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Un'ulteriore riflessione a sostegno della tesi di U.Eco di un Dante profeta del software
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Nel
suo articolo sulla Repubblica del 6 settembre del 2000, Umberto Eco si
oppone all’immagine di un Medioevo interpretato come un’epoca
oscura, caratterizzata dal prevalere di tonalità cupe e paesaggi
notturni. Il Medioevo, sostiene, come sta effettivamente avvenendo nella
critica moderna, deve essere riveduto, identificandolo con colori vivaci
ed opere artistiche proporzionate. Non a caso nelle miniature le
sfumature e i chiaroscuri mancano per fare in modo che le tonalità
appaiano sempre accese, mai opache. I colori prediletti sono, quindi, il
rosso, l’azzurro, il bianco, il verde e, soprattutto, l’oro e
l’argento, che esprimono più degli altri la luminosità degli
oggetti. In questo senso il Paradiso di Dante è espressione di un mondo
che sentì fortemente il senso della luce e dei colori , a cui dava
anche valore simbolico . Nel Paradiso dantesco, così, la gloria e la
potenza divina vengono espresse grazie alle impressioni che giungono al
pellegrino attraverso i sensi, soprattutto attraverso l’udito e la
vista, le manifestazioni sensoriali che sono privilegiate rispetto alle
altre e le anime si esprimono attraverso il linguaggio delle luci.
Ripercorriamo gli esempi più significativi della rappresentazione di
questo mondo dello spirito. Nel terzo canto (versi 10-18) il pellegrino
si trova nel cielo della Luna e gli appare la visione di molte anime
disposte a parlargli che gli vanno incontro, ma il loro aspetto è
evanescente come quello di immagini che ci appaiono attraverso “ vetri
trasparenti e tersi” o attraverso “acque nitide e tranquille”
tanto che crede di trovarsi di fronte ad immagini riflesse, si volta e
non vede nulla. Nel canto XV, nel cielo di Marte, le anime sono disposte
in modo da formare una croce. Uno degli spiriti luminosi si sposta dal
braccio destro della croce e discende ai piedi di essa per rivolgersi al
pellegrino simile ad una stella cadente che attraversa il cielo sereno e
terso come una fiamma dietro ad un alabastro. Ed ancora nel canto XXXI
il pellegrino è nell’empireo dove ammira i beati disposti a forma di
candida rosa, che ricevono la pace e l’amore di Dio grazie agli
angeli, che volano verso Dio e ritornano subito posandosi di petalo in
petalo. Dante è stupito e felice di poter ammirare tanta grandiosità e
bellezza e contempla la rosa dei beati, guardando i volti luminosi degli
spiriti pieni di carità, che hanno lo sguardo rivolto a Dio. Desideroso
di spiegazioni, si volta verso Beatrice, ma al suo posto è subentrato
San Bernardo, venuto per intercessione della stessa Beatrice a esaudire
le sue richieste. La donna amata è tornata a sedere sul seggio della
terza fila della rosa candida, assegnatole per i suoi meriti. San
Bernardo invita il poeta a guardare verso il punto più alto della rosa
dei beati dove vedrà la Vergine, per intercessione della quale sosterrà
la visione di Dio. Volge gli occhi in alto e gli si presenta alla vista
estasiata Maria, splendida di luce abbagliante, circondata da più di
mille angeli, la quale riempie di sé la schiera dei beati. San Bernardo
allora indirizza anche i suoi occhi verso la Vergine e il poeta sente
aumentare il desiderio di rimirarla. Anche
i suoni contribuiscono a descrivere l’atmosfera del Paradiso: nel
processo della transumanazione di Dante (I canto), viene messa in
evidenza dal poeta l’armonia musicale generata dal movimento delle
nove sfere celesti, che sono posizionate l’una all’interno
dell’altra, fino a giungere all’empireo, il luogo in cui è massima
la luce e, quindi, la presenza di Dio. L’armonia in senso musicale
delle sfere celesti di origine pitagorica e platonica, negata da
Aristotele e da Tommaso, è ripresa sa Dante dal “Somnium Scipionis”
di Cicerone e da altri scritti dei padri della Chiesa ampiamente diffusi
nel Medioevo. Eco,
quindi, prende le distanze dalla freddezza con cui il romantico De
Sanctis aveva guardato a questa terza cantica, pur riconoscendogli il
merito di aver compreso l’assoluta novità della rappresentazione del
regno dello spirito, cogliendo la difficoltà in cui si è trovato Dante
dovendo scrivere di una realtà non definibile con mezzi umani. Ma il De
Sanctis pone come unica espressione delle passioni umane la sola
differenza di intensità luminosa nelle anime: ciò fa in modo che la
diversità delle personalità rappresentate scompaia, poiché
“l’individualità sparisce nel mare dell’essere”. Secondo il
parere di Umberto Eco, il critico romantico esprime un giudizio basato
sui i parametri della propria poetica, ed incorre in due malintesi: che
Dante esegua una forzatura tentando di rappresentare il Paradiso con
diverse intensità di luce e colore, mentre, invece, il linguaggio dei
colori e delle luci è tipicamente medioevale e, altro malinteso, che si
possa giungere alla poesia solo con la descrizione delle passioni umane,
eliminando la possibilità che ci possa essere poesia della pura
intelligenza poiché, altrimenti, vi è il passaggio dalla poesia alla
musica. Ma
la parte più interessante dell’articolo ci sembra quella in cui Eco,
dichiarando la sua preferenza per questa cantica tra le tre, aggiunge
che dovrebbe essere vicina ai giovani che nell’era del software sono
protesi verso realtà virtuali, con il Paradiso Dante, infatti, disegna
il regno della virtualità e diventa “profeta del software” Ma
noi vogliamo azzardare l’individuazione di un altro elemento che
avvicina il Paradiso dantesco al mondo del software, che dà a questa
opera, pur nella sua ricchezza di connotati storici, un carattere di
grande attualità anticipando di secoli uno dei contrasti più accesi
della società moderna, quello tra l’avvento della globalizzazione del
sapere attraverso le nuove tecnologie e il valore del singolo individuo.
In una visione più ampia questo è lo stesso dissidio che nel corso
della storia si è instaurato tra il mondo romantico ed il mondo moderno
caratterizzato da un continuo processo di “massificazione”.
L’analogia è evidente nella tripartizione della Divina Commedia, che
non è solo di carattere stilistico e descrittivo, ma giunge a livelli
più profondi come se il cammino di Dante pellegrino fosse
effettivamente accompagnato da una sempre diversa coscienza di sé e
dell’universo. La cantica dell’Inferno rappresenta il momento di
massima espressione dell’individuo, il cui allontanamento da Dio e da
tutte le sue creature attraverso vie differenti è alla base del
peccato. Nel Purgatorio si identifica una prima forma di riavvicinamento
al creato, che sembra però non trovare pieno riscontro nelle coscienze
degli uomini, soggetti ad una forza superiore che li spinge a percorrere
un cammino comune verso la cima della montagna. L’incoscienza
dell’individuo si risolve, quindi, in una coscienza collettiva che nel
Paradiso raggiunge la sua massima espressione con l’unione a Dio e la
completa smaterializzazione dell’individuo. L’evoluzione spirituale,
ma allo stesso tempo anche fisica dell’uomo, è messa in evidenza da
una serie di elementi tra cui non solo il superamento dei toni scuri e
dei colori cupi dell’Inferno che cedono il posto nel Paradiso a luci
intensissime e vivaci, ma anche i differenti tipi di percezioni
sensoriali sulle quali Dante fa affidamento per la descrizione degli
ambienti. Le sensazioni tattili e olfattive dell’Inferno lasciano a
poco a poco il posto ai sensi “nobili”, quali l’udito ed in
particolare la vista, che in valore superano sicuramente i primi in
quanto rappresentano i più diretti mezzi di interazione con la realtà.
Nel Paradiso dantesco l’Assoluto prende il posto del soggettivo.
Questa lotta può essere percepita dall’uomo moderno in modo ancora più
profondo se si considera il legame esistente tra la smaterializzazione
umana nella cantica dell’opera e l’analogo venir meno dell’uomo
immerso nel mondo del pixel e delle fibre ottiche, in una miriade di
reti informatiche in cui si raggiunge il più alto grado di annullamento
della sua personalità: su questo legame si fonda la “profezia”,
evidenziata da Umberto Eco, del “software”. E proprio verso questa
direzione sembra essere diretto l’uomo, la cui originaria ispirazione
romantica sta cedendo il posto all’era dell’“Assoluto”. E’,
così, che al Dante stilnovista del vascello incantato di mago Merlino o
al Dante politicamente attivo nella Firenze comunale del ‘200 si
affianca in noi l’immagine del Dante profeta della globalizzazione. Federico Rea e Marco Marazzi V
LST Novembre 2000 |
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