. Con eguale intento la Società di Acclimatazione
e di Agricoltura in Sicilia , presieduta da Francesco Anca,
consigliere comunale, portava avanti su terreni privati la
sperimentazione di nuove colture, tra cui quella del sorgo
zuccherino, e sollecitava l'apertura di un Giardino di
Acclimatazione da aggregare all'Orto Botanico.
Dal canto suo il
Dicastero della Istruzione, subito dopo l'insediamento di
Federico Napoli, avendo ottenuto dal ministro De Sanctis fondi
per la riforma dell'insegnamento primario attraverso le scuole
normali e magistrali previste dalla legge italiana, aveva
deliberato l'apertura di apposite Conferenze Magistrali, da
tenersi a cura dei comuni nelle province di Palermo, Girgenti e
Catania dal 1 agosto al 15 ottobre. Lo scopo, descritto nell'art.2
del decreto (Giornale Officiale del 4 luglio 1861) era
«di far conoscere ai maestri quali sieno veramente la natura e i
limiti dello insegnamento elementare, e di render loro familiari
i metodi che l'esperienza ha dimostrato più acconci. Perciò esse
verseranno principalmente sul modo di svolgere i programmi delle
scuole elementari inferiori, sulle discipline da osservarsi
nelle scuole tanto diurne che serali, tanto pei fanciulli che
per gli adulti». Mentre i professori destinati alle Conferenze
erano a carico del ministero, i comuni dovevano «sovvenire con
conveniente indennità i maestri chiamati ad assistere a tali
conferenze», avvertendo che quanti si fossero sottratti a tale
obbligo sarebbero stati «considerati dimissionari dall'ufficio
di pubblici insegnanti». L'impegno per la loro realizzazione da
parte del nuovo sindaco di Palermo, Salesio Balsano (nominato il
10 luglio), ne permise l'inaugurazione il 1 agosto, nella sede
dell'università, con una solenne cerimonia alla quale
intervennero il luogotenente Della Rovere, il nuovo rettore
Salvatore Cacopardo e varie autorità politiche ed accademiche.
Le Conferenze per le maestre vennero aperte
successivamente ed ebbero uno svolgimento separato.
A questo fervore di
iniziative locali si affiancava l'azione di Filippo Cordova, dal
13 giugno ministro per l'Agricoltura, Industria e Commercio nel
governo Ricasoli. Egli portò a compimento l'organizzazione
dell'Esposizione Italiana. Da essa il governo si aspettava non
solo un impulso alla crescita economica, ma anzitutto risultati
politici: uno di immagine della realtà nazionale emersa dalla
unificazione e uno di stimolo al processo unitario verso le
province romane e venete. In questo quadro assumeva rilievo
politico anche la partecipazione italiana alla Esposizione
Universale di Londra (la cui apertura era fissata per il 1
maggio 1862). Al Comitato ministeriale Cordova affiancò una
Commissione che doveva promuoverla e chiamò a fame parte anche
Raffaele Piria, che a sua volta portò Cannizzaro nella Giuria
Intemazionale. Di altre iniziative del ministro abbiamo notizia
dalla sua corrispondenza con Cannizzaro: la riforma
dell'insegnamento nelle scuole agrarie dipendenti dal ministero;
l'eventualità di istituire a Messina una Università Commerciale;
l'avvio degli studi necessari per realizzare una carta geologica
d'Italia; l'eventuale prospczione geologica in Sicilia per la
ricerca di carbone fossile; la traduzione italiana di un manuale
per le analisi chimiche tecniche; la modemizzazione
dell'estrazione dello zolfo in Sicilia. A ciò fanno riscontro
varie decisioni politiche: l'istituzione di «una Giunta
consultiva per discutere i metodi e stabilire le norme per la
formazione di una carta geologica del Regno d'Italia» (20
agosto); l'introduzione nelle scuole siciliane e napoletane
dell'insegnamento del sistema metrico decimale (21 agosto);
l'istituzione di una Giunta per il miglioramento dell'industria
solfifera siciliana di cui è membro Cannizzaro (13 ottobre).
Angelo Pavesi, interpellato da Cannizzaro sul manuale di analisi
tecniche che il ministro voleva far tradurre, nella lettera di
risposta commentava: «Cordova s'adopera a tutt'uomo per la
Sicilia. ...Io desidero un Cordova per la Lombardia».
Nel quadro della
politica di decentramento amministrativo della Istruzione
pubblica il il ministro De Sanctis aveva decretato il 4 agosto
un'ampia delega di poteri ai Rettori e Capi di Istituto per le
università ed ai Provveditori agli studi per le scuole
secondarie e primarie. Nel caso delle Province siciliane, che
avevano un proprio Consiglio Superiore per l'Istruzione
pubblica, i rapporti tra i rettori e l'amministrazione centrale
(già regolati da un decreto del 5 maggio precedente) vengono
ridefiniti il 12 settembre, temperando il decentramento già in
atto con un obbligo di corrispondenza generalizzato su tutti gli
affari amministrativi. È nell'ambito di questo quadro normativo
che il rettore Cacopardo il 27 settembre pubblicava un messaggio
per annunciare la prossima entrata in vigore degli statuti e
regolamenti d'esame stabiliti dalla legge Casati, promulgati in
Sicilia dal governo Mordini con decorrenza dall'anno scolastico
1861-62. L'inizio delle sessioni degli esami di ammissione era
fissato per il 15 ottobre. La «lettura della orazione
inaugurale», in una seduta solenne alla presenza del
Luogotenente Generale del Rè (il conte Ignazio de Genova di
Pettinengo, succeduto a Della Rovere che il 17 settembre era
stato nominato ministro della Guerra), era fissata per il 10
novembre, l'inizio delle lezioni per il giorno successivo. Queste scadenze, comunicate al ministro della Istruzione pubblica, gli imponevano di provvedere a quanto di sua competenza: le nomine dei professori straordinari cominciarono ad essere pubblicate dal 24 ottobre; il decreto pef il trasferimento di Cannizzaro a Palermo è del 28 ottobre. Nel Giornale Officiale di Sicilia del 29 si legge la seguente notizia: «Siamo lieti di annunziare i grandi miglioramenti che nel prossimo anno riceveranno vari stabilimenti scientifici dell'Ateneo palermitano. Oltre l'ingrandimento dell'Orto Botanico con un giardino di acclimatazione, di che abbiamo fatto cenno altra volta, il Dicastero d'Istruzione ha posto nel progetto di bilancio del 1862 per facoltà concessane dal Ministro, i fondi necessari onde creare un grande laboratorio chimico con una scuola pratica. B stata inoltre stanziata dietro superiore autorizzazione, la somma necessaria per trasformare il grande locale dell'antica biblioteca della Università in un museo di mineralogia, dove sarà esposta la magnifica raccolta mineralogica lasciata in dono dal cav. Cesare Airoldi di compianta memoria, arricchita di acquisti posteriori. I lavori nell'Osservatorio Astronomico sono già intrapresi». Passarono ancora due settimane prima che lo stesso giornale desse notizia del decreto che nominava «il Cav. Stanislao Cannizzaro Professore ordinario di Chimica organica e inorganica nella Regia Università di Palermo e Direttore dell'annessovi laboratorio». Il ritardo nella informazione può essere giustificato almeno in parte con i tempi burocratici richiesti dal formale rispetto dell'autonomia delle Province siciliane: infatti il decreto fu inviato al Luogotenente del Rè a Palermo con una lettera del ministro che concludeva così: «La S.V. Ill.ma vorrà essere cortese di curare che il Decreto sopradetto sia registrato alla Corte dei Conti di codesta Città, dopo di che Ella si compiacerà di trasmetterlo al Sig. Rettore della Università di Palermo perché possa essere consegnato al Titolare».
I preparativi per la partenza e l'arrivo a Palermo
Da una lettera di
Pavesi del 15 giugno sappiamo che Cannizzaro prevedeva di
recarsi a Parigi durante le vacanze, ma dubitiamo che lo abbia
fatto perché lo stesso Pavesi in una lettera successiva insiste
per avere informazioni «circa i tuoi progetti per le vacanze».
Egli si recò a Palermo come suggeriva il ministro nella lettera
del 17 agosto. La corrispondenza familiare indica che vi giunse
da solo e vi si trattenne fino al 4 o 5 di settembre, quando
partì alla volta di Catania per poi recarsi a Giarre. Dalle
lettere che qui ricevette sappiamo che vi rimase almeno dal 14
al 20 settembre soggiornando in albergo, per curare affari
inerenti alle proprietà sue o della famiglia. Non sappiamo se
sia rientrato direttamente a Genova imbarcandosi a Messina,
oppure via Palermo. Era comunque a Genova almeno nella seconda
settimana di ottobre e certamente si recò poi a Torino per
meglio definire alcune condizioni importanti per il suo
trasferimento.
Ricevuta notizia
della nomina Cannizzaro constatò che lo stipendio stabilito nel
decreto per l'ufficio di Professore e Direttore, £ 3500,
riduceva le sue entrate di 1100 lire l'anno. Non volendo
accettare tale danno economico il 31 ottobre scrive al ministro
una lunga lettera nella quale, dopo aver riepilogato tutta la
propria carriera, aggiunge: «Permetta V.S. Ill.ma che io le
rammenti che nella mia lettera in risposta alla ministeriale del
14 giugno 1861 colla quale mi invitava ad assumere
l'insegnamento di Chimica nella Università di Palermo, io non
chiesi si aumentasse il mio stipendio, ma chiesi che almeno non
diminuisse. V.S. Ill.ma non troverà certamente esagerata una tal
dimanda; tanto più se considera l'aumento del lavoro che mi
verrà dalla natura complessa della scuola. In tale stato di cose
permetta V.S. Ill.ma che prima di abbandonare l'attuale mio
posto in questa Università, attenda ulteriori ordini di V.S., i
quali mi pongano al sicuro che in questa traslocazione da me non
chiesta io non abbia a ledere profondamente i miei
attuali interessi e
quelli avvenire della mia famiglia».
Un decreto del 3
novembre assegnò a Cannizzaro £ 1000 per l'ufficio di Direttore
del laboratorio chimico. Informato di tale decisione, dopo aver
ringraziato egli ricorda al ministro di essere impegnato nei
lavori della commissione per il concorso alla cattedra di
chimica organica nella università di Napoli e che perciò dovrà
ritardare la partenza per Palermo. Cannizzaro considerava
importanti i giudizi che tale commissione (dove egli era con
Piria e Pavesi) avrebbe dato sui vari candidati, e voleva
servirsene per influire sulla scelta del suo successore a
Genova. Notizia di ciò si ricava da una lettera piuttosto dura
di Piria, che rifiuta di influenzare tale scelta, e da una di
Pavesi. Quest'ultima accenna ad un disaccordo tra il ministro De
Sanctis (che avrebbe visto favorevolmente la nomina di un
professore tedesco) ed il suo segretario generale Francesco
Brioschi.
Dal canto suo il
rettore di Palermo, informato da Cannizzaro dell'inevitabile
ritardo con cui raggiungerà la nuova sede, il 7 novembre si
rivolse al ministro affinchè, prima del 20, «abbia cura di
mandare un di lui sostituto, mentre in questa città è molto
difficile trovare altri che possa degnamente supplirlo in una
cattedra di tanto interesse».
La progettata
vacanza di Cannizzaro a Parigi, menzionata da Pavesi, aveva
probabilmente come obbiettivo di trovare qualche giovane valente
formatesi in una buona scuola e disposto a recarsi a lavorare
con lui a Palermo. Dopo la lettera ministeriale del 17 agosto,
prima di lasciare Genova, deve aver incaricato qualcuno, forse
Wurtz, di prendere contatti in tal senso. Sta di fatto che il 21
agosto Alfred Naquet gli scrisse da Parigi per rispondere a
quesiti che gli erano stati posti e in un discreto italiano
dice: «Egregio Signore, non ho mai lavorato che in Francia e non
conosco il tedesco... Accettarci con piacere il grado di
assistente nel laboratorio di Palermo, se questo laboratorio si
fa. Vorrei però prima di promettere, sapere che lavoro sarebbe
il mio e che sarebbero le condizioni pecuniarie. ...». Non
avendo ricevuto risposta entro il 1 settembre, come aveva
chiesto, Naquet scrisse di nuovo per confermare la propria
disponibilità. Tuttavia il progetto non si realizzò in quella
circostanza e le carte reperite non danno informazioni sui
motivi. Di fatto Naquet verrà a Palermo due anni dopo e
stabilirà con Cannizzaro un duraturo rapporto di amicizia.
La posizione di
primo assistente e vice-direttore, creata il 3 novembre nel
laboratorio di Palermo, fu data al preparatore di Genova Antonio
Rossi, con decorrenza dal 16 novembre. Ricevuta notizia della
nomina il giorno 8, Rossi ringraziò il ministro e comunicò che
sarebbe partito per Palermo il lunedì successivo. Il che
sicuramente avvenne, poiché venerdì 15 novembre egli prestava il
prescritto giuramento davanti il rettore Cacopardo. La fretta
con cui avveniva tale partenza era motivata, almeno in parte,
dalla sollecitazione che il rettore aveva rivolto al ministro.
Nella stessa data
del 3 novembre e con la medesima decorrenza dal 16, veniva
nominato primo preparatore Giovanni Campisi, palermitano. Dopo
aver conseguito la licenza di Farmacia, dal 1853 egli era stato
assistente onorario alla cattedra di Casoria. Nominato
farmacista militare dal governo di Garibaldi il 29 inaggio 1860,
era tornato nell'università come assistente provvisorio con un
decreto Mordini-Ugdulena del 23 ottobre 1860, ed era quindi già
conosciuto da Cannizzaro. Lezioni ed esercitazioni potevano
dunque essere avviate anche in assenza del professore titolare. Cannizzaro giunse due settimane più tardi; sicuramente era a Palermo il 1 dicembre perché in tale data prestò giuramento come membro del Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione ed Educazione di Sicilia.
Professore a Palermo: le vicende del primo anno
Poco dopo l'arrivo
di Cannizzaro a Palermo muta la situazione politica: all'inizio
di gennaio il governo Ricasoli delibera che, con decorrenza 1
febbraio, cesserà la Luogotenenza generale del Re nelle province
siciliane e che tutti i poteri esercitati dai Segretari generali
dei vari dicasteri passeranno al governo nazionale. È la fine
della autonomia. Per il periodo di transizione viene nominato un
Regio Commissario nella persona dell'avvocato Carlo Faraldo (già
Segretario generale del dicastero degli intemi), alla cui firma
è subordinata la validità di tutti i mandati di pagamento tratti
sul bilancio delle province siciliane.
La crisi e la caduta
del governo Ricasoli all'inizio di marzo non toglie efficacia al
provvedimento, ma forse dilaziona l'assunzione di iniziative.
Esiste nel fascicolo personale di Cannizzaro un carteggio,
attivato l'11 marzo 1862 da un rilievo del Regio Commissario che
contesta la legittimità dell'insediamento di Cannizzaro nel
Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione di Sicilia. Egli
obbietta che Cannizzaro doveva considerarsi decaduto da tale
ufficio perché, nominato con decreto Pro-Dittatoriale del 23
ottobre 1860, non ne aveva preso possesso entro 40 giorni. Su
tale base il Regio Commissario riteneva di non poter disporre il
pagamento della indennità prevista per i mèmbri del Consiglio.
La faccenda si
risolverà nell'arco di circa due mesi. Essa vale però a dare
un'idea dell'atmosfera e dei rapporti che si sarebbero stabiliti
tra il professore che tornava dall'esilio politico animato di
spirito innovativo e quella parte della burocrazia
locale-piemontese che nell'amministrazione rappresentava
intenzioni ed interessi discordanti da tale spirito. Questo
scontro evidenziava solo un aspetto della complessa situazione
che Cannizzaro dovette affrontare.
La corrispondenza
che agli avviò con Matteucci, nominato ministro della Istruzione
Pubblica dal 1 aprile, si svolse necessariamente su due piani:
uno privato ed uno ufficiale. Avviata per il tramite di
Francesco Brioschi, Segretario generale del ministero ed amico
comune, tocca temi e problemi assai diversi tra loro ed è
segnata da divergenze di opinioni. La contestazione fatta dal
Regio Commissario è accennata da Cannizzaro «come cosa che
riguarda il mio decoro» nella parte conclusiva della lettera del
7 aprile 1862, presumibilmente diretta a Brioschi. Di ciò non si
fa più menzione nella corrispondenza successiva. Quello che
preoccupa Cannizzaro è invece il ritardo nei lavori concordati
nella corrispondenza tra Federico Napoli ed il Ministro De
Sanctis: il suo laboratorio deve essere collocato nei locali
utilizzati come magazzino per i materiali destinati al
progettato Museo di Mineralogia. Nulla si è fatto per questo, e
di conseguenza nulla per il Laboratorio di chimica; anzi «ora è
venuto sin anche il dubbio se si porrà mai mano a tali opere».
Certamente la prima
causa è la perdita di autonomia nelle decisioni di spesa e la
paralisi amministrativa conseguente al conflitto di poteri tra
Regio Commissario e Segretario Delegato, per colpa «anche del
Governo che ci tiene a forza Napoli che non vuole starci ed ora
se ne occupa meno che mai». A ciò va aggiunto l'abbandono di
fatto del rettore Cacopardo, le cui funzioni sono affidate al
preside anziano Giovanni Bruno. Nel quadro si inseriscono i
disordini provocati da studenti che reclamano per le nuove tasse
e che sono strumentalizzati dall'opposizione politica. Il
pessimismo di Cannizzaro, ampiamente giustificato, sembra ora
temperato dalla nomina di Matteucci.
Cannizzaro tuttavia
non ne fu particolarmente scoraggiato. Continuò i contatti
epistolari con Pavesi e Lessona per attrezzare il futuro
Laboratorio, andò a Parigi ed a Londra nel giugno e luglio
successivo, come sappiamo dalla corrispondenza che ebbe con
Piria e con Pavesi. Il suo avvio a Palermo era 4i verso da come
lo aveva immaginato e le prospettive più difficili. Un segno
ulteriore del loro deterioramento fu la decisione del suo primo
assistente e vice-direttore Antonio Rossi di lasciare Palermo.
Non sappiamo come questa scelta sia maturata, ma è ragionevole
supporre che il giovane fosse preoccupato di restare addetto
unicamente alle esercitazioni per gli studenti, senza una
attività di ricerca sperimentale per un periodo di durata
imprevedibile. Il Rossi fu bene accolto a Torino da Piria, lieto
di avere un valido aiuto, come scrisse in proposito a Matteucci.
La documentazione
disponibile consente di stabilire che Cannizzaro era già
informato dell'abbandono da parte del Rossi il 25 settembre,
perché in tale data gli scrisse una lettera cui Rossi risponde
il 4 ottobre. Il posto resosi vacante venne occupato da Adolf
Lieben che il 5 ottobre aveva scritto a Cannizzaro di essere
disposto a venire in Italia, pur senza fare riferimento a
Palermo. Matteucci provvide sollecitamente alla sua nomina alla
fine di novembre, dandone comunicazione a Cannizzaro subito dopo
l'apertura della crisi politica che avrebbe portato alla caduta
del gabinetto Rattazzi sulla vicenda della spedizione
garibaldina ed i fatti di Aspromonte. Lieben arrivò a Palermo
nel marzo dell'anno successivo. La politica universitaria di Matteucci incontrò il dissenso di una parte cospicua dell'ambiente accademico. Un'eco di questo dissenso si trova nella lettera di Pavesi dell'8 novembre 1862, che, invitato da Cannizzaro ad esprimere solidarietà a Matteucci, rifiutò facendogli carico di aver fatto «una legge che ha tolto " libertà d'insegnamento», e dichiarandosi «partigiano forse esagerato e cieco, del sistema [universitario] germanico». Comunque l'iniziativa ebbe successo e di ciò Matteucci espresse apprezzamento a Cannizzaro nell'ultima lettera che gli indirizzò come ministro. La conclusione della crisi politica aprì a Cannizzaro una prospettiva decisamente più favorevole: nel governo presieduto da Luigi Carlo Farmi, insediato 1'8 dicembre 1862, il ministero dell'Istruzione Pubblica veniva affidato a Michele Amari. Egli restò in carica fino al settembre 1864 e introdusse varie innovazioni nell'ordinamento dell'università di Palermo. La documentazione e l'analisi del ruolo che vi ebbe Cannizzaro sarà argomento di un successivo Quaderno.
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