INTRODUZIONE ALL'INCONTRO CON  FILIPPO TUENA

 

 

Prima di tutto un cordiale saluto a Filippo Tuena e un ringraziamento per essere di nuovo nella nostra scuola e per il tempo dedicatoci nel forum. Prima di passare al tema del nostro incontro vorremmo dire qualcosa della sua carriera di scrittore. Diciamo intanto che Filippo Tuena di origine svizzera, è romano di nascita,  milanese per adozione ma ci è sembrato che abbia anche un particolare legame con Parigi che è protagonista in due suoi libri “Il volo dell’occasione” e “Le variazioni Reinach”.   Arriva alla vocazione letteraria non precocemente, la sua prima formazione è, infatti, di storico dell’arte a cui si affianca l’attività di antiquario e collezionista, ereditata dalla famiglia, l’una e l’altra la trasfonderà nei suoi romanzi, come vedremo poi. Nel ’91 pubblica il suo primo romanzo, “Lo sguardo della paura”, con il quale vincerà il premio Bagutta. In una sua intervista, parlando del suo primo inserimento nel mondo letterario in questa occasione, ricorda l’incontro con Mario Soldati, Giorgio Bocca, figure di rilievo della cultura milanese e, col tono leggero che lo caratterizza, conclude che gli parve divertente scrivere libri.. Nel ’94 pubblica “Il volo dell’occasione”, quasi un giallo, ambientato in una Parigi misteriosa, una storia passionale di fantasmi, sulla circolarità del tempo nella quale il protagonista entra come in un vortice, fuggendo dall’ovvietà del presente. Ma è con “Tutti i Sognatori”, un romanzo ambientato nella Roma occupata dai nazisti, ispirato alle sue memorie familiari che realizza una svolta decisiva nella sua evoluzione narrativa: Tuena si orienta, infatti, verso il recupero memoriale di un passato recente, ispirandosi alla memoria orale e alle testimonianze epistolari dei caduti nella resistenza romana che fanno da sfondo ad una storia inventata, quella dell’amore di Maria per Luca, un amore più sognato che reale, finito in tragedia per la morte di lui alle Fosse Ardeatine. Il romanzo nasce in un momento particolare della sua vita, mentre sta lasciando Roma per Milano, quasi rispondendo ad un moto affettivo nei confronti di luoghi pregni della memoria di un tremendo dramma storico.  Legato al trasferimento a Milano è anche il racconto lungo “Il diavolo a Milano”, in una nota al testo Tuena dice di averlo scritto in risposta agli amici romani che gli chiedevano cosa facesse a Milano. Nel 2001 pubblica “La grande ombra”, un romanzo documento sulla vecchiaia di Michelangelo, sul difficile rapporto che ebbe con Cosimo dei Medici e sul suo esilio volontario a Roma, ispirato all’epistolario e agli scritti del grande artista. Tuena porta così a piena maturazione la sua vera vocazione, quella per il romanzo inchiesta ispirato ai documenti, che lo scrittore interpreta, penetrando nei personaggi con la sua esperienza e la sua sensibilità. Su questa strada nel 2004 approda a “Le Variazioni Reinach”, un romanzo che ricostruisce la tragica vicenda di una ricca e aristocratica famiglia di ebrei francesi sterminata dai nazisti.

In questo nostro incontro di oggi parleremo dei due romanzi di Filippo Tuena , “Tutti i sognatori” e “Le variazioni Reinach”, affrontando il tema “Memoria e scrittura”.

Ascoltiamo la “Nota dell’autore” a “Tutti i sognatori”.

In questa pagina che abbiamo appena ascoltato il narrare  è sentito come recupero del passato, un passato che fa parte di Tuena e di cui sente la presenza nei luoghi che hanno qualcosa di sacro, come le prigioni naziste di Via Tasso. Questo tema diventa centrale nelle “Variazioni Reinach”,  un libro che parla di se stesso, in cui lo scrittore, con la sua operazione di recupero del tempo trascorso attraverso l’interpretazione di scarni dati penetrati con la sua esperienza di vita, è  protagonista insieme ai personaggi della sua storia.  Il romanzo si apre con la visita dello scrittore nel museo Nissim de Camondo, vagando per i suoi ampi spazi, viene attratto dagli oggetti che ricordano la vita vissuta in quel luogo, in particolare dalla foto di due ragazzi, Bertrand e Fanny Reinach, con la data della loro morte precoce nel 43. Alle voci del presente, quelle di due bambini francesi si sovrappone l’eco di quelle del passato:man mano gli ambienti si popolano di fantasmi, lo scrittore ascolta voci, vede Béatrice de Camondo che si aggira per le stanze al momento di abbandonare la casa in cui ha vissuto per assecondare la volontà paterna che vuole farne un museo commemorativo del figlio morto nella prima guerra mondiale. Ascoltiamo passi dall’apertura del romanzo:

 

Il gioco del presente e del passato che si intrecciano percorre tutto il romanzo, lo scrittore cerca testimonianze da cui scaturiscono scene di vita che si animano attraverso la sua esperienza, dà voce a sentimenti, affetti come li avrebbe sentiti lui in quelle occasioni, a volte, come ammette nella conclusione, la storia gli sfugge di  mano e le parole scritte alludono alla sua vita.

Comincia, così, la lenta ricostruzione delle vicende dei suoi personaggi attraverso cui riporta alla luce la storia di due aristocratiche famiglie ebree che annoverano banchieri, collezionisti, grecisti e storici, i Reinach e i de Camondo, giunte a Parigi negli anni successivi alla Comune, dalla Germania e dalla Turchia, con la malinconica nostalgia per le terre lasciate, fino al matrimonio tra Léon e Béatrice, all’occupazione nazista con il sequestro dei beni prima, l’arresto, poi, e la deportazione al campo di Drancy, anticamera di Auschwitz. Giunto al termine del suo cammino di ricostruzione si alza il velo sull’ultimo atto della loro esistenza: allo scrittore spetta il difficile compito di recuperare lo svolgersi di eventi sprofondati nella nebbia di  Auschwitz,  di disseppellire il passato ricostruendolo attraverso la propria esperienza, ammesso che sia possibile descriverlo per chi non l’ha vissuto.

Di questa storia narrata, che rivive davanti a noi, la conclusione è una scoperta per lo stesso scrittore:

pag.333-336

La prospettiva cambia a mano a mano che ricostruisce la vicenda e si svela la vera natura dei personaggi alla prova con i drammi della storia: loro  anime privilegiate, aristocratiche, distaccate dalla realtà vengono ad un certo punto travolte e cadono in una sorta di inferno, dimostrando  capacità di resistere. Come Luca in “Tutti i sognatori”, fino allora preso solo dal suo mondo di opere d’arte , dall’emozione di vederle passare per le sue mani, di possederle per una breve frazione di tempo, reagisce  all’occupazione nazista mosso proprio dal rifiuto dell’uomo amante della bellezza e dell’armonia che non ha né radice ideologica né legame con alcun gruppo organizzato, così i Reinach, un po’ snob, vissuti in un mondo di privilegi, cercano di reagire, di resistere ma come Luca verranno travolti, anime solitarie dinanzi all’ineluttabilità della realtà che li circonda. Non c’è in questi due romanzi ispirati ad una delle tragedie più grandi della storia del ‘900, né l’urgere della denuncia di tanta memorialistica sugli ebrei e sulla resistenza italiana, né la volontà  di comprendere le ragioni della Storia  per un impegno per affrontare il presente, ricordare nasce per Tuena da un’esigenza consolatoria, restituire alla vita esorcizzando il tempo. Nella conclusione, tuttavia, con una vena di malinconia lo scrittore dà voce al senso di incompiutezza che lo assale al termine della sua opera, il passato riportato alla luce come dal fondo di un pozzo è un’immagine che sfugge: se aveva sentito questa opera  consolatoria, quasi  un risarcimento ridando vita ai sommersi dalla storia, questo suo sogno svanisce nell’incompiutezza che avverte sempre terminata un’opera  e che lo avvicina al Michelangelo de “La grande ombra”.

Leggiamo la conclusione del romanzo con il sottofondo della sonata di Lèon Reinach

 

 

Domande degli studenti a Filippo Tuena

 

 

 

Roberto Reali:

 

Fondamentale in questo romanzo è il rapporto con la musica. Come lo stesso titolo evidenzia la sua struttura richiama il procedimento del linguaggio musicale della variazione che consiste nel trasformare con diversi artifici un elemento tematico di base. Come le note musicali sono un numero limitato e portano ad infinite melodie ed armonie, ogni semplice evento può essere modulato per essere raccontato portando ad innumerevoli conclusioni, cercando quella che si avvicina di più alla realtà.

La storia della famiglia Reinach è raccontata in questo testo partendo da semplici indizi, l’autore tenta di tirare fuori tutto ciò che può dal materiale che ha, e di qui la necessità di attuare per ogni frammento, una variazione sul tema per poterlo affrontare con più chiarezza, per arrivare alla melodia che alla fine avrà un senso compiuto.

Il rapporto con la musica è fondamentale anche per riuscire a capire la personalità dei personaggi, e il fatto che Bèatrice diventi quasi sorda si rispecchia nel suo indurimento caratteriale, nella sua fragilità che si esprime nell’indifferenza per la guerra in corso o nella testardaggine di continuare a pagare lo stipendio ai suoi ex domestici anche in momenti difficili. Bèatrice diventa ottusa perdendosi dentro se stessa perché la sua sordità non le permette di riuscire a comunicare col mondo esterno, e lei la musica la perde prima degli altri, prima di arrivare nei posti dove inevitabilmente chiunque viene privato di questo contatto con la vita.

Lèon invece è un compositore, lui che sembra il più fragile dei fratelli, che anche durante la I guerra mondiale non  aveva di certo brillato per il valore, si rivela forte nelle situazioni difficili e riesce a resistere fino a che può, con la sola forza che gli dà la musica che ha dentro. È proprio la musica che gli dà la forza secondo me, perché lui non  ha altro, non sa fare altro e quindi si aggrappa a questo fino alla fine, fino a suonare forse nella banda di Auschwitz.

Passo ora la parola a Filippo Tuena a cui chiediamo di parlarci del rapporto dello scrittore con il personaggio di Lèon che è senz’altro profondo.

 


 

Francesco Di Pietro:

 

Mi pare che un elemento ricorrente nei suoi romanzi siano i luoghi che diventano protagonisti,non fanno semplicemente da sfondo alle vicende ma conservano la memoria del passato, lo scrittore,cercatore di storie, si ispira ad essi per evocare presenze e vicende del passato. C’è una pagina nelle “Variazioni”in cui, in una notte parigina, lo scrittore è solo con la sua videocamera e riprende immagini senza presenze umane, sono i luoghi della sua storia nei quali vuole proiettare i suoi personaggi e ad una cameriera che, uscendo da un palazzo lo nota, dice che “riprende fantasmi”.

Abbiamo sentito prima la descrizione delle prigioni naziste di via Tasso, in cui all’immagine della vita di oggi in quel luogo si sovrappongono le immagini del passato che lui porta nel suo intimo. Così è nelle Variazioni sulle voci a Drancy da cui leggo (pag238 da Filma quello che vede………fino a far rivivere i morti? Pag239

Un altro luogo dalla forte pregnanza è forse villa Kerìlos, il cui giardino dai colori vivaci, mediterranei, riporta lo scrittore alla sua infanzia, alla sua giovinezza.

Anche ne “Il diavolo a Milano”, in una piazza Beccaria deserta, all’alba c’è un uomo inseguito da uno strano personaggio che si rivelerà poi il suo alter ego.

Ma sul tema dello spazio in cui si proiettano presenze metafisiche, bisogna forse parlare soprattutto de “Il volo dell’occasione”, dove lo scrittore, seduto al bar, assiste al ripetersi ciclico di una storia drammatica e passionale del passato. Un personaggio del romanzo dice che Parigi è una città particolare, è piena di storie di fantasmi.

Sembra quindi che i luoghi di queste città non rappresentino solo loro stessi, ma siano la proiezione delle esperienze dello scrittore. Parigi, Roma, Milano nelle sue pagine sono città interiorizzate, le città della sua vita. Mi piacerebbe che lei ci parlasse del rapporto con esse e soprattutto del  legame particolare che mi sembra abbia con Parigi, a cui conferisce ne “Il volo dell’occasione” un fascino particolare.  


 

Riccardo Frattolillo:

 

Uno dei temi principali di questo romanzo è senz’altro il complesso, quanto spesso incerto, rapporto padre-figlio. Sia lo scrittore che il suo personaggio Léon Reinach si trovano a vivere questo ruolo paterno con rimorsi, rimpianti e insicurezze. Per esempio in un passo intitolato “Variazioni su un padre che osserva il figlio”, lo scrittore porta alla luce un momento intimo del rapporto tra Léon e il figlio Bertrand nella difficile situazione della fuga: il padre osserva il figlio mentre spazia con il pensiero, ed è preso dai rimorsi per gli errori commessi, ricorda Bertrand bambino mentre si fa una foto guardandolo fiducioso e pensa…… (leggere stralcio da pag 211). Il tema del padre che sente di dover essere utile coinvolge lo stesso scrittore che rievoca un momento nel quale il figlio, in cerca di protezione, trova conforto vicino a lui, liberandosi delle puerili paure che poco prima lo assalivano. Al bisogno di preservare i figli si aggiunge quello di salvare la memoria delle proprie origini e da una parte ricorre il sogno ossessivo dello scrittore del padre che chiede di essere dissepolto e dall’altra i tentativi disperato di Lèon e Beatrice di salvare ciò che viene dalla propria famiglia dai sequestri nazisti. Significativa è, a nostro parere, anche la nota tra i ringraziamenti nella quale lei dedica questo libro alle due sue due famiglie, quella da cui proviene e quella che ha generato, tra le quali si sente , probabilmente al pari proprio di Léon Reinach, “un cardine incerto ma tenace”.

Nella centralità data al sentirsi punto di raccordo tra l’eredità del passato e il futuro, i figli, possiamo leggere la consapevolezza della crisi di un’epoca in cui soprattutto i giovani vivono immersi nel presente e i padri sentono, forse, di non aver saputo trasmettere l’eredità del passato?

 


Riccardo Frattolillo:

 

Credo che un elemento importante del rapporto padre-figlio sia il rimpianto, il rimorso da parte di entrambi per tutto quello che non ci si è detto. Nelle “Variazioni” il padre di Beatrice, che ha perso il figlio, è pieno di rimpianti per ciò che avrebbe potuto dargli lasciando qualcosa di sé in lui e sopravvivendo così alla sua stessa morte. Una delle pagine più famose della letteratura italiana del ‘900, è proprio legata a questo tema, mi riferisco a quella in cui il protagonista de “La coscienza di Zeno” riceve dal padre in punto di morte uno schiaffo ed il pensiero di quello che avrebbe voluto dirgli lo tormenterà per tutta la sua vita.

Non pensa che anche nel suo romanzo il tema del rimpianto all’interno del rapporto padre-figlio sia fondamentale?

 


Leonardo Manzari:

 

A proposito della formazione di storico dell’arte e collezionista, che peso ha questo interesse nel suo lavoro di scrittore? A parte “La grande ombra” che è una ricostruzione della figura di Michelangelo, sia in “Tutti i sognatori” che nelle “Variazioni Reinach”, i protagonisti sono particolarmente sensibili al mondo dell’arte, difendono il bello dalla barbarie della storia. Si può dire che il suo modo di porsi di fronte all’incalzare della storia sia la visione dell’arte come punto constante di riferimento?

 


Riccardo Frattolillo:

 

Mi sembra che nei suoi romanzi più che di eventi storici determinati (la seconda guerra mondiale in Francia o in Italia) si parli della vita dell’uomo. Significativa, mi pare, una frase in “Tutti i sognatori”: “Un giorno ti rendi conto che le cose non possono accadere senza di te e che se prima sono accadute è perché te ne sei disinteressato…io so chi sono adesso, so cosa devo fare adesso”. Mi viene alla mente un verso di Montale: “Codesto solo oggi posso dirti ciò che non siamo ciò che non vogliamo”. I personaggi dei suoi libri diversamente dall’atteggiamento di Montale, dinanzi alla tragedia della storia dimostrano una presa di coscienza che li porta dall’indifferenza al tentativo di reagire agli eventi.

 


Giovanni Di Pinto:

 

Lei ha scritto quattro notturni che si riferiscono ai suoi romanzi. Ci parli della sua esperienza di poeta. Leggo questi suoi versi che per il tema della memoria potrebbero fare da epigrafe e i suoi romanzi.

 

E’ passata in un lampo

sorseggiando la granita di caffè

mi venne di pensare.

Che lampo e lampo? Rispose la voce.

Quanto lunghi saranno i tuoi secoli,

tanto ti seguirà il ricordo, e sempre

avrai

quel gesto che t’è venuto male

la carezza incompiuta, o goffa,

le parole d’amore mal dette o immeritate

Quanto lunghi i tuoi

secoli

tanto ti seguirà il ricordo, ripete

sorridendo

e la guardo mentre lei alza  la testa,

e volge

lo sguardo altrove, verso lo struscio

della sera,

le verande dei ristoranti,

i pescherecci che salpano E lei,

chiedo,

“Lei ha secoli avanti”,

risponde la voce,

“ma dimentica

e si fa bella”.

 

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