FORUM CON FILIPPO TUENA

 

Premessa

 

I ragazzi del Liceo Scientifico Tecnologico interagiscono con l'autore dei libri che stanno leggendo ponendogli alcune domande:

Innanzitutto la ringraziamo per la disponibilità dimostrata non solo ad incontrarci ma anche ad aprire questo forum. Stiamo leggendo “Tutti i Sognatori” e “Le Variazioni Reinach” con molto entusiasmo. E’ nostra intenzione analizzare le sue due opere inserendole all’interno del suo percorso di narratore; vorremmo perciò integrare ciò che abbiamo desunto dal suo precedente incontro di qualche anno fa con una quarta classe del nostro istituto con quanto emergerà da una serie di domande che noi le rivolgeremo. In questo modo noi vorremmo produrre un piccolo opuscolo con un suo profilo letterario e l’analisi delle due opere di cui ci stiamo occupando quest’anno e de “La Grande Ombra” di cui possediamo il materiale che la classe di qualche anno fa ha prodotto.

 

Prima parte

 

Domanda:

 

Prima di tutto, quale è stata la sua formazione, ci parli dei suoi studi e di come hanno influito sulla sua personalità e sulle sue scelte.

 

Risposta:

 

Ho fatto il liceo classico, diplomandomi con un pessimo 36  il minimo ai miei tempi (al tema della maturità presi 3 e ½. Come vedete c’è sempre speranza…) Evidentemente tra me e i miei professori c’era qualche incomprensione o forse sin da allora avevo poco interesse per l’accademismo e soffrivo per una certa staticità della scuola  ho frequentato il liceo tra il ‘67 e ‘72  dunque in piena contestazione che, ovviamente, essendo giovane, approvavo, anche se non ho mai avuto parte molto attiva nei gruppi collettivi (devo confessare che alcuni dogmi rivoluzionari mi annoiavano quasi quanto le lezioni di certi professori…). Visto che mi ci fate riflettere forse sin da quei tempi cercavo una via individuale nello studio. Qualcosa di nuovo.

Poi mi sono laureato in Storia dell’arte all’università di Roma.

La mia famiglia era della buona borghesia romana  leggendo Tutti i sognatori potete farvene un’idea; d’ispirazione liberale e laica, abbastanza colta, ma non particolarmente versata per le arti. Mio nonno (il Fritz dei Sognatori) era un pittore dilettante.

Mio padre e mia madre mi hanno sempre indirizzato verso la tolleranza per il prossimo, il rispetto dei diversi, il rifiuto delle ideologie. Gliene sono immensamente grato. Ricordo che mio padre comprava 4 quotidiani al giorno due di destra e due di sinistra. Per farsi un’idea, sua diceva. Con-siglio splendido.

 

Domanda:

 

Come è nata in lei la vocazione di scrittore e quando ha deciso che la scrittura sarebbe diventata un momento centrale della sua vita?

 

Risposta:

 

Tutto sommato, abbastanza tardi. Scrissi un romanzo verso i miei vent’anni che ho perduto; poche poesie e un paio di commedie. Molte lettere d’amore (molto belle, ricordo. Quasi commoventi). Dopo la laurea ho cominciato a collaborare a riviste di storia dell’arte e ho scritto alcuni saggi sul collezionismo. Ricordo che m’interessava molto di più la storia degli oggetti antichi che non il loro valore estetico. E così mi sono accorto che affrontavo la storia dell’arte con lo spirito del narratore piuttosto che con quello di un critico. Da lì alla narrativa il passo è stato breve. Il primo romanzo vero l’ho scritto nel 1988-89 (dunque a 35-36 anni) e pubblicato nel 1991. Ma una vera scelta l’ho presa passati i miei quarant’anni quando ho deciso di smettere la professione familiare - l’antiquariato e dedicarmi interamente alla scrittura.

 

Domanda:

 

Quali autori della tradizione letteraria lei indicherebbe come suoi maestri? In quale filone narrativo inserirebbe le sue opere?

 

Risposta:

 

Negli anni del liceo lessi con grande passione classici – Poe, Tolstoi, Camus. Ma devo dire che an-che la scuola mi ha aiutato. Le confessioni di Rousseau e, soprattutto, Fedone di Platone sono tra i testi scolastici che hanno avuto una grande importanza per me. E poi molta mitologia greca. Credo che il VI canto dell’Iliade (l’incontro di Ettore e Andromaca alle porte Scee) sia una delle letture più emozionanti che abbia mai fatto. L’Odissea. Edipo di Sofocle. Moby Dick. Kafka. Proust. Mann. Poco Joyce (che sto affrontando adesso). Poco Dostoevski. Gli americani, Hemingway e Faulkner più di altri; Kerouac e la beat generation. Insomma un po’ di tutto, forse in maniera dis-sennata.

Ho amato molto il cinema (Kubrik, Hitchcock, Ford). E la musica classica, jazz e rock. Anche queste passioni dissennate e assolute.

In questo momento leggo pochi autori, quasi sempre gli stessi, e raramente di narrativa: Platone, Michelangelo (ovviamente) Guicciardini, T.S. Eliot, Ernst Junger, W.G. Sebald. Sto affrontando le Confessioni di Sant’Agostino, i Cantos di Ezra Pound. E poi i libri che mi servono per i miei libri.

Quanto al filone narrativo, sto cercando dai tempi di Tutti i sognatori, di rinunciare al romanzo tra-dizionale o quanto meno di coniugarlo con la storia o con le esperienze autobiografiche. Mi annoia-no molto, adesso, i romanzi tradizionali dove il narratore inventa i personaggi, dà loro un nome, un passato, sentimenti che spesso mi sembrano appicicaticci. Ho l’impressione che la narrativa – salvo quella eccelsa - cerchi lettori pigri, che si lasciano guidare eccessivamente dall’autore. Io preferisco lettori attivi, che intervengono – dove il narratore lascia spazio – con la loro esperienza personale, con assonanze con la loro vita. Per questo preferisco una forma frammentaria – anche se poi, credo, i miei libri abbiano una forte coesione. In quegli spazi, in quei frammenti interrotti, il lettore ha la possibilità d’inserirsi e diventa in qualche modo anche lui autore.

 

Domanda:

 

Sicuramente oltre alla lettura dei grandi classici sarà stata per lei importante anche l’incontro con opere e personaggi della contemporaneità? In tal senso quale figura ritiene sia stata fondamentale per lei?

 

Risposta:

 

Se s’intendono libri letti, tra gli autori italiani, credo che I sillabari di Goffredo Parise siano il “mio libro”. Ho anche molto amato Primo Levi, Romano Bilenchi e un autore minore, Sergio Bonfantini, che ha scritto splendidi racconti sul tema della resistenza. E sempre su questo argomento, uno dei libri più belli degli ultimi anni è Il disperso di Marburg di Nuto Revelli (libro che è stato anche una specie di modello per Le variazioni Reinach) perché teorizzava la possibilità di ricostruire un’esistenza anche attraverso pochissime testimonianze.

Ma il rapporto personale più fecondo e stimolante l’ho avuto con Giuseppe Pontiggia, non solo un grande scrittore ma uno splendido maestro di scrittura – perché mi ha insegnato a leggere, a valutare il mio lavoro di scrittore, ad auto censurarmi (se ne è il caso). Ogni scrittore ha un suo primo lettore, al quale sottopone idee, progetti, pagine scritte. E’ nel confronto che ne segue che si deliena la validità di un’idea. Con Pontiggia c’era questo bel rapporto, molto fecondo. Bastavano poche parole per intenderci. Mi ha sempre dato buoni consigli.

Poi, uno scrittore, se è fortunato, dovrebbe avere ottimi rapporti con gli editors delle case editrici, con i quali lavora al libro una volta terminato il dattiloscritto. E’ essenziale avere un buon editore, un buon consigliere. Ti rassicura mentre scrivi, e sopporta le tue ansie una volta che il libro è nelle librerie.

 


Seconda parte

Domanda:

A noi è sembrato che “Tutti i Sognatori” si possa interpretare come un romanzo di ascendenza manzoniana, un “misto di storia e di invenzione”, per intenderci. Lei infatti nell’epilogo dice di essersi ispirato ai tanti racconti che ha sentito nella sua famiglia legati all’occupazione nazista a Roma. In “Tutti i Sognatori”, sono riportati spesso documenti storici, pagine cronachistiche che scorrono parallelamente al racconto, quasi per dare il sapore dei fatti realmente accaduti. Nella risposta alle nostre domande, però, fa menzione di suo nonno e aggiunge “il Fritz dei sognatori”. Qual è veramente il rapporto verità-invenzione in questo romanzo?

Risposta:

In un certo senso, avete ragione. E’ un po’ imbarazzante tirare in ballo grandissimi nomi, ma io, più che Manzoni, pensavo però al Tolstoi di Guerra e pace.

Innanzi tutto c’è la relativa vicinanza ai fatti narrati. Tolstoi scrive una trentina d’anni dopo la campagna di Russia; ne ha memoria orale, riferita da persone che hanno vissuto quel periodo. Manzoni invece recupera un anonimo cronista vissuto due secoli prima. Dunque la posizione di Tolstoi è rispetto alla storia, e cronologicamente, molto simile alla mia.

Gli interventi storici sono apparentemente slegati alla narrazione, sia in Guerra e pace che in Tutti i sognatori. A un tratto il narratore smette la narrazione e enumera o riferisce eventi storici che sem-brano procedere in maniera parallela alle storie private. La Storia con la S maiuscola interviene nel-le vicende personali in maniera invasiva, ma non onnisciente. I protagonisti dei due libri sanno, di quello che accade in quel periodo, solo quello che effettivamente potevano conoscere allora. Dei fatti enumerati nelle cronologie di Tutti i sognatori, soltanto una piccola parte poteva essere cono-sciuta dai protagonisti del romanzo, così come in Guerra e Pace, gli ampi capitoli storici servono a informare il lettore di ciò che accade al di fuori della piccola comunità dei protagonisti che li ignorano in gran parte.

In Manzoni c’è la Provvidenza, in Guerra e Pace la volontà degli uomini – penso a Pierre, al proposito del piccolo figlio di Andrej che chiude la narrazione. Tutti i sognatori riguarda le scelte individuali, la volontà personale. Non a caso Luca non appartiene a nessun gruppo partigiano identificabile. E’ un cane sciolto, anche in questo caso simile a Pierre.

In Tutti i sognatori l’apporto di storie vere o narrate è molto importante – il libro è dedicato alla memoria dei miei genitori e per memoria intendevo non soltanto un ricordo legato a persone che non ci sono più, ma proprio alla memoria che loro hanno esercitato raccontandomi storie di quel pe-riodo.

Tutto ciò che riguarda l’ambientazione è reale, i nomi corrispondono a quelli dei miei familiari; il villino che abitano, le professioni, alcuni eventi – la visita del tedesco, la damigiana rotta, lo zio sarto…tutto appartiene alla memoria familiare. Luca e Maria sono invece personaggi d’invenzione e così le loro vicende, riprese da altre storie.

 

Domanda:

Sia “Tutti i Sognatori” che “Le Variazioni Reinach” nascono dal ricordo di un periodo storico particolarmente drammatico. Tuttavia, in ambedue, la sua attenzione si sofferma in particolar modo su anime fuori dal comune, chiuse in un loro mondo fatto di bellezza che a un certo punto vengono travolte dalla Storia. In Luca di “Tutti i Sognatori” la svolta è consapevole e  voluta, frutto di una maturazione, mentre i Reinach sembrano cadere inermi sotto i colpi degli eventi.

Pensando a lei storico dell’arte, collezionista, musicista non sfugge che ci sia un filo conduttore tra lei e i suoi personaggi. D’altra parte, quando ha ricordato gli anni studenteschi durante il ’68 ha sottolineato un suo atteggiamento di distacco da quel clima che pure in parte la entusiasmava. Vorremmo che lei ci dia il suo parere su queste riflessioni.

Risposta:

Come scrivevo, Tutti i sognatori e Le variazioni Reinach sono libri per molti versi simili; diverso è l’approccio dello scrittore (e di questo avremo modo parlarne quando si affronterà il problema della struttura e della lingua). Sono romanzi storici, ambientati entrambi durante l’occupazione nazista; affrontano il tema del male che invade situazioni familiari serene. Non credo però che alla fine i Reinach cadano inermi. I tentativi – certamente goffi e inefficaci – di Léon; l’atteggiamento di Béatrice; i concorsi ippici di Fanny durante l’occupazione nazista, sono anch’essi risposte forti all’oppressione. Ognuno reagisce secondo le proprie capacità, le proprie esperienze, le proprie possibilità. Se uno scrittore, sessantanni dopo quei fatti ha sentito la necessità di raccontare la storia dei Reinach è perché vi ha trovato una determinazione – sfortunata – ma forte.

Anche ne Le variazioni Reinach ho ritrovato la risposta individuale a situazioni storiche generali. La lettera con cui Léon richiede la restituzione del Renoir mi sembra emblematica.

Certamente la mia passione per l’arte e il mio atteggiamento di partecipazione emozionale ma in qualche modo distaccata al ’68 sono elementi entrati a far parte dei caratteri dei personaggi dei miei libri. Ripeto, è sempre una questione di scelte individuali, di percorsi unici, legati alle proprie esperienze.


Terza parte

Domanda:

A noi sembra che i suoi romanzi nascano da un'esigenza di esorcizzare il tempo con il recupero memoriale del passato, filtrato attraverso la propria sensibilità ed esperienza personale ( a proposito è significativo il sogno ossessivo nelle Variazioni Reinach del padre morto che chiede di essere dis-sepolto o il bisogno mentre si trasferiva da Roma di scrivere una storia che facesse rivivere i suoi ricordi familiari della città occupata). Ma che cosa guida la sua scelta di una storia da riportare alla luce?

Risposta:

La risposta a questo quesito può apparire semplice, persino banale, almeno nella sua connotazione più epidermica: il caso. Quanto poi il caso sia effettivamente scollegato da pulsioni inconsce non saprei dirlo. So che finisco sempre per imbattermi in qualcosa di attraente, in una storia che ha i connotati che m’intrigano e che mi convincono a dedicarle il mio tempo. Molte volte la giustificazione a un libro la trovo a lavoro finito. Vi sono dei temi che più di altri mi interessano. Il recupero del tempo passato, per esempio. Il suo espandersi nel presente. Ma perché poi io utilizzi una certa storia per svolgerli, francamente non saprei. So che ho bisogno di un’esperienza di vita vissuta da altri che sia in qualche modo paradigmatica, che mi consenta, analizzandola e raccontandola, di trovare il modo per esprimermi. Ogni tanto provo a parlare di me in maniera non mediata, ma i risultati non mi soddisfano, almeno a livello letterario e almeno per adesso. Invece, a ben guardare c'è sempre nelle storie che narro un qualche appiglio, anche molto sottile, evanescente, con esperienze personali. Nel caso dei Reinach, oltre alla visita al museo, c'erano i libri della biblioteca di casa con quel nome che sembrava tornare da altri tempi, da altri mondi.

Domanda:

In Tutti i sognatori è chiaro il recupero di un patrimonio di ricordi legati al proprio mondo affettivo, -anche se con un valore di notevole portata storica- e collettivo, da cosa nasce, invece, l'attrazione per la vicenda dei Reinach? Perchè la scelta nelle Variazioni di narrare in terza persona con un nar-ratore esterno, ponendo lo scrittore come personaggio? Cosa le fa sentire il personaggio di Leon più vicino rispetto agli altri?

Risposta:

Le variazioni Reinach è anche un libro sui libri, sullo scrivere libri, sul rapporto che si stabilisce tra storia e scrittore. Avevo iniziato raccontando semplicemente la storia di questa famiglia, ma mentre scrivevo mi rendevo conto che mancava qualcosa, anche dal punto di vista emotivo, che giustificasse il lavoro. Per questo ho inserito il narratore, per questo ho raccontato i suoi dubbi, i suoi entusiasmi. Come ho detto altre volte, ogni libro racconta se stesso. Le variazioni lo fa in maniera esplicita dando al ruolo del narratore quello di coprotagonista. E l’identificazione con Leon nasce non solo dalla coincidenza di età tra narratore e personaggio, ma anche dalla sua professione. Scrittura e musica hanno molti punti in comune.

Domanda:

Lei crede che andare alle storie del passato possa essere anche un modo per comprendere meglio il presente? Oppure nella circolarità del tempo (così bene esemplificata in "Il volo dell'occasione") non si intravede una possibilità di trarre lezione per incidere sul presente?"

Risposta:

C’è sicuramente del vero nell’affermare che la storia insegna e che studiare il passato significa capire il presente, ma non credo che questo sia il mio principale obiettivo. Il mio principale obiettivo è la capacità che ha l’individuo di reagire a eventi contingenti. L’essenza di ogni storia è, più o meno questa: mettete un uomo abituato a una situazione normale in una condizione difficile, estrema. Po-netelo di fronte a delle scelte. E’ il suo modo di reagire che fa la storia. Parlo anche di situazioni semplici – un innamoramento, per esempio, è comunque una situazione estrema.

Quanto alla circolarità del tempo, la vedo come una situazione più letteraria che sociologica. Ovvero m’interessa l’individuo di fronte alle pressioni che crea la memoria, piuttosto che al vichiano ritornare delle ere. Il volo dell’occasione dimostra che nonostante tutto è impossibile modificare il corso degli eventi. Il delitto si ripete all’infinito, nonostante il protagonista faccia di tutto per impedirlo, nonostante sappia come impedirlo. I miei personaggi reagiscono sempre agli eventi che li travolgono, ma né Léon né Luca né l’anonimo narratore del Volo dell’occasione riescono a vincere la marea della storia, lo scorrere del tempo. Del resto, chi potrebbe?

 

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