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LA CIOCIARA

 di Alberto Moravia

“La Ciociara” è stata considerata dalla critica come uno dei romanzi più autentici e veristici scritti sull’ultima guerra mondiale, sofferta da Moravia nelle carni e nello spirito.

La protagonista del romanzo è Cesira, una contadina della Ciociaria, venuta a Roma dopo aver sposato un pizzicagnolo, fondamentalmente onesta pur essendo molto attaccata alla roba**. Vedova da qualche tempo, ha allevato la figlia Rosetta in modo del tutto riservato e timido, ma con sincera confidenza. Intanto la guerra incombe su Roma; i Tedeschi hanno occupato la città mentre gli americani hanno liberato il sud e si preparano a risalire la penisola

La vita in città, nel frattempo, è diventata impossibile, anche perché i viveri scarseggiano e i pericoli della guerra sono sempre più minacciosi. Per questo Cesira e la figlia decidono di fuggire dalla Roma bombardata, per rifugiarsi verso le montagne della Ciociaria. È da questo momento che inizia la loro triste esperienza in mezzo ai vizi e alle viltà degli uomini, a contatto con la nuova realtà del paese e della campagna, dove, come in città la condizione economica è cambiata. Inizia il loro soggiorno in una casa di contadini, meschini e ladri per di più, ma devono accontentarsi perché in mezzo a tanta campagna, è il primo rifugio che trovano per passare la notte. Cesira sospetta fin dall’inizio che siano dei pochi di buono. Poi un giorno ne ha la conferma: in una baracca, poco lontana dalla loro casa vede accatastata molta roba rubata: coglie sul fatto la padrona di casa, Concetta, che assieme ai suoi due figli cerca velocemente di accomodare al meglio la refurtiva, discorrendo sul furto come se in tempo di guerra fosse un atto normale, necessario alla sopravvivenza. E’ la prima spia che avverte Cesira, negoziante con un forte sentimento della proprietà e dell’onestà, che la guerra ha già cambiato molte cose. 

 Si comprende come già in questa prima esperienza, Moravia ha voluto rilevare precisamente la tragedia della guerra, le nuove forme d’alienazione degli uomini imbarbariti prima dal bisogno e dalla fame e poi dal profitto e dalla violenza. La Ciociara è un po’ un romanzo autobiografico, una specie di documentario delle esperienze che l’autore ha fatto nel suo rifugio a Fondi, ponendo l’accento su come “la vita sia questa triste esperienza, e non c’è alcun paese innocente che possa sfuggire alla realtà drammatica alienante della guerra e della violenza”.

Intanto tedeschi e fascisti fanno razzie d’uomini, d’animali e di cose; tutti tradiscono per farsi spazio fra tanta miseria e anche Concetta, all’arrivo di due tedeschi, in cerca dei suoi figli, ( in continua fuga per non essere arruolati al fronte), vuole barattare Rosetta(la figli di Cesira), con la libertà dei figli, “Non c’era più legge; gli unici a farla rispettare erano i gendarmi tedeschi, ma era la legge loro non la nostra, di noialtri italiani ma era legge per modo di dire, almeno per noi, e pareva essere stata fatta apposta per permettergli di rastrellare gli uomini, rubare la roba e fare ogni sorta di prepotenza…….Un contadino di una località non tanto lontana da Sant’Eufemia una mattina non

**Il motivo “dell’attaccamento” ai beni materiali può essere ricondotto al tema della novella verghiana ‘La roba’ in cui il protagonista Mazzarò, nella sua esistenza non fa altro che lottare per accumulare proprietà. Per l’accumulazione e per il possesso, sacrifica ogni dato umano e naturale e finisce coll’identificarsi con la roba, che diventa l’equivalente della vita.

Analogo processo Moravia intende rilevare quando parla della tragedia della guerra come profonda alienazione della coscienza umana, che porta gli individui a cancellare qualsiasi sacro valore, e la tecnica dell’arraffare e del rubare divengono le uniche possibilità che permettono la sopravvivenza. 

so per che motivo, diede una coltellata al nipote e poi lo lasciò morire dissanguato nella vigna…una donna osservò: ma che ci hai nel core..hai ammazzato tuo nipote?E lui rispose:A chi tocca tocca…nessuno mi arresterà perché oggi non c’è più la legge e ciascuno se la fa come gli pare!”

Le due donne decidono allora di partire la notte stessa di nascosto, per evitare il baratto, alla volta della campagna di Fondi, che Cesira conosceva come le sue tasche. Dopo vari pellegrinaggi sono ospitate, sempre dietro pagamento, da Filippo un bottegaio, il quale venendo a sapere che anche C. ha il negozio e può pagarlo bene, le mostra la stanza nella quale le due donne trascorreranno molto tempo.

Tra gli sfollati, lì sul monte delle Fate incontrano Michele, figlio del negoziante Filippo. Padre e figlio non vanno d’accordo: il figlio ha studiato ed ha un gran disprezzo per la borghesia e per il padre, il quale si vanta di non essere fesso, perché“i fessi sono coloro che credono a quello che c’è scritto nei giornali, pagano le tasse e vanno in guerra e magari ci rimettono la pelle”.

Il personaggio di Michele è quello di un uomo che ha rotto ogni rapporto ideologico con la mentalità borghese del padre e dei mercanti sfollati, con i fascisti e i nazisti, egli si sente un marxista; parla ed opera convinto delle sue azioni, rimprovera a chi non è convinto che la guerra dei fascisti è un atto di prepotenza e di violenza contro ogni forma di libertà; interpreta perfino il Vangelo in chiave marxista; basti ricordare come egli intende spiegare la resurrezione di Lazzaro. “…….Via via che Michele leggeva, intorno a lui i visi dei contadini si facevano sempre più annoiati perché come mi era sembrato di capire, al miracolo di Lazzaro non ci credevano…..quando fu giunto alla frase -E Gesù disse: io sono la resurrezione e la vita-, s’interruppe un momento e potemmo vedere che piangeva. Io capii perché piangeva, egli si riferiva in qualche modo alla nostra presente condizione……….Michele disse –intanto ricordatevi questo: ciascun di voi è Lazzaro….e io leggendo la storia di Lazzaro ho parlato di voi, di te Paride, di te Cesira e Rosetta e anche di me stesso e di mio padre. Siete tutti morti, siamo tutti morti e crediamo di essere vivi…finché crederemo di essere vivi perché ci abbiamo le stoffe,le nostre cure, affarucci saremo morti….Soltanto il giorno in cui ci accorgeremo di essere morti, stramorti, putrefatti, soltanto allora incominceremo ad essere appena vivi…Buonanotte”.

Michele muore, anzi scompare dalla scena, costretto con le armi ad accompagnare dei tedeschi che non conoscevano la strada; e muore proprio nel momento in cui gli americani avevano sfondato il fronte tedesco, rimanendo nel cuore di Cesira e Rosetta com’esempio d’uomo puro e innocente come la natura in cui è immerso e in cui le due povere donne si erano rifugiate. Michele diviene responsabile e consapevole della lotta antifascista e viene elevato ad esempio di eroe del sacrificio e dell’altruismo. Questo processo di purificazione e superamento appare tuttavia come problema esistenziale, più che problema politico. Forse più che l’ideologia marxista, spingono Michele all’azione attiva e diretta contro i fascisti e i nazisti, la situazione drammatica del mondo sconvolto e il buon senso di popolano. L’intellettuale è il prodotto migliore che è venuto fuori dalla borghesia, e che ha saputo mettere in netta crisi quella stessa classe sociale.

Le due donne lasciano il rifugio in montagna con la speranza di poter tornare a Roma, ma gli alleati le avvertono che per il momento non è possibile, perché la città è ancora assediata dai tedeschi. E’a questo punto che la loro avventura si scioglie in un dramma più cruento. Vengono, infatti, raggiunte da un gruppo di soldati marocchini e violentate in una chiesa abbandonata di campagna, sotto un altare e un’immagine rovesciata della Madonna. Sono queste le pagine più drammatiche del romanzo quelle in cui la madre è costretta ad osservare, nelle carni della figlia innocente, le conseguenze della guerra. Nella sua disperazione interiore rassegnata nella sua impotenza dinanzi a tanto delitto, Cesira osserva la figlia cambiare giorno per giorno sotto i suoi occhi: “Rosetta cambiò nel carattere sia ripensando per conto suo a quanto era successo, sia trasformandosi suo malgrado in una persona diversa da quella che era prima…l’avevo veduta tutta religione e bontà fino ad allora; dovevo aspettarmi che d’ora in poi ella si voltasse all’eccesso opposto…”

Si accorge che la figlia ormai sì dà a tutti gli uomini che incontra e che la soccorrono, camionisti e corsari neri. Sembra che con la guerra sia cambiata la morale; tutto è ormai diverso nei rapporti umani e sociali, una nuova alienazione sessuale, sociale, ha spaventosamente reso tutti diversi negli affetti. Cesira si sente quasi estranea a questo mondo, non riesce neppure a capire che nella figlia c’è stato un trauma psichico assai grave; un desiderio d’autodistruzione nasce nel suo animo. “D’improvviso mi dissi che non volevo più vivere in un mondo come questo, in cui gli uomini buoni e le donne oneste non contavano più, e i delinquenti la facevano da padroni; e pensai che per me ormai, con Rosetta ridotta in quel modo la vita non aveva più senso…”.

Vuole morire, ma in sogno il ricordo di Michele le fa cambiare idea: si è verificato quello che lui aveva predetto, con la resurrezione di Lazzaro: tutti sono putrefatti, perciò è necessario risorgere; anche il suicidio che Cesira sogna non avrebbe senso, perché la vita deve continuare: “ Così dovevo continuare a vivere; ma come prima come sempre, non avrei mai saputo perché la vita era preferibile alla morte”.

Cesira e Rosetta si rimettono in viaggio e tornano a Roma: la cupola di San Pietro diceva loro che potevano ormai tornare a casa fiduciose e che la vecchia vita avrebbe ripreso il suo corso, pur dopo tanti cambiamenti e tante tragedie. Nella conclusione si approda alla stessa consapevolezza che è del protagonista della “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo quando dinanzi allo sfascio morale causato dalla guerra diceva “ Adda passà ‘a nuttata”.

Sara Ventrone V^ Liceo Scientifico Tecnologico

 

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