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Didatta e riformatore
II - La scuola di via
Panisperna
di
Luigi Cerruti, Arturo
Carrano
(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 64, N. 11, NOVEMBRE 1982,
pp. 742-747)
L'esigenza di riportare l'Italia su posizioni di eccellenza in
campo scientifico era stata sentita profondamente dai patrioti che
avevano affollato i congressi degli scienziati italiani negli anni
del Risorgimento. Stanislao Cannizzaro (1826-1910) aveva partecipato
giovanissimo a quello di Napoli nel 1845, e da allora l'attività
scientifica si era sempre accompagnata a una partecipazione attenta
alla costruzione di una società moderna, prima e dopo l'Unità.
Il contributo più importante dato da Cannizzaro in questo campo è
certo la fondazione della scuola chimica di via Panisperna a Roma.
In una nota precedente (') si sono seguiti da vicino gli impegni di
ricercatore e di didatta di Cannizzaro docente ad Alessandria e a
Genova (1851-1861). In questo articolo vedremo un Cannizzaro
diverso, mentre delinea la sua Università ideale come senatore (era
stato nominato nel 1871), e ancor più mentre struttura nella realtà
la sua scuola di chimica.
“Un sistema medio di libertà” (Casati, 1859)
II lungo soggiorno di Cannizzaro nel Regno di Sardegna coincise
quasi esattamente con il periodo di governo di cavour; il nostro
scienziato visse quindi in quel Piemonte costituzionale, ricco di
fermenti innovatori, che rimaneva unica speranza dei rivo-luzionari
del 1848. Come è noto le riforme di cavour si estesero in ogni
dirczione, dalla costruzione delle ferrovie e dei canali, alla
spinta per la laicizzazione dello Stato; qui tuttavia ci interessa
particolarmente un solo aspetto, collocato proprio alla soglia della
trasformazione decisiva verso l'unità del nostro paese, nei mesi che
seguono immediatamente l'acquisizione della Lombardia. Ci riferiamo
alla legge casati del novembre del 1859, destinata a regolare per
oltre sessanta anni l'intero ordinamento scolastico italiano; questa
legge era il risultato di un lungo e a volte agitato dibattito
durato molti anni, dibattito cui Cannizzaro, docente prima ad
Alessandria, poi a Genova, doveva aver prestato un'attenzione
acuita dalla delicata posizione di immigrato siciliano.
L'Università che casati delineava è per noi pertinente non solo
perché in essa Cannizzaro sviluppò tutto il suo impegno di educatore
e di fondatore della scuola chimica italiana, ma anche perché a
essa egli si riferì con parole talmente appassionate da rendere
evidente una completa adesione ai suoi principi ispiratori.
Poiché la legge casati è il punto di partenza obbligato per
qualsiasi discorso sulla storia della scuola in Italia dall'Unità a
oggi, la letteratura che le si riferisce è molto ampia e a essa si
rinvia per un approfondimento (2), per noi sono sufficienti alcuni
richiami al testo legislativo e alla “ relazione a Sua Maestà ” che
lo accompagnava sulla Gazzetta Piemontese del 18 novembre 1859. La
relazione affronta l'argomento dell'istruzione superiore con un
riferimento (inevitabile) all'Oltralpe: sono stati presi in
considerazione il sistema universitario inglese, dove regna “
libertà piena e assoluta ” rispetto allo Stato, quello belga, con “
stabilimenti privati ” in concorrenza con lo Stato, e infine quello
prussiano, dove le responsabilità fondamentali di gestione sono
affidate al potere governativo, ma sono comunque presenti insegnanti
privati e ufficiali. Dopo ampia disamina si decise di “ abbracciare
il partito più sicuro... un sistema medio di libertà sorretta da
quelle cautele che la contengono entro i dovuti confini ”. Per i
docenti la libertà che più è messa in evidenza è “ il diritto di far
corsi privati, affinchè ciascuno abbia modo di manifestare il
proprio valore ”. A questo tipo di insegnamento potranno accedere i
professori ufficiali, i dottori delle Facoltà (che a Torino erano
costituiti in Collegio) e chiunque avesse dato “ le necessarie prove
di capacità ”. Con un'argomentazione essenziale (anche nel pensiero
di Cannizzaro) la relazione fa ora discendere “ Dalla libertà
d'insegnare... la convenienza di lasciare, salve poche eccezioni,
agli studenti la facoltà di regolare il corso dei loro studi ”. Così
l'art. 125 affermava: “ Gli studenti sono liberi di regolare essi
stessi l'ordine degli studi che aprono l'adito al grado cui aspirano
”, mentre alle Facoltà spettava il compito di formulare “ un piano
destinato a seguire da guida ”. Sul punto “ dolente ” degli esami,
detti “ speciali ” in contrapposizione a quelli “ generali ” di
laurea, la legge prescriveva: “ Non si avrà che un solo esame
speciale per ogni materia... qualunque sia il numero dei professori
fra i quali è ripartito ”. Su tutti questi temi vedremo ora la
difesa (inutile) fattane da Cannizzaro.
Stanislao Cannizzaro partecipò attivamente ai lavori della Camera
vitalizia, impegnandosi vigorosamente (spesso come relatore) su
tutte le leggi riguardanti le strutture educative, scientifiche e
tecniche dello Stato. Una delle discussioni più vivaci fra quelle
che lo videro protagonista si tenne nel giugno del 1873 su una
proposta di legge di riforma dell'Università. La legge era stata
presentata al Senato nel dicembre precedente, per essere in seguito
ritirata e sostituita con un provvedimento più modesto, volto ad
allentare la “ stretta di freni ” introdotta nella legge casati dal
ministro matteucci nel 1862, ed è proprio a questi interventi che fa
riferimento Cannizzaro nell'esordio del suo discorso. Il tono dello
scienziato-senatore è pesantemente sarcastico quando richiama
l'origine delle “ modifiche ” di matteucci: sotto il titolo modesto
di “ legge sulle tasse universitarie ”, sotto una pretesa “
provvisorietà ”, si è completamente stravolto il senso della legge
casati, infatti “ si soppresse ogni libertà negli studenti di
ordinare i loro studi e si andò all'antico sistema... che
determinava ora per ora quali dovevano essere le sue occupazioni ”
(3). Anche tutte le regole tese a “ disciplinare ” nei minimi
dettagli il comportamento degli studenti sono talmente analitiche
da portare a un'unica conseguenza: “ tutte le disposizioni più
rigorose sono eluse, perché quando volete sorvegliar troppo voi
finirete col non sorvegliar nulla ”. Nello stesso modo anche
l'estrema rigidità dell'ordinamento degli esami, per cui il
fallimento in uno solo di essi (su 5 o 6 materie obbligatorie in
un anno) significa rimanere fermi, ha avuto come effetto che “ 'Si è
dovuto eludere la legge... e la eludiamo tutti i giorni in tutte le
Università ”. Come si sente è un discorso “ forte ”, impegnato
anche sul tema degli esami “ speciali ”. Cannizzaro ricorda che
nella legge casati si dice che “ per le materie affini si darà un
esame unico ”, mentre con i provvedimenti matteucci “ si cominciò a
estendere il numero degli esami dei giovani e il vezzo è tanto
aumentato, che si è reso insopportabile e agli allievi e
all'amministrazione ”. La soluzione di queste difficoltà è il
ritorno alla casati eliminando una situazione in cui “ Non si fanno
esami complessivi” di 2, 3 scienze con una sola commissione, ma si
fanno esami di ciascuna scienza separatamente ”.
La perorazione di Cannizzaro culmina nelle rivendicazioni
(associate) delle libertà di insegnamento per i docenti e di
frequenza per gli studenti: l'insegnante ufficiale di chimica terrà
un suo corso, mentre due altri professori potranno concordare
nell'insegnamento privato “ due distintissimi corsi della chimica
organica e inorganica ”. Questa la conclusione: “ darete campo a
esercitare un po' quella libertà di dedicarsi agli studi, che si
prediligono, libertà tanto feconda ”. Questo discorso, pur
provenendo dal seggio di un “ liberale moderato ” [secondo l'autodefinizione
di Cannizzaro (4)], non poteva certo lasciare indifferenti quei
numerosi colleghi che vivevano l'esperienza universitaria con minore
entusiasmo. E infatti l'intervento successivo, del senatore maggiorani, sembra iniziare addirittura con un balbettamento: “ Io
sono talmente turbato nell'ascoltare uomini di gran mente, di molta
scienza, sostenere principi che mi sembrano irragionevoli, contrari
al buon senso, contrari all'esperienza generale, che veramente
sentendo di aver a dir molto, finisco col non poter accozzare che
poche parole ”. Seguono di gran lena i motivi dell'indignazione: “
Mi sono davvero turbato nel sentire a sostenere che un giovane a
diciassette anni, che non sa che cosa siano le scienze... possa dare
loro da sé il debito ordine ”... “ Sono stato esaminatore per 40
anni... ho veduto che i giovani bisogna condurli. Se permettete
loro di fare quello che vogliono, non so cosa avverrà ”. E infine a
proposito della scelta fra corsi alternativi e del non obbligo di
frequenza maggiorani afferma che “ condannare un povero professore
a vedere la scuola deserta non (gli) par giusto, ed è deserta la
scuola quando o non ci sono gli allettamenti cui tende la gioventù,
o mancano gli esami ”. Forse Cannizzaro e maggiorani sarebbero stati
meno accalorati e accorati se avessero potuto prevedere che il
provvedimento in discussione non avrebbe nemmeno superato l'esame
preliminare, e che il Senato avrebbe deciso dopo pochi giorni di
sospenderne la lettura (che non sarebbe stata mai più ripresa).
Dobbiamo comunque ricordare che le posizioni di cannizzaro non
erano affatto isolate e che politici e intellettuali di spicco come
bonghi e villari esprimevano il loro pensiero sulle questioni
universitarie con ragionamenti e parole del tutto analoghe (5);
d'altra parte il raccordo completo delle posizioni culturali e
politiche del grande chimico con il gruppo dirigente della Destra
liberale, allora al governo, era già emerso nella vicenda del
finanziamento del primo grande Istituto di chimica in Italia.
Nell'orto di S. Lorenzo in Panisperna
Quando Cannizzaro accettò nel 1871 il trasferimento alla cattedra
di Chimica generale di Roma si trovò ad affrontare, per la terza
volta nella sua vita accademica, il compito interessante e gravoso
di costruire dal nulla un laboratorio chimico. Come a Genova (si
veda la nota. I) anche l'arrivo a Palermo nell'ottobre 1861 non
aveva avuto il conforto di accoglienti strutture di ricerca: “
Trovai il Laboratorio nello stesso stato in cui era quando seguii il
corso di chimica nel 1842-43; consistente cioè in alcuni armadi
posti nella stessa sala delle lezioni, nei quali armadi vi era
l'occorrente per le più elementari dimostrazioni delle lezioni ”.
Un anno speso nelle “ pratiche necessarie ” gli fece ottenere un
nuovo laboratorio con “ più ambienti adatti a lavori e ricerche del
professore, degli assistenti, e di alcuni allievi, e di un ambiente
abbastanza ampio per la scuola pratica di analisi ” (ó).
Dieci anni dopo, a Roma, la situazione politico-culturale era
profondamente mutata: l'Unità era sostanzialmente compiuta, la
crisi finanziaria del 1866 superata, la confusa e sanguinosa
rivolta contadina nel sud domata. La fondazione di grandi Istituti
di ricerca nella capitale si collocava all'intersezione di due
orizzonti, sempre presenti alla classe dirigente di quel periodo: la
legittimazione del diritto di conquista agli occhi delle altre
potenze del “ concerto ” europeo con la costruzione di uno Stato a
un tempo liberale ed efficiente, e l'accentramento delle funzioni
amministrative e di governo nella sede del potere politico. Quest'ultima
tendenza non solo continuava nel bene e nel male la tradizione
piemontese, ma doveva anche costituire un antidoto (nel pensiero
dei liberali) all'oppressiva presenza clericale nella Roma ex
papale: si capisce poi quanto quest'ultimo tratto potesse essere
presente in provvedimenti riguardanti la “ ragione scientifica ” [in
opposizione positivistica al “ dominio del chiericato ” (7)].
A tutti i motivi appena ricordati ne va aggiunto uno specifico che
lega strettamente la congiuntura internazionale con l'educazione
scientifica. La vittoria prussiana sulla Francia di Napoleone III
era stata interpretata in tutta Europa come risultato convergente
di una supremazia militare e di una egemonia culturale. Secondo il
racconto che ci da lo stesso Cannizzaro il Ministro della pubblica
istruzione. Cesare correnti, era stato interessato alla lettura dei
rapporti di wurtz nello stato della ricerca chimica in Prus-sia e
nell'Austria-Ungheria. Nell'opera di wurtz spiccava la descrizione
del grandioso Istituto fondato da hofmann a Berlino (8), un modello
cui si adegueranno per molti decenni le iniziative universitarie di
tutto il mondo. Con le parole di Cannizzaro: “ il Correnti si
innamorò di questo fatto... e iniziò così un certo movimento, il
quale condusse alla fondazione e alla costituzione di Istituti
designati all'insegnamento pratico e alla coltura della scienza ”
(9). Il progetto di legge riguardava “ Lavori di stabilimento dei
laboratori di chimica, di fisiologia e di fisica della regia
Università di Roma ”, ma al momento della discussione in Parlamento
correnti si era dimesso in contrasto con la maggioranza della
Camera sul complesso di provvedimenti proposti per il rinnovamento
della scuola italiana (1D). Era allora Ministro reggente per la
pubblica istruzione lo stesso presidente del Consiglio, Quintino
sella, amico personale di Cannizzaro ("). Sull'accoglienza da parte
del Senato di questa specifica iniziativa di correnti i verbali non
ci danno alcuna indicazione; la legge passò il 29 giugno 1872 senza
discussione, con 66 voti a favore e 4 contrari (perché?). Più
indicativo il dibattito alla Camera, dove non poche perplessità
furono espresse sul carattere “ accentratore ” della legge e
sull'entità dei finanziamenti (500 000 lire ripartite negli anni dal
1872 al 1874). Così nel primo intervento, sul primo articolo,
Coriolano monti si chiedeva: “ Ma proprio abbisogna una somma come
questa?... Io non sarei disposto a votare questa grande spesa senza
qualche giustificazione che mi persuada di operare saviamente ”
(12). A queste esitazioni rispondeva subito Ruggero bonghi, futuro
ministro dell'istruzione dal 1874 al 1876, che esordiva con un
perentorio “ Questa somma è affatto minima... ” e illustrava i
grandi Istituti scientifici sparsi nei diversi paesi europei,
costati più di un milione ciascuno, con l'inevitabile particolare
insistenza su quelli tedeschi. bonghi piuttosto vedeva un altro
difetto, quello di riversare solo sulla capitale l'intero
finanziamento: “ Sta bene il voler creare la vita scientifica dove
non è; ma sta bene il fecondarla dove è. Quello è l'avvenire, questo
è il presente ”. Il nuovo argomento piaceva a monti che dichiarava
la sua opposizione all'accentramento romano, sul modello delle
grandi capitali europee: “ Non parmi vi sia bisogno... d'impiantare
proprio in Roma tutta la quintessenza della scienza sperimentale ”.
Nel corso del dibattito comunque le opposizioni andarono
attenuandosi sotto il comune denominatore del necessario appoggio
alla cultura, con qualche punta ironica verso il Ministro reggente a
proposito della spesa: “ L'onorevole sella ci ha raccomandato
sempre economie ed economie... ” (capone), mentre il relatore
puntualizzava “ occorre subito provvedere a quello di chimica che è
il più urgente ” e bonghi insisteva: “ la somma non basta ”.
Tuttavia al termine della giornata Cannizzaro aveva il suo
finanziamento e la certezza di poter attrezzare un Istituto senza
eccessive apprensioni per la lesina di sella. D'altra parte lo
stesso sella aveva la soddisfazione di aver portato a termine
un'operazione che aveva suscitato grande interesse all'estero al suo
solo annuncio, specie nell'amica Inghilterra. Già nel dicembre del
1871 Edward frankland (1825-1883), allora presidente della Chemical
Society, aveva scritto a Cannizzaro in termini entusiastici: “ Un
laboratorio chimico a Roma! È un'idea portentosa (glorious).
Veramente viviamo nell'età del progresso! Mi congratulo... per
l'invito che vi è stato fatto di mettervi alla testa di un movimento
così importante ” (13).
Cannizzaro volle che la sua abitazione, come già a Palermo, fosse
inserita nel progetto dell'Istituto; anche questo doveva servire al
trapianto in Italia del modo di vivere, oltre che di far ricerca,
delle grandi ammirate Università inglesi (14). Ma indubbiamente una
cosa è porsi un modello e un'altra il farlo vivere: merito veramente
glorious è di essere riuscito ad andare ben oltre il “ semenzaio ”
di ingegni da coltivare. Fra quanti vissero nei laboratori di via
Pani-sperna nei lunghi anni della direziono di Cannizzaro troviamo
infatti giovani ricercatori educati dalla collaborazione diretta
con il Maestro, altri stimolati a crescere in dirczione affatto
diverse da quelle battute dal grande chimico palermitano, e accanto
a questi scienziati maturi e ricchi di esperienza richiamati a Roma
dal prestigio del Direttore, dal suo interesse per ogni fronte
avanzato di ricerca, e, non da ultimo, dal suo costante impegno a
tradurre i risultati positivi in termini di impianto in altre sedi
di cattedre adeguate allo sviluppo delle necessità culturali ed
economiche del paese.
Un'analisi dettagliata delle ricerche e degli uomini che si
irraggiarono in tutta Italia dal fuoco romano va oltre la
possibilità di questa nota, tuttavia anche una concisa serie di date
e di nomi, pur nelle inevitabili esclusioni, servirà a illustrare il
carattere di fondatore-innovatore di Stanislao Cannizzaro.
Uno dei suoi primi collaboratori fu Giovanni carnelutti (1850-1901):
nato presso Udine compì i suoi studi di chimica a Vienna, ma già nel
1871 era a Roma con Cannizzaro, con cui lavorò per un decennio sui
composti santoninici. Nel 1881 lasciò la capitale per Milano dove
assume la cattedra di Chimica della Società di Arti e Mestieri; nel
1888, quando il comune di Milano fondò uno dei primi laboratori
chimici municipali, carnelutti ne divenne il direttore (15).
Nel 1878 giunse a Roma, come borsista, Raffaello nasini (1854-1931),
senese, che dopo un ulteriore periodo di perfezionamento a Berlino
divenne assistente di Cannizzaro nel 1882; i suoi studi verterono
sulle proprietà ottiche (potere rotatorio, indice di rifrazione)
dei composti organici: come si vede una linea di ricerca nettamente
distinta da quella condotta da Cannizzaro. Nel 1891 nasini lasciò
Roma per Padova, dove aveva vinto la cattedra di Chimica generale
(l6).
Alla stessa area culturale centro-europea di carnelutti apparteneva
Giacomo ciamician (1857-1922), triestino, che aveva studiato a
Vienna e a Giessen (laurea nel 1880). Appena terminato il curriculum
studentesco, complicato dal fatto che proveniva dagli studi tecnici,
ciamician fu a Roma da dove inviò (1881) alle Berichte la prima nota
dei suoi memorabili studi sui pirroli. Chimica organica e chimica
fìsica tendono a fondersi perfettamente negli scritti del giovane
triestino, vera vivente dimostrazione della libertà di ricerca
vigente nel laboratorio di cannizzAro. Dal 1887 ciamician precedette
per qualche tempo nasini sulla cattedra di Chimica generale di
Padova, nel 1889 fu a Bologna dove fino alla morte diresse
l'Istituto che ora porta il suo nome (17).
Nel 1884 si laureò a Roma Gerolamo Vittorio villavecchia
(1859-1937). Alessandrino, aveva già conseguito il diploma in
Chimica tecnologica al Politecnico federale di Zurigo, dove
primeggiava l'insegnamento veramente “ integrale ” di Georg lunge.
Nel 1886 villavecchia entrò nel laboratorio chimico della Gabelle
appena fondato e nel 1896, quando fu creato l'apposito ruolo,
divenne Direttore dei laboratori, carica mantenuta per oltre 40
operosissimi anni. villavecchia con le sue opere di merceologia è
uno dei fondatori di questa disciplina nel nostro paese (18). Quasi
un decennio dopo villavecchia diventò assistente nell'Istituto
romano un giovane ricercatore che come molti dei suoi predecessori
si era “ fatto le ossa ” nelle Università di lingua tedesca.
Ingegnere chimico, diplomato a Zurigo, Arturo miolati (1869-1956)
aveva compiuto le sue prime ricerche di chimica organica a Tubingen,
ma nel laboratorio di Cannizzaro le sue ricerche e le sue
pubblicazioni (non numerose come quelle di ciamician) spaziarono fra
il 1893 e il 1902 dalla stabilità dei composti organici alla
costituzione dei complessi inorganici. La cattedra di
Elettrochimica che il mantovano miolati ottenne presso il Regio
Museo Industriale di Torino (il predecessore dell'attuale
Politecnico) è del 1902: risultato, come vedremo, di una vera
battaglia culturale condotta da Cannizzaro (19).
Come dimostrazione del fatto che a Roma si poteva arrivare anche se
non ci si era addottorati in qualche prestigiosa università tedesca
possiamo prendere il caso di Amerigo andreocci (1863-1899). Nato a
Perugia da famiglia povera, aveva lavorato come commesso in una
farmacia vicino a Roma per risalire (lentamente) la gerarchla
interna ai laboratori farmaceutici. Nel 1886 era farmacista nella
sua città, nel 1889 fu in via Panisperna, dove rimase fino al 1897,
quando diventò straordinario di Chimica presso l'Università di
Catania. A Roma collaborò con Cannizzaro nelle sue indagini sulla
santonina, sviluppando per proprio conto una vigorosa linea di
ricerca sugli ets-rocicli (la morte prematura fu causata da un
incidente ferroviario) (20).
I brevi cenni precedenti lasciano trasparire tutta una serie di
aspetti dell'opera di Cannizzaro come Maestro che è bene mettere in
evidenza. Innanzi tutto emerge il carattere veramente nazionale
della scuola romana: i sei componenti qui citati appartengono a sei
diverse regioni del nostro paese. In connessione dialettica con
queso carattere nazionale vi è la gravitazione verso l'area
culturale tedesca, negli studi e nelle pubblicazioni di molti degli
studiosi di via Pa-nisperna: corrisponde certo alla costante
richiesta di un livello di eccellenza. Il “ rinnovo ” dei
ricercatori, man mano che questi conquistavano la maturità della
cattedra, non incise sulla qualità dei lavori prodotti nel
laboratorio di Cannizzaro, indice sicuro questo delle capacità di “
scelta ” del Direttore. Da ultimo non può non risultare chiarissima
la grande libertà che Cannizzaro lasciava ai suoi assistenti, sia
nell'individuare e condurre i loro temi di ricerca, sia nel diverso
stile e ritmo nel flusso di pubblicazioni. È anche interessante
ricordare che tutti gli ingegni, pur così diversi, che Cannizzaro
riuniva intorno a sé trovavano un raccordo di discussione e
chiarimento per le loro ricerche nell'impegno didattico dello
stesso Cannizzaro. Tutte le novità emergenti dalle indagini condotte
a Roma e dalla letteratura chimica venivano vagliate in riunioni
domenicali che francesconi (un altro collaboratore negli studi sulla
santonina) definì “ indimenticabili ”; esse erano tradotte “ in
linguaggio semplice ed elementare e acquistavano straordinaria
importanza nell'insegnamento ”. Si può certo pensare che non fossero
solo gli studenti a trarre profitto dalla “ mente profonda,
sintetica e chiara ” di Cannizzaro (21).
Scienza e industria:
il caso dell'elettrochimica
La libertà di ricerca che abbiamo visto esaltata oggettivamente
nella vita scientifica dell'Istituto chimico di Roma non diminuiva
l'attenzione di cannizzaro verso i problemi dello sviluppo
economico del paese. Difficilmente poteva essere altrimenti, con
molti dei suoi assistenti che iniziavano la loro collaborazione ai
lavori di via Panisperna saturi della cultura
scientifico-industriale tedesca. Il riferimento all'esperienza
germanica è una costante del dibattito sui rapporti fra “ movimento
industriale ” e “ movimento della scienza ”, sia in Italia, nazione
in cerca di un proprio sentiero di sviluppo, sia in Francia e
Inghilterra, paesi di vecchia tradizione industriale, superati o
minacciati dall'emergente supremazia dell'impero di Guglielmo II
(22). Coglieremo qualche tratto di questa discussione vedendo come
Cannizzaro affrontò il problema dell'insegnamento
dell'elettrochimica.
Una storia compiuta dagli studi di elettrochimica nel nostro paese,
fra la fine del secolo scorso e l'inizio di questo, costituirebbe un
capitolo assai significativo dell'impegno degli scienziati italiani
verso la moder-nizzazione dell'apparato industriale, proprio perché
l'accesso alle vaste riserve di energia idroelettrica delle Alpi e
di alcune zone degli Appennini apriva, per la prima volta, una
prospettiva (esplicita) di competitivita rispetto agli altri
concorrenti europei. I chimici si sentivano chiamati a porsi alla
testa di questo processo innovativo, puntando alla messa a punto
dei procedimenti e alla direzione dei reparti elettrochimici,
attività dovute e affidate, in Germania, esclusivamente a colleghi,
da kiliani a buchner. Il “ ritardo ” rispetto ai pionieri tedeschi,
pur sentito e denunciato, non era eccessivo: un insegnamento
particolare per gli elettrochimici era stato avviato da nernst a
Góttingen nel 1896, e due anni dopo ostwald ne aveva seguito
l'esempio a Dresda. A Torino l'insegnamento era stato avviato nel
1899-1900, e nello stesso anno nasini aveva ottenuto a Padova
l'incarico di Elettrochimica per Giacomo carrara (1864-1925),
allora assistente a Chimica generale.
Queste date segnano l'inizio di una “ contesa ” fra chimici e fisici
per la “ copertura ” delle future cattedre di elettrochimica. Anche
in questo caso si deve sottolineare che la discussione in Italia
seguiva l'andamento, quasi mimava, quella che si era già svolta in
Germania e in Svizzera. Nell'ottobre 1901 cannizzaro presentò una
memoria all'Accademia dei Lincei in cui riassumeva l'andamento del
dibattito sulla Zeitscrift fùr Elektrochemie e dava la sua
definizione dello scienziato più adatto a insegnare da una cattedra
di elettrochimica (il suo candidato era miolati): “ ...tutti ormai
sono concordi nel richiedere che l'elettrochimico sia prima di ogni
altra cosa un chimico provetto, conoscitore profondo della chimica
generale, inorganica e organica e padrone assoluto dell'analisi
chimica e dell'arte sperimentale ” (23). La definizione andava
argomentata e questo viene fatto con un confronto esplicito e
diretto con i “ concorrenti ” dell'altro versante della chimica
fisica: “ II fisico o l'elettrotecnico è certamente in grado di
svolgere benissimo una parte dell'elettrochimica, specialmente
quella che per mezzo della termodinamica entra nel campo della
matematica ”, ma senza una lunga, seria e specifica preparazione “
non può in alcun modo... trattare dell'applicazione dell'energia
elettrica nei processi chimici industriali... del loro controllo
analitico, dei rapporti chimici ed economici che i procedimenti
elettrolitici potranno avere con altri metodi chimici, già esistenti
o nuovi che fossero in grado di far loro concorrenza ”. C'è appena
il bisogno di sottolineare il carattere prettamente imprenditoriale
dell'ultimo aspetto evocato da Cannizzaro e quindi, di converso,
della funzione che veniva assegnata agli studenti di elettrochimica
una volta compiuti gli studi e immessi nella produzione.
Nella citata nota di Cannizzaro spira una sottile aria di fronda nei
confronti della (sempre) asserita superiorità culturale dei fisici
rispetto ai chimici, infatti mentre afferma di essere persuaso che “
l'intervento di un fisico matematico nell'insegnamento di una scuola
di ingegneri chimici può essere non solo di somma utilità, ma che
sia quasi anche una necessità ”, subito dopo riconduce il contributo
dei fisici a “ complemento ”: “ uno studio della meccanica chimica
basato sulla termodinamica, come fanno il gibbs, il planck, il duhem...
può essere un utilissimo complemento alla coltura di elevati
ingegneri chimici, ma non può mai da sé solo formare un corso
d'elettrochimica ”. La “ battuta ” più chiara è però espressa per
interposta persona (Svante arrhenius!) mediante una citazione
riferita ai lavori di planck e di “ altri matematici ”: “ Le
deduzioni termodinamiche da essi date non hanno contribuito in un
grado degno di nota ad aumentare il nostro positivo sapere; ma sono
da considerarsi come un rifacimento prevalentemente formale,
sebbene molto elegante, della trattazione teoretica già esistente
del materiale empirico ” (24).
Argomenti analoghi, in forma più “ cauta ” verso i fisici, erano
espressi nel dicembre 1901 da Luigi gabba (1841-1916), docente di
Chimica tecnologica al R. Istituto tecnico superiore di Milano, in
una comunicazione davanti alla Società chimica di quella città.
Nella stessa comunicazione poteva annunciare la fondazione di “
Un'apposita scuola elettrochimica... grazie alla illuminata
liberalità della Cassa di Risparmio di Lombardia ” (25). Questa
cattedra veniva assegnata nel 1903 a carrara, fino ad allora
assistente nell'Istituto di nasini a Padova. Ma già l'anno prima
Arturo miolati era stato nominato professore straordinario di
elettrochimica al R. Museo industriale di Torino. Così a due “
allievi ” di can-nizzaro, di prima e seconda generazione, venivano
affidati, in due capitoli dello sviluppo industriale italiano,
insegnamenti e ricerche da cui la crescita economica del nostro
paese poteva dipendere in non trascurabile misura.
Conclusioni
L'attività di Cannizzaro come fondatore della scuola di via
Panisperna è difficilmente separabile da quella meno nota di
riformatore delle articolazioni amministrative dello Stato. Solo
l'obbligo dello spazio ci induce a rinviare a un successivo
contributo l'analisi di questi aspetti della figura politica e
civile di cannizzaro. D'altra parte lo stesso “ successo ” della
scuola romana, con il suo espandersi nelle sedi uni-versitarie
dall'estremo sud al nord industriale, fu il risultato di un
programma di sviluppo degli studi chimici “ diffuso ” su tutta la
società: fra i sei collaboratori che abbiamo citato tre (carnelutti,
vil-lavecchia, miolati) assunsero posizioni di responsabilità
diretta sul versante applicativo della chimica e della chimica
fisica; per altri due possiamo appena citare le motivazioni pratiche
delle ricerche fotochimiche (ciamician) e il contributo importante
al controllo economico delle forze geotermiche (nasini). Il
campione è ristretto, ma non poco significativo. I risultati
dell'opera di dirczione non devono però far . dimenticare il metodo
con cui Cannizzaro li ottenne. Volutamente non abbiamo riportato le
testimonianze, numerose, di quanti lavorarono con lui: a livello di
documentazione “ oggettiva ” serve di più il Handwörterbuch di
poggendorff. Gli elenchi di pubblicazioni posti in calce ai molti
nomi di “ allievi ” sono una dimostrazione esplicita di maturità,
autonomia, eccellenza. Sono la conferma che Cannizzaro non solo
voleva, ma, per quanto gli era possibile, costruiva un'Università
libera e avanzata.
Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.
Bibliografia e note
(1) L. cerruti, Chimica e Industria 64, 667 (1982).
(2) T. tomasi, “ La scuola italiana in un secolo di storiografia ”,
Scuola e Città, 369-377 (1981).
(3) Senato del Regno, Discussioni, tornata del 7 giugno 1873.
(4) S. Cannizzaro, “ Appunti autobiografici ”, in “ S. Cannizzaro.
Scritti vari e lettere inedite nel centenario della nascita ”,
Associazione Italiana di Chimica Generale e Applicata, Roma, 1926
(d'ora in poi indicato come “ Scritti vari ”), p. 10.
(5) A. la penna, “ Università e istruzione pubblica ”, in “ Storia
d'Italia ”, voi. 5, t. II, Einaudi, Torino 1973, p. 1739-1779;
riferimento alle p. 1751-1752.
(6) S. Cannizzaro, rif. (4), p. 10.
(7) S. Cannizzaro: “ L'emancipazione della ragione ”, Daelli, Milano
1865, p. 8.
(8) A. wurtz: “ Les hautes études pratiques dans les Universités
allemandes ”, Imprimerle Imperiale, Parigi 1870.
(9) S. Cannizzaro, “ Intervento del 5 settembre 1902 ”, in “ Atti
del I Congresso Nazionale di Chimica applicata ”, Torino, p. 87; in
seguito indicato come “ Atti ”.
(10) G. verucci: “ L'Italia laica prima e dopo l'Unità ”, Laterza,
Bari 1981, p. 148.
(11) R. nasini, “ Orazione ufficiale per il centenario della nascita
di Stanislao Cannizzaro ”, in “ Atti del II Congresso Nazionale di
Chimica ”, vol. I, Roma 1927, p. 42.
(12) Camera dei deputati. Discussioni, tornata del 18 giugno 1872.
(13) E. frankland, lettera del 3 dicembre 1871, in “ Scritti vari ”,
p. 338.
(12) F. zampini salazar, “ Stanislao Cannizzaro nella vita intima”.
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(15) A. coppadoro: “ I chimici italiani e le loro associazioni ”,
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(16) M.G. levi, “ Raffaello Nasini ”, Giorn. Chim. Ina. Appi. 13,
157-159 (1931).
(17) G.B. bonino, “ Giacomo Ciamician ”, in “ Dizionario Biografico
degli Italiani ”, voi. XXV, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Roma 1981, p. 118-122.
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(19) G. bragagnolo, “ A. Miolati ”, Chimica e Industria 39, 101-102
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(20) “ J.C. Poggendorff's Biographisch-Literarisches Handwörterbuch
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(21) L. francesconi, “ II Maestro ”, in “ Scritti vari ”, p. 102.
(22) A. baracca, S. ruffo, A. Russo: “ Scienza e industria 1848-1914
”, Laterza, Bari 1979.
(23) S. Cannizzaro, “ Sull'insegnamento dell'elettrochimica ”, Rend.
R. Acc. Lincei 10, 163-168 (1901).
(24) Da S. arrhenius, “ Zur Berechnungsweise des Dissociations
grades starker Elektrolyte ”, Z. Physik. Chem. Leipzig 36, 28-40
(1901). arrhenius è molto polemico contro ogni tentativo di far
apparire le equazioni di planck come das Primare, e le formule e le
leggi di raoult e van't hoff “ che hanno dischiuso questo campo di
ricerca ” come das Sekundäre '(alla p. 39).
(25) L. gabba, “ L'insegnamento della chimica nelle Università e
negli Istituti superiori ”, relazione presentata il 28 dicembre
1901, in “ Atti ”, p. 77.
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