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Didatta
e riformatore
I - Impegno didattico,
riflessione teorica
di
Luigi Cerruti
(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 64, N. 10, OTTOBRE 1982,
pp. 668-673)
Dopo quasi tre generazioni, dopo l'avvicendarsi di tre diversi
regimi istituzionali, la figura di Stanislao CANNIZZARO (1826-1910)
rimane di singolare attualità. Mentre la sua prassi di ricerca e la
sua attività di rivoluzionario risorgimentale appaiono tutte
condizionate dalla situazione culturale e politica di allora, per
altri aspetti egli appartiene ancora ai nostri tempi: così dalla
passione per la didattica emerge uno stretto particolarissimo
rapporto tra chiarezza pedagogica e limpidezza teorica, e
dall'impegno per la costruzione di uno Stato unitario, efficiente
nelle sue strutture pubbliche, si sviluppa una visione di ampio
respiro dell'Università e degli studi chimici. I due atteggiamenti
hanno la loro comune origine in un unico punto focale, quella
emancipazione della ragione a cui fu dedicato il discorso di
apertura dell'anno accademico 1864 all'Università di Palermo ('); è
tuttavia opportuno separare la loro trattazione, concentrando in
questa nota l'analisi dei ricchi frutti della didattica di
Cannizzaro, e dedicandone una seconda alla sua azione per lo
sviluppo di una Università avanzata, collegata al progresso
economico del paese.
Parigi, Alessandria della Paglia, Genova
La relativa abbondanza di informazioni biografiche su Cannizzaro,
facilmente accessibili al lettore interessato (2), permette di
ridurre al minimo la descrizione dell'itinerario che lo portò dalla
natia Palermo all'Università di Genova, dove a 32 anni scrisse la
sua opera più famosa, il “ Sunto di un corso di filosofia chimica
”.
Stanislao Cannizzaro si formò come chimico alla scuola di Raffaele piria (1813-1865), negli anni dal 1845 al 1847. Nel laboratorio di
Pisa il diciannovenne siciliano era “ preparatore straordinario ”,
ma la modesta posizione lo metteva a contatto con la grande
impegnativa ricerca sulle sostanze vegetali condotta dal
trentaduenne maestro calabrese. Le parole con cui Cannizzaro ricorda
quegli anni risentono dell'ammirazione di un giovane che vede
delinearsi davanti a sé un programma di vita: “ il più delle volte
io facevo da semplice testimone, osservando con attenzione e in
silenzio quello insuperabile modello d'ordine, di precisione e di
eleganza che era il piria nell'esperimentare e nell'analizzare ”
(3). Dal luglio del 1847 al maggio 1849 la cospirazione e la
rivoluzione siciliana assorbono tutte le energie di Cannizzaro, ma
il ritorno dei Borboni lo condanna all'esilio. piria lo introduce
con una lettera nel laboratorio di M.E. chevreul (1786-1889) a
Parigi, dove lavora dall'ottobre del 1849 al novembre del 1851;
l'immersione nell'ambiente scientifico più prestigioso dell'epoca è
completa. Il laboratorio di chevreul comunica attraverso
l'anfiteatro del Jardin des plantes con quello di L.-J. gay-lussac,
dove potè assistere alle esperienze di Edmond fremy (1814-1894),
futuro caposcuola della chimica industriale francese. Ma per quanto
riguarda le influenze più profonde nella formazione scientifica di
Cannizzaro una frase dei suoi appunti autobiografici è
particolarmente significativa: “ mi allontanava dal laboratorio solo
nei giorni e nelle ore delle lezioni di regnault al collegio di
Francia, che costantemente seguivo ” (4). Il riferimento a H.V.
regnault (1810-1878) è frequentissimo nei lavori teorici di
Cannizzaro, e anche nelle opere di carattere storico e didattico il
cenno alla sua influenza decisiva non manca: “ avendo nel 1851
seguito il corso di regnault al Collegio di Francia sul calore, ed
essendo rimasto profondamente colpito dalla piena concordanza tra le
deduzioni tratte dai calori specifici e quelle tratte dall'isomortismo,
non poteva indurmi a riguardare come accidentale tanta armonia ”
(5).
Il giovane scienziato non si lasciava sfuggire una traccia di
armonia nella confusa discussione che allora ferveva sui possibili
fondamenti atomici della chimica, e d'altra parte le ricerche che
regnault aveva condotto per conto del governo francese sulla fisica
dei gas e dei vapori erano già allora un modello insuperato di
precisione e sistematicità. È indubbio che l'insegnamento di
regnault incise profondamente sul “ gusto ” scientifico di
Cannizzaro.
Nel novembre del 1851 avviene il brusco salto da Parigi ad “
Alessandria della Paglia, nominato professore di fisica, chimica e
meccanica in quel Collegio Nazionale ” (4). Sono anni di
solitudine, temperati dall'amicizia con piria e con il coetaneo
Cesare bertagnini (1827-1857), giovane speranza della chimica
organica. Entrambi gli amici sono però a Pisa e la didattica è poco
stimolante: “ il mio pubblico si compone di pochi alessandrini e
moltissimi militari ” (6) scrive a bertagnini nell'ottobre 1853.
Ma nella stessa lettera Cannizzaro parla della risposta,
interessatissima, avuta da liebig al suo annuncio della scoperta
dell'alcool benzilico, ottenuto con quella reazione di dismutazione
dell'aldeide benzoica che da allora porta il nome del suo
scopritore. Si è aperta la strada che condurrà Cannizzaro alla
cattedra universitaria di Genova. L'ottobre 1855 segna una svolta
nella chimica italiana, e, più nel dettaglio, nelle strutture
accademiche torinesi: vincendo le resistenze degli ambienti
conservatori, contro l'opposizione accanita di Ascanio sobrero
(1812-1888), piria riesce a essere chiamato a Torino,
principalmente per l'appoggio del ministro lanza (7).
Contemporaneamente piria ottiene per il siciliano la nomina a
Genova (8); il “ movimento ” è completato dall'assegnazione della
cattedra di Pisa a bertagnini (1856). Quando Cannizzaro giunge a
Genova trova “ per laboratorio una cameraccia oscura e umida e
neppure l'occorrente per le più elementari dimostrazioni
sperimentali delle lezioni ” (9). Malgrado questo inizio un po'
opprimente il destino scientifico di cannizzaro avrà proprio a
Genova la sua piena maturazione.
Otto preziose lezioni
Nel novembre del 1855 Cannizzaro è ancora alla ricerca di un locale
adatto per installare il laboratorio; nello stesso tempo deve
assestare il suo primo corso universitario, e alla vigilia
dell'esordio sente la necessità di uno sfogo (epistolare) con
l'amico bertagnini, impegnato a sua volta nella supplenza a piria e
in attesa dell'assegnazione della cattedra di Pisa. Nel
post-scriptum di una lettera datata 21 novembre scrive: “ saluta
piria. Domani leggerò una lunga prolusione e venerdì farò la prima
lezione. Poi lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì, quattro giorni la
settimana, L. 800 di stipendio. Se non riesci tu, tutto questo
movimento non ha prodotto utile vero a nessuno — forse alla scienza
— chi lo sa? ” (l0).
Il giorno di Natale tornava sullo stesso argomento dell'impegno
didattico: “ siamo occupati tutti e due, io con quattro lezioni e tu
con tre; nonostante tutto dobbiamo trovare il tempo di fare il
seguente lavoro. Esporre l'influenza che hanno avuto i lavori di
piria nei progressi della chimica. Bisogna farlo per dovere verso
il ministro, per l'utilità della chimica e di noi ”. La proposta di
Cannizzaro a bertagnini si inserisce nel contesto degli attacchi che
da parte (politica) conservatrice continuavano a essere mossi a
piria e a lanza che lo aveva voluto a Torino, ma non è solo un
problema di autodifesa: “ si tratta di fare una memoria
storico-critica per un grosso giornale ” (n). È questo il primo
cenno a un interesse storiografico di Cannizzaro rintracciabile nel
suo epistolario, e al di là del tono scherzoso (“ ...ponti
all'opera di cercare per tutto citazioni... voglio comparire
erudito. ”) esso corrisponde, come vedremo, a un'esigenza profonda
di sistemazione del suo pensiero e della sua didattica.
I primi mesi del soggiorno a Genova sono comunque difficili per
Cannizzaro, sia per la mancanza di strutture fisiche decenti in cui
far ricerca, sia per il continuo tallonamento di piria e, in tono
più blando, di bertagnini, per strappargli carta stampata con cui
sostenere l'assegnazione della cattedra di Genova (le sue memorie si
contavano sulle dita di una mano). Nel marzo del 1856 piria riceve,
finalmente!, la seconda attesissima parte di una memoria
sull'alcool benzilico da pubblicare sul Nuovo Cimento. La sua
risposta è aspra, franca, vi si legge sollecitudine e
preoccupazione. Eccone un intero passo: “ Impiegate un mese per
scrivere la prolusione e non potete impiegare una settimana per
scrivere una memoria in modo che si possa leggere. Vi par quello il
modo di cominciare una memoria: preparo quest'etere così! ! ! ! !
che dirà la gente (e non è poca) che misura il merito di un lavoro
dalle parole!!!!! voi dovreste d'altronde essere persuaso che dopo
le lotte che ci sono state per il vostro posto e per il mio, non
sono pochi quelli che ci guardano e cercano il pelo nell'uovo per
addebitarci qualcosa. Vi rimando adunque la memoria: ...vi sarà
facile rifarla rendendo l'esposizione più chiara, più ordinata e
possibilmente più elegante ” (12). I dieci punti esclamativi sono in
parte ingiusti, infatti Cannizzaro non aveva ancora un laboratorio,
come apprendiamo da una lettera a bertagnini dei primi di aprile: “
II nuovo laboratorio di Chimica generale è in buono stato, e alla
fine del corrente mese potrò cominciare a lavorarvi ” (").
Malgrado le sollecitazioni e il miglioramento della situazione
materiale la “ produttività ” di cannizzaro si mantenne molto bassa
per tutto il 1857, solo alla fine dell'anno compare sul Nuovo
Cimento una breve nota, uno scarto rispetto alla linea di ricerca
seguita fino ad allora. Questo scarto, dalla chimica organica
preparativa alla chimica teorica, è l'unico sintomo delle
meditazioni di Cannizzaro reso pubblico prima del “ Sunto ”. La
nota risponde alle suggestioni suscitate dalle prime pubblicazioni
di H. sainte-claire deville (1818-1881) sulla dissociazione di gas
e vapori, suggestioni che agivano proprio nel campo in cui
Cannizzaro si stava inoltrando: la ricerca dell'“ armonia ” fra le
diverse leggi della chimica, suprema tra tutte quella legata ad avogadro. Fra i motivi “ sperimentali ” del suo rifiuto da parte di
molti chimici dell'epoca erano le densità di vapore di composti come
l'NH4CI e il PCI5 che davano un valore metà di quello che si
attendeva.
Il giovane ordinario di Genova coglie immediatamente nelle
esperienze di deville la chiave risolutiva dei suoi ultimi dubbi: “
è lecito sospettare che l'equivalente dell'idroclorato d'ammoniaca
occupi un volume doppio ridotto in vapore perché, in tali
condizioni, si muta in un miscuglio di acido e di ammoniaca ”. E
in conclusione della nota aggiunge: “ ...crediamo che non ci sia
eccezione alla legge generale che volumi eguali dei corpi aeriformi
in eguali condizioni contengono eguai numero di molecole e
crediamo che le apparenti anomalie dispariranno sottomesse a un
rigoroso esame ” (14).
Un'altra fonte di “ certezza ” gli era venuta fin dal marzo del 1857
dalla (poi) famosa memoria di clau-SIUS sulla teoria cinetica dei
gas. Parecchi anni dopo Cannizzaro sottolineò che “ clausius...
condotto ad ammettere che volumi eguali di gas in eguali condizioni
contengono un eguai numero di molecole... pare avesse ignorato le
cose pubblicate da avogadro, da ampère, da dumas, da bineau, da
gaudin, da gerhardt, da laurent e da altri chimici ” (15).
L'evidenza di una intera tradizione culturale “ ignorata ” dal
fisico tedesco suona per il Cannizzaro del 1871 quasi imperdonabile,
ma per il Cannizzaro del 1857, la lettura dell'articolo sugli Annalen der Physik aveva avuto certamente la tonalità complementare
di una indipendente, solida conferma.
Si deve sottolineare che non era certo il solo cannizzaro a essere
in difficoltà per quanto riguarda i quesiti più strettamente teorici
della chimica di quel periodo. Per individuare il livello estremo
dell'incertezza cui si era giunti è sufficiente ricordare che la
comunità dei chimici non aveva nessuna definizione concettuale e
operativa di atomo, equivalente e molecola che fosse accettata da
tutti. Gli itinerari, sperimentali e teorici, che condussero a
questa situazione furono molto complessi e la loro trattazione è
oltre la portata di questa nota; d'altra parte lo stesso cannizzaro
ha riunito le proprie riflessioni sullo sviluppo della teoria
atomica nel saggio (di quasi trecento pagine) da cui abbiamo tratto
il passo su clausius. Possiamo però “ entrare ” più
fenomenologicamente nella situazione ricordando (con Lothar meyer)
che anche i composti più semplici come l'acqua potevano essere
indicati con parecchie formule distinte, a seconda della teoria che
si adottava, o dei pesi atomici che si impiegavano (per esempio
I-hO, HO, H202). Come scriveva appunto meyer nell'edizione tedesca
del “ Sunto ”: “ Qua e là si poteva trovare la formula H202, così
si aveva la scelta se interpretarla come acqua o come perossido di
idrogeno; CiH^ era, a seconda del partito cui apparteneva l'autore,
o il metano o l'etilene; C4H404 poteva rappresentare la formula
empirica dell'acido acetico o del fumarico e del maleico... Cu20
poteva significare l'ossido o l'ossidulo ” (10).
L'estate del 1857 è per Cannizzaro il tempo della maturazione del
suo pensiero teorico: l'ostinato “ tener fermo ” il principio di avogadro, l'uso attento della legge sui calori specifici di dulong e
petit, la “ soluzione ” del problema delle densità fuori legge, con
l'invocazione dell'allotropia (per gli elementi) o con il sospetto
della dissociazione (per i composti), tutto questo si ricompose in
modo chiaro e armonico: “ Ho vivissima nella memoria la
soddisfazione, dirò, anche la gioia, che provai quando dopo le
vacanze impiegate a preparare il mio corso, potei esporre i concetti
fondamentali della teoria molecolare e atomica ”. Il riscontro
immediato lo ebbe dal volto attento dei suoi studenti: “ Mi accorsi
che era la prima volta che gli studenti avevano capito chiaramente
il significato delle formule chimiche... Esitai a farne una memoria
da passare le Alpi; io non volli fare che una comunicazione ai miei
colleghi e la feci sotto la forma di lettera al mio collega de luca
” ("). Il Nuovo Cimento del maggio 1858 pubblicava come lettera al
successore di bertagnini, de luca, il sunto delle prime otto lezioni
del corso di cannizzaro. Lo stile è rapido, contenuto come si
addice a un “ sunto ”. Il confronto con l'“ Aggiunta alla prima
lezione ” che Cannizzaro inserì nella propria traduzione di un
trattato francese di malaguti (febbraio 1857) è illuminante. In
questo scritto cannizzaro dimostra una infinita pazienza
espositiva: gira e rigira formule, numeri, rapporti per dimostrare
come PROUS-rsia stato a un passo dalla legge delle proporzioni
multiple, ma come fosse stato “ ingannato ” dal suo stesso modo di
disporre i risultati analitici. Gli interlocutori sono
effettivamente gli studenti a cui si rivolge continuamente nello
scritto (“ Una volta che avete la formula empirica di un composto
ne ricercate la razionale... ”), il contenuto è ancora adeguato
alla convenzione degli equivalenti, per cui scri-ve “ H + O = HO ”
(H = 1, O = 8); il nome di avogadro non è citato. Nella lettera a de
luca l'esordio è già una presa di posizione definitiva, senza dubbi:
“ Io credo che i progressi della scienza, fatti in questi ultimi
anni, abbiano confermato l'ipotesi di avogadro, di ampère e di dumas
sulla simile costituzione dei corpi allo stato aeriforme, cioè che
volumi eguali di essi, sieno semplici, sieno composti, contengono
l'eguai numero di molecole; non però l'eguai numero di atomi,
potendo le molecole dei vari corpi o quelle dello stesso corpo nei
suoi vari stati, contenere un vario numero di atomi, sia della
medesima natura, sia di natura diversa ” (19). È un passo di alta
densità concettuale in cui è evidente l'attenzione rivolta alla
riaffermazione dell'ipotesi di avogadro e nello stesso contesto
immediato, contiguo, la sottolineatura della distinzione fra atomo e
molecola.
In verità tutto il testo è un tesoro inesauribile per la storia
della Chimica: vi troviamo l'enunciazione della “ legge degli atomi
”: “ ...le varie quantità dello stesso elemento contenute in volumi
eguali sia del corpo libero, sia dei suoi composti, son tutte
multiple intere di una medesima quantità ” (p. 13), la netta
distinzione di questa “ legge ” da quella degli equivalenti, i
contributi sulla nascente teoria della valenza diffusi nelle ultime
tre lezioni (20), l'assunzione della monoatomicità della molecola
del mercurio (dimostrata sperimentalmente diciassette anni dopo)
(21). Ma il germoglio teoricamente più fruttifero è da individuare
nei pesi atomici pubblicati da Cannizzaro nel suo “ Sunto ” [31 in
tutto, rispetto alla sessantina di elementi allora conosciuti (22)].
Per apprezzarne a pieno il valore è meglio lasciare la parola a D. mendeléeff (1834-1907). Il grande chimico russo, nella sua Faraday
Lecture del 1889 descrisse l'effetto che gli fece la serie di
interventi fatti da Cannizzaro al convegno di Karisruhe, convocato
da kekulé nel 1860 per dirimere proprio le questioni trattate nel “
Sunto ”: “ Ricordo vivamente l'impressione prodotta dai suoi
discorsi, che non ammettevano compromessi e sembravano difendere la
verità stessa, basata sulle concezioni di avogadro, gerhardt e
regnau lt, che a quel tempo erano lungi dall'essere generalmente
accettate ”. mendeléeff esemplificava efficacemente il ruolo svolto
dai pesi proposti da cannizzaro nell'apertura di una strada verso
il riconoscimento del sistema periodico: “ È sufficiente per via di
esempio indicare i seguenti casi in cui la relazione è vista subito
ed è perfettamente chiara:
K = 39 Rb = 85 Cs = 133
Ca = 40 Sr = 87 Ba = 137
mentre con gli equivalenti allora in uso
K = 39 Rb = 85 Cs = 133
Ca = 20 Sr = 43,5 Ba = 68,5
scompare completamente la consecutività di cambiamento nel peso
atomico, che con i valori veri è così evidente ” (23).
Lo straordinario esito scientifico del “ Sunto ” non deve però farci
dimenticare che nelle origini, nella forma e nel contenuto è proprio
quanto dichiara il titolo: “ Sunto di un corso di filosofia chimica
”. Nel già citato discorso del 1896, parlando del suo scritto più
famoso, Cannizzaro disse: “Io non ebbi veramente l'ambizione di
proporre una riforma, non ebbi altro scopo che quello pedagogico ”.
Una lettera dell'“ amico ” Berthelot
L. mayer descrisse l'emozione provata alla lettura del “ Sunto ” con
una frase rimasta celebre negli annali della chimica: “ Mi sentii
come se mi fossero cadute le bende dagli occhi, i dubbi svaniti, e
la percezione della tranquillità più sicura prese il loro posto ”
(24). Non si deve pensare però che un'improvvisa “ illuminazione ”
abbia colto nei suoi singoli '' componenti l'intera comunità dei
chimici: un esempio molto significativo della resistenza (anche
linguistica) opposta alle proposte di Cannizzaro è dato dalla
lettera che Marcelin berthelot (1827-1907) scrisse a Cannizzaro
nell'ottobre 1858, quattro mesi dopo la pubblicazione del “ Sunto ”
sul Nuovo Cimento. Se si riporta la lettera al tempo in cui fu
scritta non si può sfuggire all'impressione di un discorso obliquo,
con un referente reale (il “ Sunto ”) lasciato nel limbo delle cose
non scritte; come giustamente ha sottolineato Raffaello nasini
presentando il testo originale della lettera: “ II berthelot non
accenna che alle note del Cannizzaro sulla densità dei vapori, ma
non è ammissibile che non conoscesse la lettera al de luca (il “
Sunto ”), tanto più che il de luca lavorava nel suo laboratorio ”
(25).
In realtà non si trattava di una “ rimozione ” psicologica, ma
della sistematica tendenza che berthelot dimostrerà in tutta la sua
lunga carriera di ricercatore a ignorare (sottovalutare) il
contributo di altri scienziati nei campi da lui via via esplorati.
Nel caso che qui ci interessa il contrasto con le opinioni di
cannizzaro è totale, sia nelle “ spiegazioni ” di molti dati
sperimentali, sia nel sistema teorico su cui berthelot basa le sue
argomentazioni. Su quest'ultimo punto è sufficiente dire che
berthelot non usa mai le parole atome e molècole; fra le 2700 parole
del testo compare sempre e solo il termine equivalerli. Un urto duro
ed esplicito con un autore come cannizzaro che aveva
articolato-gran parte dei suoi ragionamenti teorici sulla
distinzione (appunto!) fra atomo e molecola.
Avendo proscritto la parola “ molecola ” berthelot non potrebbe
certo far riferimento alla legge di avogadro e quindi ricorre a
quella di gay-lussac, opportunamente reinterpretata. Nella lettera
a cannizzaro questo enunciato è il punto focale dell'intero
ragionamento: “ i volumi dei corpi allo stato gassoso sono
proporzionali ai loro equivalenti moltiplicati da numeri semplici ”,
e aggiunge che “ in generale sono sufficienti i numeri 1, 1/2, 2 per
ottenere il risultato richiesto ” (26). Certamente questa
formulazione tradiva lo spirito originale di gay-lussac, che quando
aveva presentato la sua memoria sui volumi, esattamente quaranta
anni prima (dicembre 1808), aveva usato un linguaggio molto più
neutrale, esclusivamente fenomenologico: “ le combinazioni delle
sostanze gassose le une con le altre si fanno sempre nei rapporti
più semplici, e tali che se si prende uno dei termini come unità,
l'altro è uno, due o al più tre ” (27). Come è noto nel 1811 Amedeo
avogadro (1776-1856) commentò la scoperta di gay-lussac con queste
parole: “ A questo riguardo l'ipotesi che si presenta per prima, è
che... è da supporre che il numero delle molecole... in qualsiasi
gas è sempre lo stesso a volumi eguali, o è sempre proporzionale ai
volumi ” (28). berthelot è ben conscio di non poter contrapporre
nulla di altrettanto limpido al pensiero del torinese, per cui
trapela un'insolita rassegnazione quando scrive, di seguito alla
citazione che abbiamo riportato poco sopra: “ Trenta anni fa i
chimici stabilirono completamente questa legge (di gay-lussac,
n.d.A.) mediante ripetute esperienze: nello stesso tempo riconobbero
che non si possono ricondurre tutti gli equivalenti a una unità tale
che corrispondano tutti a un medesimo volume gassoso ”. Ci sembra
che l'intreccio delle citazioni di berthelot, gay-lussac e avogadro,
letto sullo sfondo del “ Sunto ”, metta in evidenza come dopo quasi
due generazioni si riviveva dalle due parti delle Alpi un “ dialogo
” reso improduttivo dalla specifica “ sordità ” della parte
francese alla definizione (e distinzione) di atomo e molecola [non
per nulla Cannizzaro aveva scritto nel “ Sunto ”: “ Sopra tutto mi
studio di piantar bene nelle menti dei miei allievi la differenza
fra molecole e atomo ” (29)]. Ma berthelot sembra essere un “
allievo ” piuttosto indisponibile a una lettura attenta della “
Filosofia chimica ” dell'italiano. Il punto di partenza della sua
confutazione riguarda gli equivalenti dei corpi semplici, con un
ragionamento che corre sul confronto fra le proprietà dell'azoto,
del fosforo e dell'arsenico per poi estendersi alla discussione di
tutti i “ corpi semplici ” di cui si conosceva la densità del gas o
del vapore, e cioè oltre a quelli indicati: idrogeno, ossigeno,
zolfo, doro, bromo, iodio, mercurio (nell'ordine con cui compaiono
nel secondo “ quadro ” del “ Sunto ”). berthelot constata sulla base
della densità dei composti con l'idrogeno che gli equivalenti di
azoto, fosforo e arsenico presentano i rapporti 14:31:75. Gli stessi
valori dovrebbero essere trovati per i “ corpi semplici ”, ma “ le
esperienze di dumas sul fosforo, quelle di mitscherlich sul fosforo
e sull'arsenico hanno provato che un litro di vapore di fosforo pesa
circa 62 volte di più di un litro di idrogeno: e che un litro di
vapore di arsenico pesa circa 150 volte di più di un litro di
idrogeno ”. Di qui una conclusione secca: “ il fosforo e l'arsenico
sono in contraddizione sperimentale ” con la legge proposta da
Cannizzaro (x). La sottolineatura nel testo indica quale è la parola
decisiva per berthelot, quasi che l'autore del “ Sunto ” li avesse “
ignorati ”, mentre in questa opera si legge: “ ...noi osserviamo che
le molecole dei corpi più analoghi (come il solfo e l'ossigeno) anzi
quella del medesimo corpo nei vari suoi stati allotropici son fatte
di vario numero di atomi ” (“ Scritti ”, p. 15), e in una successiva
tabella si vedono indicati pesi e formule per il solfo come atomo e
come molecola al di sotto di 1000 "C (S6) e al di sopra di questa
temperatura (S2). Se poi il lettore del “ Sunto ” volesse fare lo
sforzo (lieve) di connettere i dati riportati nel secondo “ quadro ”
con la “ legge degli atomi ” immediatamente successiva, si
accorgerebbe che Cannizzaro assegna correttamente pesi atomici e
pesi molecolari a tutti i 10 elementi in discussione.
Quando berthelot passa a trattare i “ corpi composti ” la sua linea
d'attacco non muta, anzi svela completamente sia la base chimica del
ragionamento sia la voluta ignoranza delle considerazioni fisiche di
Cannizzaro. Un solo esempio chiarirà questo duplice aspetto. Il
cloruro d'arsenico e l'acido arsenico (As203) secondo le misure di mitscherlich presentano allo stato di vapore un peso
rispettivamente “ conforme ” e “ doppio ” rispetto alla legge posta
da Cannizzaro; anche qui la conclusione è trionfante: “ Nessuna
trasformazione di formule può spiegare questa anomalia: perché se
si cambia la formula dell'acido arsenico, si dovrà cambiare nello
stesso tempo quella del cloruro d'arsenico e far nascere, di
conseguenza, un'altra eccezione ”. Come si vede l'argomento assume
per buone in ogni stato di aggregazione le formule dedotte per via
chimica e trova le densità di vapore in contrasto con esse, mentre
cannizzaro non avrebbe avuto difficoltà ad “ ammettere ” proprio
quello che berthelot trova improponibile e cioè che esiste allo
stato di vapore una molecola As4O6.
Non pago di aver messo (a suo parere) in difficoltà l'“ amico ”
Cannizzaro, berthelot si accinge, in chiusura di lettera, a
impartirgli una lezione di metodo; però per comprenderla a pieno
dobbiamo cogliere l'asimmetria nello status accademico del
francese e dell'italiano. berthelot era ancora in attesa di una
cattedra (gli sarà data nel 1859), mentre cannizzaro era ordinario
da un paio di anni, sia pure in una Università periferica (ma quale
sede fuori Parigi non era periferica?). Questa situazione sembrava
contrastare con la diversa produttività dei due scienziati nei tre
anni precedenti: berthelot aveva pubblicato sugli Annales de Chimie
29 memorie originali mentre Cannizzaro nelle sue 7 note non aveva
proposto un solo dato sperimentale che non fosse già noto, e fra di
esse 3 avevano carattere “ didattico ” (la “ prelezione ” criticata
da piria, il “ Sunto ”, il testo di una lezione apparsa sulla
Liguria Medica). Con queste premesse si capisce la facilità con cui
sgorga l'ammonimento: “ ...non si devono mettere in luce i fatti
concordanti con una ipotesi semplice, dissimulando altri fatti
certi come i precedenti: ma si devono esporre le leggi nella loro
realtà sperimentale: per questa via solamente si può sperare di
conoscere un giorno le cause reali di queste diversità ” (31). Un
po' dell'acidità del giudizio di berthelot (perché di questo si
tratta) può essere neutralizzata spostando il contrasto sul piano
fìlosofico, ovvero sul diverso uso che i due autori facevano,
esplicitamente, delle strutture teoriche del pensiero chimico. In
questa nota lasceremo berthelot al suo destino schiettamente e
meccanicamente a la Comte per indagare più da vicino le teorie
didattiche di Cannizzaro, teorie che ci presentano, nello stesso
tempo, la psicologia della ricerca del loro autore. •
“ Didattica, arte tutta sperimentale ”
Una frase, che costituisce il secondo paragrafo del “ Sunto ”, ci
descrive lo stretto nesso, psicologico oltre che scientifico, fra
l'attività di studio e quella di insegnamento di Cannizzaro: “ Per
condurre i miei allievi al medesimo convincimento che io ho, gli ho
voluti porre sulla medesima strada per la quale io ci son giunto,
cioè per l'esame storico delle teorie chimiche ” ("). Questo passo,
oltre a illustrare quanto detto in chiusura della precedente
sezione, introduce anche il motivo conduttore della didattica
cannizza-riana: il metodo storico-critico. Nel 1871 la Gazzetta
Chimica Italiana inaugurava la sua lunga vita con la prima parte
delle “ Notizie storiche ” sulla teoria atomica scritte dal nostro
autore. Questo lungo studio, che abbiamo già avuto modo di citare,
assume, per dichiarazione di Cannizzaro, il carattere di un'offerta
destinata alla didattica: “ ...ho voluto prendere l'assunto di
tenere i nostri lettori al corrente della discussione sul sistema
di pesi atomici che tuttavia dura, sia sull'insieme, sia su qualche
parte di esso, e di offrire soprattutto ai giovani chimici avviati
alla carriera dell'insegnamento occasione e materia che li inviti a
meditare su questa parte fondamentale della nostra scienza ” (33).
Tuttavia il testo più impegnativo di Cannizzaro sul tema della
didattica è certo quello della Faraday Lecture tenuta a Londra nel
1872. Davanti al pubblico della Chemical Society Cannizzaro
ripropone integralmente il suo metodo storico di esposizione delle
leggi fondamentali della chimica, metodo che non si basa su una
successione cronologica strettamente vincolante, ma che ricerca il
suo ordine a partire dall'esposizione della legge di avogadro e di
ampère. Essa ha una posizione centrale, come dice Cannizzaro è il “
cuore della sua tesi ”. A essa giunge dopo aver introdotto “ gli
allievi nello studio della chimica, cercando di metterli, con
l'aiuto di esperienze bene scelte, al medesimo livello dei
contemporanei di lavoisier ” (34); quando poi passa dall'epoca di
lavoisier a quella di proust, cannizzaro tenta una sorta di “
simulazione ” storica: “ do allo spirito de' miei allievi lo stesso
impulso che berzelius ricevette dalla conoscenza dell'ipotesi di
dalton ”. Ma è una simulazione sui generis in quanto operata con
strumenti coscientemente anacronistici rispetto all'epoca di
riferimento: “ Espongo questa ipotesi di dalton libera di ogni
accessorio. Do dogmaticamente la tavola dei pesi atomici elementari
e introduco l'uso dei simboli e delle formule ” (“ Scritti ”, p.
310).
Questo porta a un'inversione dell'“ ordine che si è seguito
nell'insegnamento della chimica per esporre tutto ciò che concerne i
rapporti delle formule coyi pesi e i volumi gassosi ” (p. 304), e
cioè l'assunzione di “ criteri chimici per determinare i pesi delle
molecole e dimostrare in seguito la loro proporzionalità alle
densità gassose ” (p. 304 e 305). Cannizzaro è certissimo del suo
ordine: “ tutto nasce nell'intelligenza chiaro, netto, coordinato e
incatenato quando si segue nell'esposizione dei fatti e nei
ragionamenti l'ordine che ho indicato ” (p. 320).
Il metodo di Cannizzaro ci appare così teso fra l'efficacia del “
dubbio ” e della “ certezza ”, rivissuti nella storia critica della
scienza, e la diversa efficacia delle grandi ipotesi ordinatrici.
Le finalità di tutto questo sono esplicite: “ lo scopo
dell'insegnamento chimico... non è solo di confidare alla memoria
degli studenti un certo numero-di conoscenze positive, ma ancora di
cooperare alla loro sana educazione intellettuale ”. E ancora, con
una enfasi in cui si sente l'entusiasmo del Maestro: “ La chimica...
offre nell'insegnamento orale come nell'insegnamento pratico, le
migliori occasioni per esercitare tutte le facoltà dello spirito
umano e per regolarne lo sviluppo armonico ” (p. 329).
Conclusioni
In questa nota abbiamo ricercato le connessioni fra l'attività
didattica, istituzionale, di Cannizzaro e i risultati della sua
meditazione sulle teorie chimiche. In realtà il riferimento alla
filosofia chimica che appare nel titolo del “ Sunto ” è lontano
dall'essere un puro uso linguistico dell'epoca. Se dalla lontananza
del nostro tempo osserviamo gli anni cruciali della fondazione del
sistema cannizzariano vediamo quanti fattori convergono nel “
favorire ” una riflessione profonda, notiamo l'isolamento dai
centri più attivi della comunità scientifica, la prolungata
inagibilità di strutture atte alla ricerca sperimentale, l'esordio
accademico sotto lo sguardo occhiuto degli oppositori di piria.
Come sempre nella storia, gli stessi fattori operando su altri che
Cannizzaro avrebbero potuto produrre risultati affatto diversi, fra
cui il più probabile sarebbe potuto essere il conformismo ai
modelli scritti, impietriti, dei manuali. Lo sforzo didattico--teorico di
Cannizzaro ci appare da questo punto di vista
rischioso, forse temerario.
Quanto si è detto sulla proposta didattica dell'autore del “ Sunto ”
non richiede ne commenti, ne conclusioni forzate, proprio per il
carattere di offerta che Cannizzaro stesso sottolineava, un'offerta
la cui ricchezza dipende tutta dall'impegno di chi la riceve.
Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.
Bibliografia e note
C) S. Cannizzaro: “ L'emancipazione della ragione ”, Daelli, Milano,
1865.
(2) A. gaudiano, D. 'marcita, “ Stanislao Cannizzaro ”, in “
Dizionario Biografico degli Italiani ”, voi. XVIII, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1975, p. 131-141, con una ricca
bibliografia.
(3) S. Cannizzaro, “ Appunti autobiografici ”, in “ S. Cannizzaro.
Scritti vari e lettere inedite nel centenario della nascita ”,
Associazione Italiana di Chimica Generale e Applicata, Roma 1926
(d'ora in poi indicato come “ Scritti vari ”), p. 5. -
(4) Ibidem, p. 7.
(5) S. Cannizzaro, “ Discorso di apertura della classe III al I
Congresso della Società Italiana per il progresso della scienza”,
Gazz. Chim. Ital. 5, 354-371 (1875), citato da S. Cannizzaro: “
Scritti intorno alla teoria molecolare e atomica e alla notazione
chimica ”, Tipografia “ Lo Statuto ”, ..Palermo, 1896 (d'ora in poi
indicato come “ Scritti ”), p. 342.
(ó) Lettera di Cannizzaro a bertagnini, 2 ottobre 1853, “Scritti
vari”, p. 181.
(7) Lettere di piria a bertagnini, 20 ottobre 1855 e 18 gennaio
1856, “ Scritti vari ”, p. 243 e p. 251.
(8) Lettera di piria 'a bertagnini, 18 ottobre 1855, “ Scritti vari
”, p. 241.
(9) S. Cannizzaro, “ Appunti autobiografici ”, p. 8.
(10) Lettera di Cannizzaro a bertagnini, 21 novembre 1855, "Scritti
vari ”, p. 247.
(") Lettera di Cannizzaro a bertagnini, Natale del 1855, “ Scritti
vari ”, p. 247 e 248.
(12) Lettera di piria a Cannizzaro. 25 marzo 1856, “ Scritti vari ”,
p. 267.
(13) Lettera di Cannizzaro a bertagnini. Nel testo pubblicato in “
Scritti vari ” è datata gennaio 1856, essa però deve essere stata
scritta fra il 30 marzo (pace di Parigi, citata nella lettera) e il
18 aprile, data della risposta di bertagnini, ibidem, p. 273.
(14) S. Cannizzaro, “ Della dissociazione ossia scomposizione dei
corpi sotto l'influenza del calore ”, Nuovo Cimento 6, 428-430
(1857); “ Scritti ”, p. 88-90.
(15) S. Cannizzaro, “ Notizie storiche e considerazioni sull'applicazione
della teoria atomica alla chimica... ”, Gazz. Chim. Ital. 1, 1-33,
213-230, 293-314, 389-397, 567-586, 629-683 (1871); “Scritti”, p.
290.
(16) L. meyer: “ Abriss eines Lehrganges der theoretischen Chemie ”,
Engellmann, Lipsia 1981, p. 57.
(17) S. Cannizzaro, discorso del novembre 1896, citato da C. manuelli, “ Discorso ”, in “ Centenario della nascita di Stanislao
Cannizzaro, Atti del II Congresso Nazionale di Chimica ”, voi. I,
Roma 1927, p. 32-33.
(18) “Scrìtti vari”, p. 280.
(19) S. Cannizzaro, “ Sunto di un corso di filosofia chimica fatto
nella R. Università di Genova. Lettera al prof. S. De Luca”, Nuovo
Cimento 7, 321-366 (1858); “ Scritti”, p. 3.
(20) Si veda su questo la messa a punto di R. nasini, “ II
contributo di Stanislao Cannizzaro allo sviluppo del concetto di
valenza”, Gazz. Chim. Ital. 56, 503-511 (1926).
(21) A. kundt, E. warburg, “ Ueber die specifische Warme des
Quecksilbergases ”, Berichte 8, 945-948 (1875). I due ricercatori
scelsero i vapori di mercurio come “ modello ” di gas monoatomico su
suggerimento di baeyer (loc. cit., p. 946).
(22) J.I. solov'ev: “ Evoijucija osnovnyh teoreticeskih problem
himii ”, Nauka, Moskva, 1.971, p. 151. Trad. it. A.quilico: “
L'evoluzione del pensiero chimico ”, Mondadori, Milano, 1976, p.
177.
(23) D.I. mendeléeff, “ The periodic law of the chemical elements ”,
/. Chem. Soc. 55, 634 (1889),. citato alle p. 636 e 637.
(24) L. meyer, rif. (16), p. 59.
(25) R. nasini, “ La riforma cannizzariana ”, in “ Scritti vari ”,
p. 67-98; citato alla p. 68.
(26) Lettera di berthelot a Cannizzaro, 10 ottobre 1858, “ Scritti
vari ”, p. 71.
(27) L.J. gay-lussac, “ Sur la combinaison des substances gazeuses
les unes avec les autres ”, Mém. Soc. Arcueil 2, 207-234 (1809);
citato alla p. 233.
(28) A. avogadro, “ Essai d'une manière de déterminer les masses
relatives des molécules élémentaires des corps... ”, /. de Phys. 73,
58-76 (1811); citato alla p. 58.
(29) S. Cannizzaro, “ Sunto ”, in “ Scritti ”, p. 14. (3°) M. berthelot, rif. (26), p. 73.
(31) Rif. (26), p. 77.
(32) S. Cannizzaro, “ Sunto ”, citato in “ Scritti ”, p. 3.
(33) S. Cannizzaro, “ Notizie ”, in “ Scritti ”, p. 106-107.
(34) S. Cannizzaro, “ Considerations on some points of the theoretic
teaching of chemistry ”, J. Chem. Soc. 10, 941-967 (1872); “ Scritti
”, p. 308.
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