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Incontro con
L'Autore
Teresa Vergalli,
"Storie di una staffetta partigiana"
Sabato 30
Aprile gli alunni del IV e V liceo scientifico tecnologico hanno
presentato alle altre quinte il libro “Storie di una staffetta
partigiana” di Teresa Vergalli: E’ intervenuta alla conferenza
l’autrice che si è intrattenuta con i ragazzi per più di un’ora
rispondendo alle loro domande sulla sua esperienza nella guerra
partigiana e nella vita politica degli anni 50’.
Cinquanta anni di
storia italiana rivivono attraverso i ricordi di Teresa
Vergalli, anni densi di inquietudini e drammi, lotte e delusioni,
che vedono come protagonista un mondo contadino animato da una
grande ansia di giustizia, da coraggio e fede nel futuro. La storia
diventa lo scenario su cui agiscono gli umili che mossi da un senso
religioso di giustizia, si adoperano per realizzare il sogno del
cammino umano verso il progresso. Ci è sembrato, così, che in queste
pagine si concretizzi veramente il motto mazziniano “Dio e popolo”,
nell’epopea di un mondo contadino che con forme di lotta spontanea
si muove verso il proprio riscatto. Attraverso il recupero memoriale
del suo mondo familiare e di tutta la comunità che lo circonda
Teresa Vergalli ci ripropone l’affresco della società rurale che è
alla nostra origine e ci fa rivivere le aspettative e le ansie di
progresso sociale che accompagnarono il nascere della nostra
repubblica con cui oggi è giusto che tutti si confrontino e
soprattutto noi giovani a cui è affidato il domani.
La lettura di questo libro è stata per noi spunto di riflessioni di
diverso tipo. Per prima cosa la lotta per la liberazione dal
nazifascismo ci è apparsa in un’ottica diversa da quella dei manuali
di storia nei quali l’attenzione è volta più che alla partecipazione
popolare spontanea ai grandi protagonisti dell’accordo di Salerno da
cui si snoda la guerra organizzata nel difficile equilibrio tra
gruppi diversi per ideologia (liberali, cattolici, socialisti e
comunisti). D’altra parte Teresa Vergalli è una staffetta, e questa
sua attività la pone in una situazione privilegiata per cogliere
quella fitta rete di complicità, di solidarietà che affiancò la
resistenza. Rileggiamo nelle prime pagine la descrizione del clima
all’indomani della caduta del fascismo.
(pagine 17 e 18):
...Se dico «sono stata
partigiana, ho fatto la staffetta», cosa si può immaginare?
Prima di tutto bisogna immaginare cosa è stata quella guerra
1940-1945, che ha massacrato l'Italia dalla Sicilia al Po; e oltre.
Infine c'è da immaginare l'Emilia contadina di allora, che dopo aver
palpitato alle speranze e alle retoriche del primo sol dell'avvenire
dell'inizio del secolo e aver sanguinato nelle trincee della prima
grande guerra, aveva masticato nebbia e torpore nel ventennio
fascista.
Un torpore che sembrava rassegnato, ma in sostanza era sempre
diffidente verso il nuovo potere. Persisteva una rete di idealisti
ostili al regime che ancora sognavano quel famoso sol dell'avvenire,
magari trasformato prosaicamente in quel segreto e ruspante auspicio
pensato o masticato rabbiosamente tra i denti, che dice: «Ha da veni
Baffone!». Questo sentimento è stato tenuto in vita dai molti,
finiti nelle galere o al confino, e dai molti altri scampati alla
persecuzione e disseminati tra le campagne.
Tra quei disseminati era mio padre, che pure i suoi sette mesi di
galera se li era sorbiti solo per essere stato sospettato di aver
diffuso alcuni volantini ostili al regime.
La guerra, con le sue sofferenze e le sue contraddizioni, ha fatto
da lievito a quel sordo malumore, facendolo diventare ostilità e,
gradatamente, opposizione attiva.
Niente succede da
solo. Quei pochi volantini, quelle frasi tra amici fidati, quella
rabbia per le ingiustizie piccole e grandi, quel fastidio per le
sbruffonate militariste, quella compassione per chi marciva nelle
galere o era azzittito nelle isole di confino, tutto questo aveva
tenuto vivo il fuoco sotto la cenere. Ed ora, con la guerra, quel
fuoco veniva fuori e cominciava a scottare.
Quando, alla fine del luglio 1943, è caduto il fascismo, nei nostri
paesi è scoppiata la gioia. I fascisti locali si sono nascosti e la
gente è andata in piazza a far casino. Qualcuno si è limitato a
picconare le facce di pietra del duce o i fasci littori scolpiti qua
e là. Altri hanno bruciato un po' di carte trovate nelle sedi del
fascio, ma l'incertezza e l'ambiguità di quello strano messaggio
badogliano che concludeva con due parole incomprensibili «la guerra
continua», frenavano abbastanza, oppure mettevano piú rabbia.
Soltanto poche settimane, e l'8 settembre ha chiarito tutto, anche
se tutto sembrava piú confuso e ingarbugliato. Quei sempliciotti di
reggiani, quasi tutti contadini, con la loro saggezza degna di
Bertoldo, hanno capito subito da che parte stare. Far finire la
guerra, far finire il fascismo: perciò cacciare i tedeschi.
Nei nostri paesi poche decine di persone erano veramente fasciste, i
possidenti erano fascisti ma cauti, poi c'era un bel numero di
scontenti indecisi e timorosi e infine una bella avanguardia di
persone con le idee chiare, le illusioni chiare e anche i sogni
chiari.
Cosí tutto si è messo in moto.
Dalle galere o dal confino, in quelle poche settimane dal 25 luglio
all'8 settembre, erano miracolosamente sfuggiti gli antifascisti.
Qualcuno è ritornato a casa anche dalla Francia, dove aveva potuto
rifugiarsi come emigrante prima che il fascismo chiudesse le
frontiere. Subito dopo l'8 settembre tutti questi scampati, con
l'occupazione tedesca e il ricomparire dei fascisti, hanno dovuto
nascondersi, cioè diventare clandestini...
Rivive in queste
poche righe quel clima confuso all’indomani del crollo del regime,
quando rinascono speranze, attese di progresso sociale maturate nei
decenni a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ma
l’euforia per la ritrovata libertà deve fare i conti con la dura
consapevolezza che la guerra continua, malgrado l’armistizio, perché
l’Italia dal centro al nord è occupata dai tedeschi e i fascisti si
uniscono a loro.
Un libro di memorie può essere uno stimolo a meglio comprendere il
passato e queste pagine di Teresa Vergalli ci hanno condotto ad una
riflessione più attenta su alcuni fenomeni storici. Per comprendere
lo spirito che animava il mondo contadino emiliano, il rinascere in
esso delle speranze per il primo “sol dell’avvenire” nutrite
all’inizio del secolo e poi sopite negli anni del fascismo bisogna
andare agli ultimi decenni dell’ottocento quando proprio in questa
regione operò l’anarchico BaKunin. che vide nell’Italia l’occasione
migliore per attuare le sue idee. Mentre Marx ed Engels erano
convinti che l’Italia insieme alla Spagna fosse un popolo arretrato
di contadini da cui non ci si potesse aspettare molto, a BaKunin,
invece, interessava proprio quell’arretratezza dell’Italia. Egli era
convinto che il contadino fosse un “federalista naturale” il cui
carattere spontaneamente ribelle contava di più della mancanza di
disciplina e di coscienza di classe. Nel 1872 diede, così, vita a
Rimini al primo congresso socialista italiano che decise di rompere
con l’internazionale di Marx e di fondare una internazionale
autonoma organizzata non rigidamente. Il conflitto tra Marx e
Bakunin si configurò, così, come un’opposizione tra lo spirito
rigido, organizzato nordico e l’anima meridionale spontanea e
creativa, insofferente a regole e disciplina. Nel ’74 Bakunin
dichiarò che l’ora della rivoluzione era giunta incoraggiato da una
serie di scioperi e manifestazioni per il pane legate alla crisi
economica. L’insurrezione avrebbe dovuto scoppiare dalla Romagna e
poi estendersi. In realtà gli arresti partirono prima ancora che
scoppiasse la rivolta. Questo primo insuccesso spinse il giovane
seguace di Bakunin, Andrea Costa, ad optare per forme di lotta più
organizzate fondando il partito socialista rivoluzionario della
Romagna e poi nel ’92 il partito dei lavoratori italiani che nel ’93
in un congresso a Reggio Emilia stabiliva il suo programma fondato
sulla lotta di classe, opposizione al capitale, socializzazione e
nessuna collaborazione con i partiti borghesi. Il congresso si
concluse con un corteo di 10.000 contadini con le bandiere rosse al
vento, simile ad una processione. Nello stesso anno il partito
incluse la parola socialista nel suo nome. . Il movimento
socialista, così, sorse in Italia in una prospettiva diversa
rispetto al resto di Europa, con una forte connotazione contadina e
continuò la sua strada travolto prima dallo scoppio del primo
conflitto mondiale, poi dalle contraddizioni del dopoguerra che
videro l’emergere della dittatura fascista. E’ proprio a queste
prime esperienze di organizzazione politica che hanno come
protagonista il mondo contadino emiliano che dobbiamo andare per
comprendere il rapido formarsi di una resistenza popolare dopo la
caduta del fascismo. Senza il riemergere di questo spontaneo senso
di ribellismo, senza questo retroterra storico di lotta fondata su
un innato senso religioso della giustizia, forse la resistenza non
avrebbe avuto il carattere popolare che ebbe. Ed è attraverso la
figura del padre, Prospero, ritratto all’indomani del primo
conflitto, che Teresa Vergalli ci fa rivivere i fermenti politici
che animavano la campagna emiliana.
(da pag. 95 a pag. 97):
...Tornato a casa,
inizia la sua militanza politica, sempre coerente, sempre
appassionata, ma un po' in secondo piano, con grandi cadute di
ingenuità. Dice di essere tornato dalla guerra già con l'idea
socialista; anzi di essersi iscritto nei giovani socialisti quando
ancora era soldato, durante una licenza. Dice che l'idea socialista
gli era venuta in guerra perché nel suo reggimento c'erano quelli di
Ravenna e di Forlí che erano tutti socialisti.
Io credo, però, che per quella scelta abbia avuto un peso anche
l'essere cittadino di un comune, Bibbiano, che già nel 1899 aveva
eletto un sindaco socialista e dove, nel 1901, nasceva con 47 soci
il circolo socialista. Un paese che nel 1903 aveva applaudito
entusiasta un comizio del mitico capopopolo Camillo Prampolini. Un
paese di una provincia contadina che si apriva all'idea solidale
della cooperazione e già nel 1863 aveva fondato il consorzio
cooperativo per la costruzione della ferrovia Reggio-Ciano,
inaugurata poi nel 1909. Un paese dove il 20 aprile 1890 nasceva la
cooperativa braccianti con 65 soci piú altri 26 della frazione di
Barco. Era questa una delle 27 cooperative di mestieri che aderivano
alla federazione socialista delle cooperative di Reggio Emilia, con
un totale di 700 operai.
In questa realtà, nonno Prospero, giovane reduce di una numerosa
famiglia di affittuari della terra, si butta subito nelle lotte
contadine del dopoguerra.
È orgoglioso dello sciopero del latte. Ci racconta che i casari
avevano promesso un certo prezzo per il latte e poi non lo volevano
piú rispettare. Il latte non lo pesavano, ma lo misuravano
immergendo un bastone nel secchio, dopo averlo girato in tondo per
provocare un vortice e quindi misurarlo al centro, dove era piú
basso. Racconta che lo sciopero durò molti mesi. I contadini non
portavano più il latte ai caselli. Lo davano ai vitelli e passò
tanto tempo che quei vitelli arrivarono a mettere quattro dita di
corna, cioè quasi a diventare manzi. Alcuni contadini cedettero,
cioè si accordarono coi casari e per loro lo sciopero fini prima.Per
un piccolo gruppo di contadini la storia andò diversamente.
Riuscirono a creare, con prestiti e sottoscrizioni volontarie, un
caseificio sociale che riusciva a fare soltanto una forma di
formaggio al giorno, ma consentiva un guadagno maggiore anche grazie
all'allevamento dei maiali, alimentati col siero, avanzo della
lavorazione. Prospero lo racconta cosí.
Dopo la guerra del '14-18 a Bibbiano c'erano soltanto caselli
privati. I proprietari erano quasi tutti fascisti. C'erano 8 o 10
caselli. Dopo si sono formati i primi caselli cooperativi. Per il
primo casello cooperativo si erano fatti soci alcuni contadini che
erano padroni della terra. C'era Morelli, che stava alla Villetta,
poi Papani che aveva dei fondi; e anche Giavarini. I mezzadri non
potevano scegliere, non avevano la libertà di aderire e farsi soci.
La banca agricola ci ha aiutato. Allora anche le banche erano
favorevoli alla cooperazione. A Bibbiano in banca c'era Reggi, che
aveva stima del movimento... I contadini erano quasi tutti mezzadri.
Solo noialtri, cioè io e mio fratello Simone, quando siamo andati a
stare alla Villetta sotto Bonini avevamo il contratto di affitto.
Eravamo una eccezione. Essendo indipendenti, avevamo potuto farci
soci della latteria, ma non potevamo portarci il nostro latte,
perché il padrone aveva il diritto di farci portare il latte nel
casello padronale. Lo aveva messo nella clausola dell'affitto.
Nel corso dei picchettaggi per lo sciopero del latte ci fu uno
scontro verbale con un proprietario, il colonnello Saracchi, sulla
strada verso il Casale e ne derivò un bel tafferuglio, in seguito al
quale Prospero si beccò il suo primo processo. Cosí lo racconta:
Passato quel tempo lí, noi dell'episodio ce ne eravamo anche un po'
scordati. Invece dopo un mese o due ci hanno mandato una carta a
casa a me e ad alcuni altri e ci hanno fatto un processo perché,
secondo loro, avevamo sequestrato questo colonnello. Al primo
processo a me e a mio fratello Simone (che neanche c'era in quel
tafferuglio, perché ne hanno acchiappato di quelli che non erano
presenti) ci avevano dato alcuni mesi di carcere. Avevamo preso il
dottor avvocato Laghi come difensore, e con lui alcuni altri, ma
nessuno aveva dei soldi per pagarli, questi avvocati. Insomma, i
difensori sono ricorsi in appello e il ricorso si faceva a Modena.
Ma poi l'appello non c'è stato perché era venuta l'amnistia.
Quella volta la cosa fini senza condanne e senza spese. Le
organizzazioni avevano aiutato per la difesa legale. Ma altre volte
Prospero ha conosciuto la prigione e ancor prima le botte.
Nel paese era tra le persone politicamente più in vista come
organizzatore dei contadini e come cooperatore. Inoltre era membro
del circolo giovanile socialista. Mario Ferrari era presidente e
Prospero era vicepresidente e amministratore. Raccoglieva le quote e
teneva i proventi delle iniziative, derivanti soprattutto dalle
serate danzanti. I balli si organizzavano nel circolo socialista,
che aveva sede nei locali della cooperativa di consumo.
Manganelli
Gli anni che vanno dall'esonero militare fino al 1927, sono stati
per mio padre e per i suoi amici anni di scontri con i fascisti.
Gli scontri raccontati e documentati sono stati sempre in difesa
delle prime strutture cooperative, che erano nate e cresciute dopo
l'inizio del secolo. In un territorio dove la maggioranza degli
elettori (solo maschi) aveva scelto sempre sindaci socialisti, le
squadre fasciste colpivano con la violenza le persone piú in vista.
Prospero non parlava volentieri delle botte e degli agguati di cui è
stato vittima. Forse, a tanta distanza, gli bruciava ancora
l'umiliazione e l'affronto di quegli assalti.
Siamo riuscite a fargli raccontare qualcosa.
In paese lui era tra quelli piú in vista, perché già dal '21 era
passato al partito comunista. A Bibbiano quei primi comunisti non
erano soltanto i soliti Prospero, Mario Ferrari e Ugo Incerti. Papà
ci precisa che i primi iscritti erano sedici o diciassette, cioè
tutti i giovani, meno uno, che dalla ex sezione giovanile socialista
erano passati in blocco alla sezione giovanile comunista.
A questi giovani, i picchiatori fascisti tendevano agguati notturni.
Prospero è stato picchiato nel viale della stazione. Lo hanno
chiamato fuori dal bar, dicendo che avevano bisogno di parlare. Nel
viale c'erano due fascisti per parte. Lui è uscito e, là fuori nel
viale, uno picchiava e gli altri lo tenevano stretto. Erano in
quattro contro uno. Li comandava il padrone, cioè il casaro, che
alla fine ha detto «basta» e loro si sono fermati.
Un'altra volta era andato dal barbiere, c'erano dei fascisti che
parlavano e lui non aveva potuto trattenersi dal rimbeccarli. Come
argomento inconfutabile quelli usarono le botte. Anche allora erano
un gruppo contro uno solo.
Un'altra volta, siccome c'era stato il funerale civile di un certo «Piroletta»,
i fascisti andarono a picchiare tutti quelli che vi avevano
partecipato. Non riuscirono a picchiare tutti, ma presero quelli piú
in vista anche se non c'erano andati. Prospero quel giorno era
andato a Cavriago a una riunione e non aveva partecipato al
funerale. Dice che ci voleva del coraggio ad andare a quei funerali
e che ci andava poca gente. I fascisti, quei pochi, li hanno
bastonati quasi tutti. A Prospero hanno detto: «Oggi abbiamo
bastonato gli altri, adesso bastoniamo anche te». Funerale o non
funerale, non potevano permettersi di lasciarlo fuori dalle loro
attenzioni.
I funerali civili non erano ancora proibiti, i fascisti non avevano
ancora preso il potere, ma la loro violenza cominciava a dettare
legge. Ancor prima di quelle ultime votazioni consentite nel 1923,
con la violenza furono imposte le dimissioni al sindaco socialista.
A proposito di quelle votazioni c'è una testimonianza non di mio
padre, ma di mio nonno Siro e di suo figlio, zio Ernesto.
Raccontarono che il voto non era segreto, perché le cabine erano
messe in modo che, da sopra, i fascisti vedevano le schede. Anche
prima del voto, se qualcuno cercava di non presentarsi, lo andavano
a chiamare a casa minacciando ritorsioni. Senza contare che le
pressioni piú efficaci erano quelle, quasi sempre esplicite, dei
padroni dei poderi o dei padroni dei caseifici...
Proprio attraverso
il ricordo del padre Prospero e della madre Teresa Vergalli dà vita
a pagine dense di poesia quando ricorda il suo eroico senso del
lavoro.
(pagine 106 e 107):
...In verità se ci può
essere dell'eroismo nel coltivare la terra, credo che papà e mamma
possano dirsi eroi.
Oppure, come si dice in Furore, non c'è nessun eroismo nel fare una
cosa che si è obbligati a fare? Era obbligato papà a vangare da solo
tre biolche di terra? Tre biolche sono tante e la vanga è un piccolo
cucchiaio da ficcare a forza se la terra è secca e compatta. E lui,
non potendo pagare per l'aratura, ha dissodato da solo. Alla fine
dice: «Avevamo raccolto del bel frumento, tanto che il Cavalier
Chierici è venuto a vedere». Quel vocabolo «vedere» va inteso nel
significato di «verificare», «constatare», «ammirare»,
«meravigliarsi».
A proposito di quel frumento io ho un doloroso ricordo visivo.
Intanto ci sono loro due, papà e mamma, curvi in quel giallo di sole
e di spighe, con quei gesti del mietere sempre uguali, come un rito.
Poi i covoni legati e messi sulla carriola. Il campo di Baldella è
in salita. Io rivedo papà alle stanghe della carriola coi muscoli
tesi che spinge e rivedo mamma davanti, con una fune alle spalle che
tira, tira, come una bestia da tiro. Una piccola, curva, bestia da
tiro.
Quelle figure - un uomo, i covoni, una donna - devono avermi colpito
anche allora, che ero piccola. Infatti erano i primi anni, quando
ancora non potevano permettersi il lusso del somarello...
(pagine 110 e 111):
...Prospero era bravo a
curare le piante e a fare gli innesti. Era abbonato a una rivista
dei fratelli Sgaravatti, che trattava di sementi, piante e
coltivazioni.
Era un po' meno bravo con le bestie, che erano la specialità di
mamma. O forse era lei che non gli permetteva di toglierle
l'esclusiva.
A San Polo il consorzio agrario aveva fatto un corso per gli innesti
e lui si era precipitato a frequentarlo. Perciò qualche vicino lo
chiamava per questi interventi particolari. Ricordo un innesto
curioso, che forse lui fece per prova o per divertimento.
Nel campo del vecchio Baldone c'erano tre grosse piante di ciliegio,
di cui due con frutti grandi e buonissimi e una coi frutti piú
fragili, piccoli, un po' selvatici. Papà innestò su quella pianta un
altro tipo di ciliegia, che in pochi anni fruttificò. Non ho mai piú
visto ciliegie di quel tipo. Erano ciliegie bianche, cioè giallo
chiaro, di colore uniforme, ma morbide come le ciliegie vignola
attuali, non duracine come i duroni. Quell'albero a maggio era una
meraviglia. I rami di destra e di sinistra carichi di frutti rossi,
il ramo in mezzo, piú piccolo, carico di frutti grandi, giallo
chiaro. Chissà se c'è ancora o che fine ha fatto.
La sua specialità era l'innesto delle viti. In poco tempo mise
qualità nuove e aggiunse anche delle uve da tavola come il
moscatello, lo zibibbo e un'uva nera dai grossi acini ovali che
chiamava uva togna. Quando i vicini lo chiamavano per gli innesti,
lui generosamente insegnava quel che poteva, specialmente a
Virginio, il fratello grande dell'Anselmina, col quale andava molto
d'accordo...
Una chiave di lettura interessante di questo libro è anche
nell’individuazione di un’ottica femminile dell’esperienza della
guerra partigiana. Viene messo in luce l’apporto delle donne nella
lotta con una loro propria specificità.
(da pag. 22 a pag. 25):
Mano a mano che il
movimento cresceva c'era bisogno di una sempre piú grande rete di
appoggio. La prima rete di cui mi sono occupata io, fu quella delle
donne. Servivano alcune decine di staffette, ma soprattutto
servivano molte decine di sostenitrici. Mi fu affidato l'incarico di
organizzare dei gruppi di donne, che in un primo tempo non ebbero
nome, ma poi furono chiamati «Gruppi di difesa della donna». Questo
perché si pensava di dover non solo difenderci dalle bombe e dalla
fame e pensare a un futuro di pace, ma anche prepararci a lottare
contro le ingiustizie e le disparità tra maschi e femmine. Facevano
insomma capolino i temi dei diritti e dell'uguaglianza.
Io ho cominciato dalle donne che mi stavano attorno. Il primo aiuto
l'ho avuto dalla mia zia Dirce, sarta. A catena, la rete partiva
dalla sua sartoria, poi dalle sue ex allieve e infine da queste ad
altre donne e ragazze vicine di casa, colleghe di lavoro, operaie
delle Officine Reggiane, fidanzate di soldati lontani, madri di
giovani imboscati o partigiani. A collegare e reclutare tutta questa
rete non ero sola, naturalmente. Aiutavano molto anche gli uomini,
c'erano altre ragazze che si accollavano incarichi vari e
diventavano staffette. Quasi sempre a me toccava di tenere le
riunioni, cioè di spiegare cosa volevamo ottenere, quali erano i
compiti e i rischi da assumerci, come era bene comportarsi per
garantirci qualche sicurezza, cosa volevamo ottenere come donne a
guerra finita. Su questi temi arrivava del materiale propagandistico
e giravano delle circolari. Inoltre c'era sempre Zanti, oppure
Sacchetti, che me le integravano con quanto avevano imparato sul
problema femminile nella loro università, cioè in carcere.
Per accrescere la mia cultura politica e darmi argomenti per quelle
riunioni di donne Zanti e Sacchetti mi procuravano dei libri e delle
dispense. Un altro dirigente comunista, di cui non ho ancora
parlato, che si chiamava Caleri4 ed era rifugiato presso una casa
vicina, mi procurò un testo difficile. Era di un certo Huizinga e
portava il titolo Crisi della civiltà'. Per lo sforzo di capire,
leggevo ripetutamente le frasi e i capitoli, tornando indietro anche
piú di una volta. Nondimeno quel testo per me era proprio quasi
arabo. Un altro libro di quei giorni fu Dieci giorni che sconvolsero
il mondo di John Recd. Questa volta leggerlo fu una passeggiata. Non
so se queste letture mi abbiano fornito argomenti per le donne dei
gruppi di difesa.
Le riunioni erano molto frequenti, anche perché dovevano essere
circoscritte a pochissime donne.
Proprio con questa rete femminile sono state prese importanti
iniziative di lotta aperta, come manifestazioni clamorose sotto i
commissariati fascisti o sotto la prefettura per ottenere maggiori
razioni alimentari o per rivendicare la distribuzione di generi
vari, come il sale o la farina. Addirittura per il rilascio di
ostaggi civili o azioni per far fuggire i prigionieri durante i
trasporti.
Quando i tedeschi ordinarono ai contadini il raduno del bestiame da
requisire, il nostro gruppo di donne, d'accordo coi partigiani, si
sparpagliò sulle varie strade a fermare i contadini e a farli
tornare indietro, dicendo che in paese si sparava e c'era un assalto
partigiano. I contadini non desideravano altro, fecero dietrofront e
fu cosí che il raduno non ebbe luogo. Qualche partigiano gappista
sparò effettivamente e alcune bestie furono anche abbattute verso la
strada del Ghiardo e in poco tempo tagliate alla meno peggio,
distribuite alla gente e anche occultate in case amiche per inviarle
alle formazioni partigiane in montagna. Deve essere stata una scena
ben strana, riferita in seguito. Uno dei gappisti raccontò che i
proiettili rimbalzavano inefficaci sulle ossa frontali dei buoi e
che la gente coi coltelli intorno a quelle bestie sembrava uno
sciame di api sul miele. In men che non si dica restò soltanto la
polvere della strada inzuppata di sangue6.
Erano quasi sempre le donne a trovare le case di latitanza - le
chiamavamo cosí - per i capi del CIn, che si spostavano spesso,
dovendo dirigere tutto quel multiforme esercito. Erano le donne ad
accogliere e nascondere i partigiani feriti o malati, costretti a
tornare in pianura. Soprattutto erano le donne a raccogliere i
materiali e le offerte per sostenere o rincuorare i ragazzi delle
formazioni in montagna.
All'inizio dell'inverno 1944 il generale Alexander, - rimandando
alla primavera l'offensiva per scavalcare la linea gotica, -
consigliò ai partigiani di tornare a casa e di aspettare. Le nostre
formazioni risposero di no. Del resto sarebbe stato impossibile
tornare a casa. In quella circostanza le donne dei gruppi di difesa,
insieme ai giovani del Fronte della gioventú e ai Cln, organizzarono
la «settimana del partigiano». In pochi giorni furono raccolti
vestiti, medicinali, cibi, dolci, cappelletti, denaro, scarpe. Ci
pensarono poi le Sap (Squadre di azione patriottica) a far arrivare
in montagna tutta quella roba, che attorno a Natale alleviò non poco
i terribili disagi di quell'inverno.
Potete immaginare quanti giri e quante piccole riunioni, quanti
piccoli trasporti mi sono accollata in quei giorni. Tutto doveva
essere comunicato di persona, tutto doveva essere organizzato di
casa in casa, di passaggio in passaggio...
E in fine il
ricordo del coraggio delle madre dei caduti e il rammarico per come
al di là della retorica di circostanza non sia stato messo mai
abbastanza in luce la loro personalità. Accanto alla madre dei sette
fratelli Cervi trucidati trovano spazio anche altre figure non note
che questo libro di memorie sottrae alla folla silenziosa di eroi
che percorrono la storia senza che di loro rimanga traccia. Ancora
una sensibilità femminile detta le pagine dedicate agli amori in
tempo di guerra in cui trova espressione il tema della drammatica
precarietà della vita in guerra che non permette indugi o remore
moralistiche. La guerra dà poco spazio all’espressione dei
sentimenti, riduce la vita all’essenzialità della lotta per la
sopravvivenza: non c’è tempo per piangere la perdita dei compagni e
non c’è spazio neanche per una vita sentimentale. Leggiamo a
proposito la pagina dedicata alla partigiana Laila.
(da pag. 188 a
pag. 190):
...Laila era scappata in
montagna per sfuggire a un arresto e in pianura lasciava un
fidanzato. La vita partigiana anche per lei era un mondo nuovo pieno
di doveri, di pericoli e di ideali. Ci si trasformava, anzi si
maturava. Laila finalmente si sentiva considerata alla pari,
rispettata e apprezzata, e decise che quel fidanzato non era l'uomo
giusto. Tra l'altro pretendeva da lei un ripensamento e un ritorno a
casa. Faceva parte ancora di quelli che sui discorsi importanti se
ne uscivano con un «taci tu, che sei una donna», e anche
«sull'educazione dei figli comando io». Cosí decise di troncare, di
non sposarlo piú. Dice che è stata una sofferenza e che ha faticato
a trovare le parole per scrivere a casa di quella sua decisione.
Ma non lo faceva per un altro amore. Anzi, aspettava di guarire da
quella ferita intima quando un giovane partigiano le si avvicinò con
speranze di futuro. Si chiamava «Fifa», solo cosí, col nome di
battaglia. Era comandante del distaccamento «Fratelli Cervi». Laila
lo stimava, gli voleva bene, ma disse «aspettiamo, devo lasciar
passare un po' di tempo, usciamo da questa guerra, avremo tempo».
Invece di tempo non ce ne fu.
Una notte, Barbara, una partigiana che era nel suo gruppo, ha
sentito Laila gridare nel sonno e svegliarsi piangendo. Aveva fatto
un sogno orribile. C'era «Fifa» che chiamava aiuto e diceva «perché
non mi cercate, perché non mi venite e prendere, ho freddo, sto
morendo!».
«Fifa» era sparito nell'inverno, tra il 21 e il 23 novembre 1944,
durante la battaglia del Monte Caio, uno scontro durissimo di cui
parlano tutte le cronache della guerra partigiana delle nostre
parti. Dopo quella battaglia era stato cercato, ma non si trovava
tra i morti, non si trovava tra i feriti, non era tra gli scampati,
non risultava tra i catturati. Era impensabile che avesse disertato,
lui tanto valoroso e ideologicamente coinvolto.
Laila aveva sognato che «Fifa» chiedeva aiuto, che stava per morire
e che aveva freddo. Soltanto a primavera, quando la neve si è
sciolta, «Fifa» è stato trovato nella zona di quella battaglia, in
fondo a un burrone, incastrato in una cavità del terreno, con una
sola ferita a un braccio. Sepolto nella neve, probabilmente privo di
sensi e incapace di segnalarsi ai compagni, la morte l'aveva colto
lentamente, crudelmente, assiderato e dissanguato.
Laila ha rimpianto di non avergli detto «sí» anche per un giorno,
anche per un momento...
Anche a guerra finita si evidenzia un diverso modo nelle donne di
rapportarsi con l’esperienza passata, c’è in loro un certo pudore a
mettersi in mostra a rivendicare il ruolo avuto, quelle, poi, che
avevano subito la prigionia e le violenze non riescono a parlarne
neanche con le persone più vicine, provano vergogna a rendere
pubblica una violenza che non aveva significato solo dolore fisico
ma le aveva colpite nel loro intimo di donne.
(da pag. 201 a pag. 207):
Donne nell'ombra
Dopo la liberazione le protagoniste più dimenticate sono state le
donne. Riflettiamo un po' su questi numeri, riferiti alla sola
provincia di Reggio Emilia. Su 9554 partigiani e patrioti ben 1188
sono donne. Millecentoottantotto, poche o molte, secondo i punti di
vista.
Eppure ne mancano parecchie in quegli elenchi. Molte di quelle che
hanno fatto tanto, non sono state nemmeno riconosciute partigiane o
patriote. Tra queste, né mia cugina Maria Arduini, né mia zia Dirce,
né le sorelle Cammellini sono state inserite in quegli elenchi. In
questo un po' di colpa l'abbiamo anche noi. Non ci compaiono nemmeno
le donne delle case di latitanza e nemmeno quelle piú attive delle
associazioni fiancheggiatrici.
Dopo la liberazione le donne che hanno partecipato alla resistenza
sono state lasciate nell'ombra.
Sono convinta che ci sarebbe da riscrivere molta storia sulle donne
durante quella guerra. Non c'è soltanto la considerazione, che
finalmente molti riconoscono, e cioè che la lotta partigiana non
sarebbe stata possibile senza le donne. Le armi le trasportavano
loro, i rifugi li offrivano loro, le vettovaglie e i vestiti
altrettanto. Senza contare il prezioso sostegno morale.
Finita la guerra le combattenti e le fiancheggiatrici non hanno
vantato nulla, sono rimaste troppo spesso in silenzio.
Credo che in silenzio
siano rimaste soprattutto quelle che hanno pagato il prezzo piú
alto, cioè le torturate, le imprigionate e le violentate.
Ho detto di Tina, che uscita di prigione si rifiutava di raccontare
le torture. Tina era alta, con un viso radioso e un bel corpo. Bruna
era minuta, dolce e graziosissima. Non so immaginare cosa possono
aver subito, veramente, dentro a quel carcere dove agli uomini erano
riservate le «stirature», cioè i passaggi roventi sotto il ferro da
stiro e gli strappi delle unghie. E che dire di Adriana Prandi e di
sua sorella Evandra, le ragazze del Ghiardo arrestate col loro
padre. Hanno detto di aver subito durissimi maltrattamenti. Forse
per pudore non hanno voluto dire altro.
Poi ci sono le vittime casuali, delle quali si sa poco. Nell'ultima
settimana di guerra, quella dell'attacco finale quando tutti i
partigiani della montagna hanno iniziato l'offensiva contro ogni
reparto tedesco o fascista e quando tutte le Sap e tutti i Gap della
pianura si sono alzati insieme a combattere la battaglia decisiva,
ci sono stati gli episodi piú feroci da parte dei nazifascisti.
Erano disperati e rabbiosi e si sono abbandonati alle peggiori
razzie, uccisioni e violenze.
Nelle campagne attorno a casa mia, in una zona tra i comuni di
Bibbiano, Cavriago e Montecchio chiamata «I Paverazzi» le secche
cronache del dopo liberazione hanno registrato che un contadino è
stato trovato morto in mezzo ai campi, e che sua moglie e la figlia
quattordicenne erano state violentate.
Già è tanto che si sia risaputo. Mi chiedo quante donne e ragazze,
in quella follia che è stata quella guerra, hanno patito violenze e
stupri e non l'hanno voluto raccontare. Ancora oggi molte donne che
subiscono violenza non trovano la forza di dirlo. Figuriamoci
allora, che sull'argomento sesso c'era solo silenzio. Quando si è
offesi cosí nel profondo si prova ingiustamente un senso di colpa, o
di vergogna. Mio padre parlava malvolentieri delle botte prese dai
fascisti. Ne sentiva ancora l'umiliazione. Ho accennato a Theo,
l'amico carissimo di mio marito, cosí schivo sulle tremende torture,
raccontate per lui dai suoi compagni di cella. Io stessa debbo
confessare che ho fatto fatica, in queste pagine, a raccontare
quella piccola storia di quell'uomo che mi brancicava. Ancora
adesso, dopo sessant'anni, me ne sento offesa, umiliata. Eppure è
stata una piccola storia, ma il sentimento che ancora provo mi serve
a capire cosa può esserci dentro al cuore delle donne piú sfortunate
di me. Come sempre i piú deboli, sia in guerra che in pace, pagano
il prezzo piú alto. E le donne sono quasi sempre «le ultime della
fila».
Anche sulle madri dei caduti si è fatta piú che altro della
retorica, ma del loro animo, della loro personalità, della loro
partecipazione non ci si è interessati piú di tanto. Quelle che ho
conosciuto io non rientrano affatto nell'immagine tradizionale della
«madre di caduto in guerra». Le madri dei caduti partigiani non sono
soltanto madri che piangono, ma sono state esse stesse delle
combattenti. Anche loro erano in prima linea accanto ai figli. Anche
loro hanno combattuto e quasi tutte hanno continuato a lottare anche
dopo la tragedia per quegli ideali che le univano ai figli.
La prima tra queste donne è la madre dei Cervi, Genoeffa. Io non
l'ho conosciuta, come non ho conosciuto i Cervi, perché nei miei
giri da staffetta non oltrepassavo quasi mai la via Emilia. La
nostra zona partiva proprio da quella strada per arrivare a tutto
l'Appennino. Di questa donna dolce e straordinaria me ne ha parlato
la nipote Maria, che in quegli anni tremendi aveva nove anni e la
ricorda con commozione.
Era una donna forte, molto religiosa, complice silenziosa dei figli
in quel loro aiutare, ospitare, opporsi al fascismo e alla guerra.
Lei e le nuore avevano saputo quasi subito della fucilazione, ma per
mesi hanno taciuto al vecchio Alcide quella tremenda verità.
Immagino con che forza, con che cuore, specialmente lei che gli era
piú vicina.
Spero che venga raccontato qualcosa di più su questa madre, sul suo
animo, le sue abilità, il suo carattere, su come era veramente come
donna. E altrettanto vorrei conoscere di quelle quattro vedove Cervi
e delle due sorelle che erano accanto a quegli uomini, resistendo,
prima e dopo la tragedia. Il loro dolore si può immaginare, la loro
forza si può intuire. Le persone, invece, sono rimaste nascoste.
Di una di loro, Margherita Agoleti, sappiamo qualcosa di piú, perché
ci ha lasciato un piccolo commovente diario stampato nel 2001
intitolato Non c'era tempo di piangere. Se possibile quel piccolo
diario accresce il desiderio di conoscere meglio lei e le altre
donne dei Cervi.
Di mamma Genoeffa c'è una testimonianza di Avvenire Paterlini su La
memoria dei rossi. Dice che quella madre aveva sempre un piatto di
minestra o una scodella di latte per tutti e che, quando i loro
«ospiti» dormivano nel fienile, lei, la notte veniva in punta di
piedi a vedere se erano abbastanza coperti. Un piccolo ritratto che
la fa quasi rivivere, dolce, nell'immaginazione.
Sappiamo che Genoeffa è morta di crepacuore, veramente di
crepacuore. Se n'è andata a novembre del 1944. I suoi figli erano
stati fucilati il 28 dicembre dell'anno prima, 1943. Il suo cuore
non ce l'ha fatta a resistere fino alla liberazione.
Questa donna ne piangeva sette di figli e non so se il suo dolore
può essere stato dissimile da quello di due madri che ho conosciuto
da vicino. Due madri sole che hanno perduto il loro unico figlio.
Papà Cervi a una di queste madri, ha detto: «Tu avevi un solo figlio
e te l'hanno tolto. Io ne avevo sette e sette me ne hanno tolti. Per
te uno era tutto, per me sette erano tutto. Non c'è differenza nel
dolore». Può essere vero, ma nessuno sa come si possa misurare il
dolore.
Ho già accennato alla madre di Folgore gamba di legno. Ne ricordo
un'altra, l'Aldina, mamma di Jones Del Rio.
Jones era un ragazzo partigiano, di Montecchio. Lo conoscevo perché
andavo spesso da sua madre, che - come tutte le madri dei partigiani
- partecipava in mille modi a quella resistenza senza armi che è
stata altrettanto importante. Aldina era vedova e aveva soltanto
quel figlio.
Jones era in contatto con mio padre perché faceva parte di un gruppo
Sap di pianura. Portava a casa nostra le armi e i materiali
conquistati con le azioni del suo gruppo. Era biondo, bello e di
gentile aspetto, come avrebbe detto un poeta. Una notte mentre
trasportava un carico verso la montagna, fu intercettato dai nazisti
nei dintorni di Ciano, torturato selvaggiamente e infine fucilato.
In una azione precedente era stato ferito, ma appena possibile aveva
ripreso il suo posto.
Lo ricordo tranquillo, sereno e determinato. Come se quelle azioni
rischiose fossero una cosa naturale. Sua madre invece era più
espansiva. Mi accoglieva sempre sorridente nella sua piccola casa a
pianterreno in un modesto agglomerato all'inizio del paese,
all'angolo tra la provinciale e la strada per San Polo. Mi voleva
sempre offrire qualcosa, magari solo un bicchier d'acqua. Anche lei,
come la madre di Folgore, era sempre vestita di grigio, minuta,
rotondetta, coi capelli un po' segnati di bianco raccolti a crocchia
sulla nuca.
Non posso tacere di un'altra madre, che ho conosciuto negli anni
seguenti quando ero a Novara. È Amelia Maccarinelli, di Pallanza,
sul Lago Maggiore. Era una donna slanciata, sempre elegante e molto
bella. Suo marito, dottore partigiano, curava la salute di noi
funzionari comunisti sprovvisti di ogni tutela sanitaria. Lei mi
aiutava nell'organizzazione delle donne. Era anche ottima pittrice e
partecipò alla nostra mostra dell'8 marzo con un bel ritratto di
donna intitolato «Il cappello di paglia di Firenze».
Mi rivedo li, in quella cittadina che già allora era bellissima, e
trovo Amelia che sta per andare al cimitero. Con leggerezza le
chiedo se posso accompagnarla. Lei ne sembra content e ci
incamminiamo verso quel luogo in salita, parlando di or anizzazioni
e iniziative. Lei non porta fiori. Arrivati là, Amelia accarezza
lieve il volto del figlio, che da quel marmo ci sorride. Gli manda
qualche bacio. Poi si mette a parlargli, dapprima sommessa, poi
sempre piú chiara. Io mi sento fuori posto e vorrei allontanarmi per
discrezione, ma mi rendo conto che ormai, per lei, non ci sono piú.
Parla a quel figlio partigiano diciottenne ricordando piccoli fatti
della loro vita, di scarpe, di una stanza, di un libro. Lo informa
di fatti di famiglia, gli racconta vicende di amici sopravvissuti,
di novità di paese. Io resto li, a un mezzo passo dietro e mi sento
la pelle d'oca. Guardo lei che mentre parla raccoglie foglie cadute,
sposta qualcosa, sembra accarezzare tutto quel marmo, si interrompe,
sussurra. E non ha una lacrima.
Dopo un lungo silenzio, si ricorda di me. Io vorrei abbracciarla, ma
lei mi prende sottobraccio e con un piccolo gesto triste riassume
tutto, anche la mia commozione. Le donne del paese mi dicono che
ogni giorno quella madre va là, a parlare col figlio.
Queste madri, stanno nel mio pensiero, alte, in cima a una
moltitudine di donne che hanno avuto in sorte dolori meno tragici,
ma molto coraggio, sofferenze e paure. Donne che hanno avuto un
ruolo importante.
Sono tutte quelle che aiutavano nelle associazioni, ma anche altre.
Per esempio le donne delle case cosiddette di latitanza, dove
trovavano asilo dirigenti, sbandati, fuggiaschi e feriti.
Parlo delle donne, perché a loro, mogli o madri, spettava la
decisione ultima, anche quando la proposta era degli uomini. Alle
donne toccava il compito piú delicato e concreto. Senza la loro
piena condivisione non sarebbe stata possibile nessuna ospitalità.
Sapevano di rischiare e tuttavia si armavano di inventiva e
preparavano un letto di fortuna in un solaio, in un sottoscala, in
una stanza nascosta da un armadio, oppure in uno dei vari rustici
attorno alla casa, quelli degli attrezzi, della legna o del
bestiame. Poi bisognava provvedere al cibo, ai vestiti, vigilare sui
pericoli, mandare e ricevere notizie, fare finta di niente col cuore
in gola. Spesso quando uno di quegli ospiti cosí scottanti
traslocava verso la montagna o verso un'altra casa di latitanza, ne
arrivava un altro e la storia ricominciava da capo.
Cosí faceva la nostra vicina di nome Gioconda, che anche di
carattere era gioconda e allegra. Altrettanto una signora sola e
molto benestante, sorella della casara Bertolini, che ospitò quel
Caleri del libro di Huizinga e alcuni altri. Nessuno si aspettava da
lei tanta disponibilità e non so con che intuito o incoscienza mio
padre le abbia potuto chiedere quell'aiuto. Anzi, si mostrò più che
partecipe e trattò quegli ospiti con grandi riguardi, come fossero
di famiglia.
Ho già detto delle donne dei Manni, sul Ghiardo. Abbastanza vicino
alla loro casa c'erano i Prandi, che fin dal '43 ospitavano
fuggiaschi e dirigenti. Appunto per queste ospitalità fu arrestato
il papà Prandi con le due figlie, che erano staffette partigiane. Ho
già detto che patirono le sofferenze del carcere per diversi mesi .
Sono passata da loro alcune volte, ma non ricordo la madre, che
immagino ugualmente impegnata, ugualmente attiva, ugualmente
sofferente, ma rimasta dietro le quinte.
Penso anche a tutte quelle donne contadine o casalinghe che non ho
conosciuto abbastanza e che ho incontrato al volo. Sono le donne di
quelle case amiche che costeggiavano i miei percorsi in pianura e in
montagna, vicino alle strade o in mezzo ai campi, alle quali sapevo
di poter chiedere aiuto e informazioni. A volte correvano in strada
per mettermi in guardia, a volte mi avvertivano i loro figli
bambini. Io passavo illudendomi di essere una ragazza qualsiasi, ma
quasi tutti sapevano chi ero e cosa facevo. Qualche anno fa Meris,
la moglie di Dante Fantuzzí mi ha raccontato che, quando mi vedevano
passare, a casa sua sussurravano compiaciuti e preoccupati: « È
passata quella ragazza che aiuta i partigiani!». Devo a queste dolci
complicità se ho scampato i pericoli e i posti di blocco.
Ma è soprattutto nei
ricordi della sua avventura politica negli anni della ricostruzione
che Teresa Vergalli evidenzia le difficoltà di inserimento nel
mondo politico, un universo in cui una giovane donna, nonostante il
suo entusiasmo, nonostante l’umiltà con cui ha cercato di curare la
sua crescita culturale, nonostante il suo impegno nella guerra
partigiana stenta a trovare spazio.
(da pag. 265 a pag. 269):
Qualche bel ricordo
A Novara, gli ultimi anni, ero tornata al lavoro femminile, sebbene
controvoglia. Alla stampa e propaganda del partito sono rimasta
poco, ma mi sembrava di avere delle idee e desideravo restarci.
Ripensandoci non so dire perché detestassi tanto quello che
chiamavamo il settore femminile. Sono sempre stata convinta che
l'emancipazione della donna dovesse conquistarsi da pari a pari,
fianco a fianco nelle associazioni o partiti o mestieri con gli
uomini. La separazione la vedevo come una ammissione di inferiorità,
anziché riconoscimento di diversità. Tuttavia, dopo una protesta
inutile e un segreto sfogo rabbioso, ho ripreso l'organizzazione
dell'Udi. E proprio con l'Udi di Novara è legato un mazzetto di bei
ricordi.
La celebrazione dell'8 marzo un anno è iniziata la mattina con
l'arrivo in città di molti gruppi di donne che portavano grandi
cesti di fiori di campo. Erano margherite, violette, ginestre, fiori
di malva, fiori gialli senza nome, fiori di cicoria, primule,
giunchiglie e tanto altro; qualsiasi cosa vegetale in fiore. Al
posto della mimosa, le donne scese da Omegna, Verbania, Trecate,
Ornavasso e quant'altri luoghi, offrivano per le strade quei
mazzetti di fiori fragili e deperibili insieme a un piccolo
volantino di propaganda.
Era una scena bellissima. Confrontatela con ciò che è diventato oggi
l'8 marzo e sentirete anche voi un po' di rammarico.
Sempre 1'8 marzo un'altra volta, per finanziarci abbiamo avuta
l'idea del «dolce dell'8 marzo». Un pasticciere ci ha inventato una
buonissima pastarella decorata col fiore della mimosa. Era un
suggerimento per far festa nelle case e per piccoli ricevimenti o
festeggiamenti. È stato un successo.
Un altro ricordo ancora legato all'8 marzo. Con l'aiuto e un piccolo
finanziamento del sindaco Sandro Bermani, appassionato di arti
visive, abbiamo organizzato un premio di pittura riservato a
pittrici donne, con relativa mostra al salone del Broletto. Le
adesioni sono state numerosissime, grazie all'aiuto di alcuni
pittori novaresi che gravitavano attorno all'accademia di Brera e
alla collaborazione di un bel gruppo di donne socialiste e
indipendenti. Giuria prestigiosa, successo di pubblico e in premio
alla vincitrice una bella spilla d'oro disegnata da uno dei pittori
amici.
Un'altra bella iniziativa si è svolta al Teatro Faraggiana, il piú
grande di Novara. Era legata alle rivendicazioni femminili e alla
situazione delle donne lavoratrici in quella provincia. Il programma
seguiva uno stile diverso dal solito. C'era un presentatore - che
ero io - che legava e commentava in vario modo gli interventi e le
scene che si susseguivano. Non erano discorsi, ma dialoghi,
scenette, letture di brani o di poesie. Il teatro non era strapieno,
ma il pubblico è rimasto entusiasta. Persino la televisione del
Piemonte ha giudicato l'avvenimento degno di un servizio di qualche
minuto.
In un altro teatro, il Vittoria, abbiamo invece organizzato una cosa
bellissima, ma disertata dal pubblico. Davanti a poche persone i
bambini e le nostre donne hanno recitato la storia di Cipollino,
Pomodoro e Pero Pera. Il «copione» era tratto dal romanzo di Rodari.
I costumi, o meglio le maschere, erano opera di Otello Sarzi.
Otello era il giovane componente della famiglia Sarzi, celebri
commedianti e burattinai girovaghi, amici della famiglia Cervi e
storici antifascisti. Già ho accennato a lui. Aveva fatto la
resistenza in Val d'Ossola e in quel tempo era ospite a Novara di
Eraldo Gastone, il comandante Ciro. Otello confezionò con le sue
mani delle bellissime teste di cartapesta che, imitando le
illustrazioni del libro, trasformavano i piccoli attori negli
ortaggi del racconto.
Lo spettacolo era bellissimo, ma la gente poca. Avevamo sbagliato a
scegliere un giorno feriale, e per di più di mattina; scelta
certamente dettata dal minor costo del teatro, che era piuttosto
piccolo, in centro.
Per tutte queste iniziative, sia prima che dopo la realizzazione, io
soffrivo da morire. Non ci dormivo e per giorni ci rimuginavo, sia
in caso di successo che di insuccesso. Rivangavo ogni dettaglio,
collaborazioni ottenute o mancate, eventuali malcontenti o gioie.
Senza contare l'angoscia per i debiti che si accumulavano con le
tipografie, per gli affitti dei teatri e per le bollette del
telefono. E per i problemi di casa, perché dovevo sempre strapparmi
dai bimbi piccoli.
Avevamo superato con grandi sacrifici periodi critici, con il solo
aleatorio stipendio di Claudio. E vero che al sindacato - dove ora
era segretario provinciale - gli stipendi sulla carta erano
migliori, ma in pratica continuava lo strazio dei ritardi e degli
acconti.
Con l'arrivo dei bambini tutto era diventato complicato. Per la
nascita di Alberto ero rimasta a casa poco piú di un mese prima
dell'evento e il bimbo è andato al nido che aveva soltanto quaranta
giorni. In quella città cosí operaia, dove centinaia di donne
lavoravano alla Pavesi e alle fabbriche tessili e chimiche, il nido
era una istituzione radicata e frequentata. Eppure in quel nido
modello dell'Omni, diretto dall'ottima dottoressa Marcella
Balconi41, non avevano mai accolto un bambino cosí piccolo. Io
uscivo dalla federazione per correre ad allattarlo che mi scoppiava
il seno. Quando poi è arrivato Corrado, anche con l'aiuto del nido,
non erano conciliabili bambini e lavoro. Mi sono arrangiata con
lavori vari da casa: le bozze, una raccolta di pubblicità, una
piccola rivista locale. Poi, appena possibile il rientro di nuovo
all'Udi.
Da lontano mamma e papà, che pure non nuotavano nell'oro, riuscivano
ad aiutarci. Spedivano grandi pacchi di vettovaglie, vestiti per me
e per i bambini e ci ospitavano d'estate. Anche gli suoceri, di
tanto in tanto, ci davano una mano.
Politica addio
Ecco com'è stato che, avuta notizia dell'imminente concorso
magistrale, mi è riaffiorato l'antico sogno di diventare maestra.
Volevo abbandonare i patemi e le sofferenze della responsabilità
politica e dare un po' di tranquillità alla mia famiglia.
Quando gli impegni miei e quelli di Claudio si sovrapponevano,
dovevamo sballottare i bambini di qua e di là, non essendo
sufficienti le poche ore che ci dedicava una compagna, la cara e
indimenticata Serafina; o la vicina di casa «zia» Antonietta.
Non c'era ancora lo statuto dei lavoratori e le riunioni sindacali
si facevano di sera, di sabato e soprattutto di domenica, sempre che
non ci fosse da andare in capo alla provincia alle cinque di mattina
davanti a una fabbrica. In quella realtà operaia e bracciantile
anche le riunioni di donne erano possibili soltanto di sera, di
sabato e di domenica. In una lettera a mia madre la vigilia di
Natale del 1950 racconto che Claudio quel giorno era da mattina a
sera «a fare convegni sul lago». E che per me e per lui era libero
solo il Natale, perché avevamo impegni anche a Santo Stefano. Credo
che basti a dare l'idea. Per anni è stato piú o meno sempre cosí.
Sulla nostra pelle abbiamo toccato con mano che, in assenza di
nonni, ne basta uno, di genitore, arruolato a tempo pieno nella
politica.
Cosí ho deciso di tentare e mi sono messa sui libri, in segreto. Non
volevo che si sapesse, per la paura di non superare l'esame. Mi
alzavo prima delle cinque per studiare. In segreto mi aveva aiutato
Rosario Muratore, un ottimo compagno professore che insegnava alle
magistrali e che poi ne è diventato preside. Da lui ho avuto quasi
tutti i libri e con lui ho messo a punto il programma.
Claudio cercava di aiutarmi un po' con i bimbi, ma era molto
scettico. Forse aveva piú fiducia di me nelle mie capacità politiche
e credeva che un salto professionale cosí drastico fosse per me una
sconfitta o un sacrificio. In piú temeva che, anche a concorso
vinto, avremmo avuto difficoltà insormontabili, per esempio per la
sede. Io andavo avanti a testa bassa, utilizzando tutti i ritagli di
tempo possibili. E sibilavo tra i denti: «Lasciamelo vincere, questo
concorso, e poi ci penserò». Avevo orecchiato qualcosa sui diritti e
rimedi possibili. E ho sfoderato tutta la cocciutaggine e la
perseveranza che in molti momenti della vita è decisiva. E piú
studiavo, piú mi appassionavo e mi riconfermavo nella mia scelta.
All'esame sono arrivata ridotta di peso e stanchissima.
Una sincera gratitudine la devo al professore che mi ha esaminato in
letteratura italiana. L'esaminatore successivo mi chiedeva notizie
di legislazione sulla misura delle aule; regola igienica, credo. La
mia espressione doveva essere desolata, perché quel commissario di
lettere - che mi aveva ascoltata su Giovanni Verga, sulla Montessori
e su Sant'Agostino - si è spostato indietro con la sedia, poi con le
dita delle mani mi ha platealmente suggerito quelle balorde misure.
Uscendo dalla stanza gli ho gettato un cenno di ringraziamento. Non
so chi fosse e non l'ho piú visto. Non so nemmeno se il suo aiuto
sia stato determinante. Lo ringrazio lo stesso, con calore, per quel
gesto che non era soltanto di aiuto, ma anche di condanna per quella
domanda cosí stupida, inutile e fuori della realtà. Penso che
conoscesse le misure reali di tante scuole di montagna, simili,
credo, a quella di Vaglie di Ligonchio dove avevo insegnato io da
supplente incaricata.
Questo libro offre altri
spunti interessanti di riflessione: da una parte il difficile
rapporto, a guerra finita, tra la base protagonista della resistenza
e i vertici del Partito Comunista, dall'altra l'impossibilità di
conoscere veramente il mondo sovietico, modello ideale dei comunisti
di quegli anni.
(da pag. 256 a pag. 265):
L'Unione Sovietica,
Stalin e «La corazzata Potémkin»
Ero a Novara quando è morto Stalin.
Davanti alla Casa del popolo, dove aveva sede il partito comunista,
fu allestito un vistoso altarino, tutto di bandiere rosse, con
grande ritratto di Stalin listato a lutto e dotato del suo bravo
registro per le firme. Proprio come si fa a un vero funerale. A
turno c'erano anche i compagni sull'attenti, a montare la guardia di
qua e di là dall'altarino.
Ogni volta che, dopo, si è parlato di culto della personalità, ho
istintivamente rievocato l'immagine di quell'altarino rosso e di
tutti gli altri altarini allestiti davanti alle sezioni, alle
fabbriche, nelle piazze. Il giornale della federazione era uscito in
edizione speciale tutto listato a lutto, traboccante di esaltazioni
e di glorie. Era proprio un culto, quasi una religione. Noi ci
credevamo. Pensavamo a un paese felice, con un buon padre baffuto e
sorridente e soprattutto giusto.
Ancora oggi ci
accusano di non aver condannato i gulag. Dicono che siamo stati
complici dei delitti del comunismo. Ma nemmeno i nostri avversari in
quegli anni conoscevano quei delitti. Noi avevamo visto e vissuto i
delitti e le nefandezze del fascismo e le avevamo combattute proprio
in nome di un sogno di giustizia e di libertà. Nessuno aveva mai
parlato di gulag o di deportazioni. Anche gli anticomunisti non
sollevavano questi argomenti. Era una realtà sconosciuta anche per
loro. Condannavano l'Unione Sovietica per due cose soltanto: La
soppressione della proprietà privata e la persecuzione della
religione. Poi c'erano anche gli sciocchi che parlavano dei
comunisti che mangiano i bambini.
Della proprietà privata a noi, che non eravamo proprietari di nulla,
ce ne importava poco. Poi sapevamo che in Italia la politica del
nostro partito non aveva in programma di espropriare, ma se mai di
collettivizzare e di gestire insieme. L'argomento della libertà
religiosa era già smontato dal voto sull'articolo 7 della
Costituzione, che Togliatti e i nostri avevano condiviso.
Eppure giravano le Madonne Pellegrine e le mostre sulla «Chiesa del
silenzio». Queste ultime portavano documentazioni che noi ritenevamo
incomplete o non vere. Uomini di chiesa ne conoscevamo anche noi.
Nella resistenza avevamo dei preti al nostro fianco, come don
Pasquino e don Carlo. Poi c'erano quelli che con i loro parrocchiani
sono stati rastrellati dai nazisti e portati, ad esempio, nel campo
di concentramento del mio paese. E quelli uccisi per rappresaglia
insieme ai loro parrocchiani. Ma avevamo anche visto dei preti molto
ostili. Pensavamo che anche tra i preti c'è l'amico e il nemico.
Insomma, nonostante la propaganda avversaria noi credevamo che nell'Urss
le fabbriche fossero degli operai, le terre dei contadini, le scuole
per tutti, il pane abbondante e anche la felicità. Senza contare che
quella bandiera piazzata a Berlino sulla porta di Brandeburgo,
significava che eravamo debitori ai russi per la nostra libertà. La
battaglia di Stalingrado e la resistenza di Leningrado ci esaltavano
ancora. Poco ci importava che là ci fosse un solo partito, visto che
noi qui di partiti ne avevamo un bel po'. Su questo, in verità, non
riflettevamo abbastanza, non solo per quell'antica fantasia della
dittatura del proletariato, ma anche perché pensavamo che fosse
affar loro, e che all'interno di quel loro partito un po' di
dibattito ci potesse essere.
Di testimonianze dirette ne avevamo poche. A Novara c'era qualcuno
che era stato in quel paese nei primi anni dopo la rivoluzione. Era
la moglie di Willy Schiapparelli, Maria Bergamini, detta Paulette.
Lei era cresciuta in Francia, figlia di un esule antifascista
modenese. Dopo la rivoluzione d'ottobre, non so come né in che anno,
era riuscita ad andare a Mosca e raccontava di aver lavorato in
fabbrica. Si era messa a disposizione, volontaria, per aiutare a
costruire il paese del socialismo. Di quell'esperienza non diceva un
gran che, ma mi aveva impressionato la descrizione delle sofferenze
per le molte ore di lavoro, per la fame e per il freddo. Diceva che
le mani si spellavano al contatto dei pezzi da lavorare o da
trasportare perché quei pezzi o strumenti erano piú freddi del
ghiaccio, tanto da scottare.
Lei era ragazza e non so come abbia potuto ritornare in Francia, né
dopo quanto tempo. Questo esempio a noi sembrava positivo, eroico,
visto che Maria continuava a militare tra i comunisti con tutta la
sua famiglia. Era una prova vivente della giustezza delle nostre
idee. Anzi, tutta la sua famiglia era eroica, ancora sulla
barricata.
Suo padre era tornato in provincia di Modena, mi sembra a Mirandola.
Lí, era stato coinvolto in quelle vicende che furono chiamate del
«triangolo rosso» e incarcerato. Sono andata anch'io a trovarlo al
carcere di Procida. Maria aveva ottenuto il permesso di un colloquio
e mi aveva chiesto di accompagnarla. In effetti dentro al labirinto
di quel carcere fu ammessa solo lei, e ne usci piangendo. Per noi
contava ben poco che quell'isola fosse bella e quel mare splendido.
Nemmeno li abbiano guardati, cosí come non ci siamo fermate a
guardare Napoli. Anzi, forse perché ero depressa, mi è restato solo
un brutto ricordo di Napoli: in un posto dove abbiamo mangiato, il
bagno era un gabbiotto non piú grande di una cabina telefonica,
piazzato con tutto il suo puzzo nello stesso locale dove la gente
veniva servita.
Un altro testimone per noi era Robotti, Paolo Robotti. Nelle nostre
scuole di partito - mia e di Claudio - aveva fatto diverse lezioni.
Sapevamo che in Urss aveva avuto dei grossi guai, ma lui stesso, con
la sua persistenza nell'idea e le sue lezioni, ci induceva a
considerare quei guai come conseguenza di un malinteso.
Il mito del paese del socialismo negli anni del dopoguerra ci è
arrivato da molte strade e molto presto.
A Reggio Emilia un gruppo di giovani aveva creato fin dal '46 una
associazione cinematografica, chiamata Age-Film. Non so se era nata
dal partito o dai giovani del Fronte della gioventú. Tramite quell'Age-Film
arrivavano le pellicole russe. Non solo La corazzata Potémkin, che
ci aveva commosso, ma documentari su documentari. Tutti di
esaltazione, naturalmente. Credo che arrivassero già doppiati da
traduttori russi. Lo penso perché in Urss anni dopo abbiamo
conosciuto interpreti che parlavano l'italiano alla perfezione senza
aver mai messo piede in Italia. In piú quei documentari avevano dei
toni cosí insoliti e roboanti che tra noi qualche bello spirito ci
faceva il verso, fingendo solennità e voce baritonale. Ricordo uno
spezzone di frase «le baleniere del mar Baltico... per la gloria del
popolo...». Ci ridevamo, ma il dubbio ancora non ci sfiorava.
Arrivava anche una rivista a colori, piena di foto e di primi piani,
che veniva diffusa nelle sezioni insieme alla stampa nostra, cioè a
l'Unità, Vie Nuove, Rinascita. Credo che fosse intitolata Notizie
sovietiche. Ovviamente era tutta una esaltazione dei grandi successi
e della felicità di quel paese. A casa di mio padre ve ne erano in
soffitta ancora diverse copie fino a non molto tempo fa. Dietro alla
rivista c'era anche una associazione Italia-Urss, che si occupava
tra l'altro di diffondere la lingua russa.
A proposito del culto dell'Urss ricordo un manifesto del mio periodo
novarese. Ero responsabile della stampa e propaganda. Con quell'incarico
credo di aver fatto poco di notevole, salvo riunioni o circolari. Ma
quel manifesto bisogna ricordarlo per forza.
Era stata una idea di Willy, che era un accentratore e un bel tipo
di prevaricatore. Perché, tra parentesi, anche a Novara le mie idee
contavano abbastanza poco e semmai si scontravano con quelle dei
capi. Il risultato fu un manifesto gigante, tutto scritto, che
sciorinava un lungo elenco di prodotti e di cifre, con un titolo
enorme: «Decisa la riduzione dei prezzi». In fondo, un po' meno
vistosa, la spiegazione: «Questo succede in Urss, dove si riducono i
prezzi, mentre da noi il costo della vita va alle stelle».
In effetti era vero che in quegli anni la svalutazione galoppava,
erodendo il valore d'acquisto delle paghe e dei salari. Quel
manifesto mi ha fatto penare sia per la composizione che per la
correzione di quella sfilza di mercanzie e di numeri. Poi quando
l'ho visto sui muri, non ho notato che le folle vi si accalcassero.
Tra l'altro era troppo grande e alto, poco attraente, faticoso da
leggere.
Sul problema del costo della vita potevamo sforzarci a trovare di
meglio che non impantanarci a mischiare rubli e lire.
Poi, Walter Monier ha cominciato a parlare.
Ho accennato prima a questo giovane ex partigiano che era stato
mandato in Urss per curarsi e che mi aveva sostituito alla redazione
de «La lotta». Al ritorno era felice, contento di come era stato
curato, arricchito della conoscenza di quella lingua difficile, lui
che era stato da ragazzo un operaio in fabbrica. Era anche contento
di raccontarci una sua storia sentimentale con una giovane attrice
che avevamo visto da poco in uno di quei film sovietici. Ce ne
mostrava le foto. Sono certa che fosse una storia vera. Forse quella
ragazza era rimasta affascinata da questo giovane straniero, cosí
diverso e vivace, niente male.
Credo che Walter, anche grazie alla sua acquisita padronanza della
lingua, abbia saputo guardare tra le ombre, e che vi abbia
riflettuto. Una volta che si parlava tra amici lui se ne usci con
una netta critica al sistema pensionistico russo, che penalizzava
fortemente i contadini. E si accalorava raccontando altri fatti ed
episodi concreti. Era come uno sfogo liberatorio. Siccome sapeva
essere ironico, faceva anche il verso ai modi e agli atteggiamenti
dei dirigenti di quel partito, comprese le prepotenze e le
presunzioni.
In quel paese era stato curato, e anche sottoposto a
indottrinamento. Evidentemente non si era bevuto il cervello.
Intanto filtrava qualche informazione. Le delegazioni che andavano
là, tornavano frastornate, ma senza essere state mollate nemmeno un
minuto dagli occhiuti accompagnatori.
Mio padre c'era andato, come ho detto, in viaggio premio. Gli è
bastato vedere un kolchoz, - presumibilmente giudicato modello - per
valutare quei campi e quei kolchosiani, e con la sua competenza
contadina capire che le cose non andavano bene. Se non andava bene
l'agricoltura, non poteva andar bene il paese.
Questi segnali cominciavano a seminare critiche e dubbi. Il nostro
carattere latino, intuiva la pesantezza di una cappa strana che li
sovrastava tutto. Tuttavia, noi della base, in principio, pensavamo
che si trattasse di errori marginali, dovuti al carattere di quei
popoli. Sapevamo di essere diversi e ne eravamo contenti.
Da allora ne è passata di storia, nel mondo e in quel paese. Ci è
arrivata la verità, o almeno la parte píú importante della verità. I
libri dei dissidenti hanno fatto il resto e ci siamo finalmente
staccati da quella seconda patria immaginaria. A nostre spese
abbiamo imparato che le menti e le coscienze possono essere distorte
e manipolate e che la prima libertà da salvaguardare è la libertà di
sapere.
Nilde e Palmiro
Durante quegli anni novaresi ho conosciuto un po' da vicino Nilde
Lotti e Palmiro Togliatti.
In verità la Iottí la conoscevo da prima, perché anche lei è di
Reggio Emilia. Ci siamo incontrate dopo la liberazione all'Udi,
l'organizzazione delle donne. È stato per poco tempo, perché io sono
andata quasi subito a dirigere le ragazze. Lei, eletta alla
Consulta, si fermava soprattutto a Roma. C'erano stati incontri in
riunioni e convegni, incontri senza storia.
Soltanto una volta, quando a Roma con noi c'era anche sua cugina,
una graziosa biondina, la Ferraboschi. Eravamo per strada e senza
volere ho sentito che Nilde le confidava, con un tono molto
compiaciuto, di aver avuto un complimento da Togliatti per il suo
modo di vestire. Lui addirittura l'aveva additata alle altre
dirigenti come esempio da seguire, riferendosi al suo collettino
bianco. Probabilmente era un primo approccio galante.
I1 vestito con quel collettino bianco io lo ricordo bene. Era a
disegnolini minuti, ancora corto da dopoguerra. Non le copriva
abbastanza le ginocchia, che erano abbondanti, e facevano indovinare
ben piú abbondante ciò che restava nascosto. Riconosco che in questa
immagine c'è tutta la crudeltà che negli anni giovanili mettiamo nel
giudicare gli altri. In effetti Nilde per molti anni è stata florida
di petto e di altro, ma già allora, col solo aiuto di qualche
sartina - e non ancora di Laura Biagiotti - sapeva gestire bene la
sua abbondanza con una sobrietà che le ha fatto sempre onore.
A Novara, anzi in provincia di Novara, ci siamo viste un po' piú a
lungo qualche anno dopo. Nell'album c'è una foto dove siamo in
gruppo, con lo sfondo del monte Rosa, alla Capanna Zamboni. A
sinistra c'è Nilde, con un bicchiere in mano, in golfino. Accanto a
lei Togliatti. Dietro, in camicia a quadri, c'è Aina, il giovane
autista novarese, poi la loro cameriera-governante. Infine ci sono
io in calzoncini corti e accanto il baffuto partigiano piemontese
Giacomino, autista e guardia del corpo.
Togliatti amava molto la montagna e aveva scelto il Monte Rosa,
forse per suggerimento di Sergio Scarpa, Geo, deputato di Novara,
già partigiano della Valsesia e appassionato alpinista. Si cimentava
anche in percorsi difficili, tra la costernazione del servizio di
vigilanza. Per questo anche noi della federazione di Novara eravamo
invitati in gruppo a essere sul posto, per compagnia e forse per
vigilanza. Per tre estati, a Macugnaga e a Riva Valdobbia, abbiamo
passato a turno le nostre due settimane di ferie in una casa
contadina presa in affitto.
La piccola Marisa e le foche
Togliatti e Nilde affittavano quasi sempre una modesta casetta
isolata di là dal fiume. Spesso venivano da noi, forse invitati,
forse per passeggiare, ma piú che altro per concordare le camminate
alpine.
Un anno c'era con loro anche Marisa, detta Marisina, piccola,
biondissima e molto bella. Li chiamava zia Nilde e zio Palmiro, con
un inconfondibile sibilo modenese in quelle due zete. Loro erano
affettuosissimi e Togliatti anche scherzoso. Una volta stava
progettando di andare al laghetto, in alta quota, vicino al Colle
delle Locce. A Marisa raccontava sornione che lassú, tra i
ghiacciai, c'erano le foche, alle quali bisognava portare le fette
biscottate. Lei lo guardava dubbiosa, poi lui, ridendo, cominciava
un racconto un po' piú serio. Erano seduti vicini, un bel quadretto.
Lei cosí tenera, lui un po' troppo vecchio per sembrare un padre.
In uno di quei tre anni siamo saliti in comitiva alla Capanna
Zamboni dove il «padrone» - cosí lo chiamava qualcuno - voleva
andare piú su con le guide per una vera scalata, addirittura per la
Capanna Margherita. Non c'era ancora la funivia e per la prima tappa
a salire ci volevano circa quattro ore.
A metà strada il tempo si era mutato in pioggia, cosí ci siamo
ridotti fradici. Ancora non c'erano giacche a vento, o, almeno, noi
non le avevamo. I maglioni di lana, cosí come i pantaloni di vigogna
o di velluto non tenevano piú di tanto. Io ricordo che persino le
mutande le avevo zuppe. Cosí al rifugio, con un bel fuoco, ci siamo
ritrovati tutti svestiti, avvolti nelle coperte, ad aspettare che le
fiamme asciugassero la nostra roba.
Non ricordo Nilde, forse non c'era; ma ricordo che Toglíatti, anche
lui a torso nudo come tutti i maschi, aveva sulla schiena quella
mostruosa cicatrice dell'attentato. Anzi, non era una cicatrice, era
un buco profondo dove ho pensato che il mio pugno potesse
comodamente starci.
Feeling?
È la seconda o la terza volta che rileggo e riscrivo questa parte.
Com'è che non mi riesce efficace? Com'è che non ritrovo qualcosa di
interessante?
Me lo sto chiedendo. Mi vengono in mente solo dei pettegolezzi. Lei
troppo grassa, qualche particolare con Marisina. Lui che sulla
morena del ghiacciaio versa il tè dal termos e vi intinge le fette
biscottate. Lui con quel suo «buco» nella schiena. Noi che
raccogliamo le fragolíne di bosco e gliele mandiamo. Gli invitati a
cena da loro, due alla volta. Avvenimento piú notevole, le camminate
in fila indiana in rispettoso ordine gerarchico, quasi senza
parlare.
In realtà eravamo gomito a gomito, ma non si è creato dialogo. Parlo
per me e temo anche per Claudio. Tra noi e loro c'era sempre Geo o
le guide alpine che parlavano di scalate, strade ferrate, chiodi da
roccia o da ghiaccio, picozze, rifugi, percorsi di prima, seconda o
terza difficoltà. Poi quando c'era Willy che trasbordava sia
fisicamente che verbalmente, era praticamente impossibile inserirsi.
Bisogna però dire che, sia io che Claudio, non eravamo per nulla
propensi all'espansività, alle sgomitate e al servilismo. Forse era
una forma di soggezione e di esagerato rispetto.
Insomma, non c'è mai stata confidenza, comunicazione o feeling. Io
avrei voluto che Togliatti mi chiedesse qualcosa della mia vita,
della mia famiglia. Avrei voluto che si ricordasse almeno un po' di
quel mio intervento al congresso dei giovani comunisti al quale
sembrava essere stato attento. Gli avrei parlato di mio padre, o di
cosa avevamo fatto nella resistenza.
Penso addirittura che nemmeno la Lotti, sapesse qualche cosa di me,
se non la qualifica. Anzi, il fatto che, pur annunciato, non sia
venuto per me e Claudio quel rituale invito a cena, mi ha fatto
pensare che Nilde ci avesse assimilato a quei compagni reggiani che
avevano condannato come riprovevole la sua relazione con Togliatti.
In effetti noi non eravamo cosí bacchettoni, anzi, la loro felicità
ci rendeva contenti. Se avessimo potuto conversare, avremmo forse
detto che era tempo di mettere il divorzio tra le conquiste da
perseguire.
Io e Claudio eravamo i piú giovani di quel gruppo. Non ci importava
nulla dell'invito a cena, che forse ci avrebbe persino imbarazzati.
Se quell'uomo e quella donna tanto ammirati si fossero fermati anche
un attimo a parlare o a interessarsi a noi, ce lo saremmo scolpiti
nel ricordo come un evento importante e gratificante. Invece niente,
nessun ricordo. Eppure eravamo in vacanza, quando tutto aiuta ad
allacciare i rapporti personali, a cercare di conoscere chi ci sta
intorno.
Oggi, a distanza, mi dispiace di dover dire che non siamo stati
visti. Non so gli altri, ma noi due eravamo trasparenti. Loro non ci
vedevano e non avevano voglia di conoscerci né di farsi conoscere,
avvolti com'erano da uno scafandro di riservatezza e di educata
formalità.
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