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TESTO DI INTRODUZIONE DELL'INCONTRO CON FILIPPO TUENA
 

Leggi l'intervista di Tuena con gli alunni

Leggi la lettera che Tuena ha inviato ai ragazzi


Incontro tra gli alunni del Liceo scientifico tecnologico del “Cannizzaro” di Colleferro e Filippo Tuena


Un benvenuto sentito a Filippo Tuena e un caloroso ringraziamento per la disponibilità dimostrata verso noi studenti dandoci la possibilità, con questo incontro, di vivere un’esperienza stimolante e senz’altro formativa. Un incontro questo che nasce, potremmo dire, sul filo di internet: sul nostro sito Web il prof. De Leo inserisce la recensione di un libro che lo ha particolarmente affascinato dedicato agli ultimi anni di Michelangelo, “La grande ombra” di Filippo Tuena, l’autore la legge, si mette in contatto con il professore via e-mail e dall’incontro tra i due scaturisce il nostro incontro di oggi. Per noi studenti, alle prese colla difficile interpretazione della civiltà rinascimentale, coll’esame del suo lento annullarsi nell’età della Controriforma “La grande ombra” ha costituito un affascinante documento non semplicemente su Michelangelo ma su tutto il Rinascimento, sul difficile rapporto tra un’arte rappresentazione delle idee, della perfezione e la realtà del mondo del potere all’interno del quale l’artista si colloca e con cui deve fare i conti.
“La grande ombra” è, infatti, un romanzo documento in cui si ricostruiscono gli ultimi anni di Michelangelo, un personaggio estremamente complesso, come lo sono sempre i geni, che con la sua lunga esistenza attraversa un’epoca di splendida fioritura artistica ma travagliata, in cui si susseguono rapidi avvenimenti che segneranno profondamente la storia italiana. Il romanzo prende l’avvio da un interrogativo: perché Cosimo dei Medici non è riuscito mai a far ritornare Michelangelo a Firenze? Prende, così, l’avvio un’inchiesta che chiama in causa personaggi, testimoni diretti o indiretti del volontario esilio romano in cui Michelangelo visse gli ultimi anni della sua vita. Lentamente, attraverso una serie di monologhi, entrano in scena i fedeli servitori, gli amanti, artisti più o meno famosi, il nipote che da Firenze cercava di mantenere un difficile rapporto con un vecchio, ormai bizzarro e sempre più chiuso in se stesso, e a poco a poco tassello dopo tassello si compone il mosaico di una difficile personalità. Ma ognuno dei monologhi comunica un’immagine di Michelangelo e nello stesso tempo riesce ad esprimere il sentimento della vita del personaggio che prende la parola. A volte sono voci dall’oltretomba attraverso cui la prospettiva terrena si modifica sul piano dell’eternità. Nasce, così, la malinconica riflessione di Luigi del Riccio sull’arte e la bellissima testimonianza sulla pena dell’esilio che unisce due anime di Donato Giannotto storico e letterato.

Luigi del Riccio, banchiere e letterato


Del gruppo che eravamo, io me ne sono andato prima di tutti. Non che sia morto giovane, questo no, perché ho avuto il mio tempo e perché, al contrario, so che cosa vuol dire andarsene, come si dice, nel fiore degli anni, fiore non ancora sbocciato, virgulto acerbo. Questa tragedia la cono¬sco per il caso che è occorso al mio Cecchino e solo io so le lacrime che ho pianto, i lamenti che hanno velato le mie notti. Solo io.
Ma di noi, vecchi peripatetici che alleviavamo la fatica degli anni con le buone letture e le zoppe rime che compo¬nevamo, di noi, Michelagniolo, Donato, Antonio Petreo e il tipografo Francesco Priscianese, io sono stato il primo ad andarmene.
E così mi torna buono uno fra tanti degli epigrammi che Michelagniolo per il mio Cecchino m'inviò:

S'i' fu' già vivo, tu sol pietra, il sai,
che qui mi serri, e s'alcun mi ricorda,
gli par sognar: si morte è presta e 'ngorda, che quel ch'è stato nun par fusse mai.

Ed è vero che proprio così è qui: quel che è stato sembra non essere mai esistito. E come in un sogno, io adesso rivado a quei mattini assolati, a quei pomeriggi tiepidi di primavera quando si passeggiava e si discuteva.
Fu la poesia e Dante, il nostro argomento. Di quanti giorni ebbe bisogno per scendere all'Inferno, e a che ora del giorno il viaggio cominciò.
Quelle si chiamavano Accademie, e quei quesiti, que¬stioni accademiche, accessorie, ininfluenti, sterili, distanti dalle questioni primarie. Ora che, serrato in questa pietra oscura, abito le regioni della notte, e rammento quelle discussioni attraverso il velo del sogno, io quasi mi stupisco della foga e dell'attenzione che mettemmo per argomentare quei futili temi.
Ora sì, che avrei l'opportunità di concentrarmi in questioni accessorie, ora che il tempo che mi aspetta è eterno. Non avrei dovuto allora, quando il tempo era segnato e affrettato e molte le occasioni e pochi i momenti. Ora potrei davvero disquisire sui giorni che Dante consumò nel cercare l'Inferno e il Purgatorio e dedicare secoli e secoli a questo tema, e avere appena consumato un secondo del mio infinito.
Io che per carattere fui riflessivo e dedicai gran parte di me ai freddi conti del Banco, ai ricavati, ai dividendi, agli interessi; e che mi distraevo con l'altrettanto riflessiva arte della scrittura, soffro di un orribile contrappasso: ho tutto il tempo che mi abbisogna e non ho la voglia di occuparlo con i passatempi che ero solito svolgere da vivo. Me ne manca la fantasia, perché nel buio della morte non ho che lievi ispirazioni, folate di vento leggero, che subito si stemperano e, quand'anche riuscissi a trattenerle, dove procurarmi il foglio, la penna d'oca? Poesia è mettere su carta; separarsi dal proprio pensiero, ammirarlo, come ci ammirammo, da giovani, nel fiore degli anni, indossando il più bel vestito della festa, in uno specchio che rifletteva la nostra immagine seducente.
Qui non c'è niente di tutto questo. Né voi volete che ve ne parli.


(In assenza di tempo e di spazio)


Donato Giannotti, storico e letterato


Se volete che parli di Michelagniolo, è bene che si parli soprattutto della pena dell'esilio. Perché questo è stato l'argomento che ci ha uniti. Ed è di questo che parlavamo, discorrendo di Dante, di poesia o d'altro.
Dunque, è di questo che io mi sento obbligato a riferire.
Noi siamo stati a Firenze nei tempi della Repubblica. E ne siamo venuti via nei tempi del Principato mediceo. E il nostro esilio, romano il suo, più vario ed errabondo il mio, è stato, comunque, un esser costretti a star lontani da casa. Poco conta che Cosimo lo volesse indietro a Firenze; poco conta che Michelagniolo gli scrivesse che era pronto a tornare, che altro non desiderava. Lui non tornò. Perché un esiliato è uno che è costretto lontano da casa sua. E non c'è volontà di ritorno, non c'è desiderio che possa vincere il destino.
Noi siamo chiamati i «fuoriusciti». E queste due parole unite insieme - «usciti fuori» - che altro indicano se non la più estrema lontananza che non consente ritorno. Noi siamo al di là del margine che racchiude tutto ciò che noi consideriamo casa, famiglia, patria.
Così siamo stati rivoltati, come un calzino usato, svuotati del dentro, capovolti. Per molti anni - per tutti gli anni a venire - vivremo in incerto equilibrio, perché la terra che ci è lontana ci è vicinissima al cuore, e quella dove abitiamo ci pare straniera, estranea, distante. E il nostro desiderio non ci è mai vicino, perché sempre si allontana verso il suo oggetto, e parte di noi lo segue costante, sfuggendo da noi, dai nostri giorni, dalle nostre ore.
Capite perché si discuteva spesso di Dante?

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

Noi, i fuoriusciti fiorentini, Michelagniolo, del Riccio e io non abbiamo più avuto né casa, né famiglia, né patria. Michelagniolo forse avrebbe potuto, almeno, tornare a Firenze, vivere con i suoi familiari, abitare una casa accogliente, un focolare domestico. Non lo fece, dimostrando una determinazione folle. Sebbene parte dell'animo suo non desiderasse altro, ne fu quasi impedito.
Voi mi chiedete che parli di questa sua impossibilità. Sarà cosa difficile perché i suoi sentimenti erano velati, sempre, da mille riserbi. Egli era magnanimo nella generosità di denari, ma parco di sé. Né io ho mai voluto violare questa sua attitudine.



(Venezia, sul Canal Grande, primavera del 1570)



Ma accanto al sentimento dell’esule un altro tema si fa strada nei ricordi di Leonardo Malaspini latinista. Tra i tanti motivi, infatti, che lo tennero lontano da Firenze, il rancore verso Cosimo, la passione per Tommaso de’ Cavalieri che lo tratteneva a Roma, si fa strada lentamente un sentimento non ben definito, di difficile interpretazione, di fuga dalle sue stesse opere quasi sentisse il divario tra la perfezione dell’idea concepita e la realizzazione.

Leonardo Malespini, latinista


Volete che vi racconti di quando veniva a trovarmi?
Quando veniva a trovarmi andavamo sul piazzale, ci sedevamo a guardare il sole che tramontava e parlavamo. Ma io sapevo che la sua anima andava, pochi metri dietro di noi, a quell'accrocco della sepoltura di Papa Giulio che lo affannava, e lo immalinconiva più d'ogni altra cosa.
Più volte ho tentato d'interessarlo alle lettere latine. Ma era vecchio, e non aveva voglia d'impararle. Così spesso gli leggevo le epistole di Cicerone anche se, in cuor mio, sapevo che più gli si confacevano i Tristia di Ovidio, le sue Epistulae ex Ponto: le lettere dall'esilio.
Non occorre che mi diciate che Ovidio non è poeta per Michelagniolo. Lo so bene. Non sarei latinista e chiosatore di Cicerone, altrimenti. Ma è Ovidio il poeta della lontananza, dell'esilio, del languore, anche se è involuto e iperbolico e non ha, della lingua latina, la padronanza asciutta e eloquente di Cicerone. Ma che cosa volete che venisse a fare Michelagniolo, qui da me, dopo ch'era andato al cantiere della tomba di Papa Giulio? Voleva consolazioni, conforti. Condividere con altri la sua pena.
È sottile l'arte di Ovidio, mistificatore come dev'essere ogni poeta. Mostra la pena, la nasconde negli artifici inutili e futili della retorica, e nascondendola tuttavia la mostra. Più leggera dell'acqua sotto cui vuole annegarla, essa ritorna sempre a galla, come un legnetto sfibrato ma indomito.

Lui s'era fatto tutto un bel circolo di amici che condividevano quel destino dell'esilio e forse questo, un poco, lo consolava. Ma dico, che consolazione è vedere negli occhi di chi è di fronte la medesima pena che ci rode?
Così, poiché il piazzale antistante la Basilica è alto su Roma, e vi si scorge il Foro e il colle del Campidoglio, e in quella direzione tramonta, fin quando non muterà percorso, tutti i giorni il sole, verso quell'ora del crepuscolo noi ci ritrovavamo.
Io so che lui pensava alla sepoltura di Giulio II, che non era quella che aveva sognato, e forse pensava, ancora più lontane nei suoi desideri e nella sua memoria, a quelle dei duchi a Firenze, che aveva lasciato a mezzo, incompiute come gran parte di quello che ha fatto.

Chi mi darà indietro il tempo perso, mi disse una volta. E le occasioni mancate?
Nessuno, risposi. E come potevo consolarlo io, se non additandogli le rovine dell'antica Roma, incompiute e rovinate dal Tempo. E poiché non conosceva il latino, gli traducevo i poeti di quella lingua morta, anch'essa simile a una rovina.

Cose perfette, avrebbe voluto. E non se n'è mai fatto una ragione, che solo di cose imperfette noi possiamo contentarci.
Veniva a cavallo, montando quel suo ronzino che tanto lo consolava. Andava a vedere la tomba, prendeva qualche misura col regolo; dava rabbuffi ai lavoranti e, con discrezione, in un angolo, prendeva l'Urbino da parte, ed elencava meriti ed errori. Poi, mi veniva a cercare, e andavamo sul terrazzo, a vedere la città al crepuscolo.
Non sono capace di finire questa tomba. E neppure le altre che sono lontane e dimenticate, diceva pensando a quelle di Firenze e forse alla sua che aveva in mente. Io lo rassicuravo che avrebbe avuto il tempo e la fortuna di completare ogni cosa.
Non è così. Non è così che accade, diceva. E indicava le rovine dell'antica Roma come se quelle mostrassero il destino d'ogni cosa.


(Roma, piazzale antistante San Pietro in Vincoli, all’ora del tramonto in un giorno della primavera del 1568)


Il tema che compare già nel monologo di Leonardo Malespini è ripreso in quello di Daniele da Volterra prima dalla casa vuota che era stata la dimora romana di Michelangelo, poi, dopo morto, dall’aldilà quando con maggiore chiarezza gli appare che quella della perfezione non era la strada della verità e forse questo era il motivo che aveva spinto Michelangelo, ormai vecchio, a cambiare pelle e città.


Daniele da Volterra, pittore e scultore


E' in queste stanze vuote che volete che vi parli delle opere che ha abbandonato. È una bella ambientazione: voi avete un certo geniaccio, ma siete più furbo che sottile. Tuttavia, sta' bene. Parlerò di quello che volete.
A me è rimasto poco. Del resto, ormai lo so: devo imparare a fare a meno delle cose che ho amato perché, prima o poi, è così che ci si riduce: a nuotare nel nulla.
Di lui m'è rimasta una casa vuota, e ricordi così vaghi e leggeri che dureranno il tempo che durerò io: poco.
Del Compianto che aveva scolpito per sé, che poi ha regalato a Bandini, m'è rimasta quella gamba del Cristo, che aveva rotto colpendo una vena traditrice del marmo. Adesso la porterò qui, dov'è stata scolpita. Mi proverò a studiarla. O forse neppure quello farò. Come fosse un trofeo di caccia, le troverò un posto dove abituarmi alla sua presenza. È una gamba di marmo, dopotutto. Un avanzo di qualcosa che non c'è più.
È che siamo come il Leviatano: una scia bianca ci segue. Lentamente perdiamo pezzi, memorie, affetti.

Quand'è morto, il Concilio aveva già deciso di coprire le impudicizie del Giudizio. Si pensò d'affidare a me l'incarico. Questo avrebbe salvato capre e cavoli. I teatini, perché avrei coperto le nudità, e i filologi, perché l'avrei fatto come amico di Michelagniolo. Quasi con il suo beneplacito. Vedi l'ipocrisia.
La verità è che hanno scelto me perché sono bravo anche per rabberciare.
Per questo è andata che mi hanno affidato le pitture delle braghe del Giudizio. Pio IV, Bellarmino, Morone, le migliori menti uscite dal Concilio hanno voluto che fossi io, anche se avevo da finire il monumento al Cristianissimo Re, anche se mezzo corpo mio era pieno di catarro. Non c'è stato niente da fare. Era roba che mi riguardava.
E così, anche se il tempo mi sfuggiva e sapevo che non avrei mai compiuto la mia opera, decisi che non potevo dire di no. Via, che cos'era poi! Un ponteggino smontabile con agio, qualche chiodo bello resistente per fermarlo alla parete, e poi pennelli e tempere, e un poco d'apprendistato da qualche sarto, per diventar pratico di panneggi e pantaloni e abiti alla moda. Gli allievi che preparano i colori, i cardinali che vengono a sbirciare il lavoro e danno suggerimenti sul colore e l'ampiezza delle braghette. Ed è tutto.

Dove sono adesso le montagne di marmo; dov'è il gran cavallo di bronzo; i grandi progetti che ho avuto in vita? Ho finito per fare il sarto a figure dipinte. Esperto in perizomi, in veli di tulle.
Via, ci s'accontenta perché il pericolo era che qualcun altro mettesse mano a queste pitture e le scempiasse più di quanto possa aver fatto io.

Sali sul ponteggio e guardi da vicino e, insomma, prendi nota d'ogni pennellata, dello sghimbescio della scia del colore che sembra ombra o luce o tutte le altre cose.
E quando stai lì e mediti, di come un tocco di pennello si trasforma in uno sguardo di fuoco, o una lumeggiatura in un raggio di sole, m'è venuto in mente di quando, a Firenze, studiavo le Sepolture e dell'ordine che, allora, c'era nell'arte di Michelagniolo. E di come, poi, quest'ordine sia andato sfaldandosi, in mille dubbi, in mille complicanze. Quelle cose che ha fatto allora a Firenze - le Sepolture, la Biblioteca - mi paiono il monumento all'ottimismo. Allora, aveva trovato la chiave della perfezione. Ne sono sicuro. E poi, non capisco perché, questa chiave l'ha persa. O forse l'ha dimenticata, o messa da parte. Forse l'ha gettata via perché non apriva alcuna porta; portava in nessun luogo. Allora, credo, s'è rimboccato le maniche e ha detto simmetria, ordine, euritmia non conducono da nessuna parte, indicano il nulla. Non è questa la via. Ogni volta occorre rifare tutto da capo; cancellare certezze, annullare l'esperienza.
Ecco, è questa, mi sembra, la differenza tra lui e me. A me, la fatica del cavallo di bronzo m'ha stroncato; a lui, quella del Giudizio l'ha rinnovato.
Come siamo stati diversi.

Gli anni che io sono stato con lui, a imparare la difficile arte dell'apprendere, sempre su questo mi sono affaticato a capire, a comprendere: perché abbandonare la perfezione raggiunta con così tanto studio e, poco alla volta, nascondersi dietro gesti complessi, difficili, ostili, e quasi sempre incompiuti.

 

(Roma, Macel de’ Corvi, settembre 1564)


Daniele da Volterra, pittore e scultore


Ricordo quando sono andato a Firenze e ho fatto i calchi in gesso delle Sepolture. Visitai la Sagrestia che era stata sistemata dal Tribolo e da Raffaele da Montelupo. Ma quando Michelagniolo se n'era partito per Roma, aveva lasciato tutto in disordine. Le statue erano per terra, le nicchie alle pareti vuote. Giuliano e Lorenzo erano messi da una parte, seduti in attesa che il loro destino si compisse; Giorno e Notte, Crepuscolo e Aurora sparsi per il pavimento, come se un immenso Caos regnasse in quella porzione di spazio che era stata immaginata per imitare la perfezione dell'Universo e che invece gridava l'impossibilità dell'idea che l'aveva generata.
È stata forse questa la ragione della fuga da Firenze? O la paura per la ferocia bestiale e irrefrenabile del Duca Alessandro? La vergogna per quelle storielle da garzoni che l'avevano irretito? La morte del padre? L'impegno di dipingere il Giudizio, che Clemente VII gli aveva estorto con chissà quali arti?
Non so. So però che le cose furono lasciate a mezzo. Come se ne fosse disgustato; come se avesse avuto l'illuminazione di qualcosa di più importante che aveva urgenza d'essere creato.
Io mi domando che forza, che rancore, che dolore l'ha trascinato altrove? Quale dovere morale l'ha spinto a rinunciare a tutto questo, a dire no?
Tempo e valore gli avrebbero consentito, con gli anni, di tornare a Firenze, per completare la sua opera. Via, che cosa aveva da temere, protetto com'era da Papa Paolo, a tornare in patria, almeno per pochi giorni e rivedere quelli che lui chiamava miei figli.
Non è stato così. Non so perché.
So che quando ho portato i calchi a Roma e ne ho fatto le copie Michelagniolo venne da me, alla fonderia. Come un padre che ritrova il figliol prodigo, lui si commosse mentre io mettevo assieme le forme e davo di nuovo vita alle sue creazioni. Rivide la Notte e il Crepuscolo, e anche se erano di gesso, tuttavia erano copie perfette e si riconoscevano i colpi di scalpello delle parti non finite. E di ogni colpo Michelagniolo ripercorse nella mente l'istante che l'aveva vibrato, e ricordò il frammento di marmo, la scaglia che s'era staccata e la polvere di marmo che s'era sollevata e le scintille e l’odore di bruciato. E ho capito che quella che a noi tutti appare perfezione non fu che un’approssimazione.


(Altrove, in assenza di tempo e di spazio)



L’astio che separa i due grandi vecchi, Cosimo e Michelangelo, non si placa neanche dopo la morte dell’artista e culmina nella cerimonia funebre a Firenze colla quale il gran duca si riappropria di lui, ma alla quale sarà anche il grande assente. Così l’ultimo atto di questo scontro è presentato attraverso gli occhi di Benvenuto Cellini.



Benvenuto Cellini, orefice e scultore


Ebbe in odio le banderuole, gli affannati, gli arruffoni, i frettolosi, gli arroganti, gli insolenti, i pressappochisti, i "ci siamo quasi", i lecca culo, i servili, i cambia bandiera, i prepotenti, i presuntuosi, gli insinceri, i pusillanimi, i gretti, i piccini, i pignoli, i fanfaroni, i somari, i millantatori, gli spacconi, gli smargiassi, i petulanti, i protervi, i gradassi, i rodomonte, i guasconi, i pataccari, i voltagabbana, i pasticcioni, gl'imbroglioni.
Ma più d'ogni altro, non sopportò i cialtroni.

Mi trovate d'accordo. È per questo che ho rifiutato di partecipare a questa pagliacciata. Ho detto no. Che siano altri, gli artisti di corte, per esempio, a recitare questo requiem. È una bella congrega di cialtroni che quest'oggi gli rende onore. Lo sapesse, gli verrebbe da vomitare. Ma loro si fanno forti. Ormai, è morto; è cosa inanimata e possono disporne come meglio credono, i cialtroni.
Quanto a me, sconterò le conseguenze del caso. Ne sono sicuro. Mi creerò nemici, e astio, e antipatie e fomenterò il lato peggiore delle persone che provano invidia per me. Né questo mi avvicinerà a Cosimo. Né mi farà ricevere con qualche anticipo quei denari del ritratto di bronzo che m'avanza e che, so già, non mi arriveranno mai. Come si dice, passeranno in cavalleria. Poiché, ormai, quel busto l'hanno esiliato all'Elba ed era il più bel ritratto che uno scultore avesse fatto di un regnante. Ma le cose belle nessuno le ama e molti le fuggono perché vanno oltre i bassi pensieri dei più e la vera sapienza non viene premiata perché potrebbe ombrare ancor di più l'altrui ignoranza.
Penso al mio busto, che tanto m'è costato di fatica e denaro. Penso alle ore che ho trascorso al cesello; penso a ogni filo di barba o di capelli che ho ripassato con i miei arnesi; penso alla corazza che ho rinettato con tanta passione, neppure fosse il viso di una bella. Il mio ritratto di Cosimo l'hanno spedito in esilio, nell'isola del ferro; tra minatori e marinai. E io non lo potrò più ammirare perché il fisico non mi reggerebbe le ore di carrozza e poi di galera per approdare a quella isola selvatica che ignora la bellezza della mia opera e, sicuramente, non se ne farà vanto.

L'idea soltanto di vederli tutti in ghingheri, in San Lorenzo, col capo chino e parati a lutto, mi repelle. Né voglio vedere il baraccone, il catafalco, e tutte quelle braccia di raso nero, viola e oro che avranno sprecato per addobbare a lutto la navata. Povero Filippo, l'avevi fatta così bella, e te la nascondono appena possono.

Povero Michelagniolo. Eppure t'avevo avvisato.
Cosimo e Vasari m'avevano spinto a scrivere quella lettera per convincerlo a tornarsene a Firenze. Visto che dovevo farla, ne approfittai per creare un bel capolavoro di mistificazione.
Il gioco, insomma, era scrivere una cosa per dirne un'al¬tra: mistificare, insomma, che è la grande arte degli artisti. Fare una cosa per significarne un'altra. In questo mi ci trovavo benissimo. E dunque, soprattutto con Michelagniolo, occorreva essere formali e manierati, per apparire insinceri al massimo grado.
Con molto mio maraviglioso piacere intesi alli passati giorni come per certo voi venivi a rimpatriarvi, così gli scrivevo. Ora, ditemi, come possono i vecchi e i malati, quali lui e io eravamo, provare ancora maravigliosi piaceri. Lo sappiamo bene, nulla più meraviglia i vecchi. Noi siamo indifferenti a tutto, tranne alla nostra morte. Questa ci preme e ci spaventa, perché più ci avviciniamo a essa e più ci sem¬bra finalmente probabile e spaventosa, quanto prima ci appariva aleatoria e vaga.
Ora, scrivere maraviglioso piacere è truffare il prossimo. E poiché Michelagniolo non era ringrullito, nonostante la vecchiaia, avrà sicuramente riso a queste mie parole.

Perché ridesse ancora, e comprendesse meglio che mettevo la lettera in burla, mi parve onesto subito descrivere il Duca come il più benignio et il più cortese Signiore che mai formassi et portassi la terra.
Così eravamo immersi nella truffa, nella mistificazione, nella menzogna, affibbiando a Cosimo l'epiteto di benignio. Tutto quello che avrei scritto di lì in avanti partecipava del mondo del paradossale, dell'inverosimile.

Come suonava falsa quella mia esortazione, Dhé venite hormai a finire questi vostri felici anni innella patria vostra con tanta pacie e con tanta vostra gloria! Un'esclamazione tale che va bene per le beghine che pregano la Madonna. Per esser più enfatico di quanto sapevo essere, terminai con un bel punto esclamativo che, si sa, è roba che non usano i letterati, perché bastano le parole a esprimere stupore, passione e altri sentimenti esagerati. Così, feci come chi vuol far troppo, e mostra la corda, e svela l'inganno.
Di tante frasi che ho scritto, di tante parole che mi sono venute alla mente, quelle mi paiono le più false e insincere.
Ma che quella fosse una lettera che illustrava il mondo all'incontrario, Michelagniolo doveva ben capirlo quando - ah, capolavoro del doppio gioco - pensai che dovevo giustificare i miei dissapori col Duca. Se bene io ne ò ricevuto qualche stranezza da il ditto mio Signore, le quali mi è parso ricevere a gran torto, per certo cognioscho questo non essere stato causa né di Sua Eccellentia illustrissima - ah, le bugie che si svelano come tali - né manco mia.
Così mi sembrò bello terminare la lettera attribuendo le mie disgrazie al caso o alla potenzia di qualche malignia stella.
M'avrà preso per rimbecillito? Può darsi, ma che importa? Avevo e ho ancora fama di sputare veleno e bile e certo non mi nascondo dietro i danni della sfortuna e non le attribuisco potere su di me.

Questo mi accomunava a Michelagniolo. Arte, più perizia, più intelligenza. Di questo tutti hanno paura.

E dunque ecco qui, che non è per volontà che io non posso assistere alle esequie. È proprio perché m'è impossibile: è contro la mia natura. Poiché essa è quella di starmene da solo, se per star con altri devo macchiarmi. Io sono come l'ermellino inseguito che infangandosi si salverebbe e che invece non si sporca rinunciando alla vita, piuttosto.

Ecco qui, Cosimo e io, che almeno una cosa condividiamo, che ce ne stiamo lontani e ci guardiamo bene dall'assistere alle esequie di Michelagniolo.
Basta con le pagliacciate, mi viene da pensare, e mi tormenta che le si compiano in memoria di chi mai le ha tollerate.
La nostra assenza si noterà, e verranno trovate scuse e giustificazioni - questioni di salute, soprattutto, metteranno in mezzo, perché alla fine sono anche privi di fantasia e non sanno guardare al fondo delle cose. 0 non vogliono.



Me ne sto a casa, seduto di fronte a questa pergamena incorniciata che raffigura il Giudizio Universale di Michelagniolo e che bellamente fa vetrina sulla parete dell'anticamera.
Eccoli tutti, i dannati e gli eletti, e quel grand'uomo s'è divertito a raffigurarli - gli antipatici all'Inferno, gli amati in Cielo.
Mi ci provo anch'io, anche se son vecchio e non ho voglia di montare su tutta questa macchina di nudi e di corpi che s'aggrovigliano. No, me la faccio qui nella mente questa bella spartizione tra i buoni e i cattivi. È una cosa alla buona, ma aiuta a passare il tempo, che per noi vecchi è, ancorché prezioso, noiosissimo.

(Firenze, nell'abitazione, 14 luglio del 1564)

Il monologo evidenzia il difficile equilibrio tra gli ideali rinascimentali e la condizione dell’artista stretta nei limiti del mecenatismo che nel secolo successivo, in un clima più teso, avrebbe dettato a Torquato Accetto questa drammatica testimonianza: “Il capo che porta una non meritata corona ha sospetto di ogni capo dove abita la sapienza; e però spesso è virtù sopra virtù il dissimulare la virtù, non col velo del vizio ma in non dimostrarne tutt’i raggi, per non offender la vista inferma dell’invidia e dell’altrui timore.”

Diamo ora la parola a Filippo Tuena, perché ci parli del suo incontro con Michelangelo e di come è nata la struttura particolare di questo romanzo documento, con la sua narrazione corale, in cui il narratore non guida i fili della storia, si eclissa ad eccezione di una silenziosa e discreta comparsa nell’intervista di apertura a Cosimo dei Medici.


 

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