Sarà lo storico latino Sallustio a consegnare alla posterità un ritratto di Catilina dalle tinte oscure ma affascinante, non privo di ambiguità. Catilina appare nell’opera monografica di Sallustio malvagio, amante delle guerre e delle discordie fin dalla tenera età. Sono in lui in massimo grado qualità quali avidità, falsità e cupidigia. Sovente usava sperperare l’ingente patrimonio e compiere delitti a ritmi “assai incalzanti”, tutto in nome della conquista del potere. Le circostanze erano a suo favore: corruzione, lusso e avidità dilagavano a Roma e furono le armi di cui si servì per realizzare le sue aspirazioni. Anche la sua vita amorosa era scellerata e ignobile: dopo essersi macchiato del delitto della sua prima amante, per aver la mano della bella Aurelia Orestilla fu disposto a toglier la vita a suo figlio. Prima di iniziare la narrazione della congiura di Catilina Sallustio fa un breve exursus della storia romana volto a cogliere l’evoluzione in senso negativo dei suoi costumi Comincia con il ricordare la mitica fondazione ad opera dell’eroe troiano Enea che con un gruppo di profughi, per volere degli Dei, raggiunse la terra solcata dal fiume Tevere che sarebbe stata la culla di una civiltà destinata, per potere e ricchezza, a prevalere sul Mediterraneo. Gli antichi coloni non impiegarono molto a fondersi con le popolazioni locali e a iniziare il loro processo di espansione conquistando, con il passare del tempo, terre, alleati, ricchezze e schiavi. La forma di governo repubblicana era perfettamente efficiente e ben organizzata; tuttavia, ricchezza, potenza e potere annebbiarono la mente dei Romani i quali iniziarono ad ambire al potere indiscusso e assoluto. Sallustio cita l’episodio di Silla il quale sfruttò fedeltà e potenza del suo esercito per salire al potere e prenderne il pieno controllo. La Roma antica era solo un ricordo: ormai si era avviato un processo di evoluzione che aveva colpito i valori fondamentali sui quali si basava la società romana e l’istituzione repubblicana si stava lentamente deteriorando. Ma chi erano i seguaci di Catilina? Sallustio ce li descrive come giovani macchiati di orribili colpe, donne o uomini che non esitavano a vendersi. Catilina, dopo essersi assicurato la loro fiducia, li addestrava ai delitti, imbrogli e menzogne. Tra di essi spicca il ritratto di Sempronia, donna dai facili costumi, di Q. Curio di nobile nascita, ma coperto di vergogne e di delitti, di Pisone comandante dell’esercito nella Spagna citeriore e in Mauritania; vi erano anche membri dell'ordine senatorio ed equestre, oltre a molti delle colonie e dei municipi, notabili nella loro patria. In ultimo, degna di nota è la figura dell’intimo amico di Catilina, G. Antonio. Per convincere i propri seguaci a seguirlo nell’impresa, Catilina fece leva sulle problematiche e le ingiustizie che opprimevano la popolazione : la povertà, i debiti, e il continuo arricchimento dei potenti. Premeva soprattutto sulla terza argomentazione facendo un confronto tra le misere condizioni della plebe romana, che viveva in condizioni disastrate, e quella delle persone che, operando al governo, accrescevano il loro patrimonio tanto da permettersi ogni forma di lusso e piacere. Prometteva, quindi, ai suoi seguaci la cancellazione dei debiti, la proscrizione dei ricchi, magistrature, sacerdozi, rapine e tutto ciò che comporta la guerra e la sfrenatezza dei vincitori. Nell’attuazione del suo disegno di congiura, Catilina troverà come suo principale antagonista Cicerone, un uomo affatto sprovveduto e privo d’ingegno. Giovandosi dell’aiuto del Senato, Cicerone, venuto a conoscenza dei piani segreti di Catilina e dei suoi seguaci, della loro intenzione di presidiare la città, li fa dichiarare nemici pubblici rovesciando così i loro piani di conquista. I catilinari rimasti a Roma a preparare il terreno all’esercito di Catilina vengono arrestati e il senato deve decretare sulla loro condanna. Sallustio evidenzia due diverse posizioni a proposito, quella di Cesare e quella di Catone. Cesare circa l’ammenda da infliggere ai catilinari si pronuncerà contro la pena di morte e contro la flagellazione. Con abili argomentazioni mentre proclama che nessuna pena sarebbe sufficiente per la loro colpa, perora, poi, la loro causa suggerendo l’esilio o la confisca di beni. A sostegno della sua proposta ricorda il dramma delle liste di proscrizione di Silla che coinvolsero molte vite innocenti e che i Romani si distinsero dai Cartaginesi per lealtà e dignità. Diversamente, Catone si espresse per la pena capitale, condanna esemplare per una società corrotta e oziosa, attenta solo ai lussi e alla ricchezza, dove gli antichi valori di lealtà e amore per la patria andavano via via perdendosi. Sottolinea che gli avi non avrebbero esitato ad infliggere la pena di morte tenuto conto anche della natura delle persone in questione e della gravità del loro atto. Senz’altro degna della penna di un grande scrittore è il ritratto di Cesare e Catone che Sallustio fa seguire ai loro interventi in Senato circa la posizione. Con rapidi tratti lo scrittore delinea in un gioco di opposizioni due immagini contrastanti: quasi uguali per nascita, per età, per oratoria e per la grandezza d'animo essi raggiunsero la gloria in modi diversi, elargendo Cesare conquistando con il danaro, con il soccorrere, con il perdonare, Catone con il nulla concedere. L'uno era il rifugio degli sventurati, l'altro la rovina dei malvagi. Del primo era lodata l'indulgenza del secondo la fermezza.. Tra le qualità di Cesare spiccavano la liberalità e munificenza, per Catone, invece, l’integrità di vita. Cesare s'era fissato nell'animo di lavorare senza tregua, di fare veglia, di trascurare i suoi interessi per indirizzarsi a quelli degli amici, di non rifiutare nulla che fosse degno di essere donato; per sé ambiva ad una grande potenza, un esercito, una guerra nuova in cui potesse risplendere il suo valore. Catone invece anelava alla misura, al decoro, ma in particolar modo alla severità. Non gareggiava né per ricchezze né per faziosità, ma per coraggio, per ritegno e per integrità. Preferiva essere fermo piuttosto che sembrare buono, così, quanto meno cercava la gloria, tanto più quella lo seguiva. Saputo della denuncia e dell’arresto dei catilinari a Roma, Catilina cerca di convincere l’esercito all’imminente scontro finale contro l’esercito consolare ricordando la gloria e le ricchezze che sarebbero seguite alla loro vittoria, ma anche che, comunque non avevano altra scelta perché altrimenti li avrebbe aspettati un destino di ignominia e schiavitù al quale era senz’altro da preferire una morte onorevole. Nella conclusione Sallustio esalta i soldati di Catilina distintesi per audacia e forza d’animo nell’ultima disperata battaglia. La maggior parte di essi morirono combattendo, altri furono gravemente feriti. Nel racconto di Sallustio riviviamo il dramma di qualsiasi guerra civile: amici e parenti combatterono come nemici. L’esercito di Catilina si trasforma al momento della disfatta in un esercito al seguito di un uomo che, nonostante la sua scelleratezza, seppe distinguersi in battaglia e morire con in volto l’espressione incisa di persona fiera e ambiziosa qual era stato in vita.