Viaggio della Memoria

Mauthausen

11-13 aprile 2010

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Per non dimenticare

Ancora una volta la Provincia di Roma ha voluto lasciare nei giovani studenti un segno tangibile della Storia.

Dopo Auschwitz, Mauthausen è stata la seconda tappa del Viaggio della Memoria.

Un percorso lungo ed articolato (Mauthausen, Ebensee, Gusen, castello di Atheim), luoghi di sofferenza, di dolore, di morte, ma anche di lotta su cui gli studenti hanno avuto modo di riflettere attraverso le testimonianze di Mario Limentani, di Rosario Militello, di Remo Comanducci e di Vera Shalomon.

Nei tre giorni duecentoquaranta studenti e sessanta docenti provenienti da sessanta scuole della provincia di Roma, insieme, hanno ripercorso e compreso con l’ausilio di Aldo Pavia ed Eugenio Iafrate, rappresentanti dell’ANED, le dinamiche della deportazione e della pianificazione dello sterminio di massa.

Sconcerto, dolore, rabbia sui volti dei ragazzi, ma anche speranza per un futuro migliore.

 

(non mi avrete)

 

Ho fame, non mi date da mangiare,

ho sete, non mi date da bere,

ho freddo, non mi date da vestire,

ho sonno, non mi lasciate dormire!

 

Sono stanco, mi fate lavorare,

sono sfinito, mi fate trascinare

un compagno morto per i piedi,

con le caviglie gonfie e la testa

che sobbalza sulla terra

con gli occhi spalancati.

 

Ma ho potuto pensare una casa

In cima a uno scoglio sul mare

Proporzionata come un tempio antico.

 

Sono felice: non mi avrete.

 

Ludovico Barbiano di Belgiojoso, matricola 82266.

Mauthausen Gusen, maggio 1945

 


 

Appunti e riflessioni

Emozione, notte insonne, pensieri  molteplici popolano la mia mente: ricordi dell’esperienza passata, ansia per la prossima.

In piedi prima del suono della sveglia. Ricognizione delle cose da portare. Appuntamento con i ragazzi al casello. Stranamente tutti puntuali, evidentemente in loro la stessa emozione, lì, pronti, anche i soliti ritardatari.

Viaggio veloce fino a Fiumicino, consegna bagagli, imbarco verso il gate B01. attesa e finalmente inizio del viaggio. Ore 8.30. Atterraggio a tempo. Pullman numero 5 e partenza per Ebensee. Sosta pranzo. La gastronomia austriaca non è certo da invidiare! Passato di verdure in tutte le salse. Ore 15 si riparte.

Nuvole nere si alternano a squarci di sereno, man mano che ci avviciniamo al lago Traunsee una fitta nebbia sembra scendere sull’anima.

Sicuramente i luoghi per i campi di concentramento erano scelti con una cura meticolosa, ricordo ancora con angoscia l’atmosfera di Birkenau: la stessa oppressione, lo stesso dolore, la stessa consapevolezza che in questi luoghi è accaduto qualcosa di indimenticabile e di indicibile. I monti ancora innevati, intorno al lago, sembrano emergere spettrali dalle acque plumbee.

 Dopo due ore di cammino, sosta ad Ebensee.

La prima sensazione è di sconcerto. Una ridente cittadina, case alquanto signorili, perfettamente curati i giardini, una maniacale perfezione nello stipare la legna in appositi luoghi: ordine, armonia, serenità, luogo ameno ed ospitale. Tutta questa perfezione sembra voglia cancellare l’orrore, l’angoscia, la disperazione di quello che è stato.

La conferma di questa iniziale sensazione mi è stata data successivamente dai racconti e dalle testimonianze di chi l’orrore l’ha vissuto. Poco è rimasto dell’originale campo, tutto sarebbe stato coperto dalla modernità se una famiglia italiana, Le Petit, non avesse acquistato la parte rimanente per ricordare la memoria di un congiunto e dei tanti altri che lì hanno sofferto ed esalato l’ultimo respiro. Commovente la cerimonia presso il monumento, la deposizione della corona di fiori, il salmo pronunciato prima in lingua ebraica, poi italiana.

I ragazzi, in genere chiassosi e confusionari, assistono con un rispettoso silenzio che denota visibilmente quanto siano toccati nel più profondo del cuore.

Il discorso ufficiale del presidente della provincia Zingaretti e le delucidazioni del professor Gentiloni precedono un breve discorso del direttore del campo, discorso di difficile comprensione, data la mia scarsa conoscenza della lingua inglese, ma chiarificatore per certi aspetti. Sosteneva che fino agli anni ’80 non sapevano bene cosa fosse accaduto e che solo dopo quella data le autorità avevano cominciato a fornire finanziamenti per il mantenimento del campo.

Queste fredde parole di circostanza stridevano fortemente con quelle di Limentani, rotte dalla commozione.

Ricordare per testimoniare che in questi luoghi si è perpetrato il male assoluto.

Il cammino silenzioso verso le cave di granito segna ancora i nostri cuori. Tunnel gelidi adibiti a fabbriche di morte per la produzione dei micidiali V1 e V2. Uomini, ma come chiamarli più tali? costretti a lavorare dodici/tredici ore al giorno sotto le sferzate delle SS. Mi ha commosso particolarmente un episodio raccontato dallo studioso Pavia: narrava di un bambino di quattordici anni che tentò di portare da bere a quelle larve umane nelle cave di Gusen, dove l’aria era più secca, tale libertà, però, non era loro concessa; gli aguzzini freddamente uccisero il ragazzo, tutti i detenuti per onorarlo lo alzarono trasportandolo dalle cave fino al campo senza poggiarlo a terra, mani e mani lo sorressero, fu il loro modo di dirgli grazie.

Pullman per Lizen. Stanchi e affamati, ma la cucina austriaca non può di certo competere con la nostra, il dolce però è soddisfacente. Fortunatamente i ragazzi sono stanchi e decidono di non uscire.

Così dopo tante parole ed emozioni posso, spegnere la luce della mia stanza e, dopo aver rivolto a Dio una preghiera che ciò non accada più, dormire  un sonno tranquillo.

“Il sole splende sulle sciagure umane” questo è il primo pensiero che mi balena per la testa quando la mattina del 12 aprile giungiamo in vista di Mauthausen.

Al cielo nuvoloso e greve previsto dal bollettino meteorologico ne è subentrato uno terso e limpido che sembra voglia rendere meno opprimente l’atmosfera. Ciò non è possibile. Il posto in cui è realizzato il campo sembra essere stato scelto con cura: dalla collina si domina la vallata e nei giorni senza foschia si possono ammirare i maestosi monti delle Alpi, bellezze negate a coloro che hanno soggiornato in questi luoghi.

Prima di addentrarmi nelle mie riflessioni devo spendere qualche parola per la guida che c’è stata assegnata. Helmut: tipico nome austriaco e tipico aspetto austriaco, alto e robusto, baffo asburgico, giacca verde-grigio di lana cotta, cappello di feltro, complessivamente simpatico si è rivelato anche un ottimo conoscitore degli eventi di nostro interesse ed è riuscito a fornirci non una fredda elencazioni di fatti e numeri, ma una visione della storia compartecipata.

Lo spazio antistante Mauthausen è cosparso di monumenti a ricordo dei tanti innocenti uccisi, ogni nazione ha il suo memoriale. Ci fermiamo davanti a quello degli italiani. La cerimonia commemorativa è coinvolgente, ma più commovente è il silenzio dei superstiti. Remo Comanducci che a Ebensee ci aveva raccontato la sua storia non riesce a parlare, così è per Rosario Militello e Mario Limentani che dentro le cave di granito ci aveva tanto commosso con il suo racconto.

Tante lapidi, tanti nomi, tanti ricordi.

Un memoriale con un grande scivolo e con un’altalena legata ricorda i bambini uccisi in quel luogo di disperazione.

Nello spazio antistante l’ingresso è posto un singolare blocco di marmo bianco con in cima appena abbozzata una testa; il senso mi è stato chiarito da Helmut: è stato eretto a ricordo di un ufficiale russo che non potendo essere ucciso è stato fatto sostare notte e giorno davanti al muro del pianto e veniva ripetutamente bagnato fin quando non è morto assiderato.

Orrore, rabbia, vergogna, paura.

Orrore e vergogna per la barbarie umana, paura che il ricordo di tutto questo possa essere cancellato, rabbia perché ancora accadono empietà indicibili.

Dietro l’imponente portone d’ingresso si apre un esteso cortile, fiancheggiato da basse costruzioni in muratura. Lì, in quell’ampio spazio veniva effettuato l’estenuante appello, al freddo, al gelo, al vento, ore interminabili in cui si perdeva, forse, la coscienza della realtà, ma c’erano le SS pronte a finire chi si fosse sottratto a tale tortura. Helmut ci ha raccontato che alcuni detenuti hanno preferito morire sul filo spinato anziché sottostare a tale disciplina.

Il rituale di immissione dei prigionieri era lo stesso di Birkenau, però qui il numero non veniva tatuato ma applicato sulla giacca e doveva essere memorizzato in tedesco così da essere pronti quando si veniva chiamati.

Mille aneddoti, mille particolari, mille ricordi, ognuno trasudava sangue e dolore.

I ragazzi attenti come non mai.

Non è la storia dei libri, non è la storia che non piace, è la sofferenza autentica che trasuda da quei muri, è il male assoluto che si manifesta in quei luoghi spettrali anche se illuminati dal sole.

Passo dopo passo come ripercorrendo un cammino già percorso visitiamo quello che resta dei tanti prigionieri politici passati in quel luogo: angoli di verde cosparsi di croci, lapidi per ricordare l’aberrazione umana, ceneri sparse nel vento e, per i più fortunati, ceneri raccolte in simulacri di morte.

Tutti insieme, in silenzio, ci avviamo verso la scala della morte. Conto, scendendo centottantacinque gradini e provo ad immaginare la sofferenza di chi quella scala la percorreva denutrito, infreddolito, febbricitante, schiacciato da macigni di granito che gravavano sul corpo e sull’anima.

L’orrore della giornata non è finito: ci aspettano Harteim e Gusen.

Il pranzo a Linz non ci distoglie dalla nostra concentrazione.

Il tempo, che al mattino è stato clemente, è peggiorato visibilmente: un’aria grigia ed una fitta pioggia fanno da sfondo ad Harteim: luogo di orrore, di morte, dove l’odio nazista si è espresso al meglio. Un antico castello barocco, adibito a casa di cura per malati mentali, è diventato il luogo della sperimentazione delle camere a gas e dell’eutanasia sistematica. Coloro che già si trovavano nel castello sono stati eliminati immediatamente, ma, per non far trapelare le atrocità commesse agli abitanti del luogo, si inviavano ai familiari lettere in cui si asseriva che i loro congiunti erano deceduti per attacco cardiaco. Poi vi fu internato chiunque fosse ritenuto disabile. Tutti lucidamente e sistematicamente furono sterminati, tra questi molti italiani.

Il professor Pezzetti ha dichiarato che qui si sono formati i peggiori aguzzini che hanno gestito i campi polacchi.

Il viaggio prosegue verso Gusen, ultima cerimonia commemorativa, anche qui tanti gli italiani uccisi: una lapide, un ricordo, una preghiera.

Le parole pronunciate da Vera Shalomon nell’incontro tenuto la sera presso l’hotel Courtjard di Linz possono concludere queste mie riflessioni. “La memoria non è una cosa che vi diamo, la dovete elaborare altrimenti questi campi che avete visto sono delle pietre. La visita è molto importante, ma non è sufficiente”.

 

Per non dimenticare

   Quest’anno  alcuni miei compagni ed io siamo stati scelti per partecipare ad un progetto che la Provincia di Roma propone annualmente: il Viaggio della Memoria. Siffatta esperienza viene proposta ai ragazzi perché possano avere un riscontro diretto  degli abomini compiuti sotto il regime tedesco del Terzo Reich durante, appunto, la Seconda Guerra Mondiale negli arcinoti campi di sterminio.

Mentre l’anno passato, da quanto ci ha raccontato la nostra professoressa di Lettere (e accompagnatrice), la meta fu Auschwitz, noi siamo stati condotti a Mauthausen e, per così dire, siamo stati fortunati. Infatti quel campo non era adibito allo sterminio diretto e “veloce” dei prigionieri, bensì attraverso stremante lavoro. Non per questo lo spettacolo  che ci attendeva è stato meno traumatico, le nostre guide, per altro, non ci hanno certo risparmiato i particolari sgradevoli, anzi!

   Il giorno del nostro arrivo in Austria siamo stati condotti in uno dei diversi sottocampi che costellavano la zona circostante il campo centrale, Ebensee. Tuttavia lo spettacolo che ci attendeva era ben diverso da quello che chiunque si aspetterebbe sapendo di essere diretto in un “mattatoio” se mi è concesso così definirlo. Cosa ci siamo trovati davanti? Casette. Tante belle casette. Di quelle tipiche dei paesi germanici come anche del resto,per chi ci fosse stato, del Trentino Alto Adige: fiori di accese, allegre e varie colorazioni sui davanzali delle finestre, giardini curatissimi, cataste di legna pronta per le serene serate attorno al camino con familiari ed amici.. Nel mezzo di tutto ciò un cimitero, ultima testimonianza delle genti rimaste vittime dell’unico, vero animale, nel senso più bestiale  della parola, al mondo: l’uomo. Se non fosse stato per una famiglia italiana, i Le Petit, che acquistò quel frammento di terra, oggidì non ci sarebbero nemmeno quelle poche centinaia di metri quadri di memoriale.  Una vergogna? È vero che la nostra storia, come quella del resto del mondo, è costellata di battaglie, di massacri, di omicidi e che se volessimo rendere omaggio ad ogni nostro caduto a questo punto non ci sarebbe posto per noi probabilmente, ma questo non giustifica di certo il voler nascondere quello che è accaduto cancellandone ogni prova. Tuttavia, come la nostra savia guida ci ha fatto osservare, in effetti tutta l’Austria era come un grande campo di concentramento quindi effettivamente i posti dedicabili dalla costruzione erano ridotti e il governo che seguì la liberazione dal gioco nazista di certo non era propenso a mostrare al mondo gli orrori di cui la sua nazione era stata partecipe.

Ad ogni modo, in questo sottocampo, ci è stato raccontato, si lavorava prevalentemente nelle cave di granito scavate sotto le pendici dei vicini colossi alpini. Ed è proprio in uno di questi tunnel che siamo stati condotti, lì ad attendermi una delle cose più sconvolgenti che abbia mai visto: una foto. La foto di cadaveri, cadaveri accatastati l’uno sull’altro, come fossero tronchi. Come fossero legna da ardere durante le serene serata attorno al caminetto con familiari e amici. Accatastati con l’ordine millimetrico di cui solo una mente di certo monolitica, ma spogliata di tutti quei principi che il genere umano ha faticato, errore su orrore, a mettere assieme per formare una società decente.. potenzialmente decente, pardon.

   Ciò che ci aspettava la seconda giornata era sensibilmente diverso. Mauthausen di per sé, infatti, potrebbe tranquillamente essere scambiata per una sorta di cittadina medioevale: colline verdi ricche di prati e foreste a dismisura tutt’attorno, torri di vedetta, mura di cinta, alcune abitazioni intravedibili dietro di esse , imponenti e decorati portoni di legno con possenti cardini di ferro modellato con motivi quasi floreali.. un film fantasy.

Ovviamente ci si aspetterebbe che l’interno fosse diverso. Nossignore. Caserme, prigioni, alloggi degli ufficiali delle SS, baracche dei detenuti.. e tutto, tutto era vuoto. Nostro compagno solo il lamento del vento e un cielo plumbeo, triste, opprimente. Non mi soffermerò particolarmente sulle descrizioni degli interni, anzi non lo farò affatto, in fondo oltre che ripetere quel che mi è stato detto, cioè che in quelle poche decine di metri coesistevano anche centinaia di persone che avevano per unica fonte di calore il corpo dei propri vicini (sì, dormivano l’uno sull’altro; non avevano materassi né coperte), non posso. D’altronde tutto quanto è nel campo è stato “restaurato” e sistemato a dovere per poter permettere le visite turistiche e, quindi, effettivamente ci resta ben poco delle difficoltà alle quali erano costretti. La stessa strada che dovevano percorrere per raggiungere le cave sottostanti il campo è stata, infatti, resa più agevole e quel centinaio di gradini, che consentivano la discesa, praticamente rifatti.

Quello che veramente ha lasciato me, come suppongo i miei compagni, agghiacciati, impietriti, sono state le storie di vita e gli episodi che avvolgono Mauthausen. Ne riporterò due che sono per me più significative in quanto mi hanno colpito personalmente. Cercherò di essere breve, la prima racconta di un uomo, un artista se non erro, che stanco della vita a cui era costretto decise di morire nel modo più semplice, veloce e indolore possibile: attraversare il confine e farsi sparare da un soldato, per aver praticamente provato a fuggire. Il soldato di pattuglia che lo vide, al contrario, invece di sparargli a vista gli offrì una sigaretta, fumarono assieme e solo allora lo uccise. Il secondo episodio  riguarda invece in prima persona un soldato austriaco che per quieto vivere non oppose resistenza quando fu chiamato a lavorare proprio nel campo e rimase così sconvolto da volerne fuggire, ma dato che così  facendo avrebbe condannato la sua famiglia decise di optare per il suicidio.

   Per concludere vorrei soffermarmi su quanto importanti siano questo tipo di opportunità per noi giovani. Secondo la mia umile opinione esperienze come questa dovrebbero essere vissute da tutti almeno una volta nella vita per poter evitare fenomeni assurdi, paradossali, come ragazzini che ancora oggi inneggiano a Hitler e a Mussolini come fossero stati chissà quali eroi mitici dai quali prendere esempio di vita. Per essere sincero anche solo pensare che questo è reale e avviene sotto i nostri occhi, anzi I VOSTRI, dopo che noi (italiani) non per ultimi abbiamo sofferto per mano di questi regimi, mi toglie ogni briciolo di speranza di un futuro migliore. Dopo tutto presto o tardi io come tanti altri saremo costretti a relazionarci con questi “inumani”, e, parliamoci chiaro, se ogni diciottenne la pensasse come me (cosa che ovviamente non auguro a nessuno) probabilmente quel futuro migliore non ci sarà mai, perché senza speranza tutto perde di senso e viene meno persino la volontà di reagire.

 

 Immagini & Ricordi & Ghiaia

Dov’è l’Etica?

Per i giorni 11 , 12 e 13 aprile 2010 è stato programmato dalla Provincia di Roma un ‘Viaggio della Memoria’ , in Austria , presso il Campo di concentramento e sterminio di Mauthausen e dei suoi campi satelliti.

Prima  siamo stati forgiati a dovere da un team di esperti sul campo : attraverso immagini e foto del viaggio precedente , testimonianze , indagini e spiegazioni approfondite hanno preparato la nostra ‘memoria’.

I nostri pensieri e riflessioni sono stati amplificati e approfonditi grazie al grande carisma e personalità della nostra guida che ci ha seguito all’interno del Campo.

I suoi discorsi fluidi , densi di sospiri e pause ci tras-portava il cuore in gola  per la forte emozione provata. Vedere le immagini sui libri è un conto , osservare la vera ghiaia di granito calpestata dai deportati , unita alle spiegazioni efficienti , porta alle volte a sentirti malinconico e speranzoso che lo scempio non si debba ripetere mai più.

Ascoltarlo era come sentire quei picconi che venivano inforcati nella terra vicino a noi , oppure le urla dei sorveglianti che riecheggiavano con eco, i lamenti dei prigionieri nel chieder un altro tozzo di pane… tutto sembrava così reale e tangibile in quei giorni d’inferno. Il tempo aiutava molto nell’immedesimazione : cielo terso e freddo penetrante fino alle ossa , noi eravamo ben coperti da maglioni e cappotti , i deportati non credo potevano permettersi di indossare fatture così. Una semplice stoffa fina e sfilacciata era la loro vita.

Delle frasi e delle immagini mi rimarranno sempre dentro , come pietra incisa : una fra tante è la costruzione di case abitate all’interno del campo di Ebensee , hanno sgualcito un ricordo destinato a permeare .

Lì la vita sembra trascorrere tranquilla contrariamente al passato come un’antitesi, dagli orari ferrei dettati dalle S.S. , all’immane fatica dei prigionieri, al dolore , alla fame e alla quasi inevitabile morte del corpo e dell’anima.

Molto è stato scritto a riguardo della ‘memoria’ e molto altro si scriverà. Ma perché è fondamentale mantenere acceso e vivido il ricordo? La risposta più plausibile e più semplice è quella di non dimenticare le vicende accadute , ma più per i fatti , secondo la mia opinione , il ricordo deve essere usato per comprendere a cosa si è spinta la mente umana , per quello che ha saputo partorire, progettare e mettere in piedi.

Ha toccato veramente il fondo della perversione e malignità , sgretolando legami umani di ogni sorta …quasi un’alienazione completa dal bene.

Mi salta alla mente la scala delle morte , 186 scalini di dolore , percorsi anche da noi, forse per farci provare un piccolo assaggio ; peccato che li abbiamo scesi con calma , una volta sola , senza fretta e con un parapetto ben solido a fianco . I prigionieri dovevano portare un blocco di pietra in braccio di oltre 20 chili , quasi di corsa e molte volte al giorno , per di più erano in balia degli scherzi dei soldati che si divertivano a buttarli giù dal dirupo o di farli cadere a catena.

Ci è stato detto che i nazisti non erano pazzi , a differenza di come si pensa realmente . Un semplice pazzo avrebbe ucciso tutti senza scrupoli , probabilmente fucilandoli ; un pazzo intelligente programma ogni minimo particolare , in questo caso si è creata una vera organizzazione  nel calcolare le entrate , i guadagni e gli sprechi ( Si stimò quanto un deportato costava e quanto produceva , hanno ridotto loro cibo pretendendo una resa molto più alta nel lavoro ). Si pensi che questi campi possedevano cave di granito (dove c’è una forte escursione termica tra dentro e fuori) , le ore di lavoro erano alte e cibo scarso , gli uomini erano diventati ‘pezzi’ di una grande macchina , quando non fungevano più si buttavano. A chi importava che erano uomini come loro?L’importante era il profitto. Per risparmiare anche sulle munizioni avevano installato camere a gas ( GasKammer ) nei lager , non conveniva utilizzare migliaia di munizioni quando una camera a gas poteva uccidere molte più vite in costi più ridotti. Una mente studiosa e altamente diabolica la loro.

La peculiarità del Viaggio è palese a mio avviso , non abbiamo visitato un campo molto conosciuto come quello di Auschwitz , ma un altro che contiene lo stesso porzioni di storia e di memoria come pezzi di un puzzle da ricomporre.

Non è rimasto molto del campo originario di Mauthausen perché molte cose  sono state distrutte o sono state lasciate all’incuria degli agenti atmosferici , quel poco che c’è ancora farà la differenza e sarà ancora meta di pellegrinaggio di uomini e scolaresche di tutto il Mondo.

 

 

 

Fabrizio Mazzoccchi


Viaggio della memoria in uno squarcio della storia dell’uomo

 

“Ecco la risposta. Incenerire i sogni. Bruciare i sogni è il segreto per abbattere definitivamente i propri nemici, perché non trovino più la forza di rialzarsi e ricominciare. Non sognino le cose belle delle loro città, delle vite altrui, non sognino i racconti di altri, così pieni di libertà e di amore. Non sognino più nulla. Se non permetti alle persone di sognare, le rendi schiave. E io, saccheggiatore di città, adesso ho bisogno solo di schiavi, per regnare tranquillo e indisturbato. E così, non rimanga parola su parola. Ma solo bianca cenere dei sogni antichi. Questa è la distruzione più crudele: rubare sogni alla gente. Lager pieni di uomini bruciati con i loro sogni. Nazisti ladri di sogni. Quando non hai sogni li rubi agli altri, perché non li abbiano neanche loro. L’invidia ti brucia il cuore e quel fuoco divora tutto…”. (Alessandro D’Avenia: Bianca come il latte rossa come il sangue)

 

La mia riflessione vuole soffermarsi su quanto sia importante non dimenticare il percorso tracciato dall’uomo fino ai giorni nostri per trarre, dall’esperienza del passato, i dovuti vantaggi e rimediare dunque agli errori commessi provando, quantomeno, ad evitare di ricadere nello stesso male.

 

Tra gli innumerevoli problemi, i dubbi, le paure e le esperienze di un adolescente, protagonista del libro da cui ho tratto il passo che dà il via al mio scritto, emerge una grande preoccupazione per lo scontro, più che l’incontro, dei sogni, che fin da piccoli siamo stati abituati a coltivare speranzosi, con la realtà, che sembra trasformali molto spesso in veri e propri incubi, con una velocità ed una facilità tali da strappare via anche l’ultima speranza, quella che muore solo quando l’oblio bussa forte alla porta.

Se riuscissimo a sentire più a fondo forse non sarebbero ancora morti. È il pensiero che sovente mi tormentava durante il mio viaggio della memoria. Dico “il mio” perché credo che ogni partecipante lo abbia vissuto diversamente, a suo modo, come se avesse preso un altro aereo, o avesse percorso un altro cammino. Ognuno si è immerso in questo oceano di storie e ha provato a raggiungere il fondale, finchè l’ossigeno non bastava più. Solo così si può realizzare che le vittime dell’odio e dell’invidia in realtà non sono mai morte: loro vivono nella nostra esperienza; nella mente di chi si oppone alla paura con il dialogo; nei cuori di chi crede ancora nella realizzazione di un futuro nella storia dell’umanità.

Ora che le testimonianze dirette iniziano a diminuire, non si può lasciare che il terrore diffuso dal regime nazista finisca nel dimenticatoio, che milioni di vittime siano morte a causa di un progetto organizzato da criminali, così come ci è stato presentato, che si fondava sull’intolleranza del diverso, l’imposizione e l’eliminazione di quella parte della società mondiale che veniva considerata inferiore, imperfetta, difettosa e, di conseguenza, inadatta a vivere.

La vita donerebbe, se l’uomo non togliesse all’uomo la possibilità di seguire il decorso naturale degli eventi.

 

Nel 1938 l’Austria viene annessa al reich tedesco. Hitler riceve, durante le votazioni, un ampio consenso del popolo, ingannato dall’audacia della retorica del fuhrer e dalle sue promesse, tra cui quella che lo sfruttamento del territorio, particolarmente ricco di granito, avrebbe garantito alla città di Linz di svilupparsi per diventare la Fuhrer Stadt (città del fuhrer), in cui questi si sarebbe trasferito, una volta concluso il suo periodo di governo. Un governo basato sulla paura, la quale rende vulnerabile anche il più ardito tra gli uomini. Un governo che si impone in brevissimo tempo, ordinando il silenzio e forzando con le armi all’obbedienza i deboli, risparmiando nessuno, esclusi pochi eletti. E un uomo che ha paura non denuncia, né scappa. È la paralisi che condiziona i rapporti tra mente e corpo.

Mauthausen e i sottocampi di Ebensee e Gusen (1 e 2) diventano ben presto l’inferno per i diversi, per i nemici politici, per chi viene catturato nello stesso luogo in cui è stato preso un partigiano, per omosessuali, zingari, ebrei, testimoni di Geova, per quelli denunciati dai vicini, desiderosi di ottenere un riconoscimento, con la falsa accusa di aver ascoltato Radio Londra, per chiunque rappresenti un ostacolo a quella ricordata come la “soluzione finale”, prevista dal progetto nazista.

I fatti storici parlano da sé, esprimendosi in tutta la tristezza e il dolore che hanno promanato, nel mio viaggio, i  racconti di chi quell’inferno l’ha vissuto sulla pelle e nell’anima.

 

La cava di granito di Ebensee si trova su una montagna che, minacciosamente, si affaccia sul lago Traunsee, che si presenta con un aspetto gelido. La fossa comune e le case così colorate attorno disorientano per un attimo: per fortuna una famiglia italiana aveva acquistato il sottocampo per non lasciar svanire i segni che il male ha lasciato qui. Un piccolo sentiero sempre più stretto conduce alla cava. Non è come salire la montagna del Purgatorio dantesco: sappiamo che non ci aspetta la visione dell’Eden. Un vecchio portone di legno sulla destra dell’ingresso con dei fiori legati ad esso: era stato buttato giù alla fine della guerra. La galleria principale: c’è uno sbalzo di temperatura notevole tra l’esterno e l’interno; fa freddissimo, indosso i guanti. Il labirinto sotterraneo si snoda tanto sulla destra quanto sulla sinistra, ma le gallerie sono murate. Lì si costruivano armi e aerei da guerra. Come è possibile che i detenuti, malnutriti, coi volti scarni e i loro corpi fragili avvolti in quel “pigiama a righe”, per citare il libro e il rispettivo film, potessero resistere in queste condizioni? Già, perché se non si moriva a causa dello sforzo a cui si sottoponevano i prigionieri nelle cave, le aspettative di vita non superavano i due mesi. Dopodiché si era anziani e non potendo contribuire più al benessere dell’organizzazione e all’incremento della ricchezza delle tasche sempre più bucate dei nazisti, che tra l’altro non consegnavano agli schiavi lavoratori la misera ma pur sempre paga che la ditta destinava loro, si andava incontro alla morte, nelle “docce”, funzionanti con zyklon b, uno dei gas tossici usati per le eliminazioni di massa. Lo zyklon b veniva versato su una pietra riscaldata ed entrava nella stanza attraverso un tubo. La lenta morte dei prigionieri durava tra cinque e sette minuti. Dopo dieci minuti, il medico spiava dalla porta: si accertava che tutti erano morti e si apriva il ventilatore. Dopo quaranta minuti, si apriva un po’ la porta e si inseriva nella camera a gas un pezzo di carta trattato che reagiva con lo zyklon b, se il gas non fosse fuoriuscito completamente, per poi richiudere la porta. Altrimenti, un comando speciale di detenuti entrava per ripulire tutto e portare via i cadaveri, perché la camera a gas doveva essere per il resto dei detenuti una stanza dove si faceva la doccia, motivo per cui chi faceva parte del comando speciale sapeva che il turno successivo sarebbe potuto essere il suo.

Gli incubi dovrebbero restare nel mondo dei brutti sogni, non collidere con la realtà.

C’è bisogno di prendere un po’ d’aria. Usciamo da quella cella frigorifera, finalmente. Il clima è secco, ma il freddo sembra volerti gelare persino l’anima e quei ciottoli che, come ci viene spiegato, dovevano essere raccolti a mani nude dai detenuti, non sono meno freddi, né hanno un aspetto levigato.

Sembra impossibile. È impensabile. Non avrei potuto resistere neanche per un attimo, io.

 

Hitler, da giovane, non venne accettato all’accademia delle belle arti di Vienna: non aveva talento. Da piccolo era stato cacciato dalla scuola: mancanza di disciplina e rifiuto del rispetto delle regole vigenti, sembrano esserne state le cause. A Vienna iniziò a copiare incisioni storiche della città: i suoi acquerelli venivano acquistati sovente da un venditore d’arte ebreo di cui misteriosamente, una volta eletto il fuhrer, non si seppe più nulla.

Paradossalmente, Hitler, agiva forse per questioni personali? Non era in grado di reagire a una delusione, il genio, la perfezione in persona? Eppure era stato lui a costringere il dottore ebreo che aveva curato sua madre a partire per gli Stati Uniti perché il reich non era un nido sicuro, per quelli come lui.

Per non parlare della notte dei “coltelli lunghi”, come probabilmente accadde anche in altre situazioni, in cui il fuhrer arrivò all’atto estremo di accusare un suo seguace di essere un oppositore politico. Bastava una scusa, un’accusa non vera, ed eri morto. Così poco per decidere di privare un altro della vita. Chi è l’uomo per ostentare il potere di governare le leggi naturali?

Tuttavia, penso che anche Hitler sia stato vittima di sé stesso: la pazzia e la furia con cui si affrettava a diventare Dio lo hanno spinto al limite. Criminale, folle, omicida, contraddittorio.

La delusione più grande: come può l’essere umano arrivare a tanto? Davvero esistono criminali così pericolosi, uomini senza cuore? Tutto questo mi lascia incredula, perplessa. Ed è solo l’inizio.

 

Mauthausen: il campo principale.

I monumenti, l’entrata, il piazzale dell’appello al centro. Da sinistra a destra per 360°: gli alloggi (o meglio blocchi), la quarantena, le camere a gas, la cucina, la lavanderia, il muro del pianto.

Il carcere sembra emergere imponente dall’interno del ventre terrestre, costruito inconsapevolmente dai suoi stessi prigionieri. Domina ancora la collina su cui poggia stanco il suo peso: oggi è il verde vivo di quei prati dei dintorni ad avere la meglio. Anche il cielo plumbeo sembra schiarirsi, mentre il salice laggiù, sulla sinistra del sentiero che conduce all’ingresso, versa ancora le ultime lacrime all’ombra dei suoi rami rigogliosi. Il mio è un viaggio di andata e ritorno, ripeto nella mente. So quale percorso seguiremo; so perché sono qui; so che ritornerò a casa, nonostante una parte di me si stia perdendo in quel bosco verde che si nutre della vita e che sembra contenere tutte le risposte e le soluzioni a qualsiasi male, dopo essere stato spettatore di così tanto dolore.

Nel piazzale dell’appello restiamo un bel po’, come facevano all’alba di ogni nuovo giorno i detenuti che sarebbero riusciti a vedere ancora il cielo, anche se chissà per quanto altro tempo.

Tutti in fila: nessuno doveva mancare, altrimenti non era permesso loro di dirigersi alla cava finchè chi mancava non fosse stato trovato. Si usciva al mattino per rientrare la sera, più morti che stanchi, dopo aver trasportato per una scalinata di 186 gradini massi di circa venticinque chili, che stroncarono, con il loro peso, i corpi malnutriti di quegli innocenti, costretti a piegarsi davanti al dolore. La scala della morte si percorreva in cinque lunghe file, con i pezzi rubati alla roccia della cava: bastava un piede poggiato male su uno di quei gradini stretti, vicini e di diverso spessore, o la spinta di una guardia particolarmente incosciente a risvegliare la morte dal suo momentaneo riposo. Che orrore l’incoscienza.

La prima difficoltà incontrata da molti, soprattutto spagnoli e russi, considerati la “robaccia della robaccia” che il campo conteneva, era imparare a pronunciare il numero che li identificava in tedesco per poterlo ripetere al comando degli ufficiali. Motivo per cui si poteva perdere la vita, della quale tra l’altro, una volta messo piede in quel carcere, non si era più padroni.

La nostra guida, Helmuth, ci racconta l’episodio di un manipolo di ufficiali sovietici al comando di “un tale” ricordato da un monumento bianco, scolpito in un blocco di roccia sulla destra all’entrata del campo, che rappresenta la persona di Dimitri Karbyschew. Ai nazisti non importava dei contratti internazionali che avrebbero dovuto proteggere gli uomini catturati e resi prigionieri. Il generale, promosso colonnello quando a Mosca si seppe del modo in cui morì, fu lasciato, insieme ai suoi seguaci, davanti al muro del pianto, sulla destra della facciata interna del portone d’entrata del campo, durante una notte del febbraio 1945. Ogni quindici minuti, ad una temperatura di – 4° C, gli ufficiali nazisti, a turno, lo congelarono con diverse secchiate d’acqua. Ecco perché è bianco il busto che emerge da quel blocco di pietra.

Ma ora, qui, l’unica cosa bianca è il tempo, che non riesce a cancellare tutto questo dolore e che, invece, sa bene come annebbiare i ricordi. Non c’era bisogno di una soluzione finale. Si doveva solo smettere di inorgoglirsi e iniziare ad abbattere il muro della xenofobia e della pienezza di sé attraverso il dialogo. Ecco cosa penso. Oggi dobbiamo essere pronti a confronti sani e, soprattutto, a farli senza giocare sporco. Lo dobbiamo a tutti quegli innocenti, a chi credeva e crede tuttora nelle qualità dell’essere umano, di cui a volte ci si dimentica troppo facilmente.

Seguiva la doccia fredda, con l’acqua che per i primi sedici mesi veniva trasportata in cisterne che i detenuti trascinavano nel campo sulla collina, ancora privo di fonti idriche. Il taglio dei capelli e la rasatura, con rasoi poco affilati: pulci e pidocchi avrebbero mandato direttamente ai forni crematori. Per non contare il fatto che il campo, costruito per ospitare un massimo di 5.000 detenuti, ne ospitava alla fine della guerra 20.000, così come nel sottocampo di Gusen i prigionieri vennero stimati come il triplo, 30.000, di quelli che effettivamente poteva contenere. Una “stalla” così piccola per troppi “animali”. Le malattie e le infezioni erano all’ordine del giorno.

E se in un recinto si lasciano lupi e pecore, leoni e gazzelle, predatori e prede chi può vincere?

La struttura gerarchica con cui il comando dei blocchi e i rapporti tra i detenuti erano regolati, non faceva altro che peggiorare la situazione. L’inimicizia, l’invidia, l’odio e la preoccupazione di sopravvivere fino alla sera, spingevano facilmente l’uomo contro un altro. Solo il  detenuto capostanza poteva rivolgersi direttamente a quello capoblocco, il quale a sua volta era l’unico a poter parlare con quello capocampo, che, di rimando, era il solo autorizzato a richiedere l’attenzione dell’ufficiale ss di turno. Chi aveva uno di questi incarichi comandava su tutti i detenuti “di grado inferiore”, anche se di fatto nessuno in quell’inferno era migliore di un altro. Tutto ciò perché, se i prigionieri si fossero uniti contro il sistema del campo, avrebbero potuto abbattere l’organizzazione criminale che negava loro di proferire parola, di vivere dignitosamente, di esistere in fin dei conti.

“La guardia se ne frega di te come persona: tu sei un numero in una divisa a righe”.

“Sei un niente, un’entità su due piedi che deve lavorare per portare beneficio a me, che sono il tuo padrone”.

“È una cosa che funziona con gli esseri umani nel momento in cui tu riesci a far capire a degli esseri che sono migliori di altri esseri.”

Le parole del nostro “Virgilio” sono così: dirette. Non esistono contorni, solo primi piatti. È la cruda verità quella che ci viene sbattuta in faccia. E non è piacevole, ma aiuta a crescere, a capire, anche se non è mai abbastanza.

Ci racconta un’altra storia. “Se tu, detenuto, non hai il berretto in testa, la tua divisa non è completa e puoi essere punito per questo. Ma se io, che sono una guardia , ti prendo il berretto e lo lancio al di là della linea di fuga ordinandoti di andarlo a prendere, sparando sul tuo corpo incolume, guadagno due giorni liberi per la mia azione. E tutto è sempre a discrezione di quanto io, giovane con un’arma in mano, decida di andare a fondo in questo gioco con la morte.”

Il tono con cui parla dà l’idea che si tratti di uno scherzo. Basta però distogliere per un attimo lo sguardo da lui e il sarcofago posto al centro della piazza dell’appello mi riporta saldamente ancorata a questo orrore. Chissà a quanti uomini appartengono le ceneri riposte lì dentro.

In silenzio scendiamo lungo la scala della morte. Non si può pensare. L’attenzione deve restare immobile sul cercare di capire quale sia il passo successivo più sicuro per non cadere. La larghezza dei gradini si restringe sempre di più: sembrano un’infinità. E pensare che ora c’è una balaustra a proteggere il nostro futuro. Noi, che camminiamo senza portare in braccio pesanti blocchi di roccia, che siamo in forma, che possiamo essere, e parlarne, comunque.

 

Segue la visita al sottocampo di Gusen. Un percorso guidato tra alte e strette mura di cemento ci conduce, finalmente, in una grande stanza coperta, accompagnati da una fitta, leggera e silenziosa pioggia. Ma quando la folla davanti a noi si dirada le bocche di quell’inferno si mostrano in tutta la loro possente presenza. Il mio pensiero raggiunge quel giorno in cui mi è stato detto di non partire per andare a visitare quel cimitero, che tutto può essere spiegato esattamente in un libro e vissuto attraverso le parole scritte da chi magari quell’esperienza l’ha studiata, o anche provata. Non è così. Come queste lettere che si susseguono l’una dopo l’altra: non bastano ad appagare il sangue versato. Quando vedi quell’immenso sistema di forni crematori che spalancano le loro fauci, quasi a volerti risucchiare, ti senti strappare l’anima. È un’impronta forte, che ti viene marchiata col fuoco e la cenere di chi ingiustamente, per colpe inesistenti, non ha potuto vivere la vita che noi, oggi, sappiamo di meritare. È un segno che il libro forse ti racconta e, se te lo restituisce, lo fa solamente in parte. Deponiamo una corona e il silenzio si fa spazio tra gli astanti. È davvero difficile immaginare cosa è stato qui, è difficile credere che l’uomo possa causare questo.

 

L’ultima tappa è il castello di Hartheim, “centro di cura e di studio”. Più che altro si trattava di un luogo di detenzione dei disabili e dei malati mentali che, improvvisamente, “perdevano la vita” per una malattia scelta a sorteggio tra quelle che la scienza aveva già scoperto. L’operazione T4 prevedeva l’eliminazione psicofisica dei soggetti di cui sopra e dei detenuti che non potevano essere ospitati all’interno dei campi di concentramento locali, perché privi di spazio. La morte di chi però veniva rinchiuso nel castello era diversa da quella a cui erano sottoposti i prigionieri dei lager: il monossido di carbonio garantiva una fine lenta. Lo scopo dell’operazione era quello di aiutare il progresso scientifico, sperimentando il tutto su esseri umani. Se non puoi contribuire al benessere della società perché la natura ti ha creato malato, allora non hai diritto di esistere. Se il corpo non è sano come può la mente esserlo? Ci si appellava alla locuzione latina “mens sana in corpore sano”. Alla teoria di Cesare Lombroso, secondo la quale dalla conformazione del cranio di un individuo si può capire se la mente che si svilupperà sarà quella di un genio o un assassino. E il paradosso dei topi. “Se un topo, in un solo anno, crea tanti figli nipoti e via dicendo, quelli che per deficienza mentale non sono in grado di controllare le loro volontà moltiplicandosi allo stesso modo dei topi arrecheranno a noi, esseri superiori, un danno incontenibile.” Insomma, tra i mille racconti della nostra guida, si fa veramente fatica a credere che veramente queste argomentazioni abbiano potuto influenzare così tante menti. E la cosa che sembra essere più triste è che anche oggi, nonostante sia ormai fondato che tutto quello che è successo è stato negativo, gravissimo e, soprattutto, sbagliato, molte idee di questo tipo trovano tuttora il modo per insidiare la testa di tanti incoscienti, purtroppo, anche tra i più giovani.

Hanno voluto mischiare la fisica, la scienza e le teorie di Gregor Mendel, come Helmuth ci ha spiegato, confondendo la deficienza mentale con la sua presunta trasmissione ereditaria. Hanno fatto leva sulla paura e le debolezze dell’uomo, approfittando dell’ignoranza dilagante. Hanno iniziato a parlare di eutanasia, della morte buona che in realtà di buono non aveva niente. Hanno provato a creare un mondo di persone vuote, libere dalle emozioni, incapaci di amare. Hanno provato a distruggere tutto, portando avanti ideali di violenza e odio, scagliando l’uomo contro l’uomo. Oggi non è un “divide et impera” che avrà la meglio: ora, più che mai, l’unione tra parola e coraggio deve diventare la forza da cui trarre la speranza di poter essere, un giorno, tutti cittadini dello stesso mondo. Diversi, sicuramente, ma liberi di esserlo.

 

Chiara Fioribello

 

 

 

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