Il Cannizzaro alle celebrazioni per il 70° anniversario dello scoppio avvenuto nel '38 nel reparto "tritolo" della B.P.D. di Colleferro

 

SOPRATTUTTO

Si potrebbero spendere migliaia di parole per descrivere la tragicità di ciò che accadde in un giorno che sembrava trascorrere come tanti altri…
Tutte, apparirebbero inutili, senza senso…
Solo un attimo di silenzio racchiuderebbe più di quanto mille parole possano dire.
Dalla mente riaffiorano i ricordi, dal cuore il dolore, la rabbia, un senso di vuoto creatosi quando vengono strappati gli affetti più cari. Emergono domande che non trovano risposte, nei cuori si insinua la disperazione che non trova conforto, un vortice di passioni scuote chi, di quel 29 Gennaio 1938, conserva un triste ricordo.
Settanta anni ci dividono da quel giorno: un’eternità per i giovani che di quel momento non conoscono che pochi eventi tramandati dai propri nonni o impressi sulle pagine dei libri.
Ma per chi ha vissuto quella tragedia sulla propria pelle, quell’istante non è poi così lontano dalla mente; lo scorrere dei giorni non ha allievato il dolore. Perché tutto questo è accaduto? La vita è un diritto che deve essere difeso e rispettato, ma questo spesso non accade; si è accecati dal proprio egoismo e si agisce per il proprio tornaconto, senza nessuno riguardo per gli altri…
Errore umano, incidente o mancanza di sicurezza? Ciò che accadde nessuno può dirlo, ma ci si chiede “PERCHE’? MA SOPRATTUTTO, COME E’ POTUTO SUCCEDERE TUTTO CIO’?”.
La risposta è solo un lungo silenzio che si propaga da quell’esplosione di settanta anni fa.

Sara Terenzi
I.T.I.S. S.Cannizzaro – Colleferro
4°B Liceo Scientifico Tecnologico


“La storia che non leggiamo sui libri di scuola”

 

Era il 29 Gennaio 1938 quando la popolazione di Colleferro fu svegliata da una forte esplosione

e da un bagliore nel cielo,  causati da uno scoppio nel reparto tritolo del polverificio B.P.D., nato dalla geniale intuizione dell’ingegnere Leopoldo Parodi Delfino. Questi,  nel lontano 1912 ,

ricevette dal governo l’incarico di far sorgere una nuova industria per l’armamento bellico in vista del possibile scoppio di una guerra . La nascita del Polverificio costituì una completa novità: essa non agì in una realtà operaia, ma sulla vita di una massa  legata ancora alla terra, in una zona alquanto povera ed arretrata, ma con la giusta conformazione territoriale. Prima dell’arrivo di Parodi, oltre il nucleo abitato nella zona dove oggi sorge Colleferro-Scalo, erano presenti  famiglie che basavano la propria sopravvivenza sulla rendita agricola, la guardiania dei latifondi o il bracciantato. Con l’allestimento del polverificio alcune famiglie furono costrette a lasciare le proprie abitazioni e a sistemarsi in nuovi alloggi, il che comportò dei mutamenti nelle proprie abitudini.”…quando siamo andati al borgo,c’avevamo tre stanze e eravamo dieci figli …mia madre prima faceva da mangiare nel caminetto, quando siamo arrivati qui ha trovato i fornelli, erano tredici persone…. ”(dalla testimonianza di E. Proietti, in “Dal Villaggio industriale…” tesi di laurea, a.a. ‘78/79 – Biblioteca Comunale di Colleferro) La costruzione della fabbrica fece si che trovarono impiego non solo i residenti, ma anche le popolazioni limitrofe; inoltre confluirono nella zona operai specializzati provenienti da tutta Italia. Furono queste le premesse che portarono all’espansione del Villaggio e, nel 1936, al riconoscimento dell’autonomia del Comune.

Tra gli anni ’20 e ‘30, con l’avvento del regime fascista, furono potenziate le produzioni belliche per la difesa del Paese; la fabbrica già si occupava di esplosivi industriali (dinamite) e militari (balistite). Lo stabilimento fu quindi messo in piena efficienza e fu impiantato il tritolo per incrementarne la funzionalità.

Per la maggior parte degli operai, la fabbrica rappresentava l’unica possibilità di poter sopravvivere, nonostante la pericolosità delle lavorazioni; questo emerge anche dalla testimonianza della signora A. Biagioni:

" (..) tutti lavoravano sul pericolo se stava sempre co’ la paura, se entrava ma non se sapeva se se usciva (...). E se non metteva quella fabbrica col pericolo chi lavorava? Solo co’ quella ha potuto mette la gente che ce ne serviva tanta e dà da mangià a tanta gente in tempo de guera.” “(...) se doveva mangiare, certo che ogni tanto ne scappava qualcuno, ne moriva qualcuno." ( ibidem) . O ancora come affermò la signora E. Proietti, operaia nel reparto tritolo:

"Quello era il nostro lavoro, ormai c'avemo preso confidenza non è che faceva paura. Come facevi a cambiarlo? Qui era soltanto quello il lavoro." (ibidem).

Con la guerra alle porte, l’industria doveva produrre il doppio in tempi più ristretti, spesso a discapito delle condizioni di sicurezza; a causa di ciò, non era inusuale che si verificassero incidenti, il più disastroso dei quali fu quello avvenuto, come già detto, nel 1938.

Malgrado siano trascorsi 70 anni, la dinamica resta ancora poco chiara, sembra infatti che si sia trattato di un incidente legato all’incuria di un operaio che, nel tentativo di sghiacciare una conduttura del tritolo liquido, provocò delle scintille per aver  usato un martello  di ferro invece che di rame. Le scintille provocarono un incendio che dilagò a macchia d’olio fino a far detonare tonnellate di esplosivo.

La gravità dell’esplosione fu tale da uccidere 60 persone, ferirne oltre 1000, distruggere mezza fabbrica e causare il crollo di alcuni fabbricati.

Ricorda T. Costantini, che si era incamminato verso il reparto del tritolo subito dopo l'incendio:"Dopo cinque minuti sentimmo uno scoppio colossale... prima si vide tutto rosso e poi tutto nero. E sentivo che intorno a noi crollava della roba: pezzi di finestre, vetro, pezzi di macchine... "( ibidem)  Anche le abitazioni circostanti rimasero danneggiate dall'esplosione; disse sempre la signora Biagioni:

"Quando semo rientrati il giorno doppo a Colleferro specialmente quel rione lì a via d'aria dove stavo io era tutto sfasciato, noi c'avevamo un terrazzo tutto pieno de vetri, tutti lampadari rotti. I pali della luce chigli de fero proprio così 'ntorcinati come se gli fosse piegati a caldo. "( ibidem)

Nonostante la gravità dell’accaduto, emersero la profonda e persistente solidarietà esistente tra la popolazione e il senso del dovere sociale ed individuale. Infatti, anche in questa occasione gli abitanti rimasero uniti: coloro che quel giorno non erano in fabbrica, accorsero sul posto non per semplice curiosità, bensì per tentare di aiutare e di soccorrere chi era rimasto coinvolto e alcuni di loro, per questo, rimasero uccisi.

Ricordò M. Girardi, pompiere di fabbrica:

"Quando scoppiò quella mattina ci fu il primo scoppio e io stavo dentro il reparto (mio) uscii fuori (...) andammo in caserma dei pompieri... li ci trovammo tutti quanti e andammo su al tritolo…c’era una colonna alta, bruciava, sopra c’era uno, non poteva scendere, è morto bruciato là sopra…ho visto il vecchio S. scavare co’ le mani per trovare il figlio ". ( ibidem) Ancora dalla signora Proietti:

" So morti dottori, ingegneri (...) e tutti so andati per la stessa ragione... perchè tutta questa gente non c'era in fabbrica quel giorno, era un giorno non lavorativo (...) ma siccome che l'operai della B.P.D. davano tutto, se succedeva qualcosa in un posto, tutti correvano, ma non per curiosità, per aiutare. "( ibidem)

Fin dalla nascita del villaggio dominò un’uniformità indiscutibile, perché tutti erano accomunati dallo stesso stile di vita, stesse tipologie di abitazioni e anche con coloro che erano arrivati da altre regioni (come gli esplosivisti piemontesi) le differenze furono appianate da una facile integrazione resa possibile dalla piccolezza del paese.

Ricordano I. Girardi e M. Masella:" C'erano i marciapiedi qui, si mettevano tutti in fila la sera d'estate e si mettevano a cantare perchè c'era mio padre che suonava il bombardino, c'era un altro che suonava la cornetta, suonavano la musica tra loro, erano sette o otto piemontesi e gente vicina che si conosceva. "

" Eravamo tutta 'na famija. Se se faceva 'na festa ce dovevano sta tutti (...) chi faceva quello, chi faceva quell'altro; 'na festicciola tra famije vicine (...) se se ballava tutte robe oneste, chi faceva un dolcetto, chi faceva il caffè, chi faceva il tè. Se divertivamo uguale (...) "( ibidem).(….)

Nel periodo seguente all’incidente tornò a emergere questa solidarietà, tanto che la popolazione, malgrado il dolore per le perdite subite, si adoperò alla ricostruzione non solo della fabbrica, ma anche nel paese furono fatte delle riparazioni in tempi brevissimi. Tutti collaborarono affinché si potesse continuare a lavorare e quindi a sopravvivere, il che evidenzia il sincero e radicato senso del dovere e l’attaccamento al posto di lavoro. Fondamento di questi atteggiamenti era la considerazione di Parodi non solo come un padrone e un capo, ma anche come padre fondatore della cittadina, che a lui doveva il proprio sviluppo. Infatti egli fu un esempio di “capitalismo dal volto umano”: trattava gli operai come suoi pari, si preoccupava di assicurare loro servizi di ogni genere e un’istruzione, chiedendo in cambio solamente la massima dedizione sul posto di lavoro.

Oggi invece è raro, pressoché impossibile, trovare simili esempi; a dominare sono le multinazionali e un capitalismo spesso disinteressato alla vita e alle condizioni dei propri dipendenti.

Se a quei tempi misure di prevenzione verso incidenti di tale portata erano assenti,in qualche caso sconosciute, stupisce invece che oggi, pur essendoci i migliori mezzi per la salvaguardia

dei lavoratori, continuino ad accadere avvenimenti molte volte evitabili . Recenti casi di cronaca testimoniano quanto appena detto. (…)

Se per alcuni vale il principio del fatalismo, altri, o meglio molti, si sentono traditi da un sistema che dovrebbe invece garantire protezione. In gioco, quindi, non c’è più soltanto la dignità del lavoro, e quindi delle persone, ma anche la capacità di pensare un futuro per le nostre imprese.

Forse un modo in più per far si che le cose cambino è che avvenimenti come l’evento che stiamo ricordando non cadano nell’oblio e diventino memoria e identità collettiva per l’oggi ed il domani.

 

 

Perotti Arianna e Giuliano Cristina, classe IV B Chimica ITI “S. Cannizzaro “ Colleferro

 

Insegnante  Prof. ssa A. Palombi


Perché?

 

Le grida della natura scuotono le viscere della terra e si innalzano al cielo, portando dietro di sé lingue di fuoco che tingono di sangue tutto il firmamento.
Le persone in un instante furono pervase da quel silenzio assordante, che giunse nel profondo di ognuno, dilaniandolo.
Quel silenzio sepolcrale che, con un leggero e soffocante velo di polvere e macerie, avvolse la desolazione.
L’equilibrio fittizio e inquietante fu distrutto da un pianto di disperazione, che invocava all’unisono “AIUTO”.

Oggi 29 gennaio 2008 questo pianto si ripercuote dentro di noi, ponendoci delle domande: ”PERCHÉ QUEL GIORNO LA FURIA DIVINA SI SCAGLIÒ CONTRO DI LORO? PERCHÉ PROPRIO LORO? SOPRATTUTTO SI POTEVA EVITARE?” ; quesiti a cui non si trovano risposte, o meglio forse non si vogliono trovare.

La cosa che più fa paura è che queste riflessioni si ripropongono ogni anno e nonostante tutto accadono ancora degli eventi analoghi, dove la dignità dell’uomo viene sottomessa al venale profitto.
Perché l’essere umano è meno importante del denaro?
Perché perseguiamo quella felicità materiale, terrena che conduce inevitabilmente alla corruzione; come anche Dante sottolinea nel Purgatorio “Di piccol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, ” [canto XVII vv 91-92]


MICHELA NECCIA
4 B LICEO SCIENTIFICO TECNOLOGICO


TUM,TUM,TIC…

 

TUM,TUM,TIC…BOOM!!

UN RITMO SOSTENUTO VENNE INTERROTTO .
POI UN SILENZIO MOMEMTANEO.

QUALCOSA E’ SUCCESSO,
C’E’ UN PROFONDO CAOS
CHE DONA ALLA SITUAZIONE UN’ ATMOSFERA OLEOSA.
ATMOSFERA , FORME, NESSUNO HA PIÙ IL SUO RUOLO,
TUTTO E’ DISTRUTTO.

IN UN ISTANTE UN DINAMISMO PERVASE LA SCENA
DINAMISMO GENERATO DA UN ATTO, UN MOVENTE,
CHE FA CONFLUIRE L’INTERA OPERA
IN UN’ UNICA SENSAZIONE DI ATTESA.

ATTESA PROIETTATA VERSO UNA SPIEGAZIONE.


MICHELA NECCIA
4 B LICEO SCIENTIFICO TECNOLOGICO


Ricordando il 29 gennaio 1938…


Pensare…quante volte ci si sofferma su aspetti che non riusciamo a spiegare, che ci appaio-no nella mente sotto forma di immagini, di rumori, di sensazioni. Nella nostra vita sarà capita-to il più delle volte di riflettere su qualche avvenimento passato e di rimanere immobili di mo-do che i ricordi prendano miglior forma dentro di noi, cercando di focalizzare i particolari, analizzando così l’accaduto con il senno “del poi” facendolo proprio perché il passato serve a renderci migliori.
Vogliamo ricordare un evento traumatico e doloroso, avvenuto settant’anni or sono, l’esplosione nella fabbrica di Colleferro.

Era una bella giornata. Il cielo infondeva malinconia, ma l’aria fresca del luogo metteva di buon umore. Mi svegliai alle sei e trenta, come ogni mattina.
“Il lavoro è un dovere oltre che un diritto e non posso assentarmi. Ho un ruolo molto importan-te…E non pagano poi tanto male!”
Mi avviai verso la fabbrica mentre pensavo queste cose.
Timbrai il cartellino alle sette e trenta, salutai il portiere e mi misi subito all’opera.
Ho un vago ricordo di tutto quello che seguitò ma non posso negare che l’esperienza fu terri-ficante.
Stavo parlando con un mio collega quando mi accorsi che l’aria si era raffreddata di colpo. Non ebbi il tempo di dirlo e sentii un rumore assordante, provai un forte dolore alla testa. Ero contro il muro con una ferita sulla fronte a chiedermi cosa fosse successo. Ora l’aria sapeva di tritolo. Corsi verso il reparto. Arrivai sul posto, intorno a me solo fiamme ed aria irrespirabile. Non c’era segno di vita.
“Tutti fuori di qui, presto!”
Ed io non me lo feci ripetere. Mentre stavo cercando l’uscita ben nascosta dal fumo denso, sentii dire che ci sarebbe stata una seconda esplosione.
Avevo paura. Non sentivo più le gambe. Inciampai e caddi. Il mio respiro era corto, il cuore troppo veloce. Non ce l’avrei fatta, non avevo forza…
Vidi una sagoma nera venire verso di me. Era un prete, e con lui c’era una persona vestita per bene. Mi allontanai da quel luogo come per miracolo, portato dai due uomini verso quel-la che dicevano essere l’uscita.
Sentii ancora una volta un fresco venticello…Un boato e questa volta svenni.
Sognai mia madre che mi rimboccava le coperte, il mio primo giorno di scuola…la donna che amavo…
Mi svegliai in un letto d’ospedale. Ancora non ero completamente lucido. Intorno a me gen-te che piangeva. Capii ciò che era successo. Capii che molti avevano perso la cosa più bel-la: la vita.
Mi guardai intorno.
Piansi.

Queste lacrime possiamo trovarle solo nella sofferenza diretta dei nostri nonni. Loro ci raccon-tano, ci insegnano, ci tramandano gli errori del passato per cercare di farci capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Ed è per questo che con l’avvento delle tecnologie si sono studia-ti sistemi di sicurezza sempre più sofisticati: per evitare il male.
Torniamo ai giorni d’oggi. Cosa è cambiato da allora? La società con la tecnologia si è evo-luta, si sono ottenuti ottimi risultati in tutti i campi (medicina, edilizia, scienza…). Purtroppo no-nostante ciò le morti bianche avvengono come nel passato. Le cause degli incidenti che spesso degenerano in vere e proprie tragedie sono sempre le stesse e si conoscono; man-canza delle norme di sicurezza, dispositivi per la protezione dei lavoratori non sempre com-pletamente operativi, trascuratezza dei termini di scadenza della manutenzione. Perché ac-cade tutto ciò? Noi non possiamo rispondere e tanto meno dare spiegazioni valide a questo interrogativo. Anche se siamo solo quindicenni attraverso i media e lo studio veniamo a co-noscenza di tutte le tragedie riguardo il mondo del lavoro. Una delle ultime che ha lasciato tutti sconvolti è accaduta a Torino in una fabbrica metalmeccanica (Thyssen Kroup) ci sono stati sette morti. Anche qui come in altre occasioni la dinamica dell’incidente non è chiara. Non ci sono giustificazioni valide per la loro morte, l’unica cosa che possiamo fare è sperare che queste disgrazie non accadano mai più.
A distanza di settant’anni ancora si piangono morti sul lavoro e rimane il ricordo che rende indelebili le tragedie del passato ma deve anche prevenire nuovi errori nel presente, portan-do così un conforto ai parenti di quelle persone che hanno perso la vita facendo il proprio dovere.


Ventinove trentotto


Il sole si levava dal cielo,
un nuovo giorno iniziava,
e tutta la gente si risvegliava.
In fabbrica tutti andavano,
ed il pane guadagnavano.
All’improvviso il respiro fu spezzato,
ed il paese venne avvolto da un boato.
Quanta fortuna la fabbrica ha dato
Tanta sofferenza ha creato.
Oggi ricordiamo questa tragedia,
ci torna nel cuore in un momento
lasciandoci nel profondo dell’anima uno sgomento.

Classe II° B Liceo scientifico tecnologico


Caro diario

9 Ottobre 2007, ore 15:00


Caro diario,
oggi non è un giorno qualunque, così mi fermo, assorto nei miei pensieri, per ripercorrere la giornata scolastica.
L’anno è iniziato da poco, lo studio è ancora molto leggero… ma non è proprio di questo che volevo parlare. Durante l’ora di educazione fisica, mentre eravamo presi dal gioco, è arrivata una notizia che ha fatto rabbrividire l’intero istituto: l’esplosione nella fabbrica d’armi della Simmel, a pochi chilometri di distanza. Che dire, in questi casi forse la miglior cosa è non azzardare nessun commento, e lasciare tutto al silenzio. Non voglio essere un menefreghista e so che avrei potuto esprimere la mia opinione a riguardo, ma… un attimo! Sto scrivendo ed ho la strana sensazione che sia già accaduto un fatto simile, qui a Colleferro… ma sì, certo! Il giorno più scuro che la mia cittadina abbia mai vissuto: lo scoppio del 29 gennaio 1938.
Le cronache di quel giorno parlano di freddo, di gelo, di polvere, di macerie, di una delle giornate più uggiose di quel mese. Il sospiro del vento calmava gli animi degli alberi e delle foglie, tutto sembrava assumere un movimento o una quiete controllati. Le tipiche azioni quotidiane procedevano regolarmente, come da copione, ognuno era al proprio posto, quando l’equilibrio naturale veniva infranto da un frastuono, un rumore assordante, quello di un’ esplosione…BADABAM… un terremoto? Un bombardamento?
Sono stato abituato, sin da bambino, a riprodurre nella mia mente tutto ciò che leggo e sento, in modo da avere come una pellicola cinematografica, volta alla riflessione e al ricordo. Ciò è valso per alcune pagine di un libro scritto da un parroco del tempo, don Umberto Mazzocchi, attraverso le quali ho costruito un cortometraggio immaginario: “Il buon prete celebrava la messa delle sette, quando udì uno scoppio. Subito si recò verso la fabbrica del tritolo, dove si apprestava a vedere uno spettacolo di deflagrazione”. A mio parere, l’evento può essere rappresentato come un susseguirsi di reazioni a catena che sembrano durare all’infinito… dalla calma e dal gelo, al panico, al fuoco doloroso che ardeva nei cuori dei malcapitati.
Ogni singolo fatto ne genera uno nuovo: persone che chiamano soccorso, il soccorso arriva da tutti i paesi limitrofi, e così via. E’ incredibile, sembra un intreccio al quale non vi è alcuna fine, e non si giunge ad una conclusione. Anzi no, la conclusione esiste, eccome se esiste! Ma nessuno può cambiare la serie degli eventi, e tanto meno alleviare e trovare parole di conforto per le famiglie dei caduti.
Ehi, non è mio obbiettivo rattristarti, volevo solo un appoggio morale… che ne pensi mio caro diario? Sono un ragazzo di quasi diciotto anni, non ho vissuto in quel periodo, ma la mia sensibilità mi impone di restare in silenzio e commemorare l’accaduto. Silenzio, sì, sembra una parola usata banalmente, per sfuggire ad ogni tipo di commento… Ma sento solo di porre alcuni interrogativi sui quali riflettere: “Come e perché è potuto accadere?”, “E’ colpa del caso o della mano disattenta dell’uomo?”. Non so davvero dare una risposta…
Tra qualche anno sarò proiettato nel mondo del lavoro: dal 1938 al 2008 sono passati ormai settanta anni, la tecnologia ha raggiunto il suo più alto grado di evoluzione, e non riesco a spiegarmi come accadano ancora eventi simili. Forse è proprio vero, per andar dietro al progresso bisogna prestare più attenzione a quella che viene chiamata la tutela dell’uomo. Non si può progredire nella tecnologia senza incrementare il livello di sicurezza per evitare gravi inconvenienti. Spero solo che quando sarò un lavoratore, possa contare su condizioni di protezione più efficienti. Beh, ora devo proprio lasciarti, vado a studiare… vorrei da domani parlare solo in positivo…

Ciao,
Emiliano


Priori Emiliano
IV B liceo scientifico tecnologico


 

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