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I
racconti
INCONTRO CASUALE E “FORTUNATO”
Leonardo Manzari
2A Liceo Scientifico
Tecnologico
(II° classificato al concorso)
La prima volta che lo incontrai era una giornata gelida d’inverno, il
giorno prima aveva piovuto e c’erano milioni di pozzanghere congelate,
l’aria era secca come se stesse per nevicare ,il cielo era grigio pece e,
solo in una piccola parte verso i monti, si vedeva uno spiraglio di luce
che illuminava i boschi. Quel giorno come tutte le mattine , stavo andando
a scuola coperto fino alla punta dei capelli ,l’erba nel mio giardino
scrocchiava sotto le mie scarpe e le macchine sembravano dei blocchi di
ghiaccio. Imboccato il vialetto sopra casa mia, mi diressi verso la strada
principale che portava dritto sotto la mia scuola, e lì lo vidi sdraiato
nel bel messo della strada, immobile; in un primo momento pensai che fosse
morto poi, avvicinandomi e guardandolo più attentamente, fui colpito dal
lento ma costante respiro. In quel momento non sapevo cosa fare, se
lasciarlo lì o cercare in qualche modo di fare qualcosa per lui; la
decisione fu facile: presi la mia sciarpa di lana e gliela avvolsi
intorno, era gelido e pieno di sangue, ma mentre che lo toccai, vidi il
suo sguardo assorto verso di me e pio sentii che pian piano si riscaldava.
La prima cosa che feci fu andare in fretta e furia a casa, lasciare il
peso dei miei libri scolatici e prendere un panno vecchio da avvolgere
intorno all’animaletto infreddolito.
Ritornato in strada, raccolsi il cucciolo ferito e mi avviai verso
l’ambulatorio del veterinario del mio piccolo paese. Mentre camminavo
frettolosamente per gli stretti vicoletti, sentivo il suo battito e questo
mi rincuorava. Ogni tanto si girava e mi guardava e poi si riaccucciava
sul mio braccio.
Arrivati all’ambulatorio, notai che stava appena aprendo e mi avvicinai
lentamente al veterinario; il dottore mi fee entrare velocemente poi mi
chiese di lasciare l’animale sul tavolino, perché doveva visitarlo, io mi
accomodai nella sala de aspetto e mi misi seduto vicino al termosifone che
era ancora tiepido.
Attendendo il veterinario mi misi a pensare; nella mia mente passarono due
idee: che cosa avrei fatto con quell’animale? E quale sarebbe stata la
reazione dei miei genitori? Queste due domande svanivano come neve al sole
quando vidi il viso del veterinario che mi chiamava con un cenno della
mano e mi invitava ad andare da lui.
Quando arrivai notai che il cucciolo aveva una specie di fasciatura
intorno alla pancia. Il veterinario mi fece una serie di domande che lui
chiamava di routine, e poi chiese i miei dati. Alla fine di questo
discorso mi disse che l’animaletto andava operato perché era stato
investito da un’automobile e aveva alcune costole rotte. La prima domanda
che mi venne in mente fu: “Ma, è in pericolo? Il veterinario mi rispose
con una frase un po’ingarbugliata: che no, ma magari sì, comunque i cani
sono molto resistenti e quindi credo che non ci sia alcun problema”.
Il cagnolino andava lasciato tutta la notte all’ambulatorio e la mattina
seguente doveva essere ripreso.
Ancora un po’ turbato, uscii dall’ambulatorio e incominciai ad avviarmi
verso casa. Lungo il tragitto mi assaliva il pensiero di quello che poteva
aver passato quel cagnolino e mi ritornavano alla mente i suoi occhi così
profondi.
Tornato a casa dovetti affrontare mia madre.
Ella credeva che fossi a scuola e quindi rimase in po’ assorta quando mi
vide entrare in casa ma, essendo una persona ragionevole, prima di
sgridarmi, mi chiese le ragioni per cui non ero andato a scuola: così le
raccontai tutta la storia e poi le feci la fatidica domanda. “Mamma, per
favore, lo posso tenere?”. Mia madre ci pensò un po’, guardò il mio viso e
poi telefonò a mio padre spiegandogli la situazione. Dopo aver passato la
cornetta mi si avvicinò e mi disse “Va bene!”. In quel momento mi sentivo
al settimo cielo e, dopo aver abbracciato mia madre, mi addormentai sul
letto.
Il giorno dopo, di prima mattina, mi svegliai, feci rapidamente colazione
e mi vestii, poi sia io che mia madre andammo all’ambulatorio veterinario.
Appena entrati, il veterinario ci accolse molto gentilmente e mi mostrò il
cagnolino, stava ancora sotto l’effetto del sonnifero, ma riusciva a
vedermi e quindi a scodinsolare.
Con molta cura lo afferrai e lo misi dentro la macchina, poi il
veterinario mi disse che doveva restare per alcuni giorni al caldo dentro
casa e poi doveva uscire una volta al giorno, fino a che non sarebbe
guarito del tutto.
Arrivato a casa, lo misi in un cestino vicino al termosifone, e lì lo
lasciai. Per 8 giorni mi svegliavo presto per accudirlo gli davo del latte
che lui sorseggiava lentamente, poi andavo a scuola, e, quando tornavo,
gli davo da mangiare: un po’ di pasta o dei bocconcini per cani e gli
lasciavo una ciotola piena di acqua.
Il nono giorno, di domenica, stavo studiando vicino a lui quando sentii
qualcosa che mi camminava in mezzo alle gambe abbassai la testa e vidi il
cagnolino che finalmente camminava, anche se con molta lentezza e
barcollando stava in piedi.
Quello fu il giorno più felice della mia vita e feci salti di gioia.
Dopo cinque, sei giorni camminava benissimo e aveva già rotto una ciabatta
di mio padre. Correva e gironzolava per tutta la casa, annusando tutto ciò
che vedeva, proprio in quel momento mi accorsi che non gli avevo ancora
dato un nome, pensai per una diecina de minuti e poi trovai il nome adatto
a lui: FORTUNATO perché quel giorno non lo avessi trovato sarebbe
sicuramente morto.
E si il tempo passa!
Ora che ho trent’anni sento la mancanza di un amico come Fortunato. Dopo
tutti quelle peripezie iniziali mi sono divertito un mondo con lui e per
alcuni momenti ho pensato che certe volte gli animali sono migliori degli
uomini e che ogni bambino dovrebbe provare la sensazioni che ho provato
io; comunque la vita continua: “FORTUNATO Junior. Lascia stare il gatto e
vieni qui con me!”.
FRANCIS,IL MIO AMICO UGANDESE
Martina
Ronzoni
2A Liceo Scientifico Tecnologico
Tanto tempo
fa nel mio negozio arrivò un uomo di colore,che voleva comperare una
radiolina. Ero sola ed avevo un po’ paura, poiché non sapevo se lui era
una persona buona oppure qualcuno che mi voleva “ingannare”.Inizialmente
l’avevo visto in maniera negativa, poiché fidarsi è bene ma non fidarsi è
meglio; però, il giorno seguente, entrò nuovamente nel mio esercizio, ma
questa volta trovò mia madre. Da quel giorno, l’uomo, di nome Francis,
fece amicizia con la mia famiglia, raccontò che era venuto qui in Italia,
ed in particolare nel mio paese per studiare, poiché gli mancavano pochi
mesi per conseguire la laurea in teologia,quindi voleva e doveva diventare
un prete. Dopo quest’incontro con lui, avevo cambiato opinione nei suoi
confronti, ma continuavo ad osservarlo con qualche perplessità ed un po’
di diffidenza. Successivamente Francis, poiché nel suo paese aveva già
detto messa per ben dieci anni, anche qui in Italia celebrò messa,
aiutando il parroco del mio paese. Con il passar dei giorni, noi ci
attaccammo particolarmente a lui e lui a noi; infatti, Francis tutte le
sere, quando terminava le funzioni religiose, passava a salutarci, e ogni
volta ci diceva qualcosa di lui e della sua famiglia. L’uomo disse che
aveva dieci fratelli ognuno con un cognome diverso, poiché li’, in Uganda,
era tradizione che ad ogni bambino che nasceva, si attribuiva il cognome
in base alla circostanza in cui veniva alla luce.Infatti il suo cognome
era Kyaligonza che in italiano significa “grazie a Dio”perché, quando
nacque, stava per morire ma riusci’ a sopravvivere; invece alla mamma, che
era nata con la nebbia, le diedero come cognome Nebbia. Io, molto
interessata a conoscere cose su un paese diverso dal mio, continuavo a
fare domande, per saperne sempre di più, ed ero sempre più stupita ed
affascinata dai suoi racconti; gli chiesi se la mamma aveva più mariti
invece lui mi disse:-No, le usanze africane non lo consentono-. Poi
disse:-In Africa, il cibo è molto diverso da quello italiano ad esempio
molto rinomati sono i frutti esotici, però esistono alcuni frutti come la
banana, che sono di tipo diverso, ci sono quelle che vengono usate come
frutta, altre come secondo piatto, altre ancora come contorno. Sempre
riguardo il suo paese, raccontò che non vi erano case come le nostre fatte
di mattoni, arredate in modo lussuoso, ma c’erano e ci sono ancora tuttora
case costruite con il fango, con finestre, non isolanti come le nostre, ma
di legno da cui, durante la stagione delle piogge, alcune volte entrava
l’acqua. Lui inizialmente aveva paura di parlare e riferire la sua vita ad
una famiglia che ancora non conosceva bene. Infatti lui pensò:-“Fuggire?”
“Dove?” “Parlare?” e poi? Quant’impicci, e quanti conti da fare! Però,
dopo un certo tempo, capi’ che non era come lui pensava e cosi’ ci
raccontò tutto di lui. A Kampala, la città dove lui viveva, il lavoro non
c’era, e la maggior parte lavorava nei campi per sopravvivere, quindi
molti giovani diventano preti o suore perché cosi’ ricevono uno stipendio
per far vivere la propria famiglia. Anche lui come altri preti o suore,
considerando l’Italia un paese ricco aveva messo da parte qualche
risparmio per venire nella nostra terra. Inoltre aggiunse :-In molti paesi
africani non c’è né elettricità, né acqua, quindi, mancano frigoriferi,
televisioni,computer e tutti gli altri oggetti che funzionano con
l’energia elettrica; ma soprattutto manca l’acqua, infatti noi la
prendiamo dai pozzi e la portiamo nelle case. Le feste in Uganda sono
molto importanti e non è come in Italia dove bisogna invitare le persone,
li’ la gente viene a mangiare anche senza essere stata invitata. Un altro
problema delle popolazioni africane sono le malattie, in Uganda la
malattia più diffusa è la malaria, poiché esistono ancora zone malsane
lungo i fiumi e i laghi; in realtà lui è stato punto più volte da questa
zanzara malefica, però, con le medicine è riuscito a
sconfiggerla. Successivamente noi abbiamo capito da questi racconti che
Francis era una persona bisognosa e cosi’ l’abbiamo aiutato in tutti i
sensi sia economicamente che moralmente. Per non lasciarlo solo nella sua
abitazione, poiché era abituato a vivere in una famiglia numerosa, lo
invitavamo spesso a casa a cena, gli offrivamo la nostra compagnia e poi
lo riaccompagnavamo nella sua casa. Divenne amico di gran parte della
gente del mio paese, e molte famiglie gli si affezionarono, a tal punto
che insieme riuscimmo ad organizzare un viaggio nel suo paese, poiché
erano tre anni che non vedeva i suoi genitori. Quando seppe che avevamo
preparato per lui questo viaggio, rimase sbalordito come un pesce fuor
d’acqua per questo gesto d’amore. Arrivato il giorno della partenza, fu
proprio la mia famiglia ad accompagnarlo all’ aeroporto. Lui non aveva
avvertito i suoi genitori perché voleva fargli una sorpresa, ma aveva
detto soltanto ad un amico di andarlo a prendere all’ aeroporto. Giunto
nella sua casa, vide i genitori stupiti per il suo arrivo, ed essi
notarono anche che lui non era più magro come prima ma più robusto, poiché
in Italia era stato molto bene. Francis andò nel mese d’ agosto a trovare
i genitori, ed in quel mese ci chiamò tutti i giorni, per lui noi eravamo
diventati una seconda famiglia e per me era come un fratello, perché ormai
gli volevo talmente bene che non riuscivo a dimenticarlo più. In quel mese
la nostra casa sembrava vuota, poiché, specialmente la sera, a cena, ci
mancava molto. Quando tornò da Kampala, lui raccontò tutto quello che
aveva fatto in quel mese, ed in particolare che aveva portato quei suoi
risparmi per fare dei lavori, tra cui l’ energia fornita dai pannelli
solari, il bagno ed altre comodità, poiché aveva visto che, qui, in
Italia, le condizioni di vita erano ben diverse dalle loro ed appunto per
questo voleva ricostruire li’ qualcosa del nostro paese. Ora lui è
tranquillo e felice perché ha realizzato il suo sogno da tanto atteso,
infatti, i suoi fratelli ed in particolare i suoi genitori, quando
telefonano, gli dicono che con queste modifiche stanno molto bene e lui è
felice nel sentire che la sua famiglia vive serenamente. In primavera lui
dovrebbe andarsene perché ha finito gli studi ed a me e alla mia famiglia
dispiace molto perché già in estate, durante la sua breve assenza, ci è
mancato molto. Inoltre ci ha invitato nel suo paese e vuole assolutamente
che andiamo a trovarlo. Io e la mia famiglia siamo soddisfatti per aver
compiuto un atto di bontà nei confronti di una persona molto bisognosa che
è riuscita a trasmetterci altrettanto affetto e disponibilità.
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