Incontro con L'Autore

Teresa Vergalli, "Storie di una staffetta partigiana"

Sabato 30 Aprile gli alunni del IV e V liceo scientifico tecnologico hanno presentato alle altre quinte il libro “Storie di una staffetta partigiana” di Teresa Vergalli: E’ intervenuta alla conferenza l’autrice che si è intrattenuta con i ragazzi per più di un’ora rispondendo alle loro domande sulla sua esperienza nella guerra partigiana e nella vita politica degli anni 50’.

Cinquanta anni di storia italiana rivivono attraverso i ricordi di Teresa Vergalli, anni densi di inquietudini e drammi, lotte e delusioni, che vedono come protagonista un mondo contadino animato da una grande ansia di giustizia, da coraggio e fede nel futuro. La storia diventa lo scenario su cui agiscono gli umili che mossi da un senso religioso di giustizia, si adoperano per realizzare il sogno del cammino umano verso il progresso. Ci è sembrato, così, che in queste pagine si concretizzi veramente il motto mazziniano “Dio e popolo”, nell’epopea di un mondo contadino che con forme di lotta spontanea si muove verso il proprio riscatto. Attraverso il recupero memoriale del suo mondo familiare e di tutta la comunità che lo circonda Teresa Vergalli ci ripropone l’affresco della società rurale che è alla nostra origine e ci fa rivivere le aspettative e le ansie di progresso sociale che accompagnarono il nascere della nostra repubblica con cui oggi è giusto che tutti si confrontino e soprattutto noi giovani a cui è affidato il domani.
La lettura di questo libro è stata per noi spunto di riflessioni di diverso tipo. Per prima cosa la lotta per la liberazione dal nazifascismo ci è apparsa in un’ottica diversa da quella dei manuali di storia nei quali l’attenzione è volta più che alla partecipazione popolare spontanea ai grandi protagonisti dell’accordo di Salerno da cui si snoda la guerra organizzata nel difficile equilibrio tra gruppi diversi per ideologia (liberali, cattolici, socialisti e comunisti). D’altra parte Teresa Vergalli è una staffetta, e questa sua attività la pone in una situazione privilegiata per cogliere quella fitta rete di complicità, di solidarietà che affiancò la resistenza. Rileggiamo nelle prime pagine la descrizione del clima all’indomani della caduta del fascismo.

 

(pagine 17 e 18):

 

...Se dico «sono stata partigiana, ho fatto la staffetta», cosa si può immaginare?
Prima di tutto bisogna immaginare cosa è stata quella guerra 1940-1945, che ha massacrato l'Italia dalla Sicilia al Po; e oltre.
Infine c'è da immaginare l'Emilia contadina di allora, che dopo aver palpitato alle speranze e alle retoriche del primo sol dell'avvenire dell'inizio del secolo e aver sanguinato nelle trincee della prima grande guerra, aveva masticato nebbia e torpore nel ventennio fascista.
Un torpore che sembrava rassegnato, ma in sostanza era sempre diffidente verso il nuovo potere. Persisteva una rete di idealisti ostili al regime che ancora sognavano quel famoso sol dell'avvenire, magari trasformato prosaicamente in quel segreto e ruspante auspicio pensato o masticato rabbiosamente tra i denti, che dice: «Ha da veni Baffone!». Questo sentimento è stato tenuto in vita dai molti, finiti nelle galere o al confino, e dai molti altri scampati alla persecuzione e disseminati tra le campagne.
Tra quei disseminati era mio padre, che pure i suoi sette mesi di galera se li era sorbiti solo per essere stato sospettato di aver diffuso alcuni volantini ostili al regime.
La guerra, con le sue sofferenze e le sue contraddizioni, ha fatto da lievito a quel sordo malumore, facendolo diventare ostilità e, gradatamente, opposizione attiva.

Niente succede da solo. Quei pochi volantini, quelle frasi tra amici fidati, quella rabbia per le ingiustizie piccole e grandi, quel fastidio per le sbruffonate militariste, quella compassione per chi marciva nelle galere o era azzittito nelle isole di confino, tutto questo aveva tenuto vivo il fuoco sotto la cenere. Ed ora, con la guerra, quel fuoco veniva fuori e cominciava a scottare.
Quando, alla fine del luglio 1943, è caduto il fascismo, nei nostri paesi è scoppiata la gioia. I fascisti locali si sono nascosti e la gente è andata in piazza a far casino. Qualcuno si è limitato a picconare le facce di pietra del duce o i fasci littori scolpiti qua e là. Altri hanno bruciato un po' di carte trovate nelle sedi del fascio, ma l'incertezza e l'ambiguità di quello strano messaggio badogliano che concludeva con due parole incomprensibili «la guerra continua», frenavano abbastanza, oppure mettevano piú rabbia.
Soltanto poche settimane, e l'8 settembre ha chiarito tutto, anche se tutto sembrava piú confuso e ingarbugliato. Quei sempliciotti di reggiani, quasi tutti contadini, con la loro saggezza degna di Bertoldo, hanno capito subito da che parte stare. Far finire la guerra, far finire il fascismo: perciò cacciare i tedeschi.
Nei nostri paesi poche decine di persone erano veramente fasciste, i possidenti erano fascisti ma cauti, poi c'era un bel numero di scontenti indecisi e timorosi e infine una bella avanguardia di persone con le idee chiare, le illusioni chiare e anche i sogni chiari.
Cosí tutto si è messo in moto.
Dalle galere o dal confino, in quelle poche settimane dal 25 luglio all'8 settembre, erano miracolosamente sfuggiti gli antifascisti. Qualcuno è ritornato a casa anche dalla Francia, dove aveva potuto rifugiarsi come emigrante prima che il fascismo chiudesse le frontiere. Subito dopo l'8 settembre tutti questi scampati, con l'occupazione tedesca e il ricomparire dei fascisti, hanno dovuto nascondersi, cioè diventare clandestini...

 

Rivive in queste poche righe quel clima confuso all’indomani del crollo del regime, quando rinascono speranze, attese di progresso sociale maturate nei decenni a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ma l’euforia per la ritrovata libertà deve fare i conti con la dura consapevolezza che la guerra continua, malgrado l’armistizio, perché l’Italia dal centro al nord è occupata dai tedeschi e i fascisti si uniscono a loro.
Un libro di memorie può essere uno stimolo a meglio comprendere il passato e queste pagine di Teresa Vergalli ci hanno condotto ad una riflessione più attenta su alcuni fenomeni storici. Per comprendere lo spirito che animava il mondo contadino emiliano, il rinascere in esso delle speranze per il primo “sol dell’avvenire” nutrite all’inizio del secolo e poi sopite negli anni del fascismo bisogna andare agli ultimi decenni dell’ottocento quando proprio in questa regione operò l’anarchico BaKunin. che vide nell’Italia l’occasione migliore per attuare le sue idee. Mentre Marx ed Engels erano convinti che l’Italia insieme alla Spagna fosse un popolo arretrato di contadini da cui non ci si potesse aspettare molto, a BaKunin, invece, interessava proprio quell’arretratezza dell’Italia. Egli era convinto che il contadino fosse un “federalista naturale” il cui carattere spontaneamente ribelle contava di più della mancanza di disciplina e di coscienza di classe. Nel 1872 diede, così, vita a Rimini al primo congresso socialista italiano che decise di rompere con l’internazionale di Marx e di fondare una internazionale autonoma organizzata non rigidamente. Il conflitto tra Marx e Bakunin si configurò, così, come un’opposizione tra lo spirito rigido, organizzato nordico e l’anima meridionale spontanea e creativa, insofferente a regole e disciplina. Nel ’74 Bakunin dichiarò che l’ora della rivoluzione era giunta incoraggiato da una serie di scioperi e manifestazioni per il pane legate alla crisi economica. L’insurrezione avrebbe dovuto scoppiare dalla Romagna e poi estendersi. In realtà gli arresti partirono prima ancora che scoppiasse la rivolta. Questo primo insuccesso spinse il giovane seguace di Bakunin, Andrea Costa, ad optare per forme di lotta più organizzate fondando il partito socialista rivoluzionario della Romagna e poi nel ’92 il partito dei lavoratori italiani che nel ’93 in un congresso a Reggio Emilia stabiliva il suo programma fondato sulla lotta di classe, opposizione al capitale, socializzazione e nessuna collaborazione con i partiti borghesi. Il congresso si concluse con un corteo di 10.000 contadini con le bandiere rosse al vento, simile ad una processione. Nello stesso anno il partito incluse la parola socialista nel suo nome. . Il movimento socialista, così, sorse in Italia in una prospettiva diversa rispetto al resto di Europa, con una forte connotazione contadina e continuò la sua strada travolto prima dallo scoppio del primo conflitto mondiale, poi dalle contraddizioni del dopoguerra che videro l’emergere della dittatura fascista. E’ proprio a queste prime esperienze di organizzazione politica che hanno come protagonista il mondo contadino emiliano che dobbiamo andare per comprendere il rapido formarsi di una resistenza popolare dopo la caduta del fascismo. Senza il riemergere di questo spontaneo senso di ribellismo, senza questo retroterra storico di lotta fondata su un innato senso religioso della giustizia, forse la resistenza non avrebbe avuto il carattere popolare che ebbe. Ed è attraverso la figura del padre, Prospero, ritratto all’indomani del primo conflitto, che Teresa Vergalli ci fa rivivere i fermenti politici che animavano la campagna emiliana.

 

(da pag. 95 a pag. 97):

 

...Tornato a casa, inizia la sua militanza politica, sempre coerente, sempre appassionata, ma un po' in secondo piano, con grandi cadute di ingenuità. Dice di essere tornato dalla guerra già con l'idea socialista; anzi di essersi iscritto nei giovani socialisti quando ancora era soldato, durante una licenza. Dice che l'idea socialista gli era venuta in guerra perché nel suo reggimento c'erano quelli di Ravenna e di Forlí che erano tutti socialisti.
Io credo, però, che per quella scelta abbia avuto un peso anche l'essere cittadino di un comune, Bibbiano, che già nel 1899 aveva eletto un sindaco socialista e dove, nel 1901, nasceva con 47 soci il circolo socialista. Un paese che nel 1903 aveva applaudito entusiasta un comizio del mitico capopopolo Camillo Prampolini. Un paese di una provincia contadina che si apriva all'idea solidale della cooperazione e già nel 1863 aveva fondato il consorzio cooperativo per la costruzione della ferrovia Reggio-Ciano, inaugurata poi nel 1909. Un paese dove il 20 aprile 1890 nasceva la cooperativa braccianti con 65 soci piú altri 26 della frazione di Barco. Era questa una delle 27 cooperative di mestieri che aderivano alla federazione socialista delle cooperative di Reggio Emilia, con un totale di 700 operai.
In questa realtà, nonno Prospero, giovane reduce di una numerosa famiglia di affittuari della terra, si butta subito nelle lotte contadine del dopoguerra.
È orgoglioso dello sciopero del latte. Ci racconta che i casari avevano promesso un certo prezzo per il latte e poi non lo volevano piú rispettare. Il latte non lo pesavano, ma lo misuravano immergendo un bastone nel secchio, dopo averlo girato in tondo per provocare un vortice e quindi misurarlo al centro, dove era piú basso. Racconta che lo sciopero durò molti mesi. I contadini non portavano più il latte ai caselli. Lo davano ai vitelli e passò tanto tempo che quei vitelli arrivarono a mettere quattro dita di corna, cioè quasi a diventare manzi. Alcuni contadini cedettero, cioè si accordarono coi casari e per loro lo sciopero fini prima.Per un piccolo gruppo di contadini la storia andò diversamente. Riuscirono a creare, con prestiti e sottoscrizioni volontarie, un caseificio sociale che riusciva a fare soltanto una forma di formaggio al giorno, ma consentiva un guadagno maggiore anche grazie all'allevamento dei maiali, alimentati col siero, avanzo della lavorazione. Prospero lo racconta cosí.
Dopo la guerra del '14-18 a Bibbiano c'erano soltanto caselli privati. I proprietari erano quasi tutti fascisti. C'erano 8 o 10 caselli. Dopo si sono formati i primi caselli cooperativi. Per il primo casello cooperativo si erano fatti soci alcuni contadini che erano padroni della terra. C'era Morelli, che stava alla Villetta, poi Papani che aveva dei fondi; e anche Giavarini. I mezzadri non potevano scegliere, non avevano la libertà di aderire e farsi soci. La banca agricola ci ha aiutato. Allora anche le banche erano favorevoli alla cooperazione. A Bibbiano in banca c'era Reggi, che aveva stima del movimento... I contadini erano quasi tutti mezzadri. Solo noialtri, cioè io e mio fratello Simone, quando siamo andati a stare alla Villetta sotto Bonini avevamo il contratto di affitto. Eravamo una eccezione. Essendo indipendenti, avevamo potuto farci soci della latteria, ma non potevamo portarci il nostro latte, perché il padrone aveva il diritto di farci portare il latte nel casello padronale. Lo aveva messo nella clausola dell'affitto.
Nel corso dei picchettaggi per lo sciopero del latte ci fu uno scontro verbale con un proprietario, il colonnello Saracchi, sulla strada verso il Casale e ne derivò un bel tafferuglio, in seguito al
quale Prospero si beccò il suo primo processo. Cosí lo racconta:
Passato quel tempo lí, noi dell'episodio ce ne eravamo anche un po' scordati. Invece dopo un mese o due ci hanno mandato una carta a casa a me e ad alcuni altri e ci hanno fatto un processo perché, secondo loro, avevamo sequestrato questo colonnello. Al primo processo a me e a mio fratello Simone (che neanche c'era in quel tafferuglio, perché ne hanno acchiappato di quelli che non erano presenti) ci avevano dato alcuni mesi di carcere. Avevamo preso il dottor avvocato Laghi come difensore, e con lui alcuni altri, ma nessuno aveva dei soldi per pagarli, questi avvocati. Insomma, i difensori sono ricorsi in appello e il ricorso si faceva a Modena. Ma poi l'appello non c'è stato perché era venuta l'amnistia.
Quella volta la cosa fini senza condanne e senza spese. Le organizzazioni avevano aiutato per la difesa legale. Ma altre volte Prospero ha conosciuto la prigione e ancor prima le botte.
Nel paese era tra le persone politicamente più in vista come organizzatore dei contadini e come cooperatore. Inoltre era membro del circolo giovanile socialista. Mario Ferrari era presidente e Prospero era vicepresidente e amministratore. Raccoglieva le quote e teneva i proventi delle iniziative, derivanti soprattutto dalle serate danzanti. I balli si organizzavano nel circolo socialista, che aveva sede nei locali della cooperativa di consumo.

Manganelli

Gli anni che vanno dall'esonero militare fino al 1927, sono stati per mio padre e per i suoi amici anni di scontri con i fascisti.
Gli scontri raccontati e documentati sono stati sempre in difesa delle prime strutture cooperative, che erano nate e cresciute dopo l'inizio del secolo. In un territorio dove la maggioranza degli elettori (solo maschi) aveva scelto sempre sindaci socialisti, le squadre fasciste colpivano con la violenza le persone piú in vista.
Prospero non parlava volentieri delle botte e degli agguati di cui è stato vittima. Forse, a tanta distanza, gli bruciava ancora l'umiliazione e l'affronto di quegli assalti.
Siamo riuscite a fargli raccontare qualcosa.
In paese lui era tra quelli piú in vista, perché già dal '21 era passato al partito comunista. A Bibbiano quei primi comunisti non erano soltanto i soliti Prospero, Mario Ferrari e Ugo Incerti. Papà ci precisa che i primi iscritti erano sedici o diciassette, cioè tutti i giovani, meno uno, che dalla ex sezione giovanile socialista erano passati in blocco alla sezione giovanile comunista.
A questi giovani, i picchiatori fascisti tendevano agguati notturni.
Prospero è stato picchiato nel viale della stazione. Lo hanno chiamato fuori dal bar, dicendo che avevano bisogno di parlare. Nel viale c'erano due fascisti per parte. Lui è uscito e, là fuori nel viale, uno picchiava e gli altri lo tenevano stretto. Erano in quattro contro uno. Li comandava il padrone, cioè il casaro, che alla fine ha detto «basta» e loro si sono fermati.
Un'altra volta era andato dal barbiere, c'erano dei fascisti che parlavano e lui non aveva potuto trattenersi dal rimbeccarli. Come argomento inconfutabile quelli usarono le botte. Anche allora erano un gruppo contro uno solo.
Un'altra volta, siccome c'era stato il funerale civile di un certo «Piroletta», i fascisti andarono a picchiare tutti quelli che vi avevano partecipato. Non riuscirono a picchiare tutti, ma presero quelli piú in vista anche se non c'erano andati. Prospero quel giorno era andato a Cavriago a una riunione e non aveva partecipato al funerale. Dice che ci voleva del coraggio ad andare a quei funerali e che ci andava poca gente. I fascisti, quei pochi, li hanno bastonati quasi tutti. A Prospero hanno detto: «Oggi abbiamo bastonato gli altri, adesso bastoniamo anche te». Funerale o non funerale, non potevano permettersi di lasciarlo fuori dalle loro attenzioni.
I funerali civili non erano ancora proibiti, i fascisti non avevano ancora preso il potere, ma la loro violenza cominciava a dettare legge. Ancor prima di quelle ultime votazioni consentite nel 1923, con la violenza furono imposte le dimissioni al sindaco socialista.
A proposito di quelle votazioni c'è una testimonianza non di mio padre, ma di mio nonno Siro e di suo figlio, zio Ernesto. Raccontarono che il voto non era segreto, perché le cabine erano messe in modo che, da sopra, i fascisti vedevano le schede. Anche prima del voto, se qualcuno cercava di non presentarsi, lo andavano a chiamare a casa minacciando ritorsioni. Senza contare che le pressioni piú efficaci erano quelle, quasi sempre esplicite, dei padroni dei poderi o dei padroni dei caseifici...

 

Proprio attraverso il ricordo del padre Prospero e della madre Teresa Vergalli dà vita a pagine dense di poesia quando ricorda il suo eroico senso del lavoro.

 

(pagine 106 e 107):

 

...In verità se ci può essere dell'eroismo nel coltivare la terra, credo che papà e mamma possano dirsi eroi.
Oppure, come si dice in Furore, non c'è nessun eroismo nel fare una cosa che si è obbligati a fare? Era obbligato papà a vangare da solo tre biolche di terra? Tre biolche sono tante e la vanga è un piccolo cucchiaio da ficcare a forza se la terra è secca e compatta. E lui, non potendo pagare per l'aratura, ha dissodato da solo. Alla fine dice: «Avevamo raccolto del bel frumento, tanto che il Cavalier Chierici è venuto a vedere». Quel vocabolo «vedere» va inteso nel significato di «verificare», «constatare», «ammirare», «meravigliarsi».
A proposito di quel frumento io ho un doloroso ricordo visivo. Intanto ci sono loro due, papà e mamma, curvi in quel giallo di sole e di spighe, con quei gesti del mietere sempre uguali, come un rito. Poi i covoni legati e messi sulla carriola. Il campo di Baldella è in salita. Io rivedo papà alle stanghe della carriola coi muscoli tesi che spinge e rivedo mamma davanti, con una fune alle spalle che tira, tira, come una bestia da tiro. Una piccola, curva, bestia da tiro.
Quelle figure - un uomo, i covoni, una donna - devono avermi colpito anche allora, che ero piccola. Infatti erano i primi anni, quando ancora non potevano permettersi il lusso del somarello...

 

(pagine 110 e 111):

 

...Prospero era bravo a curare le piante e a fare gli innesti. Era abbonato a una rivista dei fratelli Sgaravatti, che trattava di sementi, piante e coltivazioni.
Era un po' meno bravo con le bestie, che erano la specialità di mamma. O forse era lei che non gli permetteva di toglierle l'esclusiva.
A San Polo il consorzio agrario aveva fatto un corso per gli innesti e lui si era precipitato a frequentarlo. Perciò qualche vicino lo chiamava per questi interventi particolari. Ricordo un innesto curioso, che forse lui fece per prova o per divertimento.
Nel campo del vecchio Baldone c'erano tre grosse piante di ciliegio, di cui due con frutti grandi e buonissimi e una coi frutti piú fragili, piccoli, un po' selvatici. Papà innestò su quella pianta un altro tipo di ciliegia, che in pochi anni fruttificò. Non ho mai piú visto ciliegie di quel tipo. Erano ciliegie bianche, cioè giallo chiaro, di colore uniforme, ma morbide come le ciliegie vignola attuali, non duracine come i duroni. Quell'albero a maggio era una meraviglia. I rami di destra e di sinistra carichi di frutti rossi, il ramo in mezzo, piú piccolo, carico di frutti grandi, giallo chiaro. Chissà se c'è ancora o che fine ha fatto.
La sua specialità era l'innesto delle viti. In poco tempo mise qualità nuove e aggiunse anche delle uve da tavola come il moscatello, lo zibibbo e un'uva nera dai grossi acini ovali che chiamava uva togna. Quando i vicini lo chiamavano per gli innesti, lui generosamente insegnava quel che poteva, specialmente a Virginio, il fratello grande dell'Anselmina, col quale andava molto d'accordo...


Una chiave di lettura interessante di questo libro è anche nell’individuazione di un’ottica femminile dell’esperienza della guerra partigiana. Viene messo in luce l’apporto delle donne nella lotta con una loro propria specificità.

 

(da pag. 22 a pag. 25):

 

Mano a mano che il movimento cresceva c'era bisogno di una sempre piú grande rete di appoggio. La prima rete di cui mi sono occupata io, fu quella delle donne. Servivano alcune decine di staffette, ma soprattutto servivano molte decine di sostenitrici. Mi fu affidato l'incarico di organizzare dei gruppi di donne, che in un primo tempo non ebbero nome, ma poi furono chiamati «Gruppi di difesa della donna». Questo perché si pensava di dover non solo difenderci dalle bombe e dalla fame e pensare a un futuro di pace, ma anche prepararci a lottare contro le ingiustizie e le disparità tra maschi e femmine. Facevano insomma capolino i temi dei diritti e dell'uguaglianza.
Io ho cominciato dalle donne che mi stavano attorno. Il primo aiuto l'ho avuto dalla mia zia Dirce, sarta. A catena, la rete partiva dalla sua sartoria, poi dalle sue ex allieve e infine da queste ad altre donne e ragazze vicine di casa, colleghe di lavoro, operaie delle Officine Reggiane, fidanzate di soldati lontani, madri di giovani imboscati o partigiani. A collegare e reclutare tutta questa rete non ero sola, naturalmente. Aiutavano molto anche gli uomini, c'erano altre ragazze che si accollavano incarichi vari e diventavano staffette. Quasi sempre a me toccava di tenere le riunioni, cioè di spiegare cosa volevamo ottenere, quali erano i compiti e i rischi da assumerci, come era bene comportarsi per garantirci qualche sicurezza, cosa volevamo ottenere come donne a guerra finita. Su questi temi arrivava del materiale propagandistico e giravano delle circolari. Inoltre c'era sempre Zanti, oppure Sacchetti, che me le integravano con quanto avevano imparato sul problema femminile nella loro università, cioè in carcere.
Per accrescere la mia cultura politica e darmi argomenti per quelle riunioni di donne Zanti e Sacchetti mi procuravano dei libri e delle dispense. Un altro dirigente comunista, di cui non ho ancora parlato, che si chiamava Caleri4 ed era rifugiato presso una casa vicina, mi procurò un testo difficile. Era di un certo Huizinga e portava il titolo Crisi della civiltà'. Per lo sforzo di capire, leggevo ripetutamente le frasi e i capitoli, tornando indietro anche piú di una volta. Nondimeno quel testo per me era proprio quasi arabo. Un altro libro di quei giorni fu Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Recd. Questa volta leggerlo fu una passeggiata. Non so se queste letture mi abbiano fornito argomenti per le donne dei gruppi di difesa.
Le riunioni erano molto frequenti, anche perché dovevano essere circoscritte a pochissime donne.
Proprio con questa rete femminile sono state prese importanti iniziative di lotta aperta, come manifestazioni clamorose sotto i commissariati fascisti o sotto la prefettura per ottenere maggiori razioni alimentari o per rivendicare la distribuzione di generi vari, come il sale o la farina. Addirittura per il rilascio di ostaggi civili o azioni per far fuggire i prigionieri durante i trasporti.
Quando i tedeschi ordinarono ai contadini il raduno del bestiame da requisire, il nostro gruppo di donne, d'accordo coi partigiani, si sparpagliò sulle varie strade a fermare i contadini e a farli tornare indietro, dicendo che in paese si sparava e c'era un assalto partigiano. I contadini non desideravano altro, fecero dietrofront e fu cosí che il raduno non ebbe luogo. Qualche partigiano gappista sparò effettivamente e alcune bestie furono anche abbattute verso la strada del Ghiardo e in poco tempo tagliate alla meno peggio, distribuite alla gente e anche occultate in case amiche per inviarle alle formazioni partigiane in montagna. Deve essere stata una scena ben strana, riferita in seguito. Uno dei gappisti raccontò che i proiettili rimbalzavano inefficaci sulle ossa frontali dei buoi e che la gente coi coltelli intorno a quelle bestie sembrava uno sciame di api sul miele. In men che non si dica restò soltanto la polvere della strada inzuppata di sangue6.
Erano quasi sempre le donne a trovare le case di latitanza - le chiamavamo cosí - per i capi del CIn, che si spostavano spesso, dovendo dirigere tutto quel multiforme esercito. Erano le donne ad accogliere e nascondere i partigiani feriti o malati, costretti a tornare in pianura. Soprattutto erano le donne a raccogliere i materiali e le offerte per sostenere o rincuorare i ragazzi delle formazioni in montagna.
All'inizio dell'inverno 1944 il generale Alexander, - rimandando alla primavera l'offensiva per scavalcare la linea gotica, - consigliò ai partigiani di tornare a casa e di aspettare. Le nostre formazioni risposero di no. Del resto sarebbe stato impossibile tornare a casa. In quella circostanza le donne dei gruppi di difesa, insieme ai giovani del Fronte della gioventú e ai Cln, organizzarono la «settimana del partigiano». In pochi giorni furono raccolti vestiti, medicinali, cibi, dolci, cappelletti, denaro, scarpe. Ci pensarono poi le Sap (Squadre di azione patriottica) a far arrivare in montagna tutta quella roba, che attorno a Natale alleviò non poco i terribili disagi di quell'inverno.
Potete immaginare quanti giri e quante piccole riunioni, quanti piccoli trasporti mi sono accollata in quei giorni. Tutto doveva essere comunicato di persona, tutto doveva essere organizzato di casa in casa, di passaggio in passaggio...
 

E in fine il ricordo del coraggio delle madre dei caduti e il rammarico per come al di là della retorica di circostanza non sia stato messo mai abbastanza in luce la loro personalità. Accanto alla madre dei sette fratelli Cervi trucidati trovano spazio anche altre figure non note che questo libro di memorie sottrae alla folla silenziosa di eroi che percorrono la storia senza che di loro rimanga traccia. Ancora una sensibilità femminile detta le pagine dedicate agli amori in tempo di guerra in cui trova espressione il tema della drammatica precarietà della vita in guerra che non permette indugi o remore moralistiche. La guerra dà poco spazio all’espressione dei sentimenti, riduce la vita all’essenzialità della lotta per la sopravvivenza: non c’è tempo per piangere la perdita dei compagni e non c’è spazio neanche per una vita sentimentale. Leggiamo a proposito la pagina dedicata alla partigiana Laila.

 

(da pag. 188 a pag. 190):

 

...Laila era scappata in montagna per sfuggire a un arresto e in pianura lasciava un fidanzato. La vita partigiana anche per lei era un mondo nuovo pieno di doveri, di pericoli e di ideali. Ci si trasformava, anzi si maturava. Laila finalmente si sentiva considerata alla pari, rispettata e apprezzata, e decise che quel fidanzato non era l'uomo giusto. Tra l'altro pretendeva da lei un ripensamento e un ritorno a casa. Faceva parte ancora di quelli che sui discorsi importanti se ne uscivano con un «taci tu, che sei una donna», e anche «sull'educazione dei figli comando io». Cosí decise di troncare, di non sposarlo piú. Dice che è stata una sofferenza e che ha faticato a trovare le parole per scrivere a casa di quella sua decisione.
Ma non lo faceva per un altro amore. Anzi, aspettava di guarire da quella ferita intima quando un giovane partigiano le si avvicinò con speranze di futuro. Si chiamava «Fifa», solo cosí, col nome di battaglia. Era comandante del distaccamento «Fratelli Cervi». Laila lo stimava, gli voleva bene, ma disse «aspettiamo, devo lasciar passare un po' di tempo, usciamo da questa guerra, avremo tempo». Invece di tempo non ce ne fu.
Una notte, Barbara, una partigiana che era nel suo gruppo, ha sentito Laila gridare nel sonno e svegliarsi piangendo. Aveva fatto un sogno orribile. C'era «Fifa» che chiamava aiuto e diceva «perché non mi cercate, perché non mi venite e prendere, ho freddo, sto morendo!».
«Fifa» era sparito nell'inverno, tra il 21 e il 23 novembre 1944, durante la battaglia del Monte Caio, uno scontro durissimo di cui parlano tutte le cronache della guerra partigiana delle nostre parti. Dopo quella battaglia era stato cercato, ma non si trovava tra i morti, non si trovava tra i feriti, non era tra gli scampati, non risultava tra i catturati. Era impensabile che avesse disertato, lui tanto valoroso e ideologicamente coinvolto.
Laila aveva sognato che «Fifa» chiedeva aiuto, che stava per morire e che aveva freddo. Soltanto a primavera, quando la neve si è sciolta, «Fifa» è stato trovato nella zona di quella battaglia, in fondo a un burrone, incastrato in una cavità del terreno, con una sola ferita a un braccio. Sepolto nella neve, probabilmente privo di sensi e incapace di segnalarsi ai compagni, la morte l'aveva colto lentamente, crudelmente, assiderato e dissanguato.
Laila ha rimpianto di non avergli detto «sí» anche per un giorno, anche per un momento...

Anche a guerra finita si evidenzia un diverso modo nelle donne di rapportarsi con l’esperienza passata, c’è in loro un certo pudore a mettersi in mostra a rivendicare il ruolo avuto, quelle, poi, che avevano subito la prigionia e le violenze non riescono a parlarne neanche con le persone più vicine, provano vergogna a rendere pubblica una violenza che non aveva significato solo dolore fisico ma le aveva colpite nel loro intimo di donne.

 

(da pag. 201 a pag. 207):

 

Donne nell'ombra

Dopo la liberazione le protagoniste più dimenticate sono state le donne. Riflettiamo un po' su questi numeri, riferiti alla sola provincia di Reggio Emilia. Su 9554 partigiani e patrioti ben 1188 sono donne. Millecentoottantotto, poche o molte, secondo i punti di vista.
Eppure ne mancano parecchie in quegli elenchi. Molte di quelle che hanno fatto tanto, non sono state nemmeno riconosciute partigiane o patriote. Tra queste, né mia cugina Maria Arduini, né mia zia Dirce, né le sorelle Cammellini sono state inserite in quegli elenchi. In questo un po' di colpa l'abbiamo anche noi. Non ci compaiono nemmeno le donne delle case di latitanza e nemmeno quelle piú attive delle associazioni fiancheggiatrici.
Dopo la liberazione le donne che hanno partecipato alla resistenza sono state lasciate nell'ombra.
Sono convinta che ci sarebbe da riscrivere molta storia sulle donne durante quella guerra. Non c'è soltanto la considerazione, che finalmente molti riconoscono, e cioè che la lotta partigiana non sarebbe stata possibile senza le donne. Le armi le trasportavano loro, i rifugi li offrivano loro, le vettovaglie e i vestiti altrettanto. Senza contare il prezioso sostegno morale.
Finita la guerra le combattenti e le fiancheggiatrici non hanno vantato nulla, sono rimaste troppo spesso in silenzio.

Credo che in silenzio siano rimaste soprattutto quelle che hanno pagato il prezzo piú alto, cioè le torturate, le imprigionate e le violentate.
Ho detto di Tina, che uscita di prigione si rifiutava di raccontare le torture. Tina era alta, con un viso radioso e un bel corpo. Bruna era minuta, dolce e graziosissima. Non so immaginare cosa possono aver subito, veramente, dentro a quel carcere dove agli uomini erano riservate le «stirature», cioè i passaggi roventi sotto il ferro da stiro e gli strappi delle unghie. E che dire di Adriana Prandi e di sua sorella Evandra, le ragazze del Ghiardo arrestate col loro padre. Hanno detto di aver subito durissimi maltrattamenti. Forse per pudore non hanno voluto dire altro.
Poi ci sono le vittime casuali, delle quali si sa poco. Nell'ultima settimana di guerra, quella dell'attacco finale quando tutti i partigiani della montagna hanno iniziato l'offensiva contro ogni reparto tedesco o fascista e quando tutte le Sap e tutti i Gap della pianura si sono alzati insieme a combattere la battaglia decisiva, ci sono stati gli episodi piú feroci da parte dei nazifascisti. Erano disperati e rabbiosi e si sono abbandonati alle peggiori razzie, uccisioni e violenze.
Nelle campagne attorno a casa mia, in una zona tra i comuni di Bibbiano, Cavriago e Montecchio chiamata «I Paverazzi» le secche cronache del dopo liberazione hanno registrato che un contadino è stato trovato morto in mezzo ai campi, e che sua moglie e la figlia quattordicenne erano state violentate.
Già è tanto che si sia risaputo. Mi chiedo quante donne e ragazze, in quella follia che è stata quella guerra, hanno patito violenze e stupri e non l'hanno voluto raccontare. Ancora oggi molte donne che subiscono violenza non trovano la forza di dirlo. Figuriamoci allora, che sull'argomento sesso c'era solo silenzio. Quando si è offesi cosí nel profondo si prova ingiustamente un senso di colpa, o di vergogna. Mio padre parlava malvolentieri delle botte prese dai fascisti. Ne sentiva ancora l'umiliazione. Ho accennato a Theo, l'amico carissimo di mio marito, cosí schivo sulle tremende torture, raccontate per lui dai suoi compagni di cella. Io stessa debbo confessare che ho fatto fatica, in queste pagine, a raccontare quella piccola storia di quell'uomo che mi brancicava. Ancora adesso, dopo sessant'anni, me ne sento offesa, umiliata. Eppure è stata una piccola storia, ma il sentimento che ancora provo mi serve a capire cosa può esserci dentro al cuore delle donne piú sfortunate di me. Come sempre i piú deboli, sia in guerra che in pace, pagano il prezzo piú alto. E le donne sono quasi sempre «le ultime della fila».
Anche sulle madri dei caduti si è fatta piú che altro della retorica, ma del loro animo, della loro personalità, della loro partecipazione non ci si è interessati piú di tanto. Quelle che ho conosciuto io non rientrano affatto nell'immagine tradizionale della «madre di caduto in guerra». Le madri dei caduti partigiani non sono soltanto madri che piangono, ma sono state esse stesse delle combattenti. Anche loro erano in prima linea accanto ai figli. Anche loro hanno combattuto e quasi tutte hanno continuato a lottare anche dopo la tragedia per quegli ideali che le univano ai figli.
La prima tra queste donne è la madre dei Cervi, Genoeffa. Io non l'ho conosciuta, come non ho conosciuto i Cervi, perché nei miei giri da staffetta non oltrepassavo quasi mai la via Emilia. La nostra zona partiva proprio da quella strada per arrivare a tutto l'Appennino. Di questa donna dolce e straordinaria me ne ha parlato la nipote Maria, che in quegli anni tremendi aveva nove anni e la ricorda con commozione.
Era una donna forte, molto religiosa, complice silenziosa dei figli in quel loro aiutare, ospitare, opporsi al fascismo e alla guerra. Lei e le nuore avevano saputo quasi subito della fucilazione, ma per mesi hanno taciuto al vecchio Alcide quella tremenda verità. Immagino con che forza, con che cuore, specialmente lei che gli era piú vicina.
Spero che venga raccontato qualcosa di più su questa madre, sul suo animo, le sue abilità, il suo carattere, su come era veramente come donna. E altrettanto vorrei conoscere di quelle quattro vedove Cervi e delle due sorelle che erano accanto a quegli uomini, resistendo, prima e dopo la tragedia. Il loro dolore si può immaginare, la loro forza si può intuire. Le persone, invece, sono rimaste nascoste.
Di una di loro, Margherita Agoleti, sappiamo qualcosa di piú, perché ci ha lasciato un piccolo commovente diario stampato nel 2001 intitolato Non c'era tempo di piangere. Se possibile quel piccolo diario accresce il desiderio di conoscere meglio lei e le altre donne dei Cervi.
Di mamma Genoeffa c'è una testimonianza di Avvenire Paterlini su La memoria dei rossi. Dice che quella madre aveva sempre un piatto di minestra o una scodella di latte per tutti e che, quando i loro «ospiti» dormivano nel fienile, lei, la notte veniva in punta di piedi a vedere se erano abbastanza coperti. Un piccolo ritratto che la fa quasi rivivere, dolce, nell'immaginazione.
Sappiamo che Genoeffa è morta di crepacuore, veramente di crepacuore. Se n'è andata a novembre del 1944. I suoi figli erano stati fucilati il 28 dicembre dell'anno prima, 1943. Il suo cuore non ce l'ha fatta a resistere fino alla liberazione.
Questa donna ne piangeva sette di figli e non so se il suo dolore può essere stato dissimile da quello di due madri che ho conosciuto da vicino. Due madri sole che hanno perduto il loro unico figlio. Papà Cervi a una di queste madri, ha detto: «Tu avevi un solo figlio e te l'hanno tolto. Io ne avevo sette e sette me ne hanno tolti. Per te uno era tutto, per me sette erano tutto. Non c'è differenza nel dolore». Può essere vero, ma nessuno sa come si possa misurare il dolore.
Ho già accennato alla madre di Folgore gamba di legno. Ne ricordo un'altra, l'Aldina, mamma di Jones Del Rio.
Jones era un ragazzo partigiano, di Montecchio. Lo conoscevo perché andavo spesso da sua madre, che - come tutte le madri dei partigiani - partecipava in mille modi a quella resistenza senza armi che è stata altrettanto importante. Aldina era vedova e aveva soltanto quel figlio.
Jones era in contatto con mio padre perché faceva parte di un gruppo Sap di pianura. Portava a casa nostra le armi e i materiali conquistati con le azioni del suo gruppo. Era biondo, bello e di gentile aspetto, come avrebbe detto un poeta. Una notte mentre trasportava un carico verso la montagna, fu intercettato dai nazisti nei dintorni di Ciano, torturato selvaggiamente e infine fucilato. In una azione precedente era stato ferito, ma appena possibile aveva ripreso il suo posto.
Lo ricordo tranquillo, sereno e determinato. Come se quelle azioni rischiose fossero una cosa naturale. Sua madre invece era più espansiva. Mi accoglieva sempre sorridente nella sua piccola casa a pianterreno in un modesto agglomerato all'inizio del paese, all'angolo tra la provinciale e la strada per San Polo. Mi voleva sempre offrire qualcosa, magari solo un bicchier d'acqua. Anche lei, come la madre di Folgore, era sempre vestita di grigio, minuta, rotondetta, coi capelli un po' segnati di bianco raccolti a crocchia sulla nuca.
Non posso tacere di un'altra madre, che ho conosciuto negli anni seguenti quando ero a Novara. È Amelia Maccarinelli, di Pallanza, sul Lago Maggiore. Era una donna slanciata, sempre elegante e molto bella. Suo marito, dottore partigiano, curava la salute di noi funzionari comunisti sprovvisti di ogni tutela sanitaria. Lei mi aiutava nell'organizzazione delle donne. Era anche ottima pittrice e partecipò alla nostra mostra dell'8 marzo con un bel ritratto di donna intitolato «Il cappello di paglia di Firenze».
Mi rivedo li, in quella cittadina che già allora era bellissima, e trovo Amelia che sta per andare al cimitero. Con leggerezza le chiedo se posso accompagnarla. Lei ne sembra content e ci incamminiamo verso quel luogo in salita, parlando di or anizzazioni e iniziative. Lei non porta fiori. Arrivati là, Amelia accarezza lieve il volto del figlio, che da quel marmo ci sorride. Gli manda qualche bacio. Poi si mette a parlargli, dapprima sommessa, poi sempre piú chiara. Io mi sento fuori posto e vorrei allontanarmi per discrezione, ma mi rendo conto che ormai, per lei, non ci sono piú. Parla a quel figlio partigiano diciottenne ricordando piccoli fatti della loro vita, di scarpe, di una stanza, di un libro. Lo informa di fatti di famiglia, gli racconta vicende di amici sopravvissuti, di novità di paese. Io resto li, a un mezzo passo dietro e mi sento la pelle d'oca. Guardo lei che mentre parla raccoglie foglie cadute, sposta qualcosa, sembra accarezzare tutto quel marmo, si interrompe, sussurra. E non ha una lacrima.
Dopo un lungo silenzio, si ricorda di me. Io vorrei abbracciarla, ma lei mi prende sottobraccio e con un piccolo gesto triste riassume tutto, anche la mia commozione. Le donne del paese mi dicono che ogni giorno quella madre va là, a parlare col figlio.
Queste madri, stanno nel mio pensiero, alte, in cima a una moltitudine di donne che hanno avuto in sorte dolori meno tragici, ma molto coraggio, sofferenze e paure. Donne che hanno avuto un ruolo importante.
Sono tutte quelle che aiutavano nelle associazioni, ma anche altre. Per esempio le donne delle case cosiddette di latitanza, dove trovavano asilo dirigenti, sbandati, fuggiaschi e feriti.
Parlo delle donne, perché a loro, mogli o madri, spettava la decisione ultima, anche quando la proposta era degli uomini. Alle donne toccava il compito piú delicato e concreto. Senza la loro piena condivisione non sarebbe stata possibile nessuna ospitalità. Sapevano di rischiare e tuttavia si armavano di inventiva e preparavano un letto di fortuna in un solaio, in un sottoscala, in una stanza nascosta da un armadio, oppure in uno dei vari rustici attorno alla casa, quelli degli attrezzi, della legna o del bestiame. Poi bisognava provvedere al cibo, ai vestiti, vigilare sui pericoli, mandare e ricevere notizie, fare finta di niente col cuore in gola. Spesso quando uno di quegli ospiti cosí scottanti traslocava verso la montagna o verso un'altra casa di latitanza, ne arrivava un altro e la storia ricominciava da capo.
Cosí faceva la nostra vicina di nome Gioconda, che anche di carattere era gioconda e allegra. Altrettanto una signora sola e molto benestante, sorella della casara Bertolini, che ospitò quel Caleri del libro di Huizinga e alcuni altri. Nessuno si aspettava da lei tanta disponibilità e non so con che intuito o incoscienza mio padre le abbia potuto chiedere quell'aiuto. Anzi, si mostrò più che partecipe e trattò quegli ospiti con grandi riguardi, come fossero di famiglia.
Ho già detto delle donne dei Manni, sul Ghiardo. Abbastanza vicino alla loro casa c'erano i Prandi, che fin dal '43 ospitavano fuggiaschi e dirigenti. Appunto per queste ospitalità fu arrestato il papà Prandi con le due figlie, che erano staffette partigiane. Ho già detto che patirono le sofferenze del carcere per diversi mesi . Sono passata da loro alcune volte, ma non ricordo la madre, che immagino ugualmente impegnata, ugualmente attiva, ugualmente sofferente, ma rimasta dietro le quinte.
Penso anche a tutte quelle donne contadine o casalinghe che non ho conosciuto abbastanza e che ho incontrato al volo. Sono le donne di quelle case amiche che costeggiavano i miei percorsi in pianura e in montagna, vicino alle strade o in mezzo ai campi, alle quali sapevo di poter chiedere aiuto e informazioni. A volte correvano in strada per mettermi in guardia, a volte mi avvertivano i loro figli bambini. Io passavo illudendomi di essere una ragazza qualsiasi, ma quasi tutti sapevano chi ero e cosa facevo. Qualche anno fa Meris, la moglie di Dante Fantuzzí mi ha raccontato che, quando mi vedevano passare, a casa sua sussurravano compiaciuti e preoccupati: « È passata quella ragazza che aiuta i partigiani!». Devo a queste dolci complicità se ho scampato i pericoli e i posti di blocco.
 

Ma è soprattutto nei ricordi della sua avventura politica negli anni della ricostruzione che Teresa Vergalli evidenzia le difficoltà di inserimento nel mondo politico, un universo in cui una giovane donna, nonostante il suo entusiasmo, nonostante l’umiltà con cui ha cercato di curare la sua crescita culturale, nonostante il suo impegno nella guerra partigiana stenta a trovare spazio.

 

(da pag. 265 a pag. 269):

 

Qualche bel ricordo

A Novara, gli ultimi anni, ero tornata al lavoro femminile, sebbene controvoglia. Alla stampa e propaganda del partito sono rimasta poco, ma mi sembrava di avere delle idee e desideravo restarci.
Ripensandoci non so dire perché detestassi tanto quello che chiamavamo il settore femminile. Sono sempre stata convinta che l'emancipazione della donna dovesse conquistarsi da pari a pari, fianco a fianco nelle associazioni o partiti o mestieri con gli uomini. La separazione la vedevo come una ammissione di inferiorità, anziché riconoscimento di diversità. Tuttavia, dopo una protesta inutile e un segreto sfogo rabbioso, ho ripreso l'organizzazione dell'Udi. E proprio con l'Udi di Novara è legato un mazzetto di bei ricordi.
La celebrazione dell'8 marzo un anno è iniziata la mattina con l'arrivo in città di molti gruppi di donne che portavano grandi cesti di fiori di campo. Erano margherite, violette, ginestre, fiori di malva, fiori gialli senza nome, fiori di cicoria, primule, giunchiglie e tanto altro; qualsiasi cosa vegetale in fiore. Al posto della mimosa, le donne scese da Omegna, Verbania, Trecate, Ornavasso e quant'altri luoghi, offrivano per le strade quei mazzetti di fiori fragili e deperibili insieme a un piccolo volantino di propaganda.
Era una scena bellissima. Confrontatela con ciò che è diventato oggi l'8 marzo e sentirete anche voi un po' di rammarico.
Sempre 1'8 marzo un'altra volta, per finanziarci abbiamo avuta l'idea del «dolce dell'8 marzo». Un pasticciere ci ha inventato una buonissima pastarella decorata col fiore della mimosa. Era un suggerimento per far festa nelle case e per piccoli ricevimenti o festeggiamenti. È stato un successo.
Un altro ricordo ancora legato all'8 marzo. Con l'aiuto e un piccolo finanziamento del sindaco Sandro Bermani, appassionato di arti visive, abbiamo organizzato un premio di pittura riservato a pittrici donne, con relativa mostra al salone del Broletto. Le adesioni sono state numerosissime, grazie all'aiuto di alcuni pittori novaresi che gravitavano attorno all'accademia di Brera e alla collaborazione di un bel gruppo di donne socialiste e indipendenti. Giuria prestigiosa, successo di pubblico e in premio alla vincitrice una bella spilla d'oro disegnata da uno dei pittori amici.
Un'altra bella iniziativa si è svolta al Teatro Faraggiana, il piú grande di Novara. Era legata alle rivendicazioni femminili e alla situazione delle donne lavoratrici in quella provincia. Il programma seguiva uno stile diverso dal solito. C'era un presentatore - che ero io - che legava e commentava in vario modo gli interventi e le scene che si susseguivano. Non erano discorsi, ma dialoghi, scenette, letture di brani o di poesie. Il teatro non era strapieno, ma il pubblico è rimasto entusiasta. Persino la televisione del Piemonte ha giudicato l'avvenimento degno di un servizio di qualche minuto.
In un altro teatro, il Vittoria, abbiamo invece organizzato una cosa bellissima, ma disertata dal pubblico. Davanti a poche persone i bambini e le nostre donne hanno recitato la storia di Cipollino, Pomodoro e Pero Pera. Il «copione» era tratto dal romanzo di Rodari. I costumi, o meglio le maschere, erano opera di Otello Sarzi.
Otello era il giovane componente della famiglia Sarzi, celebri commedianti e burattinai girovaghi, amici della famiglia Cervi e storici antifascisti. Già ho accennato a lui. Aveva fatto la resistenza in Val d'Ossola e in quel tempo era ospite a Novara di Eraldo Gastone, il comandante Ciro. Otello confezionò con le sue mani delle bellissime teste di cartapesta che, imitando le illustrazioni del libro, trasformavano i piccoli attori negli ortaggi del racconto.
Lo spettacolo era bellissimo, ma la gente poca. Avevamo sbagliato a scegliere un giorno feriale, e per di più di mattina; scelta certamente dettata dal minor costo del teatro, che era piuttosto piccolo, in centro.
Per tutte queste iniziative, sia prima che dopo la realizzazione, io soffrivo da morire. Non ci dormivo e per giorni ci rimuginavo, sia in caso di successo che di insuccesso. Rivangavo ogni dettaglio, collaborazioni ottenute o mancate, eventuali malcontenti o gioie. Senza contare l'angoscia per i debiti che si accumulavano con le tipografie, per gli affitti dei teatri e per le bollette del telefono. E per i problemi di casa, perché dovevo sempre strapparmi dai bimbi piccoli.
Avevamo superato con grandi sacrifici periodi critici, con il solo aleatorio stipendio di Claudio. E vero che al sindacato - dove ora era segretario provinciale - gli stipendi sulla carta erano migliori, ma in pratica continuava lo strazio dei ritardi e degli acconti.
Con l'arrivo dei bambini tutto era diventato complicato. Per la nascita di Alberto ero rimasta a casa poco piú di un mese prima dell'evento e il bimbo è andato al nido che aveva soltanto quaranta giorni. In quella città cosí operaia, dove centinaia di donne lavoravano alla Pavesi e alle fabbriche tessili e chimiche, il nido era una istituzione radicata e frequentata. Eppure in quel nido modello dell'Omni, diretto dall'ottima dottoressa Marcella Balconi41, non avevano mai accolto un bambino cosí piccolo. Io uscivo dalla federazione per correre ad allattarlo che mi scoppiava il seno. Quando poi è arrivato Corrado, anche con l'aiuto del nido, non erano conciliabili bambini e lavoro. Mi sono arrangiata con lavori vari da casa: le bozze, una raccolta di pubblicità, una piccola rivista locale. Poi, appena possibile il rientro di nuovo all'Udi.
Da lontano mamma e papà, che pure non nuotavano nell'oro, riuscivano ad aiutarci. Spedivano grandi pacchi di vettovaglie, vestiti per me e per i bambini e ci ospitavano d'estate. Anche gli suoceri, di tanto in tanto, ci davano una mano.


Politica addio

Ecco com'è stato che, avuta notizia dell'imminente concorso magistrale, mi è riaffiorato l'antico sogno di diventare maestra. Volevo abbandonare i patemi e le sofferenze della responsabilità politica e dare un po' di tranquillità alla mia famiglia.
Quando gli impegni miei e quelli di Claudio si sovrapponevano, dovevamo sballottare i bambini di qua e di là, non essendo sufficienti le poche ore che ci dedicava una compagna, la cara e indimenticata Serafina; o la vicina di casa «zia» Antonietta.
Non c'era ancora lo statuto dei lavoratori e le riunioni sindacali si facevano di sera, di sabato e soprattutto di domenica, sempre che non ci fosse da andare in capo alla provincia alle cinque di mattina davanti a una fabbrica. In quella realtà operaia e bracciantile anche le riunioni di donne erano possibili soltanto di sera, di sabato e di domenica. In una lettera a mia madre la vigilia di Natale del 1950 racconto che Claudio quel giorno era da mattina a sera «a fare convegni sul lago». E che per me e per lui era libero solo il Natale, perché avevamo impegni anche a Santo Stefano. Credo che basti a dare l'idea. Per anni è stato piú o meno sempre cosí.
Sulla nostra pelle abbiamo toccato con mano che, in assenza di nonni, ne basta uno, di genitore, arruolato a tempo pieno nella politica.
Cosí ho deciso di tentare e mi sono messa sui libri, in segreto. Non volevo che si sapesse, per la paura di non superare l'esame. Mi alzavo prima delle cinque per studiare. In segreto mi aveva aiutato Rosario Muratore, un ottimo compagno professore che insegnava alle magistrali e che poi ne è diventato preside. Da lui ho avuto quasi tutti i libri e con lui ho messo a punto il programma.
Claudio cercava di aiutarmi un po' con i bimbi, ma era molto scettico. Forse aveva piú fiducia di me nelle mie capacità politiche e credeva che un salto professionale cosí drastico fosse per me una sconfitta o un sacrificio. In piú temeva che, anche a concorso vinto, avremmo avuto difficoltà insormontabili, per esempio per la sede. Io andavo avanti a testa bassa, utilizzando tutti i ritagli di tempo possibili. E sibilavo tra i denti: «Lasciamelo vincere, questo concorso, e poi ci penserò». Avevo orecchiato qualcosa sui diritti e rimedi possibili. E ho sfoderato tutta la cocciutaggine e la perseveranza che in molti momenti della vita è decisiva. E piú studiavo, piú mi appassionavo e mi riconfermavo nella mia scelta.
All'esame sono arrivata ridotta di peso e stanchissima.
Una sincera gratitudine la devo al professore che mi ha esaminato in letteratura italiana. L'esaminatore successivo mi chiedeva notizie di legislazione sulla misura delle aule; regola igienica, credo. La mia espressione doveva essere desolata, perché quel commissario di lettere - che mi aveva ascoltata su Giovanni Verga, sulla Montessori e su Sant'Agostino - si è spostato indietro con la sedia, poi con le dita delle mani mi ha platealmente suggerito quelle balorde misure.
Uscendo dalla stanza gli ho gettato un cenno di ringraziamento. Non so chi fosse e non l'ho piú visto. Non so nemmeno se il suo aiuto sia stato determinante. Lo ringrazio lo stesso, con calore, per quel gesto che non era soltanto di aiuto, ma anche di condanna per quella domanda cosí stupida, inutile e fuori della realtà. Penso che conoscesse le misure reali di tante scuole di montagna, simili, credo, a quella di Vaglie di Ligonchio dove avevo insegnato io da supplente incaricata.
 

Questo libro offre altri spunti interessanti di riflessione: da una parte il difficile rapporto, a guerra finita, tra la base protagonista della resistenza e i vertici del Partito Comunista, dall'altra l'impossibilità di conoscere veramente il mondo sovietico, modello ideale dei comunisti di quegli anni. 

 

(da pag. 256 a pag. 265):

 

L'Unione Sovietica, Stalin e «La corazzata Potémkin»

Ero a Novara quando è morto Stalin.
Davanti alla Casa del popolo, dove aveva sede il partito comunista, fu allestito un vistoso altarino, tutto di bandiere rosse, con grande ritratto di Stalin listato a lutto e dotato del suo bravo registro per le firme. Proprio come si fa a un vero funerale. A turno c'erano anche i compagni sull'attenti, a montare la guardia di qua e di là dall'altarino.
Ogni volta che, dopo, si è parlato di culto della personalità, ho istintivamente rievocato l'immagine di quell'altarino rosso e di tutti gli altri altarini allestiti davanti alle sezioni, alle fabbriche, nelle piazze. Il giornale della federazione era uscito in edizione speciale tutto listato a lutto, traboccante di esaltazioni e di glorie. Era proprio un culto, quasi una religione. Noi ci credevamo. Pensavamo a un paese felice, con un buon padre baffuto e sorridente e soprattutto giusto.

Ancora oggi ci accusano di non aver condannato i gulag. Dicono che siamo stati complici dei delitti del comunismo. Ma nemmeno i nostri avversari in quegli anni conoscevano quei delitti. Noi avevamo visto e vissuto i delitti e le nefandezze del fascismo e le avevamo combattute proprio in nome di un sogno di giustizia e di libertà. Nessuno aveva mai parlato di gulag o di deportazioni. Anche gli anticomunisti non sollevavano questi argomenti. Era una realtà sconosciuta anche per loro. Condannavano l'Unione Sovietica per due cose soltanto: La soppressione della proprietà privata e la persecuzione della religione. Poi c'erano anche gli sciocchi che parlavano dei comunisti che mangiano i bambini.
Della proprietà privata a noi, che non eravamo proprietari di nulla, ce ne importava poco. Poi sapevamo che in Italia la politica del nostro partito non aveva in programma di espropriare, ma se mai di collettivizzare e di gestire insieme. L'argomento della libertà religiosa era già smontato dal voto sull'articolo 7 della Costituzione, che Togliatti e i nostri avevano condiviso.
Eppure giravano le Madonne Pellegrine e le mostre sulla «Chiesa del silenzio». Queste ultime portavano documentazioni che noi ritenevamo incomplete o non vere. Uomini di chiesa ne conoscevamo anche noi. Nella resistenza avevamo dei preti al nostro fianco, come don Pasquino e don Carlo. Poi c'erano quelli che con i loro parrocchiani sono stati rastrellati dai nazisti e portati, ad esempio, nel campo di concentramento del mio paese. E quelli uccisi per rappresaglia insieme ai loro parrocchiani. Ma avevamo anche visto dei preti molto ostili. Pensavamo che anche tra i preti c'è l'amico e il nemico.
Insomma, nonostante la propaganda avversaria noi credevamo che nell'Urss le fabbriche fossero degli operai, le terre dei contadini, le scuole per tutti, il pane abbondante e anche la felicità. Senza contare che quella bandiera piazzata a Berlino sulla porta di Brandeburgo, significava che eravamo debitori ai russi per la nostra libertà. La battaglia di Stalingrado e la resistenza di Leningrado ci esaltavano ancora. Poco ci importava che là ci fosse un solo partito, visto che noi qui di partiti ne avevamo un bel po'. Su questo, in verità, non riflettevamo abbastanza, non solo per quell'antica fantasia della dittatura del proletariato, ma anche perché pensavamo che fosse affar loro, e che all'interno di quel loro partito un po' di dibattito ci potesse essere.
Di testimonianze dirette ne avevamo poche. A Novara c'era qualcuno che era stato in quel paese nei primi anni dopo la rivoluzione. Era la moglie di Willy Schiapparelli, Maria Bergamini, detta Paulette. Lei era cresciuta in Francia, figlia di un esule antifascista modenese. Dopo la rivoluzione d'ottobre, non so come né in che anno, era riuscita ad andare a Mosca e raccontava di aver lavorato in fabbrica. Si era messa a disposizione, volontaria, per aiutare a costruire il paese del socialismo. Di quell'esperienza non diceva un gran che, ma mi aveva impressionato la descrizione delle sofferenze per le molte ore di lavoro, per la fame e per il freddo. Diceva che le mani si spellavano al contatto dei pezzi da lavorare o da trasportare perché quei pezzi o strumenti erano piú freddi del ghiaccio, tanto da scottare.
Lei era ragazza e non so come abbia potuto ritornare in Francia, né dopo quanto tempo. Questo esempio a noi sembrava positivo, eroico, visto che Maria continuava a militare tra i comunisti con tutta la sua famiglia. Era una prova vivente della giustezza delle nostre idee. Anzi, tutta la sua famiglia era eroica, ancora sulla barricata.
Suo padre era tornato in provincia di Modena, mi sembra a Mirandola. Lí, era stato coinvolto in quelle vicende che furono chiamate del «triangolo rosso» e incarcerato. Sono andata anch'io a trovarlo al carcere di Procida. Maria aveva ottenuto il permesso di un colloquio e mi aveva chiesto di accompagnarla. In effetti dentro al labirinto di quel carcere fu ammessa solo lei, e ne usci piangendo. Per noi contava ben poco che quell'isola fosse bella e quel mare splendido. Nemmeno li abbiano guardati, cosí come non ci siamo fermate a guardare Napoli. Anzi, forse perché ero depressa, mi è restato solo un brutto ricordo di Napoli: in un posto dove abbiamo mangiato, il bagno era un gabbiotto non piú grande di una cabina telefonica, piazzato con tutto il suo puzzo nello stesso locale dove la gente veniva servita.
Un altro testimone per noi era Robotti, Paolo Robotti. Nelle nostre scuole di partito - mia e di Claudio - aveva fatto diverse lezioni. Sapevamo che in Urss aveva avuto dei grossi guai, ma lui stesso, con la sua persistenza nell'idea e le sue lezioni, ci induceva a considerare quei guai come conseguenza di un malinteso.
Il mito del paese del socialismo negli anni del dopoguerra ci è arrivato da molte strade e molto presto.
A Reggio Emilia un gruppo di giovani aveva creato fin dal '46 una associazione cinematografica, chiamata Age-Film. Non so se era nata dal partito o dai giovani del Fronte della gioventú. Tramite quell'Age-Film arrivavano le pellicole russe. Non solo La corazzata Potémkin, che ci aveva commosso, ma documentari su documentari. Tutti di esaltazione, naturalmente. Credo che arrivassero già doppiati da traduttori russi. Lo penso perché in Urss anni dopo abbiamo conosciuto interpreti che parlavano l'italiano alla perfezione senza aver mai messo piede in Italia. In piú quei documentari avevano dei toni cosí insoliti e roboanti che tra noi qualche bello spirito ci faceva il verso, fingendo solennità e voce baritonale. Ricordo uno spezzone di frase «le baleniere del mar Baltico... per la gloria del popolo...». Ci ridevamo, ma il dubbio ancora non ci sfiorava.
Arrivava anche una rivista a colori, piena di foto e di primi piani, che veniva diffusa nelle sezioni insieme alla stampa nostra, cioè a l'Unità, Vie Nuove, Rinascita. Credo che fosse intitolata Notizie sovietiche. Ovviamente era tutta una esaltazione dei grandi successi e della felicità di quel paese. A casa di mio padre ve ne erano in soffitta ancora diverse copie fino a non molto tempo fa. Dietro alla rivista c'era anche una associazione Italia-Urss, che si occupava tra l'altro di diffondere la lingua russa.
A proposito del culto dell'Urss ricordo un manifesto del mio periodo novarese. Ero responsabile della stampa e propaganda. Con quell'incarico credo di aver fatto poco di notevole, salvo riunioni o circolari. Ma quel manifesto bisogna ricordarlo per forza.
Era stata una idea di Willy, che era un accentratore e un bel tipo di prevaricatore. Perché, tra parentesi, anche a Novara le mie idee contavano abbastanza poco e semmai si scontravano con quelle dei capi. Il risultato fu un manifesto gigante, tutto scritto, che sciorinava un lungo elenco di prodotti e di cifre, con un titolo enorme: «Decisa la riduzione dei prezzi». In fondo, un po' meno vistosa, la spiegazione: «Questo succede in Urss, dove si riducono i prezzi, mentre da noi il costo della vita va alle stelle».
In effetti era vero che in quegli anni la svalutazione galoppava, erodendo il valore d'acquisto delle paghe e dei salari. Quel manifesto mi ha fatto penare sia per la composizione che per la correzione di quella sfilza di mercanzie e di numeri. Poi quando l'ho visto sui muri, non ho notato che le folle vi si accalcassero. Tra l'altro era troppo grande e alto, poco attraente, faticoso da leggere.
Sul problema del costo della vita potevamo sforzarci a trovare di meglio che non impantanarci a mischiare rubli e lire.
Poi, Walter Monier ha cominciato a parlare.
Ho accennato prima a questo giovane ex partigiano che era stato mandato in Urss per curarsi e che mi aveva sostituito alla redazione de «La lotta». Al ritorno era felice, contento di come era stato curato, arricchito della conoscenza di quella lingua difficile, lui che era stato da ragazzo un operaio in fabbrica. Era anche contento di raccontarci una sua storia sentimentale con una giovane attrice che avevamo visto da poco in uno di quei film sovietici. Ce ne mostrava le foto. Sono certa che fosse una storia vera. Forse quella ragazza era rimasta affascinata da questo giovane straniero, cosí diverso e vivace, niente male.
Credo che Walter, anche grazie alla sua acquisita padronanza della lingua, abbia saputo guardare tra le ombre, e che vi abbia riflettuto. Una volta che si parlava tra amici lui se ne usci con una netta critica al sistema pensionistico russo, che penalizzava fortemente i contadini. E si accalorava raccontando altri fatti ed episodi concreti. Era come uno sfogo liberatorio. Siccome sapeva essere ironico, faceva anche il verso ai modi e agli atteggiamenti dei dirigenti di quel partito, comprese le prepotenze e le presunzioni.
In quel paese era stato curato, e anche sottoposto a indottrinamento. Evidentemente non si era bevuto il cervello.
Intanto filtrava qualche informazione. Le delegazioni che andavano là, tornavano frastornate, ma senza essere state mollate nemmeno un minuto dagli occhiuti accompagnatori.
Mio padre c'era andato, come ho detto, in viaggio premio. Gli è bastato vedere un kolchoz, - presumibilmente giudicato modello - per valutare quei campi e quei kolchosiani, e con la sua competenza contadina capire che le cose non andavano bene. Se non andava bene l'agricoltura, non poteva andar bene il paese.
Questi segnali cominciavano a seminare critiche e dubbi. Il nostro carattere latino, intuiva la pesantezza di una cappa strana che li sovrastava tutto. Tuttavia, noi della base, in principio, pensavamo che si trattasse di errori marginali, dovuti al carattere di quei popoli. Sapevamo di essere diversi e ne eravamo contenti.
Da allora ne è passata di storia, nel mondo e in quel paese. Ci è arrivata la verità, o almeno la parte píú importante della verità. I libri dei dissidenti hanno fatto il resto e ci siamo finalmente staccati da quella seconda patria immaginaria. A nostre spese abbiamo imparato che le menti e le coscienze possono essere distorte e manipolate e che la prima libertà da salvaguardare è la libertà di sapere.

Nilde e Palmiro

Durante quegli anni novaresi ho conosciuto un po' da vicino Nilde Lotti e Palmiro Togliatti.
In verità la Iottí la conoscevo da prima, perché anche lei è di Reggio Emilia. Ci siamo incontrate dopo la liberazione all'Udi, l'organizzazione delle donne. È stato per poco tempo, perché io sono andata quasi subito a dirigere le ragazze. Lei, eletta alla Consulta, si fermava soprattutto a Roma. C'erano stati incontri in riunioni e convegni, incontri senza storia.
Soltanto una volta, quando a Roma con noi c'era anche sua cugina, una graziosa biondina, la Ferraboschi. Eravamo per strada e senza volere ho sentito che Nilde le confidava, con un tono molto compiaciuto, di aver avuto un complimento da Togliatti per il suo modo di vestire. Lui addirittura l'aveva additata alle altre dirigenti come esempio da seguire, riferendosi al suo collettino bianco. Probabilmente era un primo approccio galante.
I1 vestito con quel collettino bianco io lo ricordo bene. Era a disegnolini minuti, ancora corto da dopoguerra. Non le copriva abbastanza le ginocchia, che erano abbondanti, e facevano indovinare ben piú abbondante ciò che restava nascosto. Riconosco che in questa immagine c'è tutta la crudeltà che negli anni giovanili mettiamo nel giudicare gli altri. In effetti Nilde per molti anni è stata florida di petto e di altro, ma già allora, col solo aiuto di qualche sartina - e non ancora di Laura Biagiotti - sapeva gestire bene la sua abbondanza con una sobrietà che le ha fatto sempre onore.
A Novara, anzi in provincia di Novara, ci siamo viste un po' piú a lungo qualche anno dopo. Nell'album c'è una foto dove siamo in gruppo, con lo sfondo del monte Rosa, alla Capanna Zamboni. A sinistra c'è Nilde, con un bicchiere in mano, in golfino. Accanto a lei Togliatti. Dietro, in camicia a quadri, c'è Aina, il giovane autista novarese, poi la loro cameriera-governante. Infine ci sono io in calzoncini corti e accanto il baffuto partigiano piemontese Giacomino, autista e guardia del corpo.
Togliatti amava molto la montagna e aveva scelto il Monte Rosa, forse per suggerimento di Sergio Scarpa, Geo, deputato di Novara, già partigiano della Valsesia e appassionato alpinista. Si cimentava anche in percorsi difficili, tra la costernazione del servizio di vigilanza. Per questo anche noi della federazione di Novara eravamo invitati in gruppo a essere sul posto, per compagnia e forse per vigilanza. Per tre estati, a Macugnaga e a Riva Valdobbia, abbiamo passato a turno le nostre due settimane di ferie in una casa contadina presa in affitto.

La piccola Marisa e le foche

Togliatti e Nilde affittavano quasi sempre una modesta casetta isolata di là dal fiume. Spesso venivano da noi, forse invitati, forse per passeggiare, ma piú che altro per concordare le camminate alpine.
Un anno c'era con loro anche Marisa, detta Marisina, piccola, biondissima e molto bella. Li chiamava zia Nilde e zio Palmiro, con un inconfondibile sibilo modenese in quelle due zete. Loro erano affettuosissimi e Togliatti anche scherzoso. Una volta stava progettando di andare al laghetto, in alta quota, vicino al Colle delle Locce. A Marisa raccontava sornione che lassú, tra i ghiacciai, c'erano le foche, alle quali bisognava portare le fette biscottate. Lei lo guardava dubbiosa, poi lui, ridendo, cominciava un racconto un po' piú serio. Erano seduti vicini, un bel quadretto. Lei cosí tenera, lui un po' troppo vecchio per sembrare un padre.
In uno di quei tre anni siamo saliti in comitiva alla Capanna Zamboni dove il «padrone» - cosí lo chiamava qualcuno - voleva andare piú su con le guide per una vera scalata, addirittura per la Capanna Margherita. Non c'era ancora la funivia e per la prima tappa a salire ci volevano circa quattro ore.
A metà strada il tempo si era mutato in pioggia, cosí ci siamo ridotti fradici. Ancora non c'erano giacche a vento, o, almeno, noi non le avevamo. I maglioni di lana, cosí come i pantaloni di vigogna o di velluto non tenevano piú di tanto. Io ricordo che persino le mutande le avevo zuppe. Cosí al rifugio, con un bel fuoco, ci siamo ritrovati tutti svestiti, avvolti nelle coperte, ad aspettare che le fiamme asciugassero la nostra roba.
Non ricordo Nilde, forse non c'era; ma ricordo che Toglíatti, anche lui a torso nudo come tutti i maschi, aveva sulla schiena quella mostruosa cicatrice dell'attentato. Anzi, non era una cicatrice, era un buco profondo dove ho pensato che il mio pugno potesse comodamente starci.

Feeling?

È la seconda o la terza volta che rileggo e riscrivo questa parte. Com'è che non mi riesce efficace? Com'è che non ritrovo qualcosa di interessante?
Me lo sto chiedendo. Mi vengono in mente solo dei pettegolezzi. Lei troppo grassa, qualche particolare con Marisina. Lui che sulla morena del ghiacciaio versa il tè dal termos e vi intinge le fette biscottate. Lui con quel suo «buco» nella schiena. Noi che raccogliamo le fragolíne di bosco e gliele mandiamo. Gli invitati a cena da loro, due alla volta. Avvenimento piú notevole, le camminate in fila indiana in rispettoso ordine gerarchico, quasi senza parlare.
In realtà eravamo gomito a gomito, ma non si è creato dialogo. Parlo per me e temo anche per Claudio. Tra noi e loro c'era sempre Geo o le guide alpine che parlavano di scalate, strade ferrate, chiodi da roccia o da ghiaccio, picozze, rifugi, percorsi di prima, seconda o terza difficoltà. Poi quando c'era Willy che trasbordava sia fisicamente che verbalmente, era praticamente impossibile inserirsi.
Bisogna però dire che, sia io che Claudio, non eravamo per nulla propensi all'espansività, alle sgomitate e al servilismo. Forse era una forma di soggezione e di esagerato rispetto.
Insomma, non c'è mai stata confidenza, comunicazione o feeling. Io avrei voluto che Togliatti mi chiedesse qualcosa della mia vita, della mia famiglia. Avrei voluto che si ricordasse almeno un po' di quel mio intervento al congresso dei giovani comunisti al quale sembrava essere stato attento. Gli avrei parlato di mio padre, o di cosa avevamo fatto nella resistenza.
Penso addirittura che nemmeno la Lotti, sapesse qualche cosa di me, se non la qualifica. Anzi, il fatto che, pur annunciato, non sia venuto per me e Claudio quel rituale invito a cena, mi ha fatto pensare che Nilde ci avesse assimilato a quei compagni reggiani che avevano condannato come riprovevole la sua relazione con Togliatti. In effetti noi non eravamo cosí bacchettoni, anzi, la loro felicità ci rendeva contenti. Se avessimo potuto conversare, avremmo forse detto che era tempo di mettere il divorzio tra le conquiste da perseguire.
Io e Claudio eravamo i piú giovani di quel gruppo. Non ci importava nulla dell'invito a cena, che forse ci avrebbe persino imbarazzati. Se quell'uomo e quella donna tanto ammirati si fossero fermati anche un attimo a parlare o a interessarsi a noi, ce lo saremmo scolpiti nel ricordo come un evento importante e gratificante. Invece niente, nessun ricordo. Eppure eravamo in vacanza, quando tutto aiuta ad allacciare i rapporti personali, a cercare di conoscere chi ci sta intorno.
Oggi, a distanza, mi dispiace di dover dire che non siamo stati visti. Non so gli altri, ma noi due eravamo trasparenti. Loro non ci vedevano e non avevano voglia di conoscerci né di farsi conoscere, avvolti com'erano da uno scafandro di riservatezza e di educata formalità.


Chiudi finestra