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L'importanza dello studio della Storia: conoscere la propria storia, capire chi siamo, da dove veniamo, perché abbiamo problemi…
“8 SETTEMBRE 1943 – 8 SETTEMBRE 2003: Sessantennale della difesa di Roma”
Questo è il titolo del concorso a tema storico al quale la nostra compagna Silvia Ceccarelli, della classe 5 A Chimica, ha partecipato con successo, aggiudicandosi il quarto posto ed una cospicua borsa di studio. Il concorso era stato indetto dal comitato cittadino costituito presso la prefettura di Roma e patrocinato dal MIUR e dal CSA del Lazio. La premiazione è avvenuta il 29 novembre c.a. ed è stata particolarmente accattivante, data la cornice suggestiva del teatro dell’Opera e della presenza di numerose autorità. In occasione della premiazione il Comando Militare della capitale, alla presenza del sindaco di Roma Walter Veltroni e degli esponenti delle varie armi, ha commemorato la recentissima scomparsa dei carabinieri e dei militari in Iraq e di altri militari caduti sul lavoro. All’interno della manifestazione, che ha visto protagonisti i giovani delle scuole partecipanti al concorso, sono stati premiati i carabinieri che l’anno scorso hanno conseguito la lauree o diplomi, sono state donate le bandiere italiane alle scuole elementari presenti. Per ultimo, solennemente in piedi ci siamo uniti con la banda ad intonare l’inno di Mameli. È stata un’esperienza emozionante e meritata per la nostra amica Silvia che ha ricevuto gli applausi di tutti noi anche per l'impegno ed il lavoro realizzato con curiosità e interesse in anticipo sui tempi di percorrenza rispetto a quelli utilizzati a scuola nello studio dell'argomento del tema. VAI SILVIA CONTIINUA COSI’!
Laura Franchini
Il testo
8 Settembre 1943-8 Settembre 2003: Sessantennale della difesa di Roma.
Nonostante siano passati sessant’anni, l’8 settembre 1943 è una data che ancora oggi vive nei ricordi e negl’animi degli italiani. Infatti, questo particolare giorno, non rappresenta solo un capitolo funesto della nostra storia, ma rappresenta soprattutto, come ricordato proprio quest’anno dal nostro Presidente della Repubblica, l’inizio del percorso di riformazione civile e istituzionale del nostro Stato conclusosi proprio con la nascita della Repubblica e della Costituzione che rende l’Italia “una e indivisibile nella libertà e nella democrazia”. Ma senza conoscere in modo appropriato ciò che accadde sessant’anni or sono, non si può comprendere appieno questo pensiero che potrebbe sembrare inesatto e decisamente contraddittorio. Era il 25 luglio del 1943 quando avvenne la caduta del fascismo; ma la guerra continuava incessantemente a mietere vittime tra la popolazione militare e civile italiana. In quello stesso anno, precisamente alle 19:45 dell’8 settembre, giunse, attraverso le radio nelle case di tutti gli italiani, il comunicato del Maresciallo Badoglio, il quale dichiarava che «Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza». Tale annuncio colse di sorpresa tutti i cittadini, i quali, inizialmente, accolsero la notizia di buon grado, confidando nella completa cessazione delle ostilità; purtroppo per loro, e contrariamente a quanto sperato, la penisola si trovò ad essere campo di battaglia dei due fronti bellici: quello nazista al centro-nord, e quello anglo-americano nel sud. E così, com’era già avvenuto anni addietro, l’Italia si ritrova nuovamente in balia di potenze straniere e, come se tutto ciò non fosse sufficientemente estenuante, la penisola si ritrovò senza una guida, dopo la fuga dei regnanti verso il meridione. Tale fuga non doveva essere sottovalutata in quanto comportava non solo l’abbandono della popolazione civile, ma anche il distacco totale da ogni dovere verso la milizia Nazionale: infatti il re scappò dalla capitale, con il Maresciallo Badoglio al suo seguito, senza lasciare alcun tipo di direttiva al corpo armato che tra gli altri compiti aveva anche l’incarico di difendere la capitale. In ogni angolo d’Italia si verificarono atti eroici, ad opera delle numerose sacche di resistenza, sparse ovunque nel paese già durante il regime fascista, degni di essere ricordati nei libri di storia per il forte contenuto patriottico manifestato unanimemente da militari e civili, dando luogo al Comitato di Liberazione Nazionale, il quale ebbe il proprio battesimo il giorno seguente all’armistizio, reso ufficiale a tutta la popolazione italiana attraverso l’ormai celebre comunicato che riferiva alla nazione: “Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare a Roma ed in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale per chiamare gli italiani alla lotta ed alla resistenza, e per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni”. Ovunque nella nazione si cominciarono a contare forme di rivolta verso i nazi-fascisti, e così accadde dal più piccolo villaggio, alla più grande città, sino alla capitale. Proprio a Roma, inizialmente, le nostre forze armate erano superiori a quelle schierate dai nostri ex alleati tedeschi che si erano affrettati a scendere in campo contro i traditori italiani. Ben quattro erano le divisioni su cui poteva contare la capitale per la propria difesa: l’Ariete, la Piave, la Granatieri e la Centauro; ma nella notte tra l’8 e il 9 di settembre, nonostante le numerose battaglie terminate con esito positivo dai nostri militi, alle quattro armate fu ordinato di abbandonare la “città eterna”, facendole ripiegare su Tivoli. Al momento dell’emissione del comunicato, tutta la popolazione della capitale, e con essa quella di gran parte del Lazio centro-settentrionale, rimase perplessa per questo comando giudicato dai più “assurdo”, probabilmente emanato con uno scopo ben preciso, oltre a quello di difendere la fuga del re: oggi si suppone che Badoglio pensasse di poter utilizzare nuovamente la tattica già impiegata con successo nella prima guerra mondiale, dalle nostre truppe, contro gli austro-ungarici in occasione della celeberrima battaglia sul fiume Piave. E così decise, anziché bloccare i tedeschi a Roma, di creare un fronte più compatto nel sud della Penisola, appoggiato anche dalle milizie alleate anglo-statunitensi sbarcate già da alcune settimane nel sud della Sicilia, sperando così di disperdere le forze nemiche. Ma le quattro divisioni non vollero ubbidire a tale ordine, pensando in principio ad un errore di comunicazione; successivamente compresero che l’ordine da loro ricevuto era reale e che si sarebbe dovuta rispettare immediatamente la direttiva. A questo punto i soldati dei quattro gruppi armati si ritrovarono faccia a faccia con le proprie coscienze: o eseguire categoricamente gli ordini ricevuti e lasciare Roma nelle mani dei nemici, oppure appoggiare il popolo già insorto per proteggere la città. La scelta, in un momento così delicato, risultava essere una decisione giunta dal cuore di ogni singolo soldato: lasciare la capitale in balia delle forze nemiche, per ogni vero amante della patria, equivaleva ad una pugnalata nel cuore; a tradire se stessi, il proprio popolo e quegli ideali da sempre sostenuti. La scelta fu unanime: difendere Roma. Fu così che la Piave, supportata dalla popolazione armata dalla polizia, affrontò con fortuna un battaglione di paracadutisti tedeschi recatosi velocemente nella zona di Monterotondo e che l’Ariete, sempre affiancata da civili, si scontrò con la terza divisione di fanteria pesante corazzata tedesca, procurando in entrambi i casi forti perdite di uomini e mezzi nemici, ma non impedendo l’arrivo di un nuovo ordine per iscritto che confermava la disposizione precedente di ripiegare su Tivoli. In pieno caos, galvanizzati dalle notizie delle battaglie vinte, iniziarono a susseguirsi ed ad incrociarsi ordini da parte dei capi delle varie divisioni. Sembrava ormai impossibile fermare la foga delle nostre divisioni, quando sopraggiunse, alle nostre armate e ai civili che le affiancavano, una notizia sconcertante che pose fine ad ogni speranza di vittoria e di libertà: avvenne così la firma della capitolazione della città di Roma che la rese “città aperta”, e che, in pratica, la consegnò di fatto alle milizie naziste. Il documento portava i nomi di Westhal per conto di Kesserling e di Giacone per conto, si pensa, del re; infatti nessuno, da parte italiana, si assunse mai la responsabilità di questo atto e di tutte le conseguenze che esso portò, in quanto nessuno sarebbe stato in grado di convivere con la propria coscienza, sapendo quanti uomini perirono per impedire, appunto, che, il cuore dell’Italia, cadesse nelle mani del nemico. Il primo giorno di combattimenti, da solo, distrusse più di 600 vite umane, di cui almeno 241 tra i civili. In molti credono che, l’8 settembre del 1943, segni la morte della patria e di tutti gli ideali ad essa legati, ma io non credo che questa affermazione sia esatta. Secondo me, rappresenta esattamente l’opposto di quanto dichiarato nelle righe sovrastanti: l’unità di cui sono stati capaci gli Italiani, in quel preciso momento, quando si sono ritrovati senza un capo di Stato in grado di decidere in maniera adeguata delle sorti della sua gente, e in balia di direttive che andavano contro la coscienza di ogni uomo, è degno di lode da parte di ogni persona. Ammiro molto questi uomini che morirono per la loro patria e per i propri ideali; penso che quello fu un gesto di vero eroismo, e credo che, le situazioni di quei giorni e le azioni di quegli uomini, possano insegnarci a credere nei nostri ideali e nelle nostre speranze. Non bisogna, quindi, dimenticarsi mai di coloro che hanno dato anche la vita, in passato, per il nostro Paese e che hanno donato le proprie vite per regalare ai propri figli, e quindi a noi, un futuro migliore in cui vivere.
Silvia Ceccarelli V A Chimica Istituto Tecnico Industriale Statale “S.CANNIZZARO” Colleferro (Roma)
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