|

Didatta e riformatore
III - Per uno Stato
moderno
di
Luigi Cerruti
(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 65, N. 10, OTTOBRE 1983, pp
645-650)
L'attività di Stanislao Cannizzaro (1826-1910) come uomo politico e
riformatore può essere compresa solo se la si caratterizza
all'interno di quella complessa congiuntura storica che vide la
classe dirigente liberale, protagonista del Risorgimento, alle
prese con una situazione sfuggente e insidiosa, sia all'interno, sia
nelle relazioni internazionali. L'apporto di un
intellettuale-tecnico è rintracciabile come un filo che emerge ogni
tanto nella trama della costruzione dello Stato unitario; ne risulta
un'intermittenza che è certo un effetto del nostro sguardo, ormai
distante, ma che è anche risultato di scelte ed esclusioni. In
questa nota seguiremo i modi con cui Cannizzaro cercò di (im)porre
al servizio del paese le conoscenze dei chimici,
nell'amministrazione, nelle dogane, nel controllo sanitario. Nel
successivo articolo, conclusivo di questo studio critico-biografico
('), cercheremo di cogliere il nesso fra il pensiero epistemologico
del chimico palermitano e il suo orientamento politico.
La questione dei tabacchi:
appalto delle imposte o impresa industriale?
Les financiers soutiennent l'Etat, comme la corde soutient le pendu.
montesquieu
La partecipazione di Cannizzaro alle vicende del monopolio dei
tabacchi si svolse secondo un canovaccio tipico dei rapporti fra un
tecnico illuminato e il potere politico ed economico nel nostro
paese. Nell'Italia unificata il monopolio non nacque sotto una buona
stella. Nella disperata situazione finanziaria successiva al nostro
coinvolgimento nella guerra austro-prussiana era inevitabile che il
governo cercasse nuovi cespiti imponendo nuove tasse e imposte.
Oltre all'odiata tassa sul macinato il ministro delle finanze cambray-digny non trovò niente di meglio che affidare la gestione
del monopolio dei tabacchi a un gruppo di 'speculatori organizzati
nell'emanazione italiana del Crédit Mobilier di Parigi.
cambray-digny era un esponente del “ gruppo toscano ” che dominava
la scena politica e finanziaria di Firenze capitale, per cui non
ebbe “ difficoltà ” a concludere un accordo con il Credito
Mobiliare, un accordo tale che in cambio dell'“ esercizio della
privativa dei tabacchi ” mediante una “ Regia cointeressata ”,
concesso per 15 anni (1869-1883), i gruppi coinvolti avrebbero
effettuato “ una anticipazione di 180 milioni di lire effettive ”
(2). La proposta suscitò una forte opposizione alla Camera, in
particolare da parte dei piemontesi capeggiati da sella e da lanza.
Uno dei deputati di questo gruppo (chiaves) citò la famosa frase di
montesquieu che abbiamo posto come epigrafe di questo paragrafo,
lanza con grande lucidità ricordò che gli appalti dei tributi
avevano sempre avuto come conseguenze “ appaltatori impinguati,
finanze stremate, ira popolare, rivoluzione ”. La legge fu comunque
approvata e, malgrado una successiva inchiesta parlamentare, entrò
regolarmente in vigore il 1° gennaio 1869 (3).
Per valutare fino a che punto avesse ragione lanza dobbiamo
ricordare che “ le casse statali di contro a un ricavato effettivo
di 171 milioni registrarono un indebitamento effettivo di 237
milioni, mentre la Società, costituita con capitale di 50 milioni,
incassò in quindici anni circa 130 milioni di lire ” (4).
Poco dopo la metà del mandato alla Regia cointeressata, giunta al
potere la Sinistra, fu affidato a cannizzaro “ l'incarico di
studiare l'ordinamento della Scuola di applicazione delle
manifatture dello Stato in Francia ” e di informarsi dei progressi
ottenuti “ nella coltura e manifattura dei tabacchi, per mezzo di
studi chimici ” (5). La relazione finale è datata 3 gennaio 1878.
Con una scrittura ricca di dati e di spunti polemici vengono prima
descritti gli ottimi risultati ottenuti dalla scuola parigina, poi
suggeriti alcuni provvedimenti, fra cui la costituzione di “ un
laboratorio appositamente ed esclusivamente ordinato ” per le
ricerche chimiche necessarie, “ se non vuolsi rimanere stazionari
nella manifattura e nella coltura dei tabacchi indigeni ” (p. 19).
Ma la relazione di Cannizzaro non ci interessa solo per la
proposta tecnica (inevitabile), ma soprattutto per il modo e i
limiti con cui essa viene a essere formulata. Fin dall'esordio è
ricordato come “ lo Stato in Italia abbia dato il pessimo esempio di
dirigere e sorvegliare una grande industria chimica, come è quella
dei tabacchi, senza l'aiuto continuo di uno speciale laboratorio
chimico, e senza curarsi di allevare un personale tecnico
appropriato ” (p. 5). La situazione in Francia è esemplare, ma la
sua riproduzione in Italia è molto difficile. I mèmbri della scuola
sono reclutati fra gli allievi della Scuola politecnica, e
Cannizzaro osserva che “ tra i pregi di cotesto personale va notato
quello che, dedito completamente al servizio nazionale, è rare volte
tentato dall'ambizione politica” (p. 11); d'altra parte i risultati
ottenuti hanno un immediato risvolto politico in quanto “ la
sicurezza delle norme introdotte per accordare il permesso della
coltura... avevano dato all'amministrazione la forza di resistere
alle pressioni degl'interessi locali, spesso anche in Francia difesi
da potenti mèmbri del Parlamento ” (sottolineatura nostra, p. 16).
Lo scetticismo di Cannizzaro giunge a essere esplicito. Dopo aver
esposto analiticamente i compiti ideali del chimico posto a capo del
costituendo laboratorio osserva: “ Se si volesse che questo
ordinamento nascesse per incanto bello e compito, bisognerebbe
offrire per la Dirczione... tal compenso, da attirarvi persona...
assai perita nella chimica tecnologica e agricola..., la qual
persona si decida a consacrarsi esclusivamente a questo servizio ”.
Ma subito dopo dichiara in prima persona: “ Confesso che, stante
l'ordinamento e le consuetudini della nostra amministrazione, io non
oso sperare che ciò si faccia ” (p. 20). E infatti qualcosa fu fatto
soltanto sei anni dopo, e non certo secondo il progetto
cannizzariano. Alla scadenza della convenzione per la Regia
cointeressata, fu presentata una legge ispirata da cannizzaro che
stanziava 183 000 lire “ per l'impianto del Laboratorio chimico dei
tabacchi ”. Sito in un locale adiacente alla Manifattura dei
tabacchi di Roma, secondo la testimonianza di Vittorio villavecchia
(1859-1937) il nuovo laboratorio risultò arredato “ in modo pratico
ed elegante, così da riuscire a modello dei Laboratori del genere,
come ben sanno tutti quelli che lo imitarono ”. “ Ma ben presto quel
Laboratorio, impiantato con larghezza di mezzi e con vedute
sorpassanti i bisogni immediati... potè essere utilizzato per altre
mansioni dall'Amministrazione finanziaria ” (6). Per Cannizzaro,
nominato direttore della nuova struttura, la situazione rimase
insoddisfacente, anche quando (si veda oltre) al laboratorio
furono affidati ufficialmente nuovi compiti in relazione ai
controlli doganali. Cannizzaro non era uomo da lasciar cadere
facilmente le proprie proposte. Così in un dibattito al Senato
sull'aumento delle tariffe dei tabacchi lo vediamo riproporre le sue
ampie vedute di politica industriale a un uditorio che si dimostra
impreparato, più pronto alla beffa che alla discussione.
Il rapporto del ministro delle finanze seismit-doda aveva presentato
una situazione assai allarmante per l'abbassamento dei consumi (7)
e, in particolare, per la cattiva qualità dei tabacchi italiani che
spesso risultavano persino incombustibili. Relatore della legge, e
nella discussione avversario diretto di Cannizzaro, fu quel cambray-digny che abbiamo conosciuto a proposito dello scandalo
dell'appalto al Credito Mobiliare.
Cannizzaro riprende integralmente i risultati della sua inchiesta
del 1877, in particolare la necessità di controlli selettivi sui
terreni da adibire a coltura dei tabacchi, ventilando un possibile
adattamento dei terreni stessi mediante opportune concimazioni. È
però il problema complessivo del rapporto fra ricerca, gestione e
produzione ad angustiare il nostro senatore: “ II laboratorio... non
può produrre tutto il vantaggio che se ne spera, se
l'Amministrazione non organizza una manifattura di esperimenti e di
prove ed una scuola pel tirocinio del personale tecnico ”. E per
dare maggiore chiarezza ai suoi riferimenti aggiunge: “ Tutte le
grandi industrie hanno sempre una sezione nella quale si fanno prove
di nuovi processi, e di miglioramenti da introdurre prima di
applicarli ” (8). Nel concreto Cannizzaro richiede la “ conversione
” della manifattura romana, arretrata e passiva, in centro
sperimentale. Tutte le propóste e le stesse argomentazioni del
senatore palermitano, vengono respinte. Il ministro afferma di non
poter prendere in considerazione la proposta di conversione
principalmente perché essa comporterebbe la perdita del lavoro di
un certo numero di operai, e questo “ nella Capitale ”, per motivi
di ordine pubblico, non è nemmeno pensabile. Il relatore
cambray-digny rifiuta ogni appunto sul (proprio) passato, giungendo
impudentemente a vantarsene: “ È una materia che io conosco ormai
da molti anni e non vedo che ci sia da lagnarsi del come è stata
condotta ”. cambray-digny, proprietario terriero, si da anche un
preciso attestato tecnico: “ Non ho molta fede nei concimi
artificiali, anche per ciò che riguarda la spesa ”. Il grande
industriale Alessandro Rossi approda al rimpianto. All'affermazione
di Cannizzaro che “ la Regia considerava gli studi [proposti] come
molesti ” contrappone la sua valutazione: “ la Regia amministrava
meglio del Governo ”. Per quanto riguarda gli aspetti specifici.
Rossi preferisce rispondere accattivandosi l'opinione del Senato con
una battuta: “ Io non credo affatto indispensabile la scuola dei
tabacchi. Per amor di Dio, non facciamo un'università per i
tabacchi! ”. I verbali della seduta chiosano: “ (Si ride) ”.
L'isolamento di Cannizzaro risultò completo e la sua tesi
fondamentale (“ Se lo Stato vuoi tenere questa industria, lo deve
fare con metodi industriali ”) duramente sconfitta. D'altra parte
l'ostinata resistenza della classe dirigente d'allora a una efficenza dello Stato che mettesse in pericolo i suoi ben protetti “
santuari ” fiscali è ben dimostrata da un altro tema, quello dello
zucchero, su cui Cannizzaro e la sua scuola si potevano presentare
ancora più pericolosamente (per l'evasione fiscale) con tutto il
peso di una proposta tecnica ed economica che bona fide nessun
consesso politico avrebbe dovuto rifiutare.
Vent'anni dopo
I Laboratori chimici delle Gabelle (poi delle Dogane e Imposte
indirette) entrarono in funzione il 1" luglio 1886 come conseguenza
di una legge che stabiliva obblighi particolari e facilitazioni per
gli industriali zuccherieri. Al momento della riesportazione essi
potevano richiedere la restituzione delle tasse pagate per
l'importazione degli zuccheri greggi, purché fossero stati
raffinati negli stabilimenti italiani. Poiché si trattava di “
restituzione di dazio e non [di] premio di esportazione ” (9)
divenne necessario un controllo quantitativo del rendimento, in
zucchero cristallizzabile, dei greggi importati. Per sopperire a
queste nuove esigenze il “ vecchio ” Laboratorio dei tabacchi
assunse la nuova denominazione, fu affidato alla direzione di
Cannizzaro, e diviso in due sezioni: “ una destinata alle ricerche e
analisi inerenti al servizio dei tabacchi e dei sali; l'altra
destinata alla revisione delle analisi degli zuccheri greggi e alle
analisi di merci ” (10). I primi chimici addetti al laboratorio
furono per il settore doganale Raffaello nasini (1854-1931) e il già
citato villavecchia. Ora noi sappiamo che il destino dei due
scienziati fu diverso, e che l'opera dell'alierà giovane
villavecchia doveva diventare con il tempo un vero monumento alla
chimica applicata, ma proprio per questo può essere interessante
rileggere con quale spirito essi si accingevano al diffi-cilissimo
compito di stabilire un presidio sulle frontiere doganali e fiscali
del nostro paese.
In una lettera di dedica a Cannizzaro dei risultati dei loro primi tré anni di lavoro i due ricercatori dichiaravano che era stata loro
intenzione “ mostrare tutto ciò che si è fatto... e fornire nel
tempo stesso tutte le delucidazioni che potevano darsi agli
industriali e ai commercianti sui metodi ”. Essi si erano trovati
in una situazione del tutto inesplorata, in quanto “ nei trattati
la maggior parte dei quesiti che [venivano] loro proposti non
[erano] presi in considerazione ”. Per di più “ le esigenze
imprescindibili del commercio ” li costringevano “ in poche ore a
immaginare ed eseguire dei metodi di ricerca ”. Di qui una savia
massima: “ Val meglio un metodo meno esatto ma spiccio, anziché un
metodo più preciso, ma lungo e complicato ” (11), purché,
ovviamente, i risultati fossero adeguati al loro scopo.
Quanto fossero ben adeguati i metodi “ spicci ” di nasini e
villavecchia risulta chiaro dall'opposizione incontrata dalle
proposte, loro e di Cannizzaro, di modificare il regime doganale
degli zuccheri.
Nel decennio che seguì la fondazione dei laboratori delle dogane la
produzione italiana di barbabietole si mantenne su cifre irrisorie,
dell'ordine delle decine di migliala di quintali, mentre Germania e
Austria-Un-gheria raccoglievano rispettivamente 95 e 55 milioni di
quintali [media decennale 1885-1894 (12)]. Per coprire il consumo
interno gli industriali italiani ricorrevano all'importazione di
zuccheri greggi, in particolare dall'Austria-Ungheria, per poi
raffinarli nei nostri stabilimenti e immetterli al consumo. Questa
situazione era di estremo interesse fiscale, in quanto il gettito
annuo del dazio di importazione si aggirava intorno agli 80 milioni
di lire. E tuttavia l'entità della cifra nascondeva (per chi non
voleva vedere) una grossa evasione fiscale, sostanzialmente
legalizzata. Il nostro sistema doganale si attardava infatti
nell'uso della Scala olandese (Hollandesche Standaard) “ composta
di 16 campioni di zuccheri di Giava, diversamente e gradatamente
colorati... essendo il n. 5 il più colorato ed il n. 20 il più
chiaro ”. La scala, puramente empirica, aveva avuto una sua incerta
validità se applicata a zuccheri della stessa provenienza dei
campioni, ma lo sviluppo della produzione europea e il progredire
dei metodi di analisi chimico-fisici aveva indotto il governo
olandese a cessare la sorveglianza su questa scala ufficiale a
partire dal 1884, passando le consegne a privati (13). Così al
momento della discussione di cui ora ci occuperemo (10 febbraio
1888) l'Italia basava il suo sistema fiscale degli zuccheri su un
metodo scientificamente indifendibile: gli zuccheri che alla
frontiera si presentavano con colorazione più chiara del n. 20
olandese erano ritenuti “ raffinati ”, tutti gli altri erano
classificati “ greggi ”; solo nel caso in cui fosse prevista la
restituzione del dazio d'entrata al momento della riesportazione gli
zuccheri potevano essere sottoposti a un'analisi completa. Erano
state appunto queste analisi a dare a Cannizzaro e ai suoi più
giovani colleghi la base oggettiva delle loro denunce.
Nel febbraio dell'88 era giunta al Senato una proposta di legge per
“ una variazione della tariffa degli zuccheri ”. L'attacco di
Cannizzaro è deciso: il sistema dei due colori “ falsa l'industria
della raffineria, spingendola a simulare il raffinamento di zucheri
ricchi ai quali non fa che togliere quel colorante che spesso è
stato applicato artificialmente ” (14). nasini e villavecchia nei
loro rapporti avevano segnalato l'uso di carbone animale, melassa,
giallo d'anilina, o, più semplicemente, greggi molto colorati.
Prima del trattato con l'Austria-Ungheria del 7 dicembre 1887 il
dolo non era nemmeno ipotizzato, così che “ tali colorazioni e
mescolanze si facevano sotto gli occhi stessi degli impiegati
doganali ” (15). Dopo il trattato gli importatori sono diventati più
cauti, più “ raffinati ”; nel caso in cui lo zucchero sia sporcato
con polvere di carbone “ non occorre la chimica ” ricorda Cannizzaro
“ basta sciogliere un po' di zucchero in un po' di acqua e si vedrà
la polvere di carbone che non si scioglie ”. Ma in tutti gli altri
casi la questione è ben più difficile, come quando lo zucchero viene
mescolato con melassa; alle nostre “ raffinerie ” basta centrifugare
la colorazione “ ottenendo così il premio di una industria che non
hanno assolutamente esercitato ”. La conclusione di Cannizzaro non
può essere che la riproposta del metodo saccarimetrico mediante
polarimetria. La risposta del ministro delle finanze ha una
struttura logica singolare.
magliani, che era ministro da un decennio, ricorda innanzi tutto
l'entità della posta in gioco, quasi che i Senatori non ne
valutassero a pieno l'importanza: la “ tassa degli zuccheri ” che
rende 80 milioni all'anno è “ una delle basi dell'edificio
finanziario ”. Sì, è vero, è stato dimostrato che la saccarimetria
potrebbe risolvere il problema dell'evasione, “ ma mi è sembrato
che l'Amministrazione non sia abbastanza preparata ”, in quanto per
poter attuare controlli più scientifici dei “ due colori ” “ è
necessario avere una forte schiera di impiegati doganali abili e
sperimentati ”. Alla superficie del discorso del ministro affiora
la preoccupazione di tenere a bada le proposte dei tecnici, come se
la loro realizzazione potesse giungere a diminuire il gettito
dell'imposta e quindi a minare alle fondamenta il suo “ edifìcio
finanziario ”; a conferma di questo va detto che il ministro non
accenna a nessun impegno in direzione della preparazione della “
forte schiera ” di tecnici che avrebbero dovuto vigilare sulle
frontiere doganali italiane.
Ma l'opacità della logica di magliani è solo apparente. Il ministro
era perfettamente al corrente dei modi e dell'entità della frode.
nasini e villavecchia fin dalle prime analisi avevano dimostrato
che un terzo abbondante dello zucchero importato come “ grezzo ”
aveva un rendimento superiore al “ campione tipo 20 d'Olanda ”; in
base ai dati quantitativi avevano calcolato che “ per 100 di
raffinato ” venivano pagate allo Stato 67,97 lire invece di 78,50,
con “ una protezione di lire 10,53 ” (16). È così facile dedurre che
venivano evasi più di tré milioni di imposta. Poiché i laboratori
diretti da Cannizzaro costavano allo Stato 50 000 lire annue, fra
compensi al personale (per 20 000 lire) e altre spese di gestione, è
evidente che al ministro non poteva sfuggire che gli investimenti
necessari per porre un'efficace barriera all'evasione erano esigui,
se rapportati all'entità dei possibili risultati fiscali. Come molti
anni dopo doveva notare con amarezza villavecchia, solo nel 1902 il
metodo dei due colori basato sulla scala d'Olanda era accantonato
per far posto ai metodi saccarimetrici (17). Da quando il governo
olandese aveva tolto ogni crisma di ufficialità alla scala degli
zuccheri di Giava (1884), erano trascorsi quasi vent'anni, senza che
i nostri tecnici potessero stroncare l'attività spe-culatrice degli
zuccherieri italiani.
“ Questo meschino, vizioso e incompetente ordinamento ”
Nella sua lotta per uno stato moderno Cannizzaro ottenne un successo
di grande rilievo storico nell'aprile del 1888, quando fece passare
al Senato una riforma sanitaria che portava l'Italia ai livelli più
avanzati nel campo dell'igiene pubblica. La Relazione stesa da
Cannizzaro, i suoi interventi e quelli del Presidente del consiglio
crispi, che partecipava alla discussione nella veste di ministro
degli interni, molte delle loro parole ci rinviano un tono duro e
deciso, tanto più notevole in quanto spesso rivolto contro la più
potente delle corporazioni professionali, quella dei medici. Per
apprezzare questo tono, che accomuna i due politici siciliani, è
utile ricordare la lunga e dolorosa consuetudine della Sicilia (e di
Cannizzaro) con il colera.
Nel 1837, durante una grave epidemia di colera che infuriò a
Palermo, Cannizzaro undicenne “ fu colpito dal terribile morbo che
gli tolse anche due fratelli ” (18). Trenta anni dopo, un
Cannizzaro adulto dovette affrontare da posizioni di responsabilità,
ma con strumentazioni del tutto inadeguate, una diversa catastrofe,
non privata ma pubblica. Nel settembre del 1866 Palermo era caduta
per una settimana in mano a un Comitato provvisorio che riuniva “
clericali, borbonici, autonomisti e democratici estremi ” (19).
L'insurrezione fu spenta rapidamente con una dura repressione, ma il
governo “ colse l'occasione ” e inviò dal continente, dove
serpeggiava il colera, ben 30 000 uomini di truppa. Gli effetti di
questa invasione furono terribili: “ all'atto dello sbarco del corpo
di spedizione..., cessata per l'emergenza ogni forma di controllo
sanitario, il colera... fece inesorabilmente di nuovo la sua
comparsa in Sicilia ” (20). Cannizzaro come suprema autorità
scientifica dell'isola fu nominato Commissario per la sanità
pubblica (21), ma la situazione era ormai incontrollabile e fra
l'ottobre del '66 e l'agosto del '67 la Sicilia pagò con 53 000
morti il suo conato autonomistico (22).
Erano queste le memorie incancellabili che cannizzaro e crispi
condividevano. Per di più fatti recenti le avevano riacutizzate,
aggiungendo al dramma il tocco, insopportabile, della farsa.
L'epidemia di colera che nell'83-'84 aveva atterrito diverse zone
del paese era stata affrontata con il solito “ metodo ” dei cordoni
sanitari “ fatti mediante soldati distesi in catena, distanti dieci
metri l'uno dall'altro, intorno agli abitati infetti di colera,
colla consegna di non lasciare uscire chicchessia, pena... la
fucilazione ”. Con simili cordoni si ebbe la pretesa “ di
rinchiudere il colera entro la città di Spezia, come se si fosse
trattato... di un gruppetto di catapecchie isolate ”. Ma “ l'altro
provvedimento, che completò l'opera, coprendoci di ridicolo al
cospetto del mondo civile... consistette... nei suffumigi ”. Questi
suffumigi venivano praticati principalmente nelle stazioni, dove
all'arrivo di ogni trèno i passeggeri venivano avviati a una sala
d'aspetto, chiusi ermeticamente ed esposti ai vapori svolti da una
miscela di cloruro di calce e di acido solforico: “ dopo alcuni
minuti di codesto supplizio, si spalancava la porta e... la salute
pubblica era salva ” (23). Come commenterà il medico provinciale dì
Torino, a cui dobbiamo i passi che abbiamo appena citato, nel
1883-84 “ la scienza ufficiale italiana credeva ancora di potersi
opporre alle invasioni epidemiche coi cordoni sanitari, colle
quarantene, coi suffumigi, vero fumo negli occhi ai gonzi ” (24).
In realtà la questione sanitaria era stata posta all'attenzione dei
politici dall'attività instancabile di intellettuali democratici
come Agostino bertani fin dai primi anni successivi all'Unità, però
ben poco era stato fatto, e male. Il giudizio di Cannizzaro nella
Relazione con cui accompagna la proposta di crispi è inequivocabile:
“ Presso noi dal 1860 in poi si è fatto nell'ordinamento
dell'Amministrazione centrale sanitaria un cammino retrogrado... Non
è mestieri di rammentare quali frutti abbia dato questo meschino,
vizioso ed incompetente ordinamento dell'Amministrazione centrale
sanitaria ”. Ma per chiarire ai colleghi ciò di cui sta parlando il
nostro senatore deve essere più esplicito: “ la inefficacia pratica
di Consigli anche ben composti, senza la cooperazione di funzionari
stabili competenti ” è dimostrata dalla “ storia delle nostre
recenti epidemie ” (25). Sullo stesso tono sono molti degli
interventi di crispi, che ricorda più volte la collaborazione fra il
governo e la commissione a nome della quale parlava Cannizzaro; con
un linguaggio tutto caratteristico, appena è terminata la
discussione generale sostenuta dall'intellettualità
medico-progressista del Senato (pacchiotti, boccardo, moleschott),
lo statista siciliano sanziona la necessità di una procedura
spedita: “ la legge... fu studiata da me e dalla Commissione e...
siccome era mio desiderio, e forte desiderio, che dopo ventidue
anni si troncassero gli indugi, ci siamo messi d'accordo,
Commissione e Governo ” (26).
Senza seguire nel dettaglio l'andamento della discussione, che per
altro ebbe solo rari momenti di vero interesse, possiamo qui mettere
in evidenza i punti principali del pensiero di Cannizzaro sulla
complessa questione della sanità, un pensiero assai attento ai
rapporti fra le competenze degli uomini e le funzioni delle
strutture, fìsiche e amministrative, che lo Stato doveva darsi per
divenire civile. Un cardine della legge difeso e argomentato a
oltranza dal relatore è l'ampia interdisciplinarietà di tutti gli
organi amministrativi competenti in materia d'igiene. I medici vi
sono costantemente in minoranza, e su questo si abbattono molte
critiche, ma le risposte di cannizzaro non sono esitanti. I
naturalisti chiamati a far parte del Consiglio superiore di sanità “
riempiranno alcune lacune che hanno spesso i medici nella cultura
scientifica, base dell'igiene ”; i Consigli, superiore e
provinciali, non sono “ eterogenei ” come era stato affermato da un
oppositore, in quanto ogni problema di sanità pubblica richiede il
parere “ del medico, l'ingegnere, il chimico, l'amministratore e il
sociologo ” (27).
Un secondo punto su cui Cannizzaro si batte con vigore è la
necessità di avere presso la Dirczione generale di sanità funzionari
che siano, sul modello tedesco, “ distinti cultori di vari rami di
scienze, stipendiati per attendere esclusivamente agli studi
richiesti dal servizio sanitario ” (28). Al centro del sistema
sanitario si collocava ancora un funzionario pubblico, decentrato,
il medico provinciale. Su questa nuova figura e sui suoi poteri,
specie in relazione agli enti locali, si ebbero molti contrasti, ed
è interessante vedere la perfetta sintonia fra Cannizzaro e crispi
al Senato, e il relatore alla Camera, panizza. Tutti i proponenti
hanno un'evidente consolidata sfiducia in quanto poteva avvenire in
molte situazioni periferiche. Così a proposito dell'ufficiale
sanitario comunale ne viene sottolineata la necessaria indipendenza
da tutti i notabili locali: qui ministro e relatore si rubano
letteralmente la battuta: “ I comuni spesso tacciono il loro stato
sanitario ” (Cannizzaro); “ A Catania si nascose il colera quattro
mesi! ” (crispi); “ Quando la notizia giungeva al carabiniere,
allora soltanto passava i confini del comune ” (cannizzaro) (29). E
panizza nella sua successiva relazione alla Camera scriverà a
proposito del medico provinciale: “ Questo funzionario, indirizzando
le schiere degli ufficiali sanitari... sorreggendole nelle loro
attribuzioni le difenderà contro ogni soggezione o capriccio di
consorterie locali ” (30).
Per superare le obiezioni ai vasti poteri di intervento pubblico che
venivano richiesti a un Senato troppo spesso chiuso in difesa di
privilegi più o meno consolidati, Cannizzaro è pronto a ricorrere
all'aneddoto gustoso e incontrovertibile, come quando discutendo la
possibilità di ispezionare le farmacie senza preavviso, il relatore
ne rivendica la necessità: altrimenti “ quello che manca, si fa
comparire; e ho dovuto constatare che il materiale di una farmacia
si faceva comparire successivamente in ben altre cinque farmacie, e
si faceva, per così dire, viaggiare dall'una all'altra con una
vettura e rapidamente ” (31). In altri casi sceglie la tonalità
dell'understatement. Viene per esempio, allontanato lo spauracchio
dei laboratori decentrati diluendone nel tempo la comparsa e
sottovalutandone l'impatto: i “ laboratori... debbono essere
fondati successivamente, gradatamente, con... prudenza ”, “ si
tratta soltanto di dare alla persona incaricata della vigilanza
igienica i mezzi indispensabili per poter fare i primi saggi sopra
gli alimenti ” (32). Certo la gradualità dipese molto dalle
condizioni locali, ma quando Cannizzaro si riferiva solo a “ primi
saggi ”, sapeva che a Torino e a Milano, dove da qualche tempo erano
in funzione i laboratori chimici comunali, le più diffuse, odiose e
pericolose adulterazioni, quelle del latte e del pane, erano già
state duramente colpite (33).
Nel vedere approvata la legge sanitaria Cannizzaro conseguiva due
obiettivi: accanto a quello politico-generale, a tutti evidente, ve
n'era un secondo non meno rilevante per la comunità dei chimici (e
degli altri tecnici non-medici). Una vasta tematica sociale veniva
sottratta all'empirìa spicciola degli amministratori e all'incerta
cultura del singolo professionista, per fare intervenire in modo
strutturato e continuativo un potere pubblico tecnico e non solo
burocratico. Con un nuovo potere, con una responsabilità insolita
per il nostro paese, i chimici venivano chiamati a svolgere un
ruolo molto importante, che solo in questi ultimi decenni è apparso
meno qualificante e incisivo.
Conclusioni
Abbiamo qui privilegiato nell'ampia attività pubblica di Cannizzaro
tré temi, economici e politici, su cui l'intervento della ricerca
poteva avere esiti risolutivi. Solo nel caso, fondamentale, della
Sanità il pensiero tecnico-politico di Cannizzaro ebbe un compiuto
sbocco legislativo, ma non c'è dubbio che condizione necessaria per
il successo fu la ferma volontà riformatrice di crispi.
Un risultato non secondario di questo nostro studio è di correggere
in modo inoppugnabile un giudizio secondo cui Cannizzaro “ fino
agli ultimi anni del secolo mostrò di fatto di intendere [la ricerca
chimica] come diretta a scopi conoscitivi, non pratici ” (34). Di
fatto Cannizzaro operò in tutt'altra direzione: “ sviste ” come
quella appena citata derivano più da premesse ideologiche che da
certezze documentarie.
Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.
Bibliografia e note
(1) Le note precedenti sono in Chimica e Industria 64, 667, 742
(1982).
(2) Legge del 26 agosto 1868.
(3) D. novacco, “ L'inchiesta sui fatti concernenti la Regia
cointeressata dei tabacchi ”, in N. rodolico: “ Storia del
Parlamento italiano ”, voi. 18, Flaccovio, Palermo 1964.
(4) R. romanelli: “L'Italia liberale”, Mulino, Bologna 1979, p. 83.
(5) S. Cannizzaro: “ Sulla scuola di applicazione dei tabacchi in
Francia e sul laboratorio chimico annesso ”, Ministero delle
Finanze, Roma 1879, p. 5.
(ó) V. villavecchia, “ Cannizzaro e i laboratori chimici delle
dogane ”, in “ S. Cannizzaro. Scritti vari e lettere inedite nel
centenario della nascita ”, Associazione Italiana di Chimica
Generale e Applicata, Roma 1926, pp. 101-117, citato a p. 114.
(7) il dati disponibili dimostravano che il consumo medio 'per
abitante era inferiore anche a quello di Stati come l'Austria-Ungheria
e la Russia, si veda E. ragionieri, “ La storia politica e sociale
”, in “ Storia d'Italia ”, voi. IV, tomo 3, Einaudi, Torino 1976, p.
1718.
(8) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 10 maggio 1890.
(9) R. nasini, V. villavecchia: “'Relazioni sulle analisi e slle
ricerche eseguite durante il triennio 1886-1889 nel laboratorio
chimico centrale delle gabelle diretto dal senatore S. Cannizzaro ”,
Botta, Roma, 1890, p. 167.
(10) V. villavecchia, rif. (6), p. 115.
(11) R. nasini, V. villavecchia, rif. (9), p. XI-XI11, la lettera di
dedica è datata 30 agosto 1889.
(12) “ The emergence of industriai societies ”, C.M. cipolla Ed.
voi. 11, Fontana, Glasgow 1977, p. 756.
(13) V. villavecchia: “ Dizionario di merceologia ”, Hoepli, Milano
1913, p. 1163.
(14) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 10 febbraio 1888.
(15) R. nasini, V. villavecchia, rif. ("), p. 135.
(16) R. nasini, V. villavecchia, rif. f), p. 158 e 161.
(17) V. villavecchia, rif. (6), p. 117. L'importazione era ormai
caduta a 82715 q (912684 q nel 1890) e la produzione nazionale era
salita da 6283 q (1889-90) a 954000 q (1902-03); dati in V.
villavecchia, rif. (13), p. 1167.
(18) A. miolati, Industria chimica 10, 145-147, 161-164 (1910);
citato alla p. 145.
(19) R. romanelli, rif. (4), p. 401.
(20) F. brancato, “ Dall'unità ai Fasci dei Lavoratori ”, in “
Storia della Sicilia ”, voi. VI11, Soc. ed. Storia di Napoli e della
Sicilia, Napoli 1977, p. 136.
(21) A. gaudiano, D. marotta, “ Stanislao Cannizzaro ”, in
“Dizionario biografico degli Italiani”, voi. XVIII, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1975, pp. 131-141;
notizia alla p. 133.
(22) F. brancato, rif. (20), p. 132.
(23) F. abba: “ 11 Risorgimento sanitario italiano ”, Tipografia
Testa, Biella 1901, p. 6-7. 1 suffumigi erano una “ curiosità ” fin
dalla fine del 1700; si veda L. oberg, “De mine-ralsura rókningarna
[il suffumigi con acidi minerali] ”, Lychnos, 1965-1966, p. 159-180.
(24) F. abba, rif. (23), p. 9.
(25) S. Cannizzaro, “ Relazione sul disegno di legge sulla tutela
dell'igiene e della sanità pubblica presentato al Senato il 22
novembre 1887 ”, in G. Musso: “ La vigilanza sanitaria sull'annona
e i laboratori chimici ”, UTET, Torino 1889 p. 132.
(26) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 26 aprile 1888.
(27) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 26 aprile 1888.
(28) S. Cannizzaro, rif. ("), p. 133.
(29) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 28 aprile 1888.
(30) Citato in G. Musso: “ La vigilanza sanitaria sull'annona e i
laboratori chimici ”, UTET, Torino 1889, p. 134.
(31) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 28 aprile 1888.
(32) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 30 aprile 1888.
(33) G. Musso, op. cit, p. 121 e 124.
(34) R. maiocchi, “ II ruolo delle scienze nello sviluppo
industriale italiano ”, in “ Scienza e tecnica nella cultura e nella
società dal Rinascimento a oggi ”, a cura di G. micheli, Einaudi,
Torino 1980, p. 865-999, citato alla p. 880; sottolineatura nel
testo.
Chiudi finestra |