|
Alcuni brani tratti dal
libro "Insieme per ricordare"
Introduzione
Il 27 Gennaio del 2004 gli studenti di Colleferro si sono riuniti
per un momento di riflessione sull’olocausto, attraverso la lettura
di versi, testimonianze della sofferenza umana per le violenze che a
volte la storia infligge.
A dare un significato particolare a questa manifestazione è stata,
in apertura del recital, la lettura della lettera ai suoi insegnanti
di un preside americano che visse sulla propria pelle gli orrori dei
campi di concentramento. Egli si rivolgeva a coloro che trasmettono
il sapere perché non dimenticassero che il loro compito era anche di
comunicare valori.
Durante la sua terribile esperienza in una “fabbrica di morte”,
infatti, egli aveva visto preparatissimi medici, provetti infermieri
impiegare le loro competenze per uccidere e torturare, lavorare come
parti di quel meccanismo “perfetto” che fu il tentato genocidio
ebreo. La formazione di quei medici, quindi, era incompleta,
parziale, non avevano ricevuto l' insegnamento più importante, e
cioè il rispetto per la vita umana, valore che in nessuna occasione
deve venir meno, valore che nessuna evenienza può far crollare e che
dovrebbe accomunare ogni essere umano che si consideri tale.
Momenti intensi di emozione ci ha donato la lettura di testi in cui
coralmente il dolore, l’ansia di pace di oppressi, di vittime
dell’olocausto e di altri momenti di violenza si sono fusi.
Così accanto alla straziante denuncia di Primo Levi della sofferenza
fisica e morale vissuta nei lager, accanto al suo disperato appello
perché non si dimentichi, perché il loro dolore rimanga come monito
per le generazioni future, altre voci si inseriscono provenienti da
realtà diverse a gridare il loro bisogno di pace.
Particolarmente commovente è la lettera del poeta turco Nazim Hikmet
al figlio Mehme che il governo turco gli impedì di vedere prima con
la prigionia poi con l’esilio, in seguito alla sua posizione
filo-comunista. Gravemente ammalato, i suoi frequenti attacchi di
cuore, segnali di morte, gli fanno sentire ancora più lontana la
possibilità di rivedere suo figlio, con questa lirica egli dichiara
accoratamente il suo amore verso la moglie, ma anche verso il suo
paese. Il suo è un invito alla vita, un’esortazione ad apprezzarne
(ed a “viverne”) anche i lati più normali e “quotidiani”, guai a
banalizzarli, o quelli più tristi, sperando che anche questi portino
gioia.
Chi parla è un uomo logorato dall' impotenza nei confronti della
situazione che vive, che non può far altro che augurare a suo figlio
di godere della normalità che a lui è preclusa, che accetta la sua
condizione di costrizione e morte imminente (in realtà morirà dopo 8
anni), che nonostante le sue vicissitudini consiglia al figlio di
credere nell' uomo e nel popolo turco, e di credere nel paese che
tanto lo fece tribolare ma nel quale egli vorrebbe lasciare le sue
spoglie.
Nonostante esprima una condizione di frustrazione, la lirica non è
veramente triste, ma solo velata di malinconia (come gli occhi di
Mehmet), è espressione di un sentimento di immortale, eterna
speranza in un mondo (ed in una Turchia) migliore, vista con gli
occhi di chi sa che non godrà mai di questo miglioramento.
Non c' è traccia di rancori ,risentimenti o desideri di vendetta nei
confronti di coloro che lo hanno tradito e gli hanno imposto la pena
più atroce. E' solo lo speranzoso augurio di un uomo che, giunto al
termine della sua vita, non può far altro che augurare ai suoi cari
il bene che a lui è stato negato.
Ed ancora a questa voce si affianca quella di Pablo Neruda con la
sua Ode alla pace.
Tra le tante cose di questo mondo, belle e brutte che siano, cosa
c’è di peggio della guerra e dei suoi frutti, morte e disperazione.
Tante sono le cose belle che ci danno un’emozione piacevole da
percepire, tutte le piccole cose quotidiane, di cui non teniamo
conto fin quando non ce ne separiamo, ma sono anche poche come le
voci che rendono dolce la melodia di una canzone, o che danno vita
alle strofe di una poesia, o che rendono sensato uno dei tanti
discorsi che mai ci stanchiamo di fare e di ascoltare.
L’Ode alla pace di Pablo Neruda è un disperato grido di pace di un
uomo che vede la sua terra dilaniata dalla violenza ed esprime uno
struggente bisogno di vita attraverso l’amore di tutte quelle
piccole cose quotidiane che conservano un qualcosa di speciale, che
ci fanno sentire parte di questo mondo come lo sono loro; quelle
piccole cose che la guerra, il più orrendo parto dell’odio umano,
distrugge senza rimorso, senza pietà.
Non vuole che godersi tutte le meraviglie che la sua terra, ormai
lontana, ha da offrire; vuole tornare alla sua terra e ai suoi sogni
rimasti lì, dove nonostante tutte le tremende sfaccettature di una
realtà degradata, sono gettate le sue radici, lì nell’unico posto in
cui vorrebbe nascere e morire, anche mille volte. Egli non vuole
cambiare il mondo, non vuole risolvere nulla, non vuole nemmeno che
il sangue torni ad inondare l’esistenza della gente inerme, vuole
solo ricordarsi quanto può essere bella la vita, e con essa tutti i
piccoli mondi e i loro piccoli abitanti; egli vuole solo cantare e
far cantare con lui il fortunato lettore di questi versi.
E, infine, la preghiera di Emilio Isgrò che egli recitò alla
biennale di Venezia del 1993, in cui l'autore si fa portavoce dell'
umanità, e chiede a Dio di ascoltarlo, anche se non esiste, di
ascoltare un’umanità moderna che molto spesso crede di non aver
bisogno di lui (proprio per questo egli Gli chiede di non
nascondersi e di “dare segnali”).
E Isgrò continua parlando delle persone che stanno mandando alla
deriva il mondo, chiede a Dio non di perdonarli, ma di “pregare per
la loro rovina”, (evidentemente non si riferisce ad un Dio
necessariamente cristiano, ma dà un' accezione più ampia del
termine) e di chiedere pietà per tutte le forme d' arte non sincere,
che sono la fonte di ogni sofferenza o intolleranza.
E' la preghiera di un uomo ormai stufo di soffrire e di vedere il
mondo peggiorare, di vedere la distanza tra ricchi (spesso disonesti
e criminali) e poveri aumentare sempre di più, un uomo che non
ripone molta fiducia in un genere umano che ha rubato e usurpato
anche la mela di Newton (che sta a simboleggiare la scienza) , il
valore della storia, e addirittura l' amore, che chiede a Dio di
pregare perchè ciò non avvenga più.
L’uomo che il poeta osserva non ha costruito, non ha saputo capire
il mondo prima di far danno, non ha aspettato prima di agire. E' uno
sguardo pessimistico su un' umanità ormai in rovina (ma che forse lo
è sempre stata), ma molta speranza è riposta in un Dio, sebbene
“fragile”, “più debole e malandato” dell' umanità, che creda in noi
anche se non crediamo in lui e che cerchi noi anche se non lo
cerchiamo più.
E' importante leggere un testo simile alla luce degli avvenimenti
ricordati in questa ricorrenza; anche chi non crede dovrebbe pregare
che situazioni simili non si ripetano più, anche se sappiamo che nel
mondo sono in molti a soffrire ingiustamente ( e in molti sono a
godere senza meritare tanto). Una preghiera molto particolare, a
tratti senza pietà per coloro che fanno del male; forse non una
preghiera a Dio (la cui esistenza non è certa né probabile) ma una
preghiera al genere umano, perchè non ricada nuovamente negli errori
già commessi, perchè non dimentichi, a noi tutti, quindi, che non
dobbiamo dimenticare l' olocausto.
Giacomo C.
Riccardo F.
III A Liceo Scientifico Tecnologico
Come si muore
Come
si muore,
quale preghiera rimane, quale forza nel cuore,
quali ancora parole se non lamenti.
Insieme e in fondo soli,
come si muore,
senza più ricordi, senza pelle e più ossa,
ombra della propria ombra di notte e col sole.
Calda la paura rende di fuoco l’aria
e di sangue le lacrime, di ghiaccio il sudore.
Come si muore a pochi passi dalla morte,
come si muore in piedi e ginocchia a terra,
con occhi randagi a cercare la fuga
non dalle anguste mura
ma dai cento altri sguardi,
sbarrati nell’orrore dell’addio alla vita
e spaccati dall’odio dell’odio
come un sasso nel cuore.
Mano nella mano col silenzio nelle parole
e il lamento nel cuore,
dal profondo si leva l’urlo
sotto le docce infami e assassine
che bagnano di morte le schiene e i nudi capi chini.
Come si muore insieme, spalla a spalla
nudi nel freddo e vuoti, ormai vuoti,
già morti nella vita, già nella vita oltre la morte.
Tutto rimane,
le braccia marchiate, le vite segnate,
le lacrime a spasso coi ricordi,
a torturare l’anima di chi ce l’ha fatta,
il ricordo di chi non è tornato e mai più tornerà.
Come la neve,
polveri bruciate e ceneri come la neve,
sputate fuori dalla fiamma carnefice,
che gli occhi segnò di giorno e di notte,
che mai tremò nel dare la morte,
legando il dolore e le fiamme, la vita alla morte.
Claudio
V.
II A Liceo Scientifico Tecnologico
Cosa è stato???
Cosa è stato
Ecco
Una delle tante domande
Poste dall’uomo
Il silenzio è la risposta .
Tante le immagini
Di volti stanchi e offesi;
Tanti i suoni
Di grida fanciullesche
Di pianti materni
Alla perdita del figlio;
Di colpi di fucili
Che riecheggiano del campo.
Il silenzio più totale
Cala sulle nostre bocche
Per una domanda banale;
Silenzio dovuto
Alla vergogna di ciò che è stato
Quel silenzio
Che non fa dormire la notte
Che fa pensare il giorno
Quel silenzio
Che un giorno si piegherà
Sotto il peso
Del rimorso per non aver fatto
NULLA!!
Sara T.
IB
Liceo Scientifico Tecnologico
Vuoto infinito
Infinito, come la morte
Infinito, come l’oblio
Infinito, come il crimine commesso
Infinito, il dispiacere
Infinito, il grido di chi non c’è più
Infinito, per non dimenticare.
Il grido d’odio del carnefice,
di dolore della vittima,
di coraggio del soldato,
di morte del soldato,
la domanda: cos’è accaduto?
La colpa di averlo permesso
Lo sconforto, com’è stato possibile?
La consapevolezza del mondo
Che non serve più a nulla.
Possiamo solo ricordare,
ma nessuno può rimediare,
alla più atroce delle colpe,
racchiusa nel grido del bambino.
Domenico T.
I B Liceo scientifico tecnologico
Il giorno della
coscienza
Sono passate solo ventiquattro ore dal ventisette gennaio, “giorno
della memoria”, e che cosa sarà rimasto davvero nei cuori?
Sono state organizzate manifestazioni, spettacoli, film, partite di
calcio, ma potrà mai essere di aiuto una partita di pallone per una
mamma che ha visto spegnere per sempre il sorriso del suo bambino?
Potrà mai una poesia ed un palcoscenico risanare le ferite dell’
umanità?
Il “giorno della memoria” è, poi gli altri 364 giorni dell’ anno?
Cinque milioni di anime si ricordano in due ore in una sala del
cinema, certo, e poi quando si esce, che cosa si ricorda?
Che cosa si fa dopo? Ognuno ritorna alle abitudini quotidiane, certo
è anche giusto, la vita continua, ma la vita di milioni di persone
perché non è continuata?
Perché non avevano i capelli biondi e gli occhi azzurri, perché non
erano tedeschi, o per meglio dire perché non facevano parte della
razza ariana, la razza superiore, ma mi chiedo io: può essere
superiore una razza che ordina lo sterminio di milioni di persone?
Ma chi è costui per farlo? Nessuno ha il diritto di togliere la vita
ad una creatura.
È impensabile che l’ uomo sia arrivato a questo, ma è ancora peggio
che sia riuscito a lasciarsi tutto alle spalle, perché così è stato;
migliaia di ragazzi che hanno assistito a spettacoli recitazioni, ma
allora oggi è questo il significato che si dà alla vita, ma
specialmente alla morte?
Per quanto toccanti possano essere i versi di una poesia, sono
comunque delle parole di inchiostro su un pezzo di carta (come
questi pensieri d’ altronde ),ma se ogni persona, ogni giorno
riflettesse sugli errori compiuti dall’ umanità, sarebbe già
qualcosa.
È un peccato che alla memoria sia dedicato un solo giorno, anzi
secondo me è sbagliato anche il termine “giorno della memoria ”, in
quanto non bisogna solo meditare sugli errori, ma è indispensabile
che si lavori per non commetterli.
Certo una nuova SHOAH non si dovrebbe ripetere più, ma la morte
proviene anche da attentati, da omicidi, dalla guerra!
Sarebbe quindi più giusto intitolarlo “ giorno della coscienza ”, al
fine di ricreare un forte senso di colpa, con il proposito di
rimediare alle ingiustizie.
Ma come si può cambiare il mondo in questo modo?
Non ci si impegna a risolvere ogni problema, ma la prima cosa è
trovare il colpevole, secondo me, questo è un modo di agire, ma
soprattutto di pensare sbagliatissimo, in quanto spesso al
telegiornale si sente di persone che uccidono la propria famiglia,
certo l’ assassino viene arrestato, ma l’ esempio, l’ input, ormai è
stato dato, la molla della morte è scattata e il giorno dopo ci sarà
un nuovo massacro da raccontare.
E sono queste le basi per un mondo nuovo?
È su queste persone che dovremmo puntare per una società migliore?
Sono convinto che il Signore ci ha creati tutti liberi di agire e di
pensare, ma man mano che si va avanti stiamo allontanando dalla
nostra vita anche la religione, e volete sapere quale sarà la fine?
Per capire la fine bisogna fare un passo indietro, in quanto ogni
evento è legato ad un altro: ieri c’ era la SHOAH, lo sterminio,
oggi ci sono le guerre, gli attentati, si uccidono persone come
niente, genitori massacrano figli e parenti e viceversa, con questa
realtà è facilmente immaginabile il domani, arriveremo ad un’
autodistruzione.
Il nostro oggi è basato sulla violenza e sull’ odio, sulla ricchezza
e sul consumismo, come si può supporre che l’ uomo rifletta sulla
SHOAH, quando è circondato dall’ ignoranza e dal non-rispetto.
La discriminazione razziale non si è di certo attenuata, ma è
intollerabile che esista ancora, l’ uccisione di una singola persona
equivale, di fronte ai miei occhi, ad una nuova SHOAH, in quanto l’
odio di cinquant’anni fa è stato tramandato fino ad oggi in tutte le
sue brutali facce.
Ieri avevamo gli ebrei ed oggi abbiamo i clandestini, gli stranieri,
la gente di colore, le persone con handicap, ogni era ha la sua
discriminazione, ieri bisognava essere ariani, oggi sani ed
italiani, purtroppo le differenze (inesistenti) ancora sono forti
nelle menti vuote di molti soggetti ed alta è la nocività delle loro
idee.
Il male del nostro mondo è che va avanti per forza di inerzia, l’
uomo si scrolla facilmente le infamie dalle proprie spalle, semplice
è voltare la faccia a milioni di vite spente per sempre, ma sfido
chiunque a fermarsi e alzarsi fin sopra la bolgia dei nostri tempi,
voltarsi e chiedere perdono di fronte all’ uomo e di fronte a Dio;
perché quel coraggio trovato nel premere il grilletto non lo
troviamo anche per vergognarci?
Vorrei dire, quindi, che sicuramente non si dimenticherà il 27
gennaio, ma quanti altri 27 gennaio dovranno passare prima che
qualcosa cambi, prima che l’ uomo si vergogni e si impegni a non
compiere più altre infamie, a seminare odio e rancore, non ci dovrà
essere più vendetta, ma perdono. Che si prenda come una preghiera,
un buon proposito, o forse solamente come un desiderio, ma ardono
forte nel cuore di tanta gente l’ umiltà e l’ amore, e che da poche
persone nasca o meglio rinasca quella voglia di un mondo migliore.
Francesco S.
IV B Liceo scientifico tecnologico
Nel bosco di Mauthausen
Mio nonno mi ha raccontato che nel bosco di Mauthausen non cantano
più gli uccelli.
“Perché?” Chiedo. Mentre guardo il suo viso imperlato di sudore.
”Perché”, risponde lui, ”nella notte ululati e grida si disperdono
nel cielo stellato ed echeggiano rudi i latrati dei cani che cercano
chissà dove e chissà cosa”.
Una lacrima riga il viso ormai stanco di mio nonno, il suo sguardo
si perde nel lontano 1944 quando ancor giovane, a diciotto anni fu
preso dalle SS perché colpevole di avere… uno strano cognome. E lui
continuò...”A nulla valse lo sbracciarsi isterico di quella
leonessa, della tua Bisnonna.
Loro gli aguzzini, le sbarrarono il passo con i mitra in pugno, e
noi ragazzi lì a far promesse che saremmo tornati presto. E
partimmo, alla ricerca di non si sa cosa e non si sa dove.
Giunti nei campi capimmo di sentirci sempre meno sicuri e protetti.
I miei compagni cominciarono a dare i primi segni di squilibrio dopo
un po’ di tempo, io cercai di tener duro.
Marciavamo e guardavamo riflessi negli occhi dell’altro le nostre
facce scarne”. Ogni tanto mio nonno prende fiato come se gli
mancasse l’aria. “Vedi Simone non era il lavoro duro che era
insopportabile ma l’Umiliazione e il grido dell’anima che ognuno di
noi voleva esternare e non poteva.
Nel bosco di Mauthausen c’era odore di morte, la notte si sentiva il
lamento di migliaia di deportati e la terra ribolliva del sangue di
quelli che non c’erano più”.
Poi mio Nonno si interruppe di colpo prese la mia testa tra le sue
mani e mi sussurrò all’orecchio con un nodo alla gola…”Io C’ero”.
Mio nonno è morto a sessant’anni e una cosa non dimenticherò mai di
quello che mi ha detto:
“nel bosco di mauthausen non cantano piu’ gli uccelli”
Simone D.
3° A Istituto tecnico
Chiudi finestra |